Di fronte alla crisi, senza una leadership di ricambio
Proviamo a immaginare la riflessione di un futuro studioso di storia italiana che, di qui a cinquant’anni, metta a confronto la crisi del 1992 con quella che stiamo vivendo in questi giorni. Quello storico si troverà di fronte – nel caso del 1992 – una slavina che prima di essere politica e giudiziaria fu anche economica. Ricorderà gli scossoni finanziari, gli attacchi speculativi alla lira, l’avvio di una fase di recessione e crollo della produzione. Ma registrerà anche l’emersione di nuove classi dirigenti, in modi confusi e casuali ma comunque tali da offrire al paese una via d’uscita dal pantano. Le tecnocrazie di Bankitalia e dintorni, la famiglia postcomunista che finalmente si rendeva disponibile al governo del paese, il variegato brodo di coltura post-democristiano e post-socialista in cui stava prendendo forma il berlusconismo. Tre anime che si fecero trovare pronte al momento del crollo, che per un breve tratto avrebbero persino remato insieme (nei mesi del governo Ciampi) e dalle quali sarebbe uscita la leadership della lunga, estenuante transizione italiana.
Che dire invece della crisi del 2008? Lo storico non potrà fare a meno di notare che l’Italia, unico tra i grandi paesi europei, si trovò ad affrontare il maremoto globale con le stesse classi dirigenti di quindici anni prima. Le tecnocrazie uscite di scena o tornate ai rispettivi mestieri, una volta esaurite le funzioni di emergenza. I postcomunisti ancora al loro posto, malconci e capeggiati dall’ultimo colonnello superstite, con l’aggiunta di qualche volenteroso pellegrino politico. I berlusconiani più forti che mai, guidati dal capo di sempre e sorretti da solidi livelli di consenso. Dietro, semplicemente, il nulla. Nessuna risorsa alternativa, nessuna truppa di complemento, niente che possa rendersi disponibile a prendere il comando nel caso di un crollo degli assetti politici.
Incrociamo le dita e speriamo che il confronto con il 1992 sia solo un gioco di fantasia destinato ad essere smentito dai fatti. Ma è difficile negare che di fronte a questa crisi l’Italia si trovi più nuda dei suoi partner europei, anche per il logoramento di classi dirigenti che vi arrivano dopo aver già ampiamente esaurito le idee migliori del proprio arsenale. Se in Francia e Germania si tratta della prima prova di guerra per nuove leadership che dimostreranno nei fatti la capacità – o l’incapacità – di guidare il proprio paese, l’Italia rischia di pagare proprio oggi e per intero il costo del mancato rinnovamento politico. O meglio, della mancata formazione e preparazione di quelle risorse capaci di garantire innovazione umana e intellettuale alle tradizioni politiche. Anche e soprattutto nei passaggi di crisi, quando lucidità e creatività sono ancora più indispensabili a chi governa.
La crisi del 2008 sta già cambiando i connotati al panorama della nostra grande finanza, dove tra breve rimarranno in piedi solo pochi degli attuali giganti. E lo stesso è prevedibile per il più ampio mondo economico, non appena la crisi si trasferirà dalla finanza all’economia produttiva. Non serve eccedere in pessimismo ma è altamente improbabile che lo stesso accada alla politica. Il berlusconismo sta già dando prova di straordinaria capacità mimetica, dopo essersi reinventato con Tremonti una narrazione statalista e antiglobalista dentro la quale sono state affogate le tracce residue di liberismo e innovazione. Il Cavaliere si conferma anche in questo passaggio un perfetto esemplare di arci-italiano, capace di adattarsi plasticamente alla circostanze senza timore di essere smentito. Dall’altra parte, c’è davvero poco da dire. Veltroni è troppo occupato a sopravvivere a se stesso per sviluppare un pensiero su quanto accade, di cui non a caso attribuisce la responsabilità ad un’inafferrabile “destra mondiale”. Mentre dietro di lui niente si muove al di fuori del circolo ormai esausto di oligarchie che un po’ lo sorreggono e un po’ lo affossano.
Usciremo certamente da questa crisi. E speriamo di farlo in fretta. Ma per quanto riguarda la politica ne usciremo uguali a prima, se non peggio di prima. I forti ancora più forti e i deboli ancora più deboli, ma tutti fieri della propria marginalità e sorretti dalla convinzione che i rispettivi vizi politici abbiano salvato il paese dalla catastrofe.