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29 luglio 2010
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Se la Lega ha paura di morire democristiana
Il copione politico di questi giorni è dominato da un solo argomento (le tensioni tra Fini e Berlusconi) e prevede una sola domanda: quando si consumerà la rottura definitiva tra i fondatori del PDL? Esiste tuttavia la possibilità, non solo teorica, che il confuso spettacolo di questa legislatura si concluda con il botto di un finale a sorpresa. Ovvero che sia la Lega di Bossi a decidere di staccare la spina ad un governo dove è entrata da vincitrice ma nel quale non si è mai sentita davvero a casa propria.

Ci si dimentica troppo spesso, infatti, che tra tutte le forze politiche presenti oggi in Parlamento la Lega è l’unico partito a poter vantare la qualifica di “ordine militante”. Non già un “partito pigliatutto” come gli altri, quindi, che in un verso o nell’altro hanno tutti stemperato la vocazione originaria per inseguire una rappresentanza la più ampia possibile di profili sociali e identità culturali. A differenza del PD o del PDL, ma anche dell’UDC o dell’Italia dei Valori, la Lega non ha mai perso di vista la propria missione storica: conquistare la rappresentanza del Nord per la gente del Nord, attraverso la via politicamente più efficace. Qualche giorno fa ce lo ha ricordato Roberto Maroni, che nel partito di Bossi conserva il ruolo di architetto delle strategie. “La Lega – ha detto il ministro degli interni – è l’unico partito italiano che si ispira a Lenin: migliaia di persone da motivare, uno che comanda e gli altri che eseguono un progetto”. È sembrata la battuta sentimentale dell’ex militante di Democrazia Proletaria che Maroni fu in gioventù, ma era in realtà la rivendicazione della centralità del “progetto” intorno al quale il gruppo dirigente leghista si è formato ed è cresciuto.

Sul lungo periodo quel progetto rimane non negoziabile, come le convinzioni più profonde che sorreggono un qualsiasi gruppo militante, ed è su questo che potrebbe infrangersi la stabilità del governo Berlusconi. Quel progetto e quelle convinzioni possono infatti coesistere con la difficile navigazione dell’esecutivo solo a patto che l’obiettivo del federalismo non sia messo in discussione. Ma la crisi del disegno federalista, almeno in questa legislatura, è già nei fatti anche se non ancora in evidenza nell’agenda politica. Così come è ben visibile la trasformazione del profilo pubblico di Giulio Tremonti, che da principale garante dell’asse Lega-Berlusconi si è trasformato nel candidato numero uno a guidare un “governo tecnico” che possa far conto anche sul sostegno del Partito democratico.

Non è poi da sottovalutare il logoramento che sugli elettori leghisti sta esercitando, ormai quotidianamente, il ritorno della “grande narrazione del malaffare”. È difficile immaginare che un elettorato come quello della Lega, già di per sé distante da sensibilità garantiste e che negli anni ha digerito l’alleanza con il Cavaliere consolandosi con la leggenda di una diversità antropologica dai “berluscones”, possa convivere ancora a lungo con i maneggi che ci restituiscono le cronache di questi giorni. Si dirà che tra le sensibilità degli elettori e le scelte dei gruppi dirigenti corre l’enorme spazio delle interpretazioni, delle scelte tattiche e delle opportunità. Ma questo è solo parzialmente vero nel caso della Lega, che del legame con il territorio continua a fare un punto di forza e che molto più di altri partiti vive dei sentimenti e dellelamentele di militanti ed elettori.

Per tutti questi motivi è difficile immaginare che la Lega si predisponga ad una navigazione di tipo democristiano in questa seconda parte di legislatura, scegliendo quindi di incassare il poco disponibile e rimandando ad una prossima e lontana puntata la realizzazione dell’obiettivo storico del federalismo. Proprio perché quell’obiettivo non è mai stato tanto vicino come in questi anni, la sua archiviazione di fatto potrebbe indurre il partito di Bossi a giocare la scommessa della vita: decidere autonomamente la fine del governo, purificarsi dalle intossicazioni e tornare al voto per guadagnare il massimo risultato possibile dalla crisi del PdL. Sarebbe un altro modo, e forse il più efficace nella stagione politica che sta vivendo l’Italia, per restituire senso alla missione storica dell’”ordine militante” leghista.


