Alla socialdemocrazia serve una terza giovinezza
Non è la prima volta che la sinistra europea viene data per defunta. Accadde già alla metà degli anni Ottanta, quando Ralf Dahrendorf annunciò la “fine del secolo socialdemocratico” guardando al tramonto del tradizionale modello welfarista. Oggi, come ha spiegato Giuliano Amato intervistato su queste pagine da Franco Locatelli, i progressisti europei verrebbero puniti perché troppo cauti nel rassicurare un elettorato spaventato dalla crisi e bisognoso di più garanzie e maggiore intervento dello Stato. Può darsi che le cose stiano effettivamente così. Ma uno sguardo alla storia recente della sinistra europea può indurre una riflessione di segno diverso, tale da spiegare quest’ultimo tracollo con la fine della seconda giovinezza del progressismo continentale. Un esito dopo il quale sarà comunque impossibile tornare alle vecchie sicurezze ideologiche, ormai definitivamente prive di riferimenti sociali e culturali.
Non aveva infatti tutti i torti Dahrendorf con quel suo necrologio di ormai un quarto di secolo fa. Alla fine degli anni Settanta la missione socialdemocratica che era riuscita a scolpire i sistemi di welfare europei con gli strumenti dello stato nazionale, della stabilità dei flussi demografici e dell’espansione della spesa pubblica poteva ormai dirsi felicemente conclusa. Un traguardo raggiunto, ma dopo il quale la sinistra europea si trovò priva di una vera ragion d’essere mentre i suoi tradizionali insediamenti collettivi cambiavano definitivamente profilo e lo stato nazionale perdeva il pieno controllo delle politiche economiche e sociali.
Da quel declino da successo la socialdemocrazia uscì solo quando seppe reinventare negli anni Novanta la propria natura, provando a conciliare coesione sociale e innovazione economica. Fu quella la stagione di nuovi e baldanzosi riformismi, variamente intesi di qua e di là dall’Atlantico tra clintonismo, blairismo, Neue Mitte tedesco e persino qualche brandello di ulivismo italiano, ma tutti impegnati a spingere insieme crescita e redistribuzione sui ritmi del tempo nuovo della globalizzazione. Un’epoca pervasa dallo spirito di un ottimismo che ai nostri occhi più cupi può apparire ingenuo, ma tuttavia un’epoca che vide buoni tassi di sviluppo andare di pari passo con la trasformazione dei tradizionali sistemi di garanzia sociale mentre risorgeva una cultura politica che solo pochi anni prima aveva esaurito le cose da dire.
In un libro di grande acume (“Eclisse della socialdemocrazia”, appena pubblicato dal Mulino) Giuseppe Berta muove al socialismo di quella stagione l’accusa di aver aderito “quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli”. Ma il punto è che proprio “aderendo plasticamente” al capitalismo, e interpretandone gli impulsi vitali all’insegna dell’innovazione, la socialdemocrazia europea ha vissuto la sua seconda e più recente giovinezza. Una rinascita che oggi può essere definitivamente archiviata con il risultato del voto europeo, dopo essersi incrinata da anni per i colpi della crisi della globalizzazione e del tramonto dell’ottimismo degli anni Novanta.
L’interrogativo che ne deriva è dunque questo: davvero la socialdemocrazia europea potrebbe risorgere tornando alla sua prima gioventù in nome dell’esigenza di rassicurare con più Stato e meno libertà economica gli elettorati continentali, e dunque mettendosi in cerca di riferimenti sociali scomparsi da decenni e di strumenti nazionali ormai dimezzati? Lo pensano in molti, soprattutto in una sinistra come quella italiana che non ha mai davvero completato la propria trasformazione in senso liberale. Eppure non è difficile accorgersi, come ha scritto John Lloyd sul Sole 24 Ore qualche settimana prima del voto europeo, che non è certo la sinistra ad avvantaggiarsi dell’atmosfera di crisi. Ci riesce molto meglio una destra che qua e là riscopre il proprio fondo protezionista, mentre le varie e piccole entità neo-massimaliste presidiano ormai la retorica anticapitalista. Alla socialdemocrazia non rimane dunque che prepararsi ad un tragitto lungo e difficile: quello che dovrà condurla a reinventarsi ancora una volta, all’insegna di quello spirito di libertà e innovazione che ne ha segnato la sua più recente e migliore stagione.