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23 maggio 2010
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Scalfari contro la modernità

Quando sarà scritta la storia di Repubblica, fenomeno politico e culturale prima ancora che giornalistico, lo storico del futuro potrà forse darci la chiave di un curioso paradosso. Il quotidiano che nasce alla metà degli anni Settanta incarnando una modernità italiana a cui nessun altro giornale aveva fino ad allora dato un volto, nei primi anni del nuovo secolo si trasforma nell’organo della diffidenza verso i tempi nuovi. Non proprio un giornale conservatore né reazionario, ma certo lo spazio più autorevole sul quale insiste uno sguardo carico di dubbi sulla contemporaneità. Lo storico scriverà che un qualche peso sulla sfiducia di Repubblica verso quei tempi nuovi lo svolse Berlusconi, che a cavallo tra XX e XXI secolo dominò la scena politica e contro il quale Repubblica fu solido bastione di opposizione. Così come cercherà di seguire le vie della frustrazione che in quegli stessi anni colse l’opinione pubblica di centrosinistra, priva com’era di un vero partito di riferimento e sballottata tra piccoli leader tanto fragili quanto testardi. Ma se vorrà individuare il canone teorico più chiaro nella stagione di pedagogia antimoderna di Repubblica dovrà necessariamente guardare a “Per l’alto mare aperto”, il volume di Eugenio Scalfari che i suoi contemporanei trovano già in questi giorni in libreria.

Non un libro di storia delle idee ma un lavoro nel quale la storia di una sola idea viene raccontata attraverso una galleria di apologhi filosofici. L’idea è tutt’altro che dissimulata e coincide con la rappresentazione della contemporaneità come barbarie, secondo una varietà di accenti: dal sentirsi “circondati dai barbari” alla convinzione che “i contemporanei sono i nostri barbari” fino alla “disperazione in attesa dell’Apocalisse che sta per cominciare” e oltre.

Al netto dei panni da “venerato maestro” che Scalfari veste meglio di chiunque altro, con una consapevolezza del proprio ruolo che è tanto esibita da togliere senso a qualunque irrisione degli avversari, il suo ultimo libro va letto come una guida all’identità presente e futura di Repubblica. Dove Virgilio è naturalmente lo stesso Scalfari e non il Diderot al quale l’autore chiede di essere accompagnato “in un viaggio alla ricerca della modernità”. Perché la modernità è già stata abbandonata alla contaminazione della barbarie mentre il suo testo è soprattutto la ricerca di un mandato ereditario per un’impresa politica e culturale che è stata centrale nell’Italia dell’ultimo ventennio, ma alla quale in futuro non potrebbero bastare gli elementi che ne hanno fatto la fortuna.

Tra questi c’è innanzitutto il meccanismo di gratificazione del lettore, costruito intorno ad una particolare forma di perbenismo pedagogico in tema di consumi e comportamenti prima ancora che di orientamenti politici. “Ti spiego il mondo così come vuoi sentirtelo spiegare”, sembra dire ogni giorno Repubblica al suo lettore. Rischiando forse di non sorprendere più, ma certamente rassicurando chi nelle sue pagine cerca un appiglio ideale che la politica ha ormai cessato di fornirgli. In questo senso Repubblica è l’unico vero giornale di partito sopravvissuto in Italia. Di un partito che non esiste ma che si riconosce come tale nella comune grammatica di percezioni del presente. Mentre sul versante del centrodestra non esiste niente di simile, sia perché il berlusconismo si è incarnato in identità sempre mutevoli sia perché né il Giornale né Libero sono mai riusciti a sostituire la funzione di alimento culturale che su quel mondo continua ad esercitare la televisione.

Il “De Senectute” di Scalfari riassume una volta per tutte il canone di Repubblica, all’insegna del rifiuto di una modernità che non piace più. Quello che verrà dopo non lo conosciamo ancora, ma certo è che dovrà reggere il confronto con una visione che nel bene e nel male ha reso l’Italia il paese che conosciamo.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 23/5/2010 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

16 maggio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Ian Curtis Joy Division
Ricordando Ian Curtis, uno normale (1956-1980)

Un musicista cupo e geniale, adorato dalla critica e dal pubblico, che si uccide proprio al culmine dello splendore creativo. Quante volte abbiamo sentito storie come questa? La galleria delle glorie del rock ne è piena, affollata com’è da personaggi piccoli o grandi che hanno predicato e praticato l’autodistruzione come estrema esibizione di sé. La storia di Ian Curtis è uguale a tante altre, eppure diversa. Perché il cantante dei Joy Division che si impiccò il 18 maggio di trent’anni fa, nella sua piccola casa di Macclesfield vicino Manchester, si era appena affacciato sulla soglia del successo per quel tanto che bastò a far franare la vita ordinaria di un ragazzo della più ordinaria provincia britannica. Già alle prese con la fine di un matrimonio adolescenziale e una figlia in fasce, i sensi di colpa per un amore clandestino, il modesto lavoro da impiegato e il peso dell’epilessia appena scoperta. Eppure capace di definire con precisione una poetica musicale che avrebbe attraversato con la sua influenza tutti gli anni Ottanta e Novanta, arrivando fino a noi come uno dei grandi classici del pop a più alta densità intellettuale.