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27 luglio 2010
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George Orwell, gli intellettuali e i partigiani della chiacchiera
La vera malattia di George Orwell fu sempre la politica, prima ancora della debolezza polmonare che l’avrebbe ucciso nel gennaio 1950. Non la politica di partito, come diremmo oggi in epoca di trionfo dell’antipolitica, ma la militanza civile come incrocio tra convinzioni individuali, responsabilità personale e congiuntura storica. Una malattia da cui fu contaminato già prima di diventare Orwell. Quando ancora si firmava con quel suo vero nome, Eric Arthur Blair, che oggi lo rende irresistibile agli occhi di ogni nostalgico blairiano (come il sottoscritto).

Blair diventa Orwell quando decide di abbandonare la vita moderatamente agiata che aveva condotto fino ai venticinque anni di età, rampollo di un medio funzionario dell’impero destinato a seguire la carriera del padre dopo gli studi a Eton. E in Birmania, dove lavora qualche anno come supervisore giuridico e amministrativo, Blair-Orwell si spoglia dell’abito imperiale e torna in Gran Bretagna per dedicarsi alla narrazione politica. “Ero consapevole di un immenso senso di colpa che dovevo espiare” – avrebbe scritto qualche anno dopo – “sentivo di dovermi sottrarre non soltanto all’imperialismo ma ad ogni forma del dominio dell’uomo sull’uomo. Volevo sommergermi, scendere in mezzo agli oppressi, essere uno di loro e schierarmi al loro fianco contro i loro tiranni”. Era il nucleo di un sentimento primordiale che nel corso degli anni non l’avrebbe più abbandonato, spingendolo alle scelte di vita radicali da cui sarebbe nata la sua particolarissima scrittura civile: barbone e lavapiatti per raccontare la vita quotidiana dei diseredati di Francia e Inghilterra (“Senza un soldo a Parigi e a Londra”), testimone tra i lavoratori delle miniere inglesi in crisi (“La strada di Wigan Pier”), combattente antifascista in “Omaggio alla Catalogna” e militante antistalinista per la “Fattoria degli Animali”, fino al ruolo di grande architetto antitotalitario di “1984”.

Dobbiamo allora immaginare uno scrittore facile all’indignazione, che se per miracolo si trovasse ad essere paracadutato nell’Italia del 2010 non potrebbe che ingrossare le file antiberlusconiane del “Popolo viola” o quelle berlusconiane dei “Promotori della libertà”? Un classico intellettuale engagé, insomma, pronto a farsi partigiano della chiacchiera nell’Italia delle tifoserie immobili? Niente di più improbabile. E non certo perché Orwell predicasse un distacco bipartisan da quelle passioni del mondo nelle quali si buttò sempre a capofitto. La vera ragione per cui Orwell si troverebbe a disagio nella nostra Italia, ma anche quella per cui proprio oggi ci servirebbe la sua voce, è nel disprezzo che ostentò sempre per le convenzioni diffuse tra gli “intellettuali pubblici” che lo circondavano. Perché Orwell fu certamente un intellettuale, ma proprio alla sua specie di appartenenza dedicò la maggiore energia distruttiva. Convinto com’era che le malattie del suo tempo, e in primo luogo comunismo e fascismo, fossero rese ancora più letali dal silenzio o dalla colpevole connivenza degli intellettuali.

