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16 gennaio 2011
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Su Mirafiori una politica di commenti a margine

Il risultato di Mirafiori è destinato ad avere un impatto molto limitato sul frenetico immobilismo della politica italiana. Così come molto limitato, d’altra parte, è stato il ruolo che la politica ha svolto sulla trattativa e sulle sue possibili implicazioni per il mondo economico e le relazioni industriali. Molto rumore di fondo, nessuna funzione autentica di interpretazione e indirizzo su quanto stava accadendo nella fabbrica simbolo del sistema industriale italiano. Forse non era possibile attendersi molto di più da una politica in piena crisi da stagnazione strategica, sia nella maggioranza che nell’opposizione. Eppure colpisce il contrasto tra la grande massa di prese di posizione che sono venute in queste settimane da ogni parte del mondo politico e l’irrilevanza che la politica ha mostrato in tutta la vicenda. La ragione è nella natura stessa di quelle prese di posizione. Tutte ben racchiuse dentro la dimensione del commento a margine, dal sapore quasi giornalistico (absit iniuria verbis) quando non apertamente rivolte a schiacciare la trattativa di Mirafiori dentro una scatola ideologica del tutto inadatta alla partita che si svolgeva a Torino.

Se si esclude l’utile intervento sulla detassazione degli straordinari, il governo ha deciso al contempo di schierarsi e di non svolgere alcun ruolo di indirizzo o mediazione. La scelta di parte è stata muscolare nel caso del ministro Sacconi o apertamente provocatoria nel caso di un Presidente del Consiglio che per un tratto è sembrato auspicare la delocalizzazione della produzione di Mirafiori. Un’intenzione evidentemente paradossale, e quindi non del tutto estranea alla tradizione retorica berlusconiana, con la quale il Cavaliere ha inteso esprimere un auspicio personale tanto forte quanto abrasivo nei confronti di un mondo di piccoli e medi produttori che ogni giorno lotta con le unghie e con i denti per rimanere in Italia.

Dall’opposizione sarebbe stato del tutto velleitario attendersi più di quanto è concretamente venuto dal Partito Democratico, che ha espresso un’ampia varietà di posizionamenti personali ma nessuna linea propriamente politica che non fosse l’invito a rispettare l’esito del referendum. Un comune denominatore davvero minimo, per un partito che in teoria dovrebbe formulare la propria futura proposta di governo guardando con la massima attenzione alle trasformazioni micro e macro di un mondo del lavoro alle quali spesso reagiscono con maggiore prontezza attori politici di dimensione più ridotta (come la Lega o Vendola). Ma davvero non si vede come questa stagione particolarmente confusa nella vita del PD avrebbe potuto produrre una lettura più articolata di quanto è avvenuto a Mirafiori.

Molti commentatori e nessun politico, dunque, in un conflitto che si è rivelato ad alto contenuto ideologico anche perché sia il governo che l’opposizione hanno rinunciato ad usare le leve di merito di cui disponevano. Oggi il risultato del referendum fornisce materiale sufficiente a ciascuna parte del parlamento per considerarsi soddisfatta. Ma certo è che la condizione di bagnomaria nella quale è costretta da mesi la politica italiana ha contribuito a renderla tanto rumorosa quanto irrilevante nella partita di Mirafiori, mentre Sergio Marchionne da un lato e la Fiom dall’altro si trovavano a svolgere una funzione di supplenza ad ampio raggio anche nei confronti dell’opinione pubblica.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 16/1/2011 alle 16:43 | Versione per la stampa

16 gennaio 2011
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Il voto degli italiani e il liderismo occidentale: due libri

