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Il problema di D'Alema con l'ebraismo

Di Massimo D’Alema mi è già capitato di scrivere in lungo e in largo. Lo considero un personaggio con qualche qualità e qualche difetto. Essenzialmente una promessa mancata della sinistra italiana, destinata a svolgere di qui in avanti un onesto lavoro di battutista politico (copyright Christian Rocca) simile a quello che questo paese ha riservato negli ultimi anni a Giulio Andreotti. Tra i difetti del personaggio, tuttavia, ce n’è uno che rappresenta il segno più grave del suo declino politico. Ed è il pregiudizio nei confronti del ruolo delle comunità ebraiche nella vita della nazione italiana. Perché il problema di D’Alema non è Israele né Hamas, ma più esattamente l’ebraismo. Mi è capitato di scriverne più estesamente sulla Stampa nell'agosto 2006. Allora la guerra si combatteva in Libano, c'erano ancora i Democratici di Sinistra e Veltroni era tranquillo al Campidoglio, il soggetto islamista era Hezbollah ma i problemi di D’Alema erano sostanzialmente gli stessi. Ecco qua:

IL MASSIMO DEL COMPLESSO - La Stampa, 18 agosto 2006, p.1
È un fronte interno al quale siamo abituati ormai da qualche anno, quello che si è appena riaperto tra Massimo D’Alema e le comunità ebraiche dopo l’ultimo “tour di amicizia e solidarietà con il mondo arabo” del nostro ministro degli esteri. Dopo il primo inciampo nato dalle dichiarazioni di equivicinanza tra Israele e Hamas, questa volta gli vengono imputate le critiche implacabili alla campagna militare dell’esercito di Tel Aviv insieme ad una interpretazione dell’accresciuta forza di Hetzbollah che a qualcuno è sembrata suonare più come un auspicio che come una analisi (soprattutto perché si svolgeva a poche ore di distanza dall’ormai celebre passeggiata a braccetto di un leader locale del Partito di Dio filo-iraniano). Ma è solo l’ultimo atto di una polemica che si è svolta sempre lungo un crinale particolarmente infido e scivoloso, sotto il quale l’accusa di antisemitismo si intravede assai meglio di quella in fondo sopportabile di scarso entusiasmo nei confronti di Israele.

Da questa polemica D’Alema si è sottratto assai di rado nel corso degli anni, preferendo affrontare di petto i suoi accusatori con una energia degna di ben altre sue lontane battaglie. Forse perché il leader postcomunista ha scelto di leggere questo fronte con gli stessi strumenti della più tradizionale contesa tra destra e sinistra, vedendo nella polemica sul suo presunto antiebraismo una manovra partorita da “certi ambienti politici e intellettuali che hanno molto puntato in questi anni su una specie di asse privilegiato nei rapporti tra Israele, comunità ebraiche e centrodestra in Italia”, come ha dichiarato il 21 maggio all’Unità nella sua prima intervista da ministro degli esteri. Aggiungendo che quella contro cui avrebbe dovuto lottare dalla Farnesina era “una campagna sull'antisemitismo della sinistra che non ha invece alcun fondamento".

E forse è proprio qui il punto sul quale l’ebraismo italiano misura tutta l’incolmabile distanza da D’Alema, la negazione alla radice dell’esistenza di quell’antisemitismo di sinistra che rappresenta invece uno dei fenomeni nuovi del panorama politico occidentale. Alimentato dalle spoglie di un terzomondismo trasfigurato dall’emersione del fondamentalismo islamista, sfuggito alla disciplina di un canone comunista occidentale che in ogni caso (e nonostante i crimini antisemiti di cui è intessuta la storia del comunismo sovietico) non avrebbe mai permesso che filoarabismo e critica alla politica di Israele sconfinassero nel pregiudizio antiebraico, l’antisemitismo di sinistra rappresenta uno dei prodotti più indigesti lasciati in eredità dall’11 settembre e dalla guerra in Iraq. Grazie al quale Israele ha finito per rappresentare (di nuovo?) l’avanguardia armata e belligerante di un disegno imperiale guidato da Washington e votato al dominio mondiale, nel mentre le “masse arabe” si sono ormai impiantate nell’immaginario politico di una parte della sinistra come la nuova incarnazione della “classe generale”.

