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27 giugno 2010
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Dai Maurizio, torna. Aiutaci tu.
“Cosa ho io in comune con gli schiavi?”. Si arriva all’ultima pagina del nuovo libro di Maurizio Viroli e si è quasi assaliti dal motto greco che Piero Gobetti, mutuandolo da Vittorio Alfieri, apponeva sulla copertina delle sue edizioni. D’altra parte, come escludere a priori di essersi trasformati in schiavi? Magari sarà accaduto subdolamente, scivolando in una condizione che Viroli definisce di “servitù volontaria” perché sottoposta ad un “potere arbitrario o enorme” che con “la sua stessa esistenza rende i cittadini servi”. Se non fosse abbastanza chiaro, il potere “arbitrario o enorme” è quello di Silvio Berlusconi e i nuovi schiavi sono gli italiani che sessant’anni dopo il fascismo “non si sono elevati da liberti a cittadini ma regrediti da liberti a servi volontari”.

È un piccolo libro orgogliosamente malmostoso (“La libertà dei servi”, Laterza, pp.140, euro 15) quello nel quale Viroli schiaffeggia berlusconiani e non. Un pamphlet che potrebbe essere letto come un esercizio aggiornato di quella “retorica del pregiudizio” che qualche giorno fa Miguel Gotor ha ricostruito sul Sole 24 Ore nella sua parabola antica e capace di dipingere l’italiano come “il prototipo del traditore, dell'inaffidabile, del corrotto, del furbastro, dell'imbelle, dell'opportunista, dell'effeminato”. In effetti Viroli a questa retorica non si sottrae, descrivendo gli italiani come vittime di una “secolare debolezza morale, ulteriormente aggravata dal fascismo, che non poteva essere guarita con la nascita della Repubblica”. E comunque abitanti di un territorio sfortunato dove “la libertà dei cittadini è del tutto impossibile per la semplice ragione che le persone che hanno i necessari requisiti morali e intellettuali sono pochi”. Al che un lettore malizioso potrebbe cavarsela con un accorato invito allo studioso che insegna teoria politica a Princeton: “Dai Maurizio, torna tra noi e aumenta anche solo di un’unità la pattuglia degli italiani degni della vera libertà dei cittadini!”

Ma la questione è più seria. E riguarda ancora una volta il giudizio storico sul berlusconismo e sull’eventualità che gli italiani si siano assueffati a fenomeni di degenerazione morale. L’ipotesi su cui si regge l’impianto di Viroli è che il dominio berlusconiano sia per l’appunto “arbitrario e enorme … in quanto eccede di gran lunga i limiti del potere che un uomo ha mai avuto in un regime liberale o democratico”. E qui ci si imbatte in un primo inciampo. Perché l’impressione che si ricava in prospettiva storica, guardando ai quindicennio del potere berlusconiano, è che il Cavaliere sia riuscito a far ben poco di quello che aveva in mente. Sia che nella testa del Cavaliere versione 1994 vi fosse un programma orgogliosamente liberale e liberista sia che si trattasse invece di un piano teso a conculcare le nostre libertà civili, il berlusconismo si avvia ad essere ricordato soprattutto come una lunga parentesi di declino nazionale sulla quale molto più dell’onnipotenza ha pesato l’impotenza della politica. Di tutta la politica, ma soprattutto di quella berlusconiana perché è soprattutto da quel lato del Parlamento che si è addensata una quantità di consenso democratico che avrebbe permesso di dare all’Italia una dose di innovazione molto maggiore di quella che abbiamo conosciuto.

Tra le ragioni che possono spiegarci l’impotenza del berlusconismo ve n’è una che Viroli fotografa con precisione, salvo metterla in conto al soggetto sbagliato. È “il sistema della corte”, in virtù del quale si “dipende dall’effettivo potere del signore di distribuire ai cortigiani benefici materiali e simbolici e di minacciarli, altrettanto efficacemente, di privarli di tali beni”. Cedendo all’arcinota retorica del pregiudizio, aggiornata all’era televisiva che avrebbe “generato orde di analfabeti incapaci di capire una pagina scritta” (e dai Maurizio, torna almeno tu che sai leggere e non guardi la tv!), Viroli dipinge la gran parte degli italiani come cortigiani instupiditi. Avrebbe invece potuto fermarsi, con più efficacia interpretativa, ai partiti politici dell’era berlusconiana. Che tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra, e certamente in Parlamento dove si viene nominati in virtù di una legge elettorale vergognosa, si sono ormai trasformati in entità cortigiane e familistiche con poca o nessuna vitalità democratica. È questo il vero morbo che meriterebbe il disprezzo di Viroli, piuttosto che la tempra morale di una nazione che non può essere confusa con chi si trova provvisoriamente a governarla.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 27/6/2010 alle 9:37 | Versione per la stampa