I maiali della “Fattoria”, ad esempio, sono naturalmente i capi stalinisti del comunismo sovietico. Ma prima ancora sono “lavoratori della mente”, come spiega magistralmente il maiale Piffero: “Noi maiali lavoriamo con il cervello, tutta la conduzione e l’organizzazione di questa fattoria dipendono da noi. Giorno e notte noi vegliamo sul vostro benessere”. Veri protagonisti della svolta autoritaria della rivoluzione animalista, gli intellettuali di Orwell sono anche coloro che “si sono opposti a Hitler solo al prezzo di accettare Stalin”, come avrebbe scritto nel 1943, perché “la maggior parte di loro è perfettamente pronta per metodi dittatoriali, polizia segreta, falsificazione sistematica della storia, etc. Purché sentano che è dalla ‘nostra’ parte”. Ma sono anche i “poeti-finocchietti” (“nancy-poets”) che “amano comprare le proprie stoviglie a Parigi e le proprie opinioni a Mosca”, o “gli opportunisti attirati in massa dall’odore del progresso come mosche da un gatto morto”.

La galleria delle immagini dissacratorie che l’Orwell anti-intellettuale ha dedicato ai suoi compagni di classe è sconfinata e spesso urticante per il gusto troppo corretto di noi contemporanei. Eppure potrebbe dire moltissimo agli “intellettuali pubblici” italiani del 2010. E quindi a coloro che hanno indossato abiti sacerdotali per gridare al “regime” – non importa se berlusconiano o antiberlusconiano – senza mai riuscire con tutto il peso della propria indignazione a spostare di un grammo il bilancio reale dei consensi degli italiani e soprattutto senza mettere in discussione una sola misura del proprio privilegio. A costoro probabilmente Orwell apparirebbe vestito da guerrigliero antifranchista, con i tratti vagamente ridicoli con i quali apparve all’amico Philip Mairet prima di partire per la Barcellona repubblicana: “Vado in Spagna. Perché questo fascismo qualcuno dovrà pur fermarlo!”

Ma non è l’Orwell con zaino e bandoliera a sembrarci più vicino, quanto piuttosto lo scrittore civile che agli intellettuali indignati e impotenti del suo tempo contrappone il naturale senso della giustizia che riconosceva nella gente normale. Era la “decency” popolare nella quale confidò sempre, anche nei momenti di maggiore sconforto, perché “la mia principale speranza per il futuro è il fatto che la gente comune non si è mai separata dal suo codice morale”. Su questo avrebbe costruito la parte positiva e propositiva della sua scrittura civile. Guardando ad esempio alla “gente comune” come principale risorsa morale della nazione britannica rimasta sola di fronte all’attacco nazista, quando le leadership nazionali erano nel massimo discredito per non aver saputo contenere il progetto hitleriano. E quando la fonte di un nuovo patriottismo era da ritrovare, come scrisse in “Il leone e l’unicorno”, nella tempra morale di quello che Napoleone aveva considerato un “popolo di bottegai” incapace di combattere. Perché l’Inghilterra di Orwell era “una famiglia in cui comandano i membri sbagliati”, ma anche una nazione che di fronte alla guerra può “assumere la propria vera forma, quella che sta appena sotto la superficie”. Da qui anche la sua entusiastica partecipazione alla “Home Guard”, la milizia popolare che avrebbe dovuto contrastare strada per strada una possibile invasione tedesca: “La Home guard – scrisse nel 1941 – potrebbe esistere solo in un paese in cui gli uomini si sentono liberi. Gli stati totalitari possono fare grandi cose, ma c’è una cosa che non possono permettersi: dare un fucile ad un operaio e dirgli di portarselo a casa. Quel fucile appeso al muro nell’appartamento dell’operaio o nella casupola del bracciante è il simbolo della democrazia. È compito nostro fare in modo che ci rimanga”.

