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Tony Blair presidente europeo (o almeno un suo clone)

Può darsi che Tony Blair non ce la faccia, che non sia lui ad essere designato alla nuova carica di presidente permanente del Consiglio europeo. Pesano sul suo nome resistenze di segno diverso ma capaci nel loro insieme di affossare già nei prossimi giorni la sua candidatura. Da una parte l’autolesionismo dei socialisti europei, spinti dalla crisi di consensi a cercar conforto nell’ortodossia socialdemocratica e anche per questo incapaci di perdonare a Blair l’aver governato la Gran Bretagna per un intero decennio con una strategia di profonda innovazione della tradizione laburista. Dall’altra la resistenza di Berlino verso un’ipotesi di leadership forte dell’Unione europea, che finirebbe per ridimensionare il ruolo di protagonista che la Germania esercita tra gli stati membri. Infine l’abituale diffidenza dei piccoli paesi dell’Unione nei confronti del Consiglio europeo, che com’è stato recentemente ufficializzato dai governi del Benelux sarebbe destinata a intensificarsi in caso di una guida tanto visibile.

È possibile che finisca così. Ma resta il fatto che chiunque sia nominato nel ruolo di primo presidente del Consiglio europeo dovrebbe avere caratteristiche molto vicine a quelle incarnate da Blair. E dunque autorevolezza politica, capacità di visione e una statura globale sufficientemente elevata da concorrere all’impresa già complicata di restituire slancio all’Unione europea. Tutte qualità che si associano ad una personalità di forte leadership, che non pare essere nelle disponibilità di nessuno tra i veri concorrenti di Blair. L’ex primo ministro finlandese Paavo Lipponen, il belga van Rompuy o il capo del governo lussemburghese Claude Juncker sono figure di indiscutibile capacità e dignità, ma non ha tutti i torti il pungiglione dell’Economist a riunirli nella categoria degli “Euro-pigmei”.

Una scelta del genere condannerebbe la prima presidenza permanente ad un ruolo di subalternità nei confronti delle cancellerie nazionali, gratificando coloro che immaginano un bilanciamento perfetto tra il nuovo ruolo di ministro degli esteri europeo e quello di presidente del consiglio. Si tratterebbe in realtà di un bilanciamento a somma zero, laddove il ministro degli esteri disporrà di strumenti importanti come un autentico corpo diplomatico e un budget significativo mentre la definizione del peso specifico del presidente – come ha scritto Charles Grant sul Financial Times – sarà lasciata “alla forza della sua personalità, ai suoi poteri di persuasione e alla sua rubrica di indirizzi”.

Difficile immaginare che all’Europa convenga dotarsi di un presidente debole proprio in questa fase, mentre si moltiplicano i segni di stanchezza del progetto comunitario e si rafforza l’esigenza di  uno scatto di qualità nella capacità di rilanciare la crescita economica e di farsi ascoltare nel mondo. D’altra parte quando il nuovo trattato di Lisbona entrerà finalmente in vigore, dopo otto lunghi anni e una trafila di ratifiche quasi conclusa con il referendum irlandese, l’allargamento delle materie sottoposte a voto a maggioranza renderà inevitabile una diversificazione dell’Unione per aree di interesse. E con questa l’urgenza di individuare un punto di equilibrio unitario anche nella leadership, con una soluzione non al ribasso ma capace di competere sulla scena globale con figure agguerrite e carismatiche. Così com’è evidente, anche guardando alla cronaca più recente dal conflitto georgiano alla crisi finanziaria internazionale, che l’Unione europea è riuscita a rendersi riconoscibile e incisiva non certo in virtù dei suoi formalismi decisionali ma per la convergenza della maggioranza dei suoi diversi interessi nazionali intorno ad una chiara espressione di volontà politica.

Si aggiunga poi il pericolo imminente che la futura Gran Bretagna a guida conservatrice possa recedere dal trattato di Lisbona, nel caso in cui David Cameron sciogliesse in senso antieuropeo l’ambiguità dei Tories convocando un referendum popolare ad alto rischio. Alcuni diranno che l’Unione europea ha tutto da guadagnare dalla perdita del fardello britannico e che sarebbe l’ora di tornare allo “spirito dei fondatori”. In realtà sappiamo bene che in quel caso le ambizioni globali dell’Europa ne uscirebbero molto ridimensionate, e con esse la possibilità di consolidare un rapporto privo di pregiudizi con Washington. Sono tutte ragioni che inducono a sperare in un presidente europeo che somigli molto al profilo di Blair, anche qualora non ne porti il nome.


Pubblicato il 17/10/2009 alle 11.40 nella rubrica dal Sole 24 ore.

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