23 giugno 2010
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Giovani e politica nell'esame di maturità
È una traccia bella e impegnativa quella che il Ministero ha dedicato al ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Bella, perché la scelta di dare la parola a tre leader che hanno utilizzato la leva giovanile per rafforzare la propria leadership permette di inquadrare in prospettiva storica il problema della partecipazione dei giovani alla vita pubblica. Impegnativa, perché i maturandi del 2010 sono immersi in una retorica giovanilistica sovrabbondante ma assai povera di risultati. Dove si sente ripetere ad ogni passo che ai giovani dovrebbe essere concesso più spazio mentre da oltre quindici anni la politica offre di sé una medesima fotografia, con una fila di protagonisti che ha occupato il palco al passaggio tra prima e seconda repubblica senza più essere scalzata.

Se escludiamo Giovanni Paolo II, la cui citazione in questo contesto suona eccentrica e a rischio di ingenerare qualche confusione negli studenti, la selezione di tre protagonisti politici del Novecento italiano corrisponde a tre fasi storiche nelle quali i giovani sono stati usati con successo come leva strutturale di innovazione politica. Con Mussolini, di cui si è scelto il fosco discorso di rivendicazione del delitto Matteotti, e la sua retorica della “migliore gioventù italiana”. Con Togliatti che saltò la generazione degli esiliati antifascisti per puntare sui ventenni che si erano formati in Italia nel fuoco della Resistenza. E con Aldo Moro che più di ogni altro esponente della DC seppe comprendere la domanda di partecipazione civile che veniva dai giovani del Sessantotto.

E c’è da scommettere che tra gli studenti che hanno svolto questa traccia ve ne sarà stato uno particolarmente erudito, o particolarmente pessimista, che avrà fatto ricorso a questo celebre passo di Gramsci per fotografare la sfortuna di quei ragazzi che nell’Italia del 2010 hanno scelto il mestiere della politica: “Nel succedersi delle generazioni (e in quanto ogni generazione esprime la mentalità di un’epoca storica) può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio: la generazione che abbia potuto educare i giovani”.

22 giugno 2010
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Senza la lotta, che Lega rimane?
C’era una volta un partito che si diceva di lotta e di governo. C’è oggi un partito che governa l’Italia e che si dice comunque pronto alla secessione, nel caso in cui le cose non si mettessero per il verso giusto. Quel partito è la Lega, che domenica ha celebrato i vent’anni del primo raduno di Pontida mostrando tutti i segni della propria crisi politica. Perché di crisi si tratta, se guardiamo al ritorno della parola d’ordine della secessione, e non certo dell’ennesima voce folkloristica fuggita dal seno di un qualunque esponente di punta del movimento.

L’annuncio di Roberto Castelli (“Se non verrà il federalismo ci potrà essere solo la secessione”) e l’entusiasmo che in risposta è venuto dal pratone di Pontida ci raccontano i tormenti di un partito che è entrato da vincitore in questa legislatura, che sinora ha visto crescere il proprio capitale di consensi e trofei ma che paradossalmente potrebbe decidere di mettere in crisi la maggioranza per manifesta incapacità di ottenere il federalismo. Quel federalismo che è poi l’unico risultato che davvero conta agli occhi sia dell’elettorato leghista sia di una vasta schiera di quadri dirigenti che non ha mai smarrito la propria ragion d’essere più profonda. Le due componenti, una di popolo e l’altra di amministrazione, del partito che finora ha rappresentato il puntello più solido del governo Berlusconi ma che da domani potrebbe diventarne l’ennesima ragione di debolezza.