Al vertice dei Democratici di Sinistra tutto questo è stato letto con lenti completamente divergenti. Mentre Piero Fassino sceglieva proprio dopo l’11 settembre di intensificare l’antica battaglia personale contro ogni cedimento del proprio campo al pregiudizio antiebraico, all’altro polo della leadership diessina si assisteva ad una infilata di prese di posizione che sembravano rifuggire dalla consapevolezza dell’intreccio tra antisemitismo e antisionismo e che ben di rado mostravano comprensione per i termini di vita o di morte nei quali Israele concepisce la propria esistenza. Nel 2002, nel suo libro “Oltre la paura”, D’Alema si sarebbe posto precisamente quella domanda (“L'esistenza di Israele è oggi realmente in pericolo? C'è davvero il rischio dell'annientamento, della distruzione dello Stato ebraico?), salvo rispondervi in toni del tutto negativi: “Le cose però non stanno così. Nessuna "nuova Monaco" è alle porte. La potenza militare di Israele e le sue alleanze internazionali determinano la sua schiacciante superiorità nei confronti di chiunque osi minacciarla”. Nessun pericolo mortale per chi dispone di una “schiacciante superiorità”, dunque, e nessun eccessivo rigore nel leggere la diffusione del nuovo fenomeno del terrorismo kamikaze in casa palestinese. Tanto che nello stesso libro troviamo un’assai scivolosa argomentazione sulla differenze esistenti tra kamikaze e kamikaze, tra i militanti di Al Qaeda e “gli adolescenti palestinesi che si sono fatti esplodere in mezzo a civili israeliani”. Perché “ci si può illudere – secondo D’Alema - che il problema sia limitato a pochi gruppi di fanatici e che la soluzione consista quindi nel loro annientamento”. Ma la verità è che “se il terrorismo appare come l'unico strumento a disposizione di popoli privi di ogni altra forza contrattuale per affermare i propri diritti, allora è chiaro che troverà sempre nuovo alimento”. Tra la negazione dell’esistenza di un pericolo mortale per Israele e la rimozione del fenomeno dell’antisemitismo di sinistra, non stupisce troppo che D’Alema sia diventato da qualche anno l’obiettivo privilegiato delle comunità ebraiche italiane. Contro le quali era direttamente sceso in campo già nel gennaio 2003, allorché Alberto Asor Rosa aveva subìto una sorta di processo pubblico a Milano per avere imperniato anche sul concetto di “razza ebraica” una sua severa critica alla politica di Sharon. D’Alema si era schierato senza remore a sostegno dell’intellettuale romano, dal quale lo separava da anni una enorme distanza politica, prendendo carta e penna per accusare su Repubblica i leader della comunità ebraica milanese di “intolleranza verso posizioni che hanno il solo difetto di non essere condivise”.

Difficile che tale groviglio di diffidenza reciproca venga sciolto nella nuova stagione di governo. Il pericolo è semmai quello di un suo ulteriore ingarbugliarsi, sotto la spinta congiunta della chiusura di credito delle comunità ebraiche e degli orientamenti della Farnesina dalemiana. Che tra i propri modelli di riferimento, con cui qualificare la nuova stagione di protagonismo internazionale, sembra aver incluso anche una rinnovata miscela tra il filoarabismo craxiano e la pragmatica navigazione andreottiana tra regimi di ogni qualità. Tutto bene, se non fosse che dopo l’11 settembre alcuni tra gli interlocutori del mondo arabo appaiono assai più inquietanti di quelli laici e democratici con cui avevano a che fare i condottieri della Prima repubblica.

Pubblicato il 7/1/2009 alle 19.11 nella rubrica diario.

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