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Tedeschi egoismi modello Angela

Si dice che la Germania sia diventata egoista, che non abbia più a cuore le sorti dell’Europa e che abbia dimenticato i doveri di riconoscenza verso quei paesi che contribuirono alla sua rinascita dopo il 1945. Forse è tutto vero. Ma è altrettanto vero che per il 2010 la Germania può vantare uno spettacolare tasso di crescita del 3,6%, unico tra le grande economie europee, e che tra il 2005 e il 2010 il numero dei suoi disoccupati è passato dai cinque milioni ai poco meno di tre milioni. Sono cifre che, confrontate con quelle assai più aride di altre economie continentali, potrebbero giustificare qualsiasi legittima forma di tutela degli interessi nei confronti di chi pretende che siano soprattutto i contribuenti tedeschi a finanziare la messa in sicurezza dell’Europa dal ritorno della crisi finanziaria. E tuttavia lo spauracchio del cosiddetto “egoismo tedesco” non è una novità degli ultimi mesi, ma deve essere collocato sullo sfondo di una storia recente che ha visto la Germania recuperare il senso pieno dell’interesse nazionale dopo decenni nei quali la consapevolezza della propria forza politica ed economica era stata frenata dal peso della colpa storica. Berlino è arrivata gradualmente a questa nuova e più emancipata coscienza di sé, libera da inibizioni che venivano ancora dal trauma bellico. Vi si era avvicinata già negli anni Novanta, quando dinanzi alle sfide per la sicurezza europea seppe assumersi responsabilità militari del tutto inedite. Ma l’ha raggiunta pienamente con Angela Merkel, già negli anni della cosiddetta “grande coalizione” che uscì dalle elezioni del 2005 e che vide la signora di Amburgo guidare un’alleanza CDU-SPD. Ci aiuta a capire meglio questa fase recente della vicenda tedesca un libro appena pubblicato dal Mulino e prodotto dall’Istituto Cattaneo di Bologna (“La Germania di Angela Merkel”, a cura di Silvia Bolgherini e Florian Grotz, pp.286, euro 23,00), nel quale analisi molto puntuali ricostruiscono le dinamiche politiche, elettorali ed economiche dell’immediata vigilia di quest’ultimo cancellierato. Vi si legge ad esempio che già in quegli anni, e dunque ben prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale, nella politica europea di Berlino fosse riconoscibile un orientamento di “pragmatizzazione” incentrato sul “netto rifiuto tedesco di continuare ad essere l’ufficiale pagatore dell’Europa”. Dalla Germania niente di particolarmente nuovo, dunque. Se non una determinazione ancora maggiore a difendere i propri interessi nazionali, a fronte di risultati economici ancora più spettacolari.

Pubblicato il 19/12/2010 alle 15.49 nella rubrica dal Sole 24 ore.

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