La sensazione che si ricava dal raduno di Pontida, oltre all’imbarazzo di avere ascoltato esponenti delle istituzioni che predicano la frantumazione della Repubblica di cui a tutt’oggi sono ministri o viceministri, è che la Lega stia cominciando a mettere le mani avanti. Perché se “non verrà il federalismo” al partito di Bossi non rimarrà molto da fare se non prepararsi al voto, per evitare di perdere buona parte del potenziale accumulato in quest’ultimo e fortunato biennio. Quel che colpisce, leggendo il messaggio che viene da Bossi e dal suo gruppo dirigente, è che l’armamentario politico e simbolico a cui ricorrerebbe la Lega in caso di voto anticipato è ancora una volta quello tradizionale a cui siamo stati abituati dalla metà degli anni Novanta in avanti. E dunque la retorica della secessione, di “Roma ladrona”, dei “milioni di padani pronti a battersi” anche se ancora una volta senza fucile (bontà loro). Con l’aggiunta di qualche tocco di anticapitalismo virato nei più familiari toni antimeridionali, come nella dura polemica di Calderoli contro la Indesit e i suoi progetti di delocalizzazione verso il Sud Italia degli stabilimenti di Pontida e del Veneto.

Non c’è invece alcuna traccia dei contenuti più originali che la Lega potrebbe legittimamente vantare, guardando a ciò che di buono ha saputo rappresentare sulla scena politica italiana degli ultimi anni. Nessuna rivendicazione della sua capacità di rinnovare e ringiovanire la classe degli amministratori locali, spesso assai meglio di quanto è stato fatto da altri partiti e con una presenza molto maggiore di donne. Nessun cenno alla sua abilità nel testimoniare un tratto radicalmente democratico di collegamento e rappresentanza tra eletti ed elettori, tanto nella militanza quanto nei suoi amministratori locali. In sostanza, nessuna traccia della Lega più vitale e un grande sfoggio del leghismo più tradizionale.

La circostanza non è comprensibile solo con la tendenza di ogni partito a rassicurare il proprio elettorato nelle fasi di maggiore responsabilità o con il ricorso alla mozione degli affetti come antidoto allo smarrimento identitario. C’è anche un’evidente resistenza della Lega ad accettare la propria trasformazione in partito democratico e di governo, quale è diventata soprattutto negli ultimi anni, di contro alla forza con cui sopravvive il nocciolo duro della sua missione ideologica. La crisi del partito di Bossi è tutta qui, nella tentazione di riscoprirsi un movimento di rottura costretto a rovesciare il tavolo a cui ci si è seduti con tanto successo. Con una risposta che ancora una volta potrebbe essere trovata nello slogan “meglio perdere che perdersi”, come nella storia del radicalismo italiano è accaduto ad altri partiti che hanno scelto l’identità prima della responsabilità.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 22/6/2010 alle 11:23 | Versione per la stampa

15 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Europa Belgio crescita secessione
Rischio Fiandre in un'Europa senza crescita
Come ci raccontano i fatti del Belgio, anche agli Stati democratici può capitare di estinguersi. Senza strepiti né conflitti violenti, ma scegliendo quasi consensualmente la strada della dissoluzione di vincoli fondati sulla legittima convenienza ben più che sulla storia o sull’etnia.

Il vincitore delle Fiandre, il giovane leader della “Nuova Alleanza Fiamminga” Bart De Wever, ha descritto uno scenario successivo al voto in cui il Belgio potrebbe “evaporare gradualmente”. Vedremo se le cose andranno effettivamente così. Ma nel frattempo si fa notare un fenomeno che è tutto il contrario dei secessionismi virulenti a cui ci siamo abituati negli ultimi anni, anche in Italia, dove le piattaforme politiche dei partiti delle “piccole patrie” nascevano da una miscela di percezione di insicurezza, xenofobia e rivendicazione di un rinnovato legame democratico e fiscale tra eletti ed elettori.

