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Apocalisse per reduci e criceti

Di questi tempi mi capita di ricordare con nostalgia una conversazione avuta nella primavera del 2006 con un amico editore. Si erano appena svolte le elezioni politiche, quelle vinte per pochi voti da Prodi e perse da Berlusconi, ed eravamo entrambi di ottimo umore. Due elettori di centrosinistra raggianti per il ritorno dell’Ulivo al governo dell’Italia? Non esattamente. Il nostro sollievo era nella sensazione di poter finalmente ricominciare a proporre e discutere libri che non fossero più stretti dalla tenaglia berlusconismo-antiberlusconismo. “Pensa un po’ che disastro se avesse vinto il Cavaliere”, disse quell’amico, “chissà per quanto tempo ancora avremmo dovuto pubblicare solo e soltanto libri su di lui o contro di lui”.
Le cose sono poi andate diversamente. E oggi siamo di nuovo qui, con qualche anno in più sulle spalle, fermi a girare come criceti sulla doppia ruota di berlusconismo e antiberlusconismo. La congiura delle procure, lasciatemi lavorare, il popolo ultimo giudice, il governo del fare, le barzellette al potere e la rivoluzione liberale che prima o poi verrà. E che schifo che vergogna, le adunate dell’Italia pulita, l’indignazione, l’attesa del riscatto e le donne in quanto donne. Per sovrannumero non ci siamo fatti mancare neanche la polemica sulla funzione dell’azionismo in Italia: quella del 2011, non del 1947. Perché se un dibattito pubblico deve ripetersi ogni volta uguale, com’è accaduto nei nostri ultimi quindici anni, è bene che percorra tutto il suo repertorio.
Ma gli anni passano e le mamme imbiancano. E se le mamme affinano con il tempo una loro tenerezza, non migliora invece la nostra capacità di innovare il dizionario di un discorso pubblico sempre identico. Forse gli italiani nati dopo il 1980 sono meno criceti degli altri e stanno ancora scoprendo qualcosa di interessante sulla giostra dove si sono affacciati da poco. Ma quelli che hanno appena sopra i trent’anni, comunque la pensino, non possono fare a meno di coltivare un opprimente senso di deja vu.
Gli effetti della grande stagnazione italiana sono i più diversi. E si notano anche nelle librerie, che al solito rappresentano un buon termometro delle rappresentazioni di maggior presa sull’opinione colta e informata. È qui che si è diffusa una retorica dell’apocalisse che accomuna libri e autori di diversa specializzazione e tendenza, ma tutti costretti ad alzare la voce per farsi ascoltare in una piazza stanca e affollata di reduci. Piero Bevilacqua, ad esempio, è stato e rimane uno degli studiosi più innovativi nella storiografia sull’Italia agricola e del Sud. Autore tra l’altro di una fortunata “Breve storia dell’Italia meridionale” (Donzelli 1993), ha animato una rivista vivace come “Meridiana” e formato generazioni di ottimi storici. Oggi ha pubblicato per Laterza un libro sull’economia globale (“Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo”, pp.217, €16) che si apre così: “Il capitalismo è entrato in un’epoca di distruttività radicale. Ci trascina in un vortice che dissolve le strutture della società, decompone lo Stato, cannibalizza gli strumenti della rappresentanza politica e della democrazia, desertifica il senso della vita”. Naturalmente c’è molto altro in queste pagine e non sempre sulla stessa tonalità, tra la denuncia di “potenze infernali scatenate con la deregolamentazione dei capitali dagli apprendisti stregoni neoliberali a partire dagli anni Ottanta” e l’auspicio che “l’antica leva dell’emancipazione popolare: la lotta” sia finalmente utilizzata per “riportare buona parte dell’immensa ricchezza accumulata in mani private sotto il dominio pubblico”. Eppure resta il dubbio che in un’altra Italia, forse meno prigioniera di una ripetizione infinita della medesima rappresentazione, Bevilacqua avrebbe declinato la sua legittima diffidenza verso il capitalismo globale in una chiave diversa e meno incline alla catastrofe.
Ma un accento simile è quello che troviamo nell’ultimo pamphlet di Ida Magli, già collaboratrice di Noi Donne e poi tarda epigona della Fallaci, che aggiorna il suo sanguigno antieuropeismo con “La dittatura europea” (Bur Rizzoli, pp.206, €10,50). E per farlo se la prende ora con la Costituzione italiana (“un testo scritto da comuni mortali, per giunta accecati dalle ideologie imperanti alla fine della guerra: il marxismo e l’europeismo”), ora con i sempiterni banchieri che avrebbero tramato sulla pelle dei popoli per imporre i loro interessi travestiti da progetto europeo. Sarebbe forse troppa grazia immaginare un’Ida Magli non rumorosa, persino in un’Italia libera dal conflitto tra berlusconiani e non berlusconiani. Ma l’impressione che la retorica dell’apocalisse sia una valvola di sfogo di questo nostro tempo ripetitivo resiste tenacemente. Soprattutto se le vittime sono anche tra coloro che quella retorica dovrebbero scomporre e analizzare. Come il filosofo Andrea Tagliapietra, che alle mitologie della catastrofe nel cinema contemporaneo ha dedicato “Icone della fine. Immagini apocalittiche, filmografie, miti” (il Mulino, pp.218, €16). Un libro intelligente e originale, che tuttavia non resiste alla tentazione di mirare in alto contro “la ragione sociale delle multinazionali, come la Novartis e la Monsanto, che cercano di imporre senza possibilità di scelta e senza principio di precauzione le loro politiche industriali e affaristiche sugli organismi geneticamente modificati ai consumatori di tutto il mondo”. Cosa c’entrino gli OGM con Titanic o Apocalypse Now non è dato sapere. Ma nel tempo italiano dell’apocalisse senza redenzione non guasta mai spararla grossa. Anche quando vi sarebbero argomenti di merito da discutere e difendere.

Pubblicato il 13/2/2011 alle 10.0 nella rubrica dal Sole 24 ore.

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