Credere che l’Italia sia un paese normale è particolarmente difficile, anche armandosi della volontà più tenace. Eppure il pessimismo della ragione viene talvolta sconfitto non già dall’ottimismo della volontà, come avrebbe voluto Gramsci, ma più semplicemente dalle scienze sociali. Le quali descrivono un’Italia attraversata da fenomeni molto simili a quelli che in questi stessi anni hanno cambiato volto all’Occidente. Persino nel caso della politica, dove la nostra distanza dalla soglia della “normalità” appare più invalicabile per tutto il corredo di Cavalieri e post-comunisti che ci portiamo dietro, il nostro paese è meno insolito di quanto farebbe immaginare l’esperienza quotidiana. È la tesi convergente di due libri appena usciti, dove il meglio della scienza politologica italiana fotografa alcune tendenze di medio periodo che hanno coinvolto l’Italia alla pari di altri paesi occidentali. La tendenza al liderismo, innanzitutto. O meglio la presenza di singole personalità politiche che dominano la scena più di quanto non sia mai accaduto nella storia novecentesca delle democrazie. È inevitabile che in tema di leader e liderismo il pensiero vada a Silvio Berlusconi e al suo profilo di "eccezione permanente", rivendicato dallo stesso Cavaliere come la chiave del suo successo o stigmatizzato dagli avversari come la malattia principale che affligge il nostro spazio pubblico. La tesi ben argomentata in "Addomesticare il Principe (Marsilio, pp.206, €15) da Sergio Fabbrini, per molti anni docente a Trento e a Berkeley e oggi direttore della nuova School of Government della Luiss, è che il berlusconismo sia in realtà meno eccezionale di quanto non sia dato pensare, e non certo perché l'autore sia animato da particolari simpatie verso il centrodestra. Al contrario, secondo Fabbrini "Berlusconi ha portato il processo di personalizzazione dell'esecutivo a livelli mai raggiunti in nessuna democrazia europea" anche per il suo "non essere vincolato da una significativa legge sul conflitto di interessi". Eppure la personalizzazione berlusconiana della politica è "l'esito di un processo storico che ha attraversato anche altri paesi" sulla spinta di trasformazioni strutturali dello spazio politico, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. In primo luogo l'indebolimento dei partiti, modellati nel Novecento lungo linee di rappresentanza sostanzialmente stabili (su temi di classe, fede o etnia) e oggi in difficoltà nell’interpretare nuove appartenenze collettive estremamente frammentate. Poi il ruolo della televisione, che se pure "non ha abolito la politica" ne ha modificato la logica, promuovendo figure nelle quali il pubblico si identifica con sempre minore intermediazione pedagogica: "la teledemocrazia tende a premiare il leader che asseconda, non quello che educa. Il leader che assomiglia a 'Noi', non quello che è diverso da 'Noi'." E infine il contesto internazionale, che sia nel caso americano che in quello europeo hanno chiesto al potere politico di accentuare la funzione decisionale a scapito di quella legislativa o di opposizione. Tutto questo, secondo Fabbrini, ha fatto emergere nella politica occidentale il dominio di leader che condividono alcune caratteristiche di fondo, tra cui l'avere percorso strade da outsider fuori dai partiti o contro l'opinione prevalente al loro interno. Non è un fenomeno transitorio né pregiudizialmente negativo, a condizione che la democrazia si doti di strumenti in grado di equilibrare e controllare il valore della decisione politica. Strumenti capaci di "addomesticare il principe", per l'appunto, equilibrando forza e controllo. Ma soprattutto lavorando sulla formazione di quelle classi dirigenti da cui continueranno a uscire leader sempre più forti. Perché "quando in un paese si affermano leader che non dispongono delle qualità del comando", è l'ammonimento conclusivo di Fabbrini, "la prima responsabilità è delle élites che li hanno fatti emergere e non dei cittadini che li hanno votati".

Se i cittadini non possono essere colpevolizzati, è altrettanto vero che gli elettori italiani "non sono animali con tre gambe e otto braccia" secondo l'efficace immagine con cui Paolo Segatti e Paolo Bellucci introducono "Votare in Italia 1968-2008. Dall'appartenenza alla scelta" (il Mulino, pp.440, €33). Ovvero "non rappresentano un caso speciale nel panorama degli elettori europei" mentre "le teorie che spiegano i comportamenti elettorali in altre democrazie spiegano anche il comportamento di voto degli italiani". Il volume curato da Segatti e Bellucci è prezioso non solo perché testimonia la qualità del lungo lavoro di osservazione dei nostri comportamenti elettorali svolto negli anni da Itanes (Italian National Election Studies, associazione promossa dall’Istituto Cattaneo di Bologna) ma anche perché concorre in molti suoi saggi a consolidare l'idea di una compatibilità della politica italiana (pur con le sue anomalie) con alcuni processi europei. Ad esempio nella comparsa anche dalle nostre parti degli "astenuti intermittenti", come li definisce Dario Tuorto: cittadini non marginali, liberi dai vincoli dei partiti e mobili nelle scelte, che esprimono una protesta politica decidendo di votare solo se convinti dall'offerta. Ma soprattutto nel modo in cui gli italiani scelgono di votare Berlusconi. Che non è determinato, secondo Segatti e Bellucci, solo "dalle emozioni che suscita in loro la ricomparsa di qualcosa di simile al Mago Cipolla di Thomas Mann (l’Uomo di Arcore)" ma dall'effetto di "predisposizioni politiche molto strutturate" a cui il Cavaliere ha dato una rappresentazione finora convincente. Detta altrimenti: non è una maledizione quella che spinge la maggioranza degli italiani a votare per Berlusconi, ma l'assenza fino ad oggi di un'offerta politica più competitiva. E dunque una causa da paese normale, nonostante tutto.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 16/1/2011 alle 16:39 | Versione per la stampa

