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1 ottobre 2008
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Onore alla democrazia americana
Visto dall’Italia, c’è qualcosa di vertiginoso nel modo in cui la democrazia americana ha confermato il proprio primato con il voto congressuale di lunedì. Vertiginoso, spericolato ma comunque irresistibile. Perché anche di fronte all’abisso del “meltdown” finanziario, un’assemblea di rappresentanti democratici ha ritenuto di non dover comprare il pacchetto di emergenza venduto da una leadership priva ormai di carisma e autorevolezza. La stessa leadership presidenziale che ieri è stata costretta da quel voto a chiedere la diretta televisiva, per spiegare alla nazione americana che il pacchetto era indispensabile ma soprattutto per implorare il Congresso a tornare sui propri passi.

Quella che abbiamo visto in questi due giorni è la differenza che passa tra un parlamento di eletti dal popolo e un parlamento di nominati dai vertici politici. I primi devono andare e tornare nei propri collegi, spiegare ai propri elettori cosa si è fatto e perché, conquistarsi a fatica ogni centimetro di consenso e spenderlo poi con molta attenzione nel gioco politico nazionale. I secondi possono cavarsela contrattando con la segreteria di partito la propria sopravvivenza politica, esibendo dosi ponderate di fedeltà verso l’alto e facendo affidamento sull’impossibilità per gli elettori di scegliere una faccia piuttosto che un’altra (come nel caso delle nostre preferenze già cancellate o in via di cancellazione). E infine comportandosi di conseguenza in Parlamento, dove il problema della democrazia italiana non è certo nel fantasioso “putinismo berlusconiano” ma nella stanchezza di partiti che non riescono più a trovare un legame di autentica responsabilità con i propri elettori.

L’indipendenza mostrata lunedì dal Congresso statunitense ci inquieta per le conseguenze che ha provocato sui mercati ma allo stesso tempo ci rassicura. Perché ci racconta una storia democratica che non finisce di mostrarsi vitale, anche nei passaggi di maggiore pressione e difficoltà. Sarà anche vero che l’avvicinarsi dell’Election Day del 4 novembre avrà spinto molti congressisti a diffidare degli appelli di un presidente ormai devastato, così come avrà pure contato una buona dose di populismo anti-Wall Street. Ma la maggioranza parlamentare che ha rifiutato l’approvazione del pacchetto era ampiamente trasversale, fatta sì di Repubblicani radicali che hanno gridato al bolscevismo di stato ma anche di molti Democratici che non se la sono sentita di vendere ai propri elettori la storia del salvataggio in corner di una finanza irresponsabile.

Quella variegata maggioranza andrebbe guardata con attenzione. E persino con una punta di invidia. Perché il Congresso ha rivelato un’idea di interesse nazionale più sofisticata di quello che ci suggerirebbero le nostre chiacchiere sul modello americano di bipartisanship. Il consenso tra le parti parlamentari quando serve, ma prima ancora la difesa di quel legame tra eletto ed elettore che rappresenta ancora la vera sostanza della democrazia.

Al contrario di Vittorio Zucconi – che ieri su Repubblica declinava il suo solito antiamericanismo nel racconto di una “dimostrazione di mediocrità provinciale e di ammutinamento egoistico offerta dalla Camera degli Stati Uniti” – in quel voto riconosciamo i segni di un autentico primato democratico. E siamo tentati di scommettere che il pacchetto salva-Wall Street alla fine ci sarà, approvato da una maggioranza di parlamentari per niente spaventati dalle proprie azioni ma sicuri a quel punto di poter spiegare con maggiore serenità il senso di quella scelta ai propri elettori.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 1/10/2008 alle 14:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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