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L'Europa come bene rifugio dei britannici

Ieri il commissario UE Almunia ha detto che esiste “un’alta possibilità” che la Gran Bretagna entri nell’Euro “nel lungo periodo”. Dunque, tra gli effetti a sorpresa della crisi economica mondiale potrebbe esservi la rinascita dell’europeismo britannico. O meglio, la rinascita di quella rappresentazione dell’Europa come scialuppa di salvataggio che in Gran Bretagna ha già funzionato da decisivo fattore di orientamento dell’opinione pubblica e delle leadership politiche nei momenti di maggiore difficoltà economica, spingendo Londra a compiere passi di avvicinamento al progetto comunitario che in condizioni normali sarebbero stati archiviati o rimandati all’infinito.

D’altra parte è una bizzarra pretesa italiana quella secondo cui l’europeismo è di un tipo solo, quello animato per definizione da un’appassionata tensione ideale e rivolto verso l’orizzonte della scomparsa delle identità nazionali in un’entità di tipo federale. Che è poi il tipo di europeismo che ha avuto maggiore circolazione nella tradizione italiana, per ragioni legate alla storia delle nostre ideologie nazionali e alla nostra identità di patria. Ma sappiamo bene che l’Europa che conosciamo si è concretamente costruita grazie a europeismi ben diversi dal nostro e comunque lontani dalla sua declinazione federalista, a partire da quello francese nel quale la proiezione di potenza nazionale si è sovrapposta in maniera quasi perfetta al progetto comunitario.

L’europeismo britannico è stato di un tipo ancora diverso. Certo, tra quelli dei grandi paesi europei è stato quello meno produttivo e più contraddittorio. Il conflitto tra filoeuropeismo e antieuropeismo ha sempre diviso a metà le due principali famiglie politiche britanniche, con un andamento anche clamorosamente oscillatorio, e qualunque intenzione europeista ha dovuto fare i conti con il recupero dell’enorme ritardo storico accumulato dalla Gran Bretagna già alla partenza del treno comunitario nel secondo dopoguerra.

Tuttavia un europeismo britannico si è comunque prodotto, nelle reali condizioni politiche e culturali di quel paese. Anzi, più d’uno. C’è stato quello pragmatico e sottotono di Harold Macmillan, che provò una prima volta ad entrare in Europa agli inizi degli anni Sessanta scontrandosi con il veto opposto da De Gaulle. Poi quello ad alto contenuto ideale di Edward Heath, che in generale combinò ben poco salvo riuscire nell’impresa di far entrare la Gran Bretagna nella CEE nel 1971-1972 approfittando dell’uscita di scena del solito De Gaulle. Infine quello roboante e ambizioso di Tony Blair, che sin dalla metà degli anni Novanta ha cercato di declinare un nuovo patriottismo britannico nel linguaggio di una ricerca di leadership in Europa. Tentativo ambizioso ma riuscito solo in parte. Perché anche se Blair è stato, dopo Heath, il leader britannico più europeista di sempre la sua incapacità di forzare il blocco interno che ha tenuto il paese fuori dalla moneta unica ha condannato la Gran Bretagna a restare marginale.

In realtà il tipo di europeismo che in Gran Bretagna ha funzionato meglio è quello dei tempi più bui, quando la crisi economica ha costretto Londra a cercare conforto verso Bruxelles. Come accadde alla metà degli anni Settanta, quando il paese andò al voto referendario per decidere se restare o meno nell’Europa comunitaria. Gli antieuropeisti (vasti settori radicali del Labour alleati all’estrema destra) contavano di far finalmente emergere quella vasta maggioranza popolare da sempre immaginata come ostile all’Europa. Il primo ministro laburista Wilson cercava di sopravvivere, europeista ma non troppo (tanto da prendersela con il pericolo di un’invasione dall’Europa di “crumiri italiani” che avrebbero intossicato il mercato del lavoro britannico). Ma a spingere l’elettorato a restare in Europa fu la catastrofica situazione economica britannica. Nel 1974 un lungo sciopero dei minatori aveva costretto il governo a ridurre la settimana lavorativa a soli tre giorni; il paese era stato colpito in pieno dalla crisi petrolifera mondiale; l’inflazione aveva raggiunto il 25% e per la prima volta dal dopoguerra si parlava di introdurre il razionamento alimentare e delle materie prime. Celebre la battuta dell’allora commissario europeo Christopher Soames: “di questi tempi la Gran Bretagna non può permettersi nemmeno di lasciare un circolo aziendale, figuriamoci se può uscire dal mercato comune”. Su queste basi, al referendum del giugno 1975 il Sì all’Europa raggiunse quasi il 68% dei votanti.

C’è forse da augurarsi che la Gran Bretagna sprofondi ai livelli del 1974-75 per conoscere un’altra stagione di europeismo? Forse non sarà necessario. Perché anche se oggi Gordon Brown non sembra mostrare alcun segno di ripensamento sulla moneta unica, e anche se David Cameron si prepara a vincere le elezioni spolverando il più classico antieuropeismo di marca thatcheriana, sarà probabilmente la forza delle circostanze a spingere l’ex piattaforma finanziaria extraeuropea oggi in disgrazia a guardare con maggiore attenzione all’integrazione comunitaria.


Pubblicato il 3/2/2009 alle 11.50 nella rubrica dal Riformista.

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