Oggi il combattivo patriota popolare che fu Orwell non sarebbe andato troppo d’accordo né con i sentimenti pacifisti tanto diffusi dalle parti dei nostri progressisti (“il pacifismo è obiettivamente filofascista”, scrisse sulla Partisan Review) né con la rivendicazione di Berlusconi di una visibilità guadagnata all’Italia dalle sue frequentazioni con Putin e Gheddafi. E forse proprio sul Cavaliere si sarebbe interrogato a lungo. Non già per confonderlo sbrigativamente con un Grande Fratello dei nostri giorni, perché subito gli sarebbe apparsa evidente la distanza tra quel suo simbolo di potenza assoluta e questo nostro leader in perenne campagna elettorale, ma piuttosto per studiarne i lati più bizzarri. Come ad esempio il ricorso allo spauracchio dei comunisti, di cui ormai neanche Vendola riesce a parlar bene. E qui Orwell avrebbe forse ricordato la formula preferita dai maiali della fattoria nei momenti di difficoltà, quel “Non vorrete mica che torni il signor Jones?” con cui riuscivano sempre a sopire i dubbi degli altri animali. O forse avrebbe guardato incuriosito agli slogan del “Partito dell’amore”, immaginandoli come nuovi vocaboli di quella “neolingua” che in “1984” doveva cancellare la possibilità stessa di pensare il male e la ribellione. Ma più probabilmente nell’Italia di oggi Orwell non avrebbe fatto né una cosa né l’altra, applicandosi invece al difficile compito di ritrovare nella sua amatissima “gente comune” le risorse morali per restituire senso ad una nazione confusa e priva di speranza.


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25 luglio 2010
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Sottoculturali, tanto beati e incoscienti
Forse Massimiliano Panarari non lo sa, ma quello che ha scritto è un libro di sfrenata esaltazione del berlusconismo. Non già del berlusconismo politico, quello che ci è stato dato in sorte dall’ultimo quindicennio di storia nazionale in varie incarnazioni: la versione liberista delle origini ormai lontane, quella più ecumenica degli anni del rimbalzo, o quella di puro galleggiamento degli ultimi tempi. No, il berlusconismo che si celebra (inconsapevolmente?) in queste pagine è quello primigenio. Il brodo primordiale della grande mutazione italiana poi incarnata dal Berlusconi politico. O, come forse direbbe Nichi Vendola, il nido nel quale è stato covato l’uovo del serpente.

Di cosa parliamo? Della trasformazione che dagli anni Ottanta ha intrecciato la politica e la produzione televisiva in forme del tutto nuove. Perché se nei decenni precedenti tv e politica si erano naturalmente parlate e reciprocamente utilizzate, è solo dagli anni Ottanta che la politica scopre la scala del tutto inedita assunta dalla dimensione tele-popolare. Con effetti importanti prima di tutto sulla politica, come ci hanno raccontato numerosi studi e come tra gli altri hanno sintetizzato Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini in un brillante volume di qualche mese fa: “La popolarizzazione della cultura mediale riguarda in modo cospicuo anche i contenuti della comunicazione e dell’informazione politica, che diventano, alla pari di altri prodotti, oggetto di largo consumo e come tali rispondono alla logica delle industrie mediali e della produzione di cultura popolare” Con il risultato di produrre una “mediatizzazione della politica, macrofenomeno che agisce come vero e proprio agente mutogeno per la politica come è vissuta dai suoi attori e come viene rappresentata davanti al pubblico degli elettori e dei cittadini”. (“Politica pop. Da Porta a Porta a L’Isola dei Famosi”, il Mulino 2009, pp.181, 14,00).

Il “macrofenomeno” descritto da Mazzoleni e Sfardini può piacere o non piacere, ma è esattamente il mondo nel quale siamo tutti immersi da trent’anni a questa parte. A Panarari non piace, ma per il momento non è questo che interessa. Quel che invece è notevole di questo suo libro  (“L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip”, Einaudi 2010, pp.145, 16,50) è il modo con il quale si traccia un filo di continuità tutto politico tra la “rivoluzione televisiva” degli anni Ottanta e le forme a noi contemporanee di reality, talk show e gossip. Tra quel tempo e il nostro, spiega Panarari, il “rinnovato immaginario popolare” è stato raccontato dalla televisione in forme che già contenevano in sé la grande traccia di un disegno politico. Ovvero in forme finalmente corrispondenti alla realtà italiana così come essa si rappresenta, e non come dovrebbe diventare secondo un qualunque progetto pedagogico. Guardando ad esempio a “Drive In”, uno dei programmi-simbolo degli anni Ottanta, Panarari spiega che si trattava di “una trasmissione esemplarmente individualistica, tra il piacere solitario di guardare ragazze maggiorate strette in abitini che scoppiavano e la voglia di ridere sguaiatamente, senza sentirsi in colpa”. E dunque “stop a sensi di colpa superflui”, scrive ancora Panarari, “il Super-Ego è mio e me lo gestisco io, e via libera alla visione di qualunque prodotto televisivo mi aggradi”. Così come qualche anno dopo, passando per “Non è la Rai” e approdando a prodotti dei nostri giorni come “Amici” e le varie isole del “neorealitismo”, si ha a che fare con “programmi vessillo della neo-Italia coatta (che) pullulano di mugugni, ahò, grugniti, tutti pronunciati indistintamente in maniera molto assertiva, quando non addirittura solenne, in barba agli antiquati e pedanti precetti dell’Accademia della Crusca”. Una televisione, in conclusione, che “conferma pervicacemente e senza sensi di colpa di non intrattenere alcun grado di parentela, neppure alla lontana, con l’idea sorpassatissima della pedagogia di massa”.