È un fenomeno nuovo che parla anche a noi. E per questo sbaglieremmo a considerare il focolaio fiammingo come l’ennesima stranezza di un piccolo e bizzarro paese, così come non sembra sufficiente guardare al rischio della frattura del Belgio come ad “un evento irrazionale provocato da incompatibilità e bisticci che un mediatore di buon senso avrebbe potuto affrontare e risolvere” (come ha scritto Sergio Romano sul “Corriere della Sera” di ieri). Quel caso rivela infatti un rischio nel quale anche l’Italia, come gran parte dell’Europa, è immersa fino al collo. Perché attraversata da spinte centrifughe ben diverse da quelle spesso rumorose che il nostro continente ha ascoltato dopo il 1989. Non più violente rivendicazioni sciovinistiche a sfondo etnico e sicuritario, ma smottamenti silenziosi verso aggregazioni macro-regionali di nuovo tipo. Entità che superano nei fatti gli attuali confini nazionali, talvolta mettendoli in crisi come nel caso belga, e che sono tenute insieme dalla condivisione di interessi economici transfrontalieri più forti dei vincoli statuali.

Si tratta di entità e legami che si amalgano in modi del tutto nuovi e rispetto a cui l’Europa rischia di rivelarsi un contenitore solo geografico, e dunque superfluo, soprattutto in uno scenario economico dal quale è assente la prospettiva della crescita. Non c’è forse bisogno di scomodare Ernest Renan e la sua definizione della nazione come “plebiscito quotidiano” per riconoscere le minacce che la fase recessiva pone in questi mesi ai termini del patto comunitario e alle modalità con le quali ciascun paese europeo partecipa all’Unione europea. Esaurita la fase gloriosa del “never again”, la stagione nella quale il cantiere europeo era mosso dall’aspirazione a rimuovere una volta per tutte gli effetti catastrofici dei nazionalismi continentali, gli ultimi decenni dell’impresa comunitaria hanno visto quel plebiscito rinnovarsi ogni giorno nella prospettiva comune della crescita. Anche e soprattutto nelle fasi di maggiore difficoltà economica, dove ogni stretta era bilanciata da uno scenario di crescente integrazione. Lo ha scritto Wolfgang Munchau sul “Financial Times” di ieri, quando ha ricordato come le pesantissime scelte di austerità operate da François Mitterrand nella Francia dei primi anni Ottanta fossero compensate dai “possibili benefici che prometteva un futuro di convergenza economica e monetaria”.

Oggi la difficoltà di trovare una nuova modalità di convivenza tra legittimi interessi nazionali e urgenza di un’azione economica comune è esposta dal caso tedesco, come ha scritto tra gli altri Luigi Zingales sul Sole 24 Ore del 10 giugno. Se è difficile stigmatizzare il rinnovato “egoismo tedesco” fondato su una strategia economica di svalutazione competitiva che nessun altro paese europeo può permettersi di imitare, è impossibile evitare di cogliere l’assenza di un effetto di compensazione sul lato della promessa di integrazione. In questo senso non basteranno i richiami anche più appassionati alla retorica della tradizione comunitaria, neanche in una nazione come l’Italia che su quella retorica ha storicamente costruito il proprio modo di stare in Europa. Non basteranno perché in assenza di crescita la forza delle spinte centrifughe è destinata a crescere, prosperando sulla nuova convenienza al ribasso che le comunità regionali possono trovare anche mettendo in discussione i confini nazionali. Dal caso belga al caso italiano, dunque, con insegnamenti per il nostro futuro a cui sarebbe opportuno guardare con molta attenzione.


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14 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. magistratura giudici Berlusconi Spataro Violante
Il più e il meno di Spataro
Armando Spataro è uno dei magistrati italiani più autorevoli e ascoltati, dal 1976 in servizio presso la Procura di Milano e regista di inchieste fondamentali sul terrorismo milanese e sulla criminalità organizzata. La voluminosa autobiografia professionale che ha di recente pubblicato con Laterza (“Ne valeva la pena”, pp.613, euro 20) si presenta dunque al lettore di oggi e di domani come una preziosa fonte interna, che molto racconta sia sugli ambienti giudiziari che Spataro ha animato in questi anni sia sull’autorappresentazione che la magistratura offre di sé stessa. Una fonte di valore soprattutto perché una carriera come quella di Spataro, dalla metà degli anni Settanta ad oggi, si sovrappone in modo cronologicamente perfetto alle mutazioni che hanno investito la politica italiana e in particolare i rapporti tra la politica e la magistratura.

