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12 maggio 2010
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Dopo Gordon Brown, morto un Labour se ne fa un altro
Nelle dimissioni di Gordon Brown - a cui ha fatto seguito l'incarico a David Cameron - si coglie qualcosa di più di un atto di nobiltà solitaria, per quanto indotto dalla pesante sconfitta elettorale. C'è anche un segnale di fiducia nella solidità del partito laburista e nella sua capacità di sopravvivere in sostanziale equilibrio alla vittoria dei Tories, così come una scommessa sulla vitalità della politica britannica dopo l'ondata di antipolitica e dopo un'elezione che ha incrinato il bipolarismo di Westminster. Con l'uscita da Downing Street, Gordon Brown conclude più che onorevolmente una carriera spettacolare e sfortunata, che fin da ragazzo lo ha visto prepararsi a quel ruolo di leader laburista che gli sarebbe poi stato scippato con enorme successo da Tony Blair. Salvo tornare nelle sue disponibilità troppo tardi, nel giugno 2007, quando la proverbiale lucidità del suo mandato da ministro dell'economia si era appannata e quando le stesse sorti del Labour al governo erano ormai declinanti.

La definitiva uscita di scena della coppia Blair-Brown, che ha segnato la storia della sinistra britannica nell'ultimo ventennio, non è comunque destinata ad aprire una crisi al buio dentro il Labour. Perché la particolarità di questa lunga stagione di governo laburista è anche nell'aver fatto crescere dentro il partito una generazione formata non solo da "giovani promesse" ma da politici anagraficamente giovani, che già da molti anni sono alle prese con responsabilità di primissimo piano. Non soltanto gli ormai celebri fratelli Ed e David Miliband, ma anche gli ex ministri del lavoro James Purnell o della sanità Andrew Burnham o l’ex viceministro dell'economia Liam Byrne e altri ancora. Tutti quarantenni che hanno percorso i primi passi della loro carriera nella seconda metà degli anni 90, prima riempiendo di contenuti il cantiere riformista del New Labour blairiano e poi cimentandosi direttamente con il mestiere del governo. Non si tratta di storie miracolose di “enfants prodiges” catapultati dal nulla a ruoli di responsabilità nazionale, ma del prodotto naturale di un partito che non ha mai smesso di funzionare come un'organizzazione nella quale le doti per emergere erano e rimangono il merito personale, la raccolta del consenso e la capacità di applicare l'immaginazione alle migliori soluzioni politiche. Come accade in ogni partito democratico che si rispetti e come d'altra parte è accaduto anche nel Partito conservatore, dove la storia di David Cameron è quella di chi già nei primi anni 90 era attivo nello staff di John Major e ha poi percorso tutte le tappe di un cursus honorum classicamente politico che lo ha condotto dove si trova ora.

Sarebbe fin troppo facile indulgere a un confronto con la situazione italiana, dove i partiti hanno smesso di funzionare nella prima metà degli anni 90 per essere sostituiti da organizzazioni dove le regole sono l'avanzamento per meriti di fedeltà personale e l'ostinata impermeabilità di grandi o piccoli leader alla sconfitta elettorale. Ma ogni paese ha i partiti che la propria storia gli ha fornito e sta di fatto che nel Labour britannico, dietro la prima linea di un Gordon Brown che dopo la sconfitta si avvia com'è naturale alla pensione, esiste un'abbondanza di risorse politiche e intellettuali che ne accompagnerà il passaggio all'opposizione.

In che direzione si muoverà da domani il partito laburista? A guardarne la storia meno recente non si potrebbe escludere una ritirata verso il tradizionalismo più radicale, come accadde nei primi anni 80, quando il successo della stagione thatcheriana spinse il Labour a cercare conforto nell'isolazionismo antieuropeo e nel welfarismo più antiquato. Il risultato fu catastrofico, anche in termini elettorali, lasciando spazio al pieno trionfo di Margaret Thatcher. Ma questo accadeva prima che il New Labour cambiasse in profondità la costituzione politica e culturale della sinistra britannica, che anche laddove fosse destinata a molti anni di opposizione rinuncerà difficilmente ai temi e alle argomentazioni che le hanno permesso di governare la Gran Bretagna per il periodo più lungo della propria storia.



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