Quello che Panarari racconta è un processo di profonda democratizzazione della comunicazione televisiva italiana, lo stesso al quale Mazzoleni e Sfardini attribuiscono l’etichetta più scientifica di “popolarizzazione della cultura mediale”. Un processo il cui snodo fondamentale è la scomparsa della pedagogia, sostituita da una rappresentazione non più colpevolizzante dei desideri degli italiani così come essi sono realmente. Se pensiamo alla politica, ci viene in mente qualcosa di analogo? Il berlusconismo, naturalmente. Che ha rivoluzionato la nostra politica, tra l’altro, attraverso un unico imperativo rivolto agli italiani: “Guardatevi allo specchio ed esultate. Perché siete finalmente autorizzati a piacervi così come siete”. Più di ogni suo altro travestimento ideologico liberista o arci-italiano, e al netto della vicenda personale del suo leader carismatico, il berlusconismo è stato soprattutto un messaggio di esaltazione anti-pedadogica della natura degli italiani. Che aveva in sé, al contempo, un potenziale di emancipazione degli spiriti animali della nazione e uno di conservazione dei suoi equilibri storici. Un potenziale che è rimasto tale, per l’appunto, senza mai tradursi in un’opera di governo adeguata alle intenzioni di partenza e senza lasciare alcuna eredità propriamente politica in grado di sopravvivere al suo fondatore. Ma che nondimeno ha modificato una volta per tutte il campo del confronto pubblico, rendendo obsoleta qualunque politica che insista sui tasti della pedagogia e del “dover essere”.

Tutto questo ha avuto la sua premessa nella grande trasformazione populista e democratica della comunicazione televisiva, che Panarari racconta con acume. Salvo condire la sua analisi con una sovrabbondanza di giudizi morali che rischiano di sommergere il  lettore, suonando giustapposti quasi artificialmente ad uno sguardo analitico ben più lucido. Tra un “colpo di stato plutocratico e neoliberale” ordito nel corso degli anni Ottanta (da chi?), un “episteme popolare cambiato drammaticamente in peggio” (signora mia, che noia queste veline) e l’auspicio che “intellettuali onesti” si dedichino finalmente a “inventare architetture simboliche alternative a quelle vittoriose” (astenersi perditempo), si largheggia nell’uso di una categoria come “egemonia culturale” che se pure ha avuto larghissima fortuna giornalistica potrebbe essere serenamente consegnata agli archivi della nostra memoria. Per concentrarsi con più soddisfazione nel racconto dei linguaggi e dei desideri di un’Italia dove le mitiche “masse” non sono più, per nostra comune fortuna, quelle di Antonio Gramsci e del suo tempo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 25/7/2010 alle 18:51 | Versione per la stampa

