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4 aprile 2010
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L'Italia tra snobismo e inciviltà
“Signora mia, come siamo diventati incivili!”. Leggendo alcuni commenti alle elezioni viene una gran voglia di mimetizzarsi nei panni di Alberto Arbasino, che forse in questi giorni avrà pensato qualcosa di simile dinanzi alla rappresentazione di un Paese moralmente perduto che quando vota – e non sono molti coloro che questa volta lo hanno fatto – concede un’ampia vittoria alla Lega e un’altra cambiale di fiducia (ancorché risicata) al Cavaliere. Quel Paese sarebbe caduto da anni sotto una cappa di inciviltà antropologica, che rende inevitabile la sopravvivenza del berlusconismo e nel Settentrione ne moltiplica gli effetti in un dominio leghista ormai privo di argini. È un lamento che assume talvolta una coloritura pittoresca, come capita a Lidia Ravera: candidata non eletta nella lista civica di Emma Bonino nel Lazio, ha invitato i suoi sostenitori a curare la delusione “limitando l’impegno politico alla tristezza condivisa di tante cene intelligenti”. Dove è lecito immaginare che cene assai meno intelligenti (ma forse più sostanziose?) siano invece previste per gli elettori che hanno preferito Renata Polverini.

Eppure, nonostante Lidia Ravera, il tema è più serio di quanto sembri. Vi si è soffermato con acume Gustavo Zagrebelsky alla vigilia del voto, quando ha dedicato la sua “Lettura Cesare Alfieri” al tema della minaccia oligarchica che graverebbe sulla nostra democrazia. Il giurista piemontese vi ha tra l’altro sostenuto come non “ci si debba accodare agli snobisti della democrazia, una categoria in crescita di persone, un tempo di destra, oggi anche di sinistra, anzi prevalentemente di sinistra, molto intelligenti, i quali hanno vita facile nel mostrarne limiti, contraddizioni e ipocrisie”. Zagrebelsky coglie una verità importante, laddove mette in evidenza la migrazione del “pregiudizio antidemocratico” dalla componente moderata a quella progressista della nostra opinione pubblica. Ovvero il passaggio della diffidenza verso la libera espressione del consenso elettorale, che nel nostro recente passato era stata covata da chi in Italia non aveva ancora fatto pace con la democrazia repubblicana, a quei settori che per tutto quest’ultimo quindicennio non sono riusciti a far pace con la basi di consenso del berlusconismo. Eppure che il problema sia il riconoscimento del berlusconismo o del leghismo Zagrebelsky non lo dice, limitandosi a proporre una medicina all’indebolimento della democrazia che si limita a comprendere “la sovranità della legge e la libertà dell’opinione, le magistrature e l’informazione”. E tuttavia il nodo è proprio nell’ingrediente che manca, in quel pieno riconoscimento del consenso che qualunque “snobista della democrazia” (prima di destra e oggi di sinistra) si è sempre rifiutato di assumere come vero.

Riletta all’indomani del voto regionale, la lacuna tanto rilevante della riflessione di Zagrebelsky assume un peso ancora più visibile. Lo ha spiegato lo storico Guido Crainz, che giovedì scorso ha coniato per “Repubblica” l’immagine del dominio della “società incivile” per spiegare i risultati elettorali. Secondo Crainz è arrivato il momento di “fare i conti con il consolidarsi di settori sempre più corposi di “società incivile”, la cui incubazione prese corpo negli anni Ottanta e che poterono confluire nella “idea di Italia” di cui Berlusconi è stato alfiere”. Oltre il ben noto pregiudizio verso gli anni Ottanta, come stagione di degenerazione antropologica della nazione, c’è qualcosa di più nella lettura di Crainz. Ovvero la convinzione che “in questo arco di tempo sono cresciuti processi di decadimento sia della società civile che della politica, segnati dall’ulteriore deperire dell’etica pubblica” con l’effetto che “dal nostro orizzonte sembra scomparso il futuro”.

È un contrappasso davvero bizzarro quello che sembra appesantire lo sguardo degli “snobisti della democrazia” e certamente di Crainz, che dell’indagine sul potenziale democratico del “paese mancato” ha fatto la chiave per un’interpretazione originale della nostra storia repubblicana. Quando quel potenziale si è tradotto nel berlusconismo, eccolo rinchiuso nella scatola dell’inciviltà. E soprattutto ecco scomparsa qualsiasi facoltà di applicarsi a comprendere e immaginare quale futuro potrà mai darsi un paese tanto incivile dopo Berlusconi, quando a votare saranno quegli stessi cittadini che oggi esprimono così il loro consenso.





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