È qui che Spataro ci dice al contempo di più e di meno. Di più, perché oltre al racconto spesso appassionante di tante pagine investigative vissute da protagonista è proprio su questo tema che Spataro espone con maggiore franchezza il suo punto di vista: sulla qualità della politica e dei politici italiani, sulle magagne della nostra democrazia repubblicana e persino su alcuni protagonisti della politica internazionale come Barack Obama e Tony Blair ai quali riserva rimbrotti in abbondanza. Di meno, perché le risposte che lo stesso Spataro offre alle ragioni del conflitto crescente tra politica e magistratura risultano quanto meno semplicistiche. E comunque incapaci di spiegare in maniera convincente, anche ad un lettore che non appartenga ad una delle due tifoserie contrapposte dei giustizialisti ad ogni costo e degli insofferenti al protagonismo della magistratura, quali siano i motivi che nell’ultimo ventennio hanno condotto l’Italia (più di altri paesi occidentali) a vivere sulla propria pelle una tensione tra potere politico e potere giudiziario che in più di un’occasione ha minato la stabilità delle nostre istituzioni.

Alcuni diranno che il motivo è uno solo e si chiama Silvio Berlusconi. Ma se questa risposta non bastasse – e certamente non basta a Spataro, che non la sottoscrive – neanche troveremmo in queste pagine le risposte agli interrogativi che si pone un qualsiasi osservatore esterno a quel conflitto. Perché secondo l’autore è la politica italiana come tale, sia di destra che di sinistra, a contenere in sé un’irriducibile propensione al conflitto con le toghe: “cambiano i governi, nessuno dei quali – sia ben chiaro – sarà mai disposto ad accettare fino in fondo il ruolo che la Costituzione affida alla magistratura”.

Che la Costituzione stessa nasca dalla sovranità della rappresentanza democratica potrebbe essere obiezione sufficiente alla sentenza di Spataro. Così come gioverebbe ricordare che quel codice che con tanta efficacia narrativa l’autore raffigura accanto al corpo del giudice Guido Galli, appena assassinato il 19 marzo 1980 da Prima Linea davanti ai suoi studenti della Statale di Milano, nasce anch’esso nei luoghi dove la rappresentanza democratica si fa legge. Naturalmente Armando Spataro lo sa bene. Eppure in questo libro non rinuncia ad una rappresentazione monocorde e autocelebrativa della purezza della magistratura di contro alla decomposizione morale della politica, lungo una parabola storica nella quale niente sembra essere cambiato dai tempi della lotta al terrorismo a cavallo tra anni Settanta e Ottanta a quelli più vicini a noi dove gli interrogativi sul rapporto tra politica e magistratura sono nuovi e scivolosi.

Questi interrogativi ricevono da Spataro una risposta tanto lapidaria quanto poco soddisfacente, soprattutto da chi ha avuto un ruolo fondamentale nella vita giudiziaria italiana dell’ultimo trentennio: “i rapporti tra politica e giustizia … si sono incrinati quando una larga parte della classe politica italiana è finita sotto processo”. Di più non è dato sapere, almeno dal libro di Spataro. Che forse meriterebbe di essere letto con l’aiuto di un breviario più utile a comprendere quanto è accaduto tra politica e magistratura negli ultimi anni: il libretto che nei mesi scorsi ha pubblicato con il titolo “Magistrati” un altro protagonista della storia giudiziaria italiana, Luciano Violante, e nel quale si racconta con qualche certezza moralistica in meno la difficoltà di “conciliare il crescente potere dei giudici con il principio democratico inteso come principio elettorale”.

13 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Roma Corsetti Trombetti trasformismo politica locale
I trasformismi della politica locale e il caso di Roma centro
Si dice che la chiave per il rinnovamento della politica nazionale, logorata da anni di immobilismo, sia nella politica locale e nei suoi giacimenti inesplorati di giovani talenti. Si pensa che la cura per il malcostume politico sia nella carica morale dei tanti che sul territorio si dedicano con passione alla militanza e alla buona amministrazione. Può darsi, lo speriamo in molti. Ma talvolta il peggio viene proprio dalla politica locale, dove al riparo dagli sguardi dei media nazionali e fuori dal raggio d’azione di partiti sempre più deboli si producono episodi di familismo e trasformismo che raccontano più di un intero saggio di politologia.

