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Cerchiamo Bretton Woods? Si trova in America

“Scusi, da che parte si va per Bretton Woods?” È la domanda che in questi giorni rimbalza da un vertice internazionale all’altro. Perché tutti noi, grandi e piccini, sembriamo in attesa che una qualche nuova forma di “governo mondiale” si materializzi per salvarci dalla catastrofe. È la speranza che evidentemente accomuna l’uomo della strada a Silvio Berlusconi, il quale venerdì scorso ha condito la sua colossale gaffe sulla chiusura dei mercati con “l’esigenza di una nuova Bretton Woods per scrivere nuove regole”. E viene da pensare che se persino il Cavaliere confida in nuove regole, vuol dire che se ne sente davvero bisogno.

Ma facciamo qualche passo indietro e domandiamoci se i mitici accordi di Bretton Woods fossero davvero quella rete normativa di sicurezza mondiale di cui oggi sentiamo tanta urgenza. Chiediamoci soprattutto se nascessero come una germinazione regolativa e impersonale, espressione di benevolenza condivisa da tutti e da nessuno. E non invece – quali furono in realtà – come atto fortemente politico di fondazione della nuova alleanza euro-americana che avrebbe segnato la seconda metà del Novecento. Perché ad uno sguardo storico, fuori dall’ambito stretto dell’economia, quegli accordi commerciali e finanziari furono certamente siglati dai rappresentanti di ben quarantaquattro nazioni, ma rappresentarono in buona sostanza un compromesso strategico tra le ragioni della nuova superpotenza globale statunitense e quelle della malconcia potenza europea incarnata per il momento dal declinante impero britannico.

Si trattò in realtà di un “miracolo politico”, nell’efficace sintesi di Richard Gardner, per molti versi sorprendente considerando il potenziale conflitto tra i divergenti interessi nazionali che stavano emergendo a Occidente verso la fine del secondo conflitto mondiale. Un miracolo al quale contribuì tanto la determinazione britannica a conservare all’interno dell’ambito nazionale (e imperiale) il controllo di alcune fondamentali leve di intervento economico, quanto la forza del disegno rooseveltiano volto a garantire un sistema aperto nel quale gli Stati Uniti potessero giocarsi in piena libertà la carta dell’egemonia conquistata sui fronti di guerra. Come ha scritto John G. Ikenberry, “l’intesa conteneva un’originale miscela di laissez-faire e interventismo economico. Permetteva il funzionamento di un sistema commerciale relativamente aperto con accordi volti a sostenere all’interno delle singole nazioni la piena occupazione e l’adozione di meccanismi di protezione sociale. Fu una sintesi tra obiettivi di liberalismo economico e obiettivi di welfare sociale”.

Dunque un patto tra le potenze reali d’America e d’Europa (più reale quella statunitense e molto meno quella britannica, anche se sembrava di non saperlo) che concordarono pragmaticamente un percorso di funzionamento del nuovo sistema aperto, approfittando del sostanziale vuoto istituzionale nel quale si trovava la comunità internazionale alla fine del conflitto. E anche un patto rivolto alla riconversione delle economie di guerra in direzione di una nuova stagione di crescita, piuttosto che una rete di salvataggio per regimi economici in crisi.

Il pragmatismo di potenza e assai poco normativo di quell’accordo lo si vide confermato nel momento della sua archiviazione, agli inizi degli anni Settanta, quando gli Stati Uniti si trovarono a pagare il conto della propria superiorità e degli sforzi spesi nella riattivazione dell’economia mondiale. La crescita economica dei paesi europei e del Giappone, il protagonismo dei nuovi paesi indipendenti con la conseguente crescita nel prezzo delle materie prime, gli effetti di lungo periodo della competizione bipolare con l’Unione sovietica costrinsero gli USA a riformulare le regole del proprio impegno nella comunità economica mondiale.

Anche allora, attorno alla fine degli accordi di Bretton Woods, si parlò di “fine dell’egemonia americana”. E anche allora si scrisse di una sempre più ampia faglia transatlantica destinata a separare l’Europa dagli Stati Uniti, mentre la potenza sovietica conosceva l’ultima stagione di rafforzamento economico-militare e il progetto comunitario europeo sembrava ormai preda della paralisi. Ma da quell’imbuto apparentemente senza speranza gli Stati Uniti e l’Europa sono usciti come dovremmo ricordare. Washington attraverso un profondo ripensamento innanzitutto politico delle basi della propria egemonia, con un ciclo reaganiano capace di riattivare le fondamenta culturali prima ancora che tecnologiche del capitalismo e di contaminare per questa via l’intera economia occidentale. L’Europa, dall’altra parte, agganciando il progetto comunitario a nuovi scenari di crescita e liberalizzazione economica che furono la chiave per spingere in avanti i meccanismi di integrazione. Un’uscita concordata pur in mancanza di meccanismi di concertazione istituzionale, che fu resa possibile dalla convergenza delle due sponde atlantiche intorno ad un orizzonte politico condiviso.

Possiamo dunque elevare l’epopea di Bretton Woods al rango di modello di riferimento per il “governo economico globale” che andiamo cercando in questi giorni? Sì, a patto di guardare alla sostanza pragmatica e politica che fu alla base di quegli accordi. Quella stessa sostanza che Europa e Stati Uniti stanno forse e faticosamente cominciando a trovare in questi giorni, come ci dicono le prime buone notizie di ieri, mentre la retorica sulla “fine del secolo americano” sembra provocare un bisogno bulimico di regole e normative che da sole non basteranno mai a farci uscire dalla crisi.

Pubblicato il 14/10/2008 alle 14.0 nella rubrica dal Riformista.

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