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Poveri ma europeisti?

Anche volendo mettere da parte i sondaggi sfavorevoli di questi giorni, le elezioni europee rappresenteranno una prova difficilissima per il PD. La leadership del segretario è transitoria per sua stessa ammissione, la congiuntura politica è sfavorevole per la forza conclamata del governo Berlusconi e non mancano qua e là i segnali preparatori di una scissione che nessuno capirebbe tranne quei pochi feudatari che ne dovrebbero beneficiare.

In una situazione di così grave debolezza, e non avendo vera voce in capitolo su candidature che in molti casi si avviano a superare la soglia dell’imbarazzo, Dario Franceschini avrebbe almeno la possibilità di qualificare i contenuti della campagna elettorale con pochi messaggi chiari. Sarebbe una sorta di investimento sul futuro, per sé e per il PD, un modo di marcare il territorio simbolico di un partito che presto o tardi dovrà tornare a riprendere l’iniziativa.

È una possibilità che Franceschini ha finora deciso di giocarsi pescando due carte dal mazzo. La prima è quella del tradizionale europeismo del centrosinistra italiano, con la campagna che vediamo in questi giorni sui muri delle nostre città. Intorno allo slogan “UE!”, l’Unione europea viene presentata come la soluzione a molti dei problemi che affliggono il paese di contro all’indifferenza mostrata dal governo. Perché “l’Unione europea si preoccupa di chi perde il lavoro e Berlusconi no”, oppure “l’Unione europea pensa alle piccole e medie imprese e Berlusconi no”. Può darsi che le cose stiano effettivamente così, al di là del tono comunicativo scelto dai responsabili della campagna.

Ma viene da domandarsi se una rappresentazione così piattamente salvifica dell’Europa corrisponda alla realtà dell’Unione così come è andata modificandosi negli ultimi anni. Davvero l’Unione europea può essere presentata come un benevolo Babbo Natale che a tutto provvede e tutto risolve? Davvero non c’è niente da mettere a punto in un’architettura comunitaria che sta vivendo trasformazioni turbolente e dagli esiti tutt’altro che chiari? E soprattutto: davvero si può sedurre l’opinione pubblica italiana con uno slogan ricalcato dai tempi ormai lontani in cui lottavamo per entrare nella moneta unica e potevamo permetterci una “tassa sull’Europa”?

La seconda carta Franceschini l’ha pescata martedì, sul sepolcro di Don Primo Mazzolari.  Dove ha rivendicato per il Partito democratico “la capacità di stare dalla parte dei poveri, in un mondo in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. Nessuno discute le origini politiche di Franceschini e il suo richiamarsi alla nobiltà delle sue radici cristiano-sociali. Ma tra l’orgoglio di un qualunque pantheon personale e un PD che faccia del pauperismo la sua chiave di offerta politica c’è di mezzo un vero rischio di autolesionismo. Perché il bronzeo ottimismo del Cavaliere continua a mordere i serbatoi di consenso del centrosinistra nonostante la sua più che discutibile leggerezza, mentre il paese attende ancora una narrazione politica diversa e capace di suggerire in positivo una via d’uscita dalla crisi.

Dopo l’era del velleitarismo veltroniano il PD di Franceschini ha forse recuperato il senso della misura, preparandosi a svolgere onestamente il ruolo di partito di coalizione. Eppure di questa futura coalizione il PD dovrà essere prima o poi un motore di visione e speranza, piuttosto che una campana dal suono vagamente menagramo.

Pubblicato il 16/4/2009 alle 11.10 nella rubrica dal Riformista.

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