Questo è l’insegnamento che viene da quanto è accaduto nei giorni scorsi all’amministrazione del centro storico di Roma, come è stato riportato ieri dalle cronache della capitale. I fatti riguardano il municipio di Roma centro, grande e prestigiosa circoscrizione urbana nella quale vivono circa 120.000 cittadini la cui qualità di vita dipende anche dalle decisioni assunte ogni giorno da una giunta che ha competenza diretta su temi come la manutenzione delle strade, la mobilità locale, l’occupazione del suolo pubblico, la gestione di centri anziani e asili nido, l’abusivismo edilizio e commerciale. La giunta di centrosinistra, eletta nel 2008, è recentemente andata in crisi per il passaggio all’Udc di due consiglieri in precedenza appartenenti al Partito democratico. E fin qui siamo dentro un quadro di ordinaria mutazione di appartenenze.

Quello che accade subito dopo merita invece di essere raccontato nel dettaglio. Perché il presidente del municipio, Orlando Corsetti, ritiene di uscire dalla crisi nominando una giunta nella quale entrano le seguenti personalità. Al primo posto, almeno per originalità di percorso politico, l’assessore Yuri Trombetti. Il quale ha ricoperto negli ultimi anni un’ampia varietà di caselle partitiche: dapprima militante di Alleanza Nazionale, poi consigliere municipale dei Democratici di Sinistra nonché segretario della storica sezione DS del quartiere Testaccio, quindi consigliere municipale di Forza Italia, infine candidato nel 2006 nelle liste dell’Udeur (allora schierata con il centrosinistra) e nel 2008 dell’Udc (alleata con il centrodestra). In seconda posizione l’assessore Laura Pastore: ex coordinatrice provinciale dei giovani di Forza Italia ed eletta consigliere municipale nel 2006 sotto le bandiere del partito fondato da Silvio Berlusconi, salvo poi passare nel 2008 al Partito Democratico. Quindi gli assessori Salvatore Alfano, da anni uomo di fiducia tuttofare del presidente Corsetti, ed Emiliano Pittueu in rappresentanza della minoranza interna al Pd (la cosiddetta “Area democratica” di fede veltroniana).

Dal punto di vista di un qualunque elettore romano, l’esito della vicenda è paradossale. Quella che nel 2008 era stata eletta come una giunta di centrosinistra si è improvvisamente trasformata in un’amministrazione locale composta per una metà da transfughi del centrodestra e per l’altra da fiduciari diretti del presidente del municipio, che oggi celebra quanto avvenuto come il segno di “una rinnovata azione politica”. Ma c’è un insegnamento anche per coloro che possono guardare con distacco a quanto accade per le vie del centro di Roma. Ovvero che i terminali politici più vicini alla vita quotidiana dei cittadini, come sono le circoscrizioni urbane anche quando comprendono decine di migliaia di residenti, sono spesso privi di qualsiasi residuo di responsabilità pubblica e istituzionale. E tendono a riprodurre, in forme inevitabilmente farsesche, dinamiche di trasformismo che ci appaiono del tutto stucchevoli già a livello nazionale. Il risultato non può che essere quello di fornire ai cittadini uno spettacolo avvilente, proprio là dove la politica dovrebbe essere riconosciuta da ognuno di noi nei suoi contenuti concreti e nella sua capacità di risolvere anche i piccoli problemi quotidiani. È quindi difficile stupirsi che il più numeroso partito italiano sia ormai diventato quello di coloro che scelgono di non votare, se votare significa rischiare di ritrovarsi rappresentati dai Corsetti o dai Trombetti di turno.


7 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Laicità religione
Tra laici e devoti scontro rinviato
Chissà che la crisi economica non abbia qualche effetto benefico sul nostro dibattito pubblico. Ad esempio quello di costringerci a discutere nuovamente di temi fondamentali, come il lavoro e lo sviluppo economico, che avevamo quasi dimenticato. E forse anche quello di ripulire il radar della nostra attenzione da argomenti ai quali avevamo affidato il timone delle nostre identità collettive dopo la scomparsa (o l’ennesima trasformazione?) delle ideologie novecentesche.

