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Giorgio Bocca e i maestri senza voce

Giorgio Bocca è un maestro, sia detto senza alcuna ironia. Un maestro che porta i segni di più epoche: i precetti e gli inciampi, gli allori e le cicatrici, i cambiamenti di opinione e tutto quello che compone una traiettoria che lo avvicina ai settant’anni di professione giornalistica. Comprese le incursioni nella saggistica più difficile e scivolosa, come fu il caso della sua biografia di Palmiro Togliatti che agli inizi degli anni Settanta ebbe il merito di restituire il leader comunista ad una dimensione meno agiografica e umanamente più articolata.

Da un maestro come Bocca ci aspettiamo ancora oggi un insegnamento di metodo, o quanto meno uno spunto d’interpretazione che contenga la stessa originalità abrasiva con la quale ha raccontato tante volte un’Italia che non sapevamo di conoscere. E allora è inevitabile domandargli perché mai abbia voluto pubblicare “Annus Horribilis” (Feltrinelli, pp.158, euro 15). Un libro che lascia nel lettore la stessa impressione che si ha quando capita di discutere con qualcuno la cui opinione sul nostro paese si riassume nella sentenza “L’Italia fa schifo”, variamente modulata secondo gradi diversi di turpiloquio. In questi casi, almeno a me, viene da pensare: “D’accordo, può darsi, d’altra parte come potrei convincerti del contrario. Ma esattamente cos’hai in mente? Qual è il singolo problema che scatena la tua indignazione?”.

Sappiamo che non da oggi il problema che scatena Giorgio Bocca si chiama Silvio Berlusconi. Salvo che nelle pagine di questo libro la sua indignazione si fa talmente cupa da coprire l’Italia di una coltre nera di fascismo. Il fascismo che torna sotto il cappello berlusconiano. Perché gli italiani “sono i più adatti del mondo ad un autoritarismo morbido”, scrive Bocca, “sanno di essere una somma di piccoli autoritari in potenza” e per questo votano in massa un personaggio che ne solletica la duplice indole: autoritaria ma anche “incline alle complicità anarcoidi”, prigioniera della “retorica patriottarda” ma anche incapace di qualsiasi autodisciplina pubblica.

Anche qui: d’accordo, può darsi, è inutile provare a convincere Bocca o chiunque altri che il nostro non sia un paese insieme retorico e indisciplinato. Ma davvero l’Italia del 2010 ci racconta un nuovo fascismo? “Non il fascismo del ventennio ma quello di sempre, autobiografia della nazione, frutto spontaneo del nostro autoritarismo anarcoide e del nostro piacere di servire”? E poi ancora Mussolini con “i suoi odierni imitatori”, e “la formazione in atto del nuovo regime” e tutta una galleria di ombre littorie che si incarnano nell’Italia perdutamente berlusconizzata. Da chi, come Bocca, ha conosciuto e poi combattuto il nazifascismo ci si attenderebbe un uso più accorto di un’immagine che sfugge qualsiasi riduzione metaforica. Non tanto per uno scrupolo storiografico che in un libro pugnace come questo avrebbe poco senso, né per il rispetto che anche Bocca di certo coltiva verso il sangue e la morte che quel fascismo concretamente significò. No, la ragione per essere più vigili nel ricorso al bottone rosso dell’allarme antifascista è nell’afasia che quella decisione comporta. Perché una volta che ci saremo chiamati fascisti o imitatori di Mussolini avremo sostanzialmente finito le parole per provare a capire dove si trovi davvero l’Italia di Berlusconi.

Ma forse le parole sono davvero finite, o almeno quelle usate fino a oggi. Perché non sarà certamente Bocca il primo né l’ultimo a fare ricorso all’arma finale della nostra polemica pubblica. Solo nell’ultimo quindicennio ci siamo variamente e reciprocamente accusati di emulare fascismo e stalinismo, salvo assistere negli stessi anni alla scomparsa dal nostro parlamento di ogni residuo emulo politico, propriamente inteso, dei due totalitarismi del XX secolo. Nel frattempo il berlusconismo si trasforma e prospera, continuando a sfuggire alle categorie novecentesche con cui proviamo a maneggiarlo. Non sarà allora che il problema dei maestri – Bocca compreso – è proprio qui? Testimoni di più epoche ma ormai senza voce di fronte ad un paese che attende di essere compreso nella sua trasformazione, declino o mutazione che sia, si arrendono ad un lamento che aggiunge poco a quello che già sappiamo. Perché può darsi che “siamo tutti seduti in qualcosa di simile al fango”, come scrive Bocca nelle pagine finali. Che è poi come guardarsi allo specchio per dirsi ancora una volta che “l’Italia fa schifo”. Ma può anche darsi che il problema non sia dell’Italia, ma di chi la guarda senza più trovare le parole.

Pubblicato il 7/2/2010 alle 11.56 nella rubrica dal Sole 24 ore.

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