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Il più e il meno di Spataro

Armando Spataro è uno dei magistrati italiani più autorevoli e ascoltati, dal 1976 in servizio presso la Procura di Milano e regista di inchieste fondamentali sul terrorismo milanese e sulla criminalità organizzata. La voluminosa autobiografia professionale che ha di recente pubblicato con Laterza (“Ne valeva la pena”, pp.613, euro 20) si presenta dunque al lettore di oggi e di domani come una preziosa fonte interna, che molto racconta sia sugli ambienti giudiziari che Spataro ha animato in questi anni sia sull’autorappresentazione che la magistratura offre di sé stessa. Una fonte di valore soprattutto perché una carriera come quella di Spataro, dalla metà degli anni Settanta ad oggi, si sovrappone in modo cronologicamente perfetto alle mutazioni che hanno investito la politica italiana e in particolare i rapporti tra la politica e la magistratura.

È qui che Spataro ci dice al contempo di più e di meno. Di più, perché oltre al racconto spesso appassionante di tante pagine investigative vissute da protagonista è proprio su questo tema che Spataro espone con maggiore franchezza il suo punto di vista: sulla qualità della politica e dei politici italiani, sulle magagne della nostra democrazia repubblicana e persino su alcuni protagonisti della politica internazionale come Barack Obama e Tony Blair ai quali riserva rimbrotti in abbondanza. Di meno, perché le risposte che lo stesso Spataro offre alle ragioni del conflitto crescente tra politica e magistratura risultano quanto meno semplicistiche. E comunque incapaci di spiegare in maniera convincente, anche ad un lettore che non appartenga ad una delle due tifoserie contrapposte dei giustizialisti ad ogni costo e degli insofferenti al protagonismo della magistratura, quali siano i motivi che nell’ultimo ventennio hanno condotto l’Italia (più di altri paesi occidentali) a vivere sulla propria pelle una tensione tra potere politico e potere giudiziario che in più di un’occasione ha minato la stabilità delle nostre istituzioni.

Alcuni diranno che il motivo è uno solo e si chiama Silvio Berlusconi. Ma se questa risposta non bastasse – e certamente non basta a Spataro, che non la sottoscrive – neanche troveremmo in queste pagine le risposte agli interrogativi che si pone un qualsiasi osservatore esterno a quel conflitto. Perché secondo l’autore è la politica italiana come tale, sia di destra che di sinistra, a contenere in sé un’irriducibile propensione al conflitto con le toghe: “cambiano i governi, nessuno dei quali – sia ben chiaro – sarà mai disposto ad accettare fino in fondo il ruolo che la Costituzione affida alla magistratura”.

Che la Costituzione stessa nasca dalla sovranità della rappresentanza democratica potrebbe essere obiezione sufficiente alla sentenza di Spataro. Così come gioverebbe ricordare che quel codice che con tanta efficacia narrativa l’autore raffigura accanto al corpo del giudice Guido Galli, appena assassinato il 19 marzo 1980 da Prima Linea davanti ai suoi studenti della Statale di Milano, nasce anch’esso nei luoghi dove la rappresentanza democratica si fa legge. Naturalmente Armando Spataro lo sa bene. Eppure in questo libro non rinuncia ad una rappresentazione monocorde e autocelebrativa della purezza della magistratura di contro alla decomposizione morale della politica, lungo una parabola storica nella quale niente sembra essere cambiato dai tempi della lotta al terrorismo a cavallo tra anni Settanta e Ottanta a quelli più vicini a noi dove gli interrogativi sul rapporto tra politica e magistratura sono nuovi e scivolosi.

Questi interrogativi ricevono da Spataro una risposta tanto lapidaria quanto poco soddisfacente, soprattutto da chi ha avuto un ruolo fondamentale nella vita giudiziaria italiana dell’ultimo trentennio: “i rapporti tra politica e giustizia … si sono incrinati quando una larga parte della classe politica italiana è finita sotto processo”. Di più non è dato sapere, almeno dal libro di Spataro. Che forse meriterebbe di essere letto con l’aiuto di un breviario più utile a comprendere quanto è accaduto tra politica e magistratura negli ultimi anni: il libretto che nei mesi scorsi ha pubblicato con il titolo “Magistrati” un altro protagonista della storia giudiziaria italiana, Luciano Violante, e nel quale si racconta con qualche certezza moralistica in meno la difficoltà di “conciliare il crescente potere dei giudici con il principio democratico inteso come principio elettorale”.

Pubblicato il 14/6/2010 alle 12.56 nella rubrica dal Sole 24 ore.

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