Tra questi, ad esempio, il conflitto intorno alla laicità che per anni ha occupato il centro dell’arena pubblica italiana. Ci siamo tutti sedotti o respinti, abbracciati o accapigliati in base a quanto ci riconoscevamo più o meno vicini all’idea di laicità per la quale avevamo scelto di indossare il basco del militante. Il catalogo è abbondante, dai “laici furiosi” (copyright Giancarlo Bosetti) ai “laici devoti” raccolti dal magistero di Giuliano Ferrara passando per coloro che con Odifreddi si sono convinti che la religione altro non è che cretinismo.

Oggi il senso di emergenza primaria che i conti economici stanno portando nelle nostre vite contiene anche una sorta di ammonimento disciplinare. “Torniamo ai fondamentali”, ci dice la crisi, per accantonare almeno per un tratto quella che è stata la grande battaglia ideologica combattuta in Italia nell’ultimo decennio, con pochi partecipanti di prim’ordine e molti altri in cerca di una nuova trincea nella quale ritrovare le ragioni di una qualunque appartenenza. In questo senso l’effetto di pulizia che viene dalla crisi è benvenuto, perché quello scontro è stato tanto rumoroso quanto scarsamente capace di far compiere alla nostra nazione più di qualche passo avanti nella consapevolezza delle novità che vengono dal tempo post-secolare. Il tempo nel quale le religioni hanno completato la fuoriuscita dallo spazio privato, ponendo alle ragioni dei laici sfide sconosciute di fronte alle quali non sempre è bastato ribadire il dogma della propria autosufficienza morale.

Se dunque ci troviamo in una stagione di difficoltà che forse metterà in congelatore il conflitto tra laici e devoti, è particolarmente benvenuto un libretto come quello appena pubblicato da Roberto Escobar (“La paura del laico”, il Mulino, pp. 113, euro 10) che rappresenta un’ottima sintesi di alcune delle tesi che maggior corso hanno avuto in questi anni sul tema. Con un’aggiunta importante, che rende questo piccolo testo più utile e originale di molte più corpose argomentazioni. Escobar traccia infatti un legame diretto tra la debolezza dei laici e la diffusione del senso di paura che ha stabilmente attraversato le nostre società nel corso dell’ultimo decennio. “Un’emozione cupa”, la definisce, “la paura dell’altro, la paura che divide il mondo tra noi e loro, tra dio e satana, tra civiltà e barbarie”. Che i laici abbiano perso la voce di fronte alla ritrovata forza della religione è uno dei punti più classici dell’argomentazione laicista, che come ogni ideologia non è mai del tutto soddisfatta del vigore con cui le proprie tesi vengono raccolte e rilanciate in pubblico. Eppure Escobar, filosofo politico e critico cinematografico, non si limita al lamento ma guarda in casa propria per trovare anche lì le ragioni di una debolezza prima di tutto culturale di fronte alla forza di quella che defininisce la “visione etnistica” che nella vita sociale si è imposta in reazione al dilagare delle nuove paure collettive: se gli italiani “accettano tutto questo” è sia “perché vi sono indotti dal lavorio della macchina della paura, che da tempo grava sulle loro coscienze”, ma soprattutto perché “ormai nessun altro racconto pubblico dà riferimenti culturali e modelli di vita alternativi”, dove “la sola (ricetta) che viene offerta e anzi imposta è quella intessuta dalle promesse del dio quotidiano e dalle rassicurazioni etnico-religiose”. E così, conclude Escobar, “si spiega il ritorno a una devozione ‘per cultura’ e senza fede, la paradossale commistione italica di secolarizzazione consumistico-televisiva dei comportamenti e di religiosità ostentata”.

Forse la conclusione di Escobar è eccessivamente sconsolata, ma di certo è una buona rappresentazione del senso di sconfitta che oggi attraversa il campo dell’ideologia laicista. In  attesa del nuovo round che si combatterà dopo la crisi, quando avremo smaltito l’effetto di pulizia tematica che viene dall’economia e forse riprenderemo il filo di un conflitto che per ora abbiamo solo sospeso.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 7/6/2010 alle 11:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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