18 luglio 2010
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Peter Mandelson, lo special one
Chiunque coltivi una passione per la politica, o anche solo un interesse per le arti del consenso democratico, dovrebbe ammirare Peter Mandelson. Al contrario, mentono sapendo di mentire coloro che ostentano disprezzo per il suo magistero. Soprattutto se hanno a che fare con un mestiere politico. Perché non c’è leader politico, piccolo o grande, che non vorrebbe avere un Mandelson al suo fianco. Un personaggio capace di inventarsi la coppia Blair-Brown quando il partito laburista era al fondo di una depressione senza uscita, Margaret Thatcher macinava successi e la sinistra britannica era prigioniera di una spirale autodistruttiva, scommettendo su due futuri primi ministri che all’epoca non erano che giovani matricole parlamentari. Uno stratega mediatico che ha capito prima degli altri, e soprattutto degli altri progressisti europei, l’importanza che una comunicazione efficace riveste per qualsiasi proposta o leadership politica. Ma anche un militante coraggioso che non si è fermato alla superficie comunicativa, investendo sui contenuti e sull’innovazione della proposta laburista. Il rumore provocato dal suo libro di memorie, “The Third Man”, non si spiega solo con i contenuti abrasivi delle rivelazioni su Blair, Brown e su molti passaggi fondamentali dei tredici anni di governo laburista ma soprattutto con il significato che nel corso degli anni ha accumulato questa celeberrima figura di advisor politico. Una figura neanche troppo originale, se guardata con attenzione, perché nel suo profilo ritroviamo l’incarnazione contemporanea dell’eterno consigliere del principe. Con l’aggiunta di una tendenza all’esposizione in prima persona che lo ha reso tre volte ministro e due volte dimissionario, ma ogni volta capace di tornare sulla scena con maggiore influenza e visibilità.

Eppure la parte più interessante della vita di Mandelson è quella che precede la sua notorietà, quando muove i primi passi nel partito da figlio d’arte della tradizione laburista (suo nonno materno fu Herbert Morrison, tra i principali ministri del governo Attlee). In verità da quel partito il giovane Mandelson era brevemente fuggito nei primi anni Ottanta, deluso dalla china estremistica assunta dal Labour dopo la vittoria della Thatcher e deciso a cimentarsi con un lavoro “normale” nel mondo televisivo. L’esperienza da produttore presso il canale privato London Weekend Television fu breve ma utilissima al suo ritorno nei ranghi del Labour, dove nel 1985 viene reclutato da Neil Kinnock con la funzione di “direttore della comunicazione”. Una carica che nascondeva un vuoto di strategie, visioni e persino risorse come ha raccontato lo stesso Mandelson rievocando i suoi primi giorni da “comunicatore” laburista: “L’atmosfera era deprimente e mi trovavo ogni giorno a sbattere la testa contro la più compatta incomprensione di quello che dicevo, mentre ciò che nel mondo reale era naturale e scontato suonava strano e persino minaccioso per la cultura del partito laburista … Gli strumenti di cui disponevo all’epoca consistevano di una sedia traballante, un tavolo a cui mancava una gamba, una pianta d’edera in agonia e un telefono in puro stile Seconda Guerra Mondiale”. Da lì Mandelson si sarebbe mosso velocemente, dando nuova definizione all’immagine del partito già per le elezioni del 1987. E soprattutto investendo su Gordon Brown e Tony Blair, la coppia di giovani parlamentari che meglio di altri avrebbe incarnato la modernizzazione della proposta laburista. Lo avrebbe fatto utilizzando strumenti oggi di uso comune, come i focus group e la gestione spregiudicata dei retroscena giornalistici, ma sempre guardando alla sostanza di una strategia politica volta a consolidare la più lunga stagione di governo progressista della Gran Bretagna.

C’è infine un’altra ragione per guardare con ammirazione all’ennesimo passo dello “spin doctor number one”. Ovvero il confronto tra la franchezza con cui queste sue memorie descrivono la battaglia quotidiana di idee e personalità che alimenta qualsiasi strategia politica e la patetica dissimulazione con cui i politici italiani si applicano ai propri libri. Se a Londra Mandelson racconta la carne e il sangue di tredici anni di governo laburista, in Italia siamo alle prese tra gli altri con i Veltroni che si travestono da romanzieri o con i Tremonti che si presentano come filosofi della storia. Non c’è poi troppo da sorprendersi della differenza nei risultati dei due sistemi politici.