La vita breve di Curtis (ventitre anni) è stata il contrario della lunga fiammata di una rockstar che pianifica eccessi e provocazioni, ma nel tempo non ha mai smesso di alimentare il mito di “uno degli ultimi eroi romantici della cultura pop” (come scrive Marco Di Marco in “Joy Division. Broken Heart Romance”, brillante interpretazione dei testi di Curtis appena pubblicata da Arcana). Un eroe normale: autodidatta ma estremamente raffinato nell’impianto creativo, privo di erudizione ma in grado di imprimere il proprio profilo ad una stagione di passaggio nella vicenda musicale anglosassone.

I due anni e poco più in cui si esaurisce il lavoro dei Joy Division, tra i primi concerti del 1978 e i due album prodotti tra 1979 e 1980, sono quelli in cui si chiude la parabola del punk britannico mentre non si è ancora aperta la stagione che nel corso degli anni Ottanta avrebbe intrecciato la doppia rinascita del rock commerciale e della dance bianca. Già fan adolescente di Bowie e Lou Reed, Iggy Pop e Velvet Underground, il ventenne Curtis assiste con la moglie al leggendario concerto tenuto dai Sex Pistols a Manchester nel luglio 1976 insieme ad uno sparuto gruppo di una quarantina di spettatori. Almeno un terzo dei quali, tuttavia, avrebbe avuto di lì a poco una qualche parte di rilievo sulla scena musicale britannica. Tra questi Morrissey degli Smiths, Howard Devoto dei Buzzcocks e soprattutto Martin Hannett e Tony Wilson. Il primo destinato a diventare un produttore radicalmente innovativo, inventore tra l’altro delle sonorità ipnotiche di basso e batteria che avrebbero segnato prima la new wave e poi la dance. Il secondo già volto della tv privata Granada e poi patron della Factory Records, formalmente un’etichetta musicale indipendente ma di fatto l’incubatrice integrata di musica, intrattenimento e design che fece di Manchester la vera capitale della cultura giovanile britannica per tutti gli anni Ottanta (come ha raccontato Michael Winterbottom nel suo film “24 Hours Party People”).

Alla fine degli anni Settanta, sullo sfondo di una Manchester tramortita dal declino industriale, Curtis trasferisce la sua grossolana poetica adolescenziale nella band messa in piedi con tre coetanei. Dapprima con il nome di Warsaw e imitando le ultime urla anarcoidi del punk, poi affinando un linguaggio sorprendentemente originale nel quale – come scrive Di Marco – “i conti con l’esistenzialismo transitorio della tarda adolescenza” vengono resi in “una miscela di Sturm und Drang e inadeguatezza”. Il risultato è “Unknown Pleasure”, l’album del giugno 1979 che inaugura l’era post-punk e resta ad oggi il più classico esempio di rock alternativo. A partire dalla copertina, che ancora nel 2010 troviamo sulle magliette dei nostri adolescenti con la spettrografia di Fourier che rende in bianco su sfondo nero le radiazioni di una stella morente. Ma soprattutto con un impianto musicale e testuale che “spoglia il rock della sua pretesa di arringare il mondo”, come ha scritto Marcello Kurtz, raccontando un’antica eppur nuovissima epica della sconfitta giovanile che dall’attacco di “Disorder” (“I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand”, “Attendevo che una guida mi prendesse per mano”) arriva alla “nuova alba che sfuma” di “New Dawn Fades”. Passando per i versi costruiti da Curtis con il metodo del “cut-up” ad imitazione di Burroughs e per sonorità a cui Hannett aveva dato un taglio completamente inedito, e mescolando il tutto nel contenitore multifunzionale della Factory che Tony Wilson stava imparando ad usare anche come potente strumento di marketing.