2 gennaio 2011
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Lega Bossi
Le tre ondate e il doppio registro della Lega
Anche se poco o niente sembra cambiare sulla superficie della politica italiana, con un piccolo gruppo di protagonisti che tiene tenacemente la scena dalla metà degli anni Novanta, il mutamento in realtà scava e trasforma. Persino dentro quei partiti che appaiono più stabili di altri, perché hanno saputo resistere alla pulsione che ha cambiato di continuo nomi e sigle di quasi tutte le organizzazioni politiche o perché hanno conservato un nucleo ideologico forte e riconoscibile. È il caso della Lega, ormai il partito più antico tra quelli rappresentati in Parlamento. E insieme quello che esibisce la coerenza più granitica rispetto ai concorrenti, ai quali imputa piroette e opportunismi dai quali sarebbe invece del tutto immune. In realtà anche il Carroccio ha cambiato più volte profilo e strategia, come ben racconta Roberto Biorcio in una monografia appena pubblicata da Laterza (“La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo”, pp.177, euro 18,00). Un libro particolarmente utile, in una linea di ricerca che ha già visto l’autore indagare i contorni del leghismo, perché storicizza la parabola ormai più che ventennale del partito di Bossi e aiuta il lettore ad orientarsi in una letteratura abbondante.
La trasformazione dell’offerta politica della Lega, spiega Biorcio, è avvenuta nella successione di “tre ondate”. La prima, dai primi anni Ottanta sino al trionfo nel voto politico del 1992, si è svolta con il passaggio dal regionalismo “semplice” e fino ad allora frammentato in vari localismi alla protesta unitaria contro la partitocrazia romana. Fu quello il primo e più autentico capolavoro tattico realizzato da Umberto Bossi, con il quale la Lega Lombarda ottiene in un colpo solo di imporsi sulle altre leghe regionali e di intercettare il crollo della prima repubblica: il Carroccio riesce così ad offrire “ad ampi settori dell’elettorato la possibilità di esprimere istanze ed esigenze diverse, anche parzialmente contraddittorie, e ad attrarre elettori provenienti da tutti i settori dello schieramento politico”. La seconda ondata, successiva all’alleanza del 1994 con Forza Italia e alla sua rapida rottura, vede la Lega affacciarsi al potere nazionale per poi ritirarsene sotto la minaccia del saccheggio del proprio capitale elettorale per mano del berlusconismo nascente. Fu questa la fase più difficile nella vicenda leghista, segnata dopo il 1996 dalla drastica riduzione dei consensi e da una nuova strategia politica fondata sull’invenzione della “Nazione Padana”. Una strategia diretta contro il bipolarismo destra-sinistra e riempita dei contenuti dell’indipendentismo sul piano interno e dell’antiglobalismo su quello internazionale, mentre il Carroccio pagava il prezzo di un isolamento dal quale sarebbe uscito solo tornando ad allearsi nel 2001 con Silvio Berlusconi. È qui l’avvio della terza e ultima ondata della vicenda leghista, di cui le cronache di queste settimane sono parte, nel corso della quale il partito di Bossi abbandona il traguardo della secessione e torna a crescere nelle urne come componente fondamentale della coalizione di centrodestra e come imprenditore politico dei temi del federalismo e della reazione all’immigrazione.
Fasi diverse di una storia politica attraversata da poche costanti, tra cui Biorcio identifica con precisione quella del rapporto con Silvio Berlusconi. Ovvero con colui che è stato al contempo “concorrente per la conquista dell’elettorato del Nord” e “risorsa strategica decisiva per consentire al partito di Bossi l’accesso a posizioni di potere politico a livello sia locale che nazionale”. E proprio su questo punto è inevitabile domandarsi cosa sarà della Lega e del suo capitale elettorale dopo la conclusione del ciclo berlusconiano. Perché se è ormai senso comune ipotizzare che l’insediamento leghista riuscirà a sopravvivere integro o persino più forte nel centrodestra post-berlusconiano, la lettura di Biorcio spinge invece a nutrire più di un dubbio sulla tenuta di una forza politica che ha cambiato più volte rotta e strategia secondo le opportunità e il vento del momento. Un partito che negli ultimi anni è cresciuto anche per effetto dell’esperimento fallito del Popolo della Libertà, ma che nel frattempo continua a giocare il doppio registro della critica alla politica romana mentre delle scelte di quella stessa politica è ormai da molti anni corresponsabile. Un registro doppio e scivoloso, che non è scontato possa essere percorso ancora a lungo senza pagare alcun prezzo elettorale.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 2/1/2011 alle 15:52 | Versione per la stampa

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