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12 luglio 2010
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L'Europa delle destre non è una sinfonia
Le cosiddette “famiglie politiche europee” sono curiose entità a temperatura variabile. Nelle fasi storiche in cui tutto sembra andare per il meglio, quando si moltiplicano le vittorie elettorali e le cariche di governo, il profilo della destra o della sinistra europea appare netto, autorevole e persino capace di dettare la linea a questo o a quel partito incerto sul da farsi. Quando invece le cose si mettono male, si stenta anche solo a riconoscere i contorni di quella che un tempo appariva come una nobile e prestigiosa famiglia politica transnazionale. Se la sinistra europea è ancora nel profondo di una lunga crisi di consenso, avendo esaurito la riserva di ispirazione accumulata nel corso degli anni Novanta senza averla ancora sostituita con niente di analogo, il disagio che in questi ultimi mesi sembra aver preso la destra è di lettura più difficile.

Da un lato la mappa politica dell’Unione europea non lascia alcun margine al dubbio: con l’eccezione di Madrid, dove Zapatero sopravvive con fatica, in tutte le principali capitali governano leadership di centrodestra. Dall’altro lato, queste stesse leadership non sembrano condividere alcun orizzonte comune e sono minacciate, ciascuna per proprio conto, da crisi interne di sorprendente gravità. In Francia la volata elettorale di Nicolas Sarkozy alla ricerca della riconferma presidenziale si annuncia lunga e complicata, dovendo egli ribaltare indici di popolarità crollati ai minimi storici e recuperare gli effetti perversi di un’ideologia della “rupture” che invece di liberare gli spiriti vitali della nazione si è accompagnata all’esibizione di un familismo degno della peggiore tradizione chiracchista. In Germania Angela Merkel deve ancora adeguare il passo ad un’alleanza di governo del tutto diversa dalla precedente, dove alla capacità di mediazione mostrata nel guidare la “grande coalizione” con i socialdemocratici dovrebbe sostituirsi una forza di visione che la Signora Cancelliere ancora non possiede. In Gran Bretagna la luna di miele di Cameron è già disturbata dalla difficoltà di rispettare il primo impegno preso con gli alleati liberaldemocratici, ovvero il cambiamento in senso proporzionale della legge elettorale. Dell’Italia è forse meglio non dire. Se non per notare che mai come in questa fase il berlusconismo appare incapace di darsi una missione di medio periodo, al di fuori di una confusa agenda di sopravvivenza comunque incentrata su ciò che sta più a cuore agli interessi privati del presidente del consiglio.

Si tratta di difficoltà diverse per partiti e governi diversi, ognuno alle prese con contesti nazionali specifici. Eppure i sintomi non apparirebbero tanto gravi se il centrodestra europeo si trovasse in una fase di maggiore forza politica. O anche solo se tra i suoi azionisti principali vi fosse una condivisione di scenari che la crisi economica ha invece frantumato, come ci racconta il caso franco-tedesco. La divaricazione di vedute tra Parigi e Berlino nelle risposte da dare alla crisi non potrebbe essere più evidente. Così come la volontà della Germania di affermare la legittimità dei propri interessi nazionali, senza più alcun pedaggio da pagare ai sensi di colpa di una storia novecentesca che considera superata e avendo invece tutte le intenzioni di far pesare per intero la propria forza economica. Se l’appannarsi dell’asse franco-tedesco è un problema forse transitorio per l’Unione europea, che può comunque contare sulla forza delle proprie istituzioni, esso rappresenta invece una minaccia mortale per la “famiglia politica europea” di centrodestra. La quale non può fare alcun affidamento né sulla fragile bizzarria del PDL italiano né sui Tories britannici (ormai lontani anche formalmente dal PPE), restando quindi del tutto dipendente da ciò che si muove tra Parigi e Berlino. Paradossalmente è difficile immaginare che la destra europea possa contare ancora a lungo su un numero tanto ampio di governi amici, ma è facile intuire che la mancanza di una visione condivisa tra i conservatori europei (e soprattutto tra i conservatori francesi e tedeschi) ne indebolisca le fortune già alle prossime tornate elettorali.




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