Con l’uscita di “Unknown Pleasure” i Joy Division diventano istantaneamente il gruppo più carismatico della scena britannica. Ma hanno di fronte a sé meno di dodici mesi di attività, durante i quali fanno appena in tempo a registrare il secondo album (“Closer”). Mentre Curtis percorre le ultime tappe di una gavetta che avrebbe dovuto condurlo ad essere quella rockstar che in vita non fu mai, uccidendosi proprio alla vigilia della partenza per la prima tournée statunitense. Le memorie della moglie Deborah (“Touching from a Distance”, 1995) e poi il film che Anton Corbijn ne ha tratto nel 2007 (“Control”) hanno raccontato la spirale anti-eroica del ragazzo di Manchester. Ma ancora oggi capita di cogliere la lunga durata del suo lascito poetico e musicale, persino in molte produzioni italiane: dai Baustelle agli Afterhours fino al denso e raffinato crooning che Luca Faggella ha appena realizzato con il suo nuovo album “Ghisola”. E in fondo è una buona eredità.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 16/5/2010 alle 9:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

14 maggio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. partito democratico veltroni
Walter chi?
Come molti, insisto a leggere le cronache che raccontano la vita interna alle varie componenti del Partito democratico. Ma non riesco a cancellare una sensazione: non ce ne frega più niente.

continua >>

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permalink | inviato da Andrea Romano il 14/5/2010 alle 9:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

12 maggio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Gordon Brown David Cameron Labour Party Miliband
Dopo Gordon Brown, morto un Labour se ne fa un altro
Nelle dimissioni di Gordon Brown - a cui ha fatto seguito l'incarico a David Cameron - si coglie qualcosa di più di un atto di nobiltà solitaria, per quanto indotto dalla pesante sconfitta elettorale. C'è anche un segnale di fiducia nella solidità del partito laburista e nella sua capacità di sopravvivere in sostanziale equilibrio alla vittoria dei Tories, così come una scommessa sulla vitalità della politica britannica dopo l'ondata di antipolitica e dopo un'elezione che ha incrinato il bipolarismo di Westminster. Con l'uscita da Downing Street, Gordon Brown conclude più che onorevolmente una carriera spettacolare e sfortunata, che fin da ragazzo lo ha visto prepararsi a quel ruolo di leader laburista che gli sarebbe poi stato scippato con enorme successo da Tony Blair. Salvo tornare nelle sue disponibilità troppo tardi, nel giugno 2007, quando la proverbiale lucidità del suo mandato da ministro dell'economia si era appannata e quando le stesse sorti del Labour al governo erano ormai declinanti.

La definitiva uscita di scena della coppia Blair-Brown, che ha segnato la storia della sinistra britannica nell'ultimo ventennio, non è comunque destinata ad aprire una crisi al buio dentro il Labour. Perché la particolarità di questa lunga stagione di governo laburista è anche nell'aver fatto crescere dentro il partito una generazione formata non solo da "giovani promesse" ma da politici anagraficamente giovani, che già da molti anni sono alle prese con responsabilità di primissimo piano. Non soltanto gli ormai celebri fratelli Ed e David Miliband, ma anche gli ex ministri del lavoro James Purnell o della sanità Andrew Burnham o l’ex viceministro dell'economia Liam Byrne e altri ancora. Tutti quarantenni che hanno percorso i primi passi della loro carriera nella seconda metà degli anni 90, prima riempiendo di contenuti il cantiere riformista del New Labour blairiano e poi cimentandosi direttamente con il mestiere del governo. Non si tratta di storie miracolose di “enfants prodiges” catapultati dal nulla a ruoli di responsabilità nazionale, ma del prodotto naturale di un partito che non ha mai smesso di funzionare come un'organizzazione nella quale le doti per emergere erano e rimangono il merito personale, la raccolta del consenso e la capacità di applicare l'immaginazione alle migliori soluzioni politiche. Come accade in ogni partito democratico che si rispetti e come d'altra parte è accaduto anche nel Partito conservatore, dove la storia di David Cameron è quella di chi già nei primi anni 90 era attivo nello staff di John Major e ha poi percorso tutte le tappe di un cursus honorum classicamente politico che lo ha condotto dove si trova ora.

Sarebbe fin troppo facile indulgere a un confronto con la situazione italiana, dove i partiti hanno smesso di funzionare nella prima metà degli anni 90 per essere sostituiti da organizzazioni dove le regole sono l'avanzamento per meriti di fedeltà personale e l'ostinata impermeabilità di grandi o piccoli leader alla sconfitta elettorale. Ma ogni paese ha i partiti che la propria storia gli ha fornito e sta di fatto che nel Labour britannico, dietro la prima linea di un Gordon Brown che dopo la sconfitta si avvia com'è naturale alla pensione, esiste un'abbondanza di risorse politiche e intellettuali che ne accompagnerà il passaggio all'opposizione.

