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14 marzo 2010
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Raccontare l'Italia con pregiudizio inglese

All’indomani della manifestazione che ha rinnovato in Piazza del Popolo il rito dell’intransigenza antiberlusconiana, proviamo a rileggere qualche pagina della “Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi” di Paul Ginsborg. Sia perché di quell’intransigenza Ginsborg è stato in questi anni il teorico più coerente, sia perché quel suo libro ne ha covato fin dalla prima edizione (1989) il codice interpretativo di base.

Scriveva Ginsborg nelle ultime righe dell’ultima pagina, in una conclusione dedicata al “cambiamento dei valori” che aveva segnato l’Italia degli anni Ottanta: “I valori tradizionali della famiglia si sono sposati a quelli della democrazia parlamentare e del consumismo capitalista (…) e sono divenuti dominanti in ogni settore della società. La grande trasformazione dell’Italia è stata quella di adattarsi al modello di modernità (…) dalle forti influenze americane, intensamente contestato tra il 1968 e il 1973, ma che sembra aver trovato negli anni ’80 la sua età dell’oro... Resta da vedere se i valori degli anni ’80 saranno duraturi, o se visioni alternative potranno ancora avere un ruolo più che minimo nella storia della Repubblica italiana”.

Da una parte dunque l’incrocio tra tradizionalismo familista e consumismo di matrice americana, dall’altra la ricerca di un qualsiasi sintomo di riemersione di quelle “visioni alternative” che si erano brevemente affacciate nella storia italiana al passaggio tra anni Sessanta e Settanta dopo essere state prefigurate nelle manifestazioni più libertarie della resistenza antifascista. Se questo è il binomio con cui Ginsborg ha continuato a guardare alla vicenda italiana, da ben prima che Berlusconi ne diventasse il protagonista politico, la fortuna di un libro che non ha mai smesso di vendere né di essere adottato in molti corsi universitari è legata anche ad altro. Al momento della pubblicazione, innanzitutto, nell’immediata vigilia di una stagione che con il cataclisma del 1992-1993 sembrò annunciare il superamento dell’eccezionalismo italiano insieme alla crocifissione di tutto quanto gli anni Ottanta avevano significato. Ma anche all’intenzione programmatica di raccontare la storia italiana ben oltre la sua dimensione strettamente politica, con una predilezione per la centralità della “società civile” e per la ricostruzione della “natura mutevole dei rapporti tra individualismo e solidarietà, famiglia e collettività” per tutto il mezzo secolo seguito al crollo del fascismo.

Eppure la politica non mancava affatto da quelle pagine, sebbene nelle forme più vicine alla sensibilità di un autore che in premessa rivolgeva un ringraziamento particolare a Vittorio Foa (“che ha avuto un’influenza formativa nella creazione di questo libro e ne è stato il principale ispiratore e critico”). Lo stesso Foa al quale nelle oltre seicento pagine del volume è riservata una quantità di citazioni di poco inferiore a quelle dedicate a Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, ma ben superiore a quelle destinate a Pietro Nenni, Aldo Moro, Giulio Andreotti e ad altri protagonisti della storia politica repubblicana.

È utile ricordarlo perché anche nella presenza tanto pervasiva di Foa si coglie il segno del modo in cui Ginsborg rinnova un topos della storiografia anglosassone sull’Italia, la cui vicenda novecentesca è stata raccontata ora all’insegna della “reviviscenza arcaica” (per Denis Mack Smith nella prima edizione, 1959, del suo “Italy. A Modern History”) ora nel conflitto sostanzialmente impotente tra “una facciata progressista e una autoritaria” (per Percy Allum nel suo “Italy: Republic without Government”, 1973). La tradizione di diffidenza britannica verso le fondamenta democratiche dell’Italia repubblicana è ravvivata da Ginsborg con un massiccio investimento sulle virtù morali delle minoranze civili e politiche. Minoranze nelle quali egli tra l’altro si impegna personalmente, in alcune esperienze di militanza diretta come l’associazione di ambito sindacale “Lavoro e società” di Gian Paolo Patta nel 2003, la “Camera di Consultazione della sinistra” promossa con Alberto Asor Rosa nel 2005 e più recentemente con la Sinistra Arcobaleno. Ma che soprattutto oggi rappresentano, secondo Ginsborg, l’incarnazione più autentica della nostra vitalità civile. Perché “anche indagini recenti collocano la società civile italiana in un posto molto alto nella graduatoria mondiale. Ieri i girotondi, oggi il popolo viola: nonostante tutto la società italiana è ancora capace di grande reattività”. Queste le parole con cui Ginsborg, intervistato da Simonetta Fiori su Repubblica di lunedì scorso, ha presentato una raccolta di saggi curata da vari studiosi dell’Università di Firenze (“Famiglie del Novecento”: lavoro particolarmente pregevole, soprattutto nei contributi di Anna Di Biagio sulla famiglia sovietica negli anni Trenta e di Marcella Simoni sulla famiglia in Israele negli anni Cinquanta).

Quale sia la ragione del collegamento che Ginsborg istituisce tra la reattività della “società civile italiana” e l’eredità propriamente politica che i “girotondi” hanno avuto nel “popolo viola” non deve apparire troppo misterioso, se si guarda prima a quella che è stata la struttura argomentativa della sua “Storia d’Italia” e poi alla sua lettura del berlusconismo. “Fenomeno politico che mette in discussione la democrazia” (2002), sintomo di una “democrazia retrocessa” (2003) ma soprattutto ultima incarnazione del male che per tutto il Novecento ha afflitto la storia italiana, nella sua capacità di uniformare il paese all’imperativo “mettete al primo posto la vostra famiglia, i vostri interessi, i vostri consumi” (2007) o di veicolare “una cultura fortemente caratterizzata dal self-interest e dalla passività” (2010).

In fondo, verrebbe da pensare con qualche mestizia leggendo sia il Ginsborg di ieri che quello di oggi, il berlusconismo ce lo meritiamo tutto. Se non fosse che basta uscire dal recinto di una tradizione politico-storiografica che nelle sue ultime e più deboli versioni ha innestato la riscoperta dei minoritarismi politici sul tronco di un’antica diffidenza verso la nostra democrazia per scoprire uno sguardo diverso sull’Italia. Uno sguardo altrettanto vigile ma non per questo altrettanto pregiudiziale, qual è quello che troviamo ad esempio nell’ultimo lavoro collettivo di italianisti francesi curato da Marc Lazar (“L’Italie contemporaine des 1945 à nos jours”). Dove troviamo il racconto di un’Italia “che si è confrontata con sfide molto simili, per quanto non identiche, a quelle che ha dovuto affrontare la maggior parte delle altre democrazie europee”, e di “una Repubblica mai davvero troppo amata, spesso denigrata e contestata ma che in fondo ha saputo resistere a molteplici assalti riuscendo a radicarsi progressivamente”. Non proprio un paese normale, dunque, ma almeno riformabile e degno di speranza.

- Paul Ginsborg “Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988” (Einaudi 1989 ed edizioni successive)
- "Famiglie del Novecento. Conflitti, culture e relazioni”, a cura di Enrica Asquer, Maria Casalini, Anna Di Biagio e Paul Ginsborg (Carocci 2010)
- “L’Italie contemporaine des 1945 à nos jours”, a cura di Marc Lazar (Fayard 2009)


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