In che direzione si muoverà da domani il partito laburista? A guardarne la storia meno recente non si potrebbe escludere una ritirata verso il tradizionalismo più radicale, come accadde nei primi anni 80, quando il successo della stagione thatcheriana spinse il Labour a cercare conforto nell'isolazionismo antieuropeo e nel welfarismo più antiquato. Il risultato fu catastrofico, anche in termini elettorali, lasciando spazio al pieno trionfo di Margaret Thatcher. Ma questo accadeva prima che il New Labour cambiasse in profondità la costituzione politica e culturale della sinistra britannica, che anche laddove fosse destinata a molti anni di opposizione rinuncerà difficilmente ai temi e alle argomentazioni che le hanno permesso di governare la Gran Bretagna per il periodo più lungo della propria storia.



7 maggio 2010
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Dopo il voto, Mr Dubbio a Downing Street?
Nel momento più difficile per la storia europea dell’ultimo decennio, la Gran Bretagna ha scelto di non scegliere. E se gli exit polls di questa notte saranno confermati, con nessun partito capace di superare il traguardo dei 326 seggi in grado di garantire la maggioranza, da oggi Londra avrà un governo privo della forza necessaria ad affrontare i tempi difficili che attendono il paese. Al termine di una delle campagne elettorali più incerte dell’ultimo quarto di secolo gli scenari possibili sono essenzialmente due, ed entrambi privi di ragioni per guardare con ottimismo all’immediato futuro. Il primo e più probabile è un governo di coalizione tra Laburisti e Liberaldemocratici, tenuto insieme dall’ostilità ai Conservatori e dalla promessa laburista di ritoccare la legge elettorale in senso proporzionale secondo la storica rivendicazione del partito di Nick Clegg.

È altamente improbabile che a capo di un esecutivo di questo tipo rimanga Gordon Brown, che appare ormai destinato ad essere sostituito da David Miliband o da qualche altra figura laburista meno logorata. Con il risultato di privare un governo già debole della personalità più capace di gestire misure dure e impopolari, come quelle che attendono un paese alle prese con la crisi peggiore dagli anni Settanta in avanti. La presenza di Nick Clegg nell’esecutivo rappresenterebbe poi un ulteriore ostacolo sulla strada di un’efficace azione di governo. Perché il ruolo ormai indispensabile del partito liberaldemocratico, che ha comunque ottenuto un risultato ben al di sotto delle aspettive suggerite dalla sua abilità telegenica, nasce soprattutto dal crollo verticale della fiducia nella politica che ha scosso la nazione britannica nell’ultimo biennio.

Crisi finanziaria ed esplosione dell’antipolitica si sono intrecciate in forme a noi familiari ma relativamente sconosciute per la Gran Bretagna, con il risultato di favorire il partito che più di altri poteva vantare una patente di verginità per essere rimasto tanto a lungo lontano dalle responsabilità di governo. Ma se verginità politica e capacità di governo difficilmente coincidono, è certamente vero che le proposte dei Liberaldemocratici ricordano troppo da vicino “le idee che possono essere scritte sul retro di un tovagliolo alla fine di un’allegra cena tra amici” (come ha detto Gordon Brown). Il secondo scenario potrebbe vedere un governo di minoranza a guida conservatrice, secondo l’esperienza storica del febbraio 1974 quando l’ultimo caso di “hung parliament” si tradusse nel breve governo laburista che portò nuovamente il paese alle urne in autunno.

Anche in questo caso il compito di Cameron dovrebbe esaurirsi nella guida di una sorta di governo balneare, con il doppio effetto negativo di dilapidare il potenziale di novità del giovane leader conservatore e di congelare la capacità di reazione britannica dinanzi alla crisi europea. In entrambi i casi, un esito ben poco incoraggiante per una nazione che nei prossimi mesi avrà bisogno di una guida politica lucida e determinata.


5 maggio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cameron Blair Gran Bretagna New Labour sinistra europea
Il New Tory Cameron è figlio di Blair
Per uno di quei paradossi di cui vive la storia politica, prima di trasformarsi nella più clamorosa storia di successo della sinistra contemporanea il Labour Party aveva rappresentato per larga parte del Ventesimo secolo la pecora nera del socialismo europeo. È vero che subito dopo la seconda guerra mondiale era stato proprio un governo laburista a porre le basi di un solido e duraturo sistema di welfare, gestendo la fine dell’impero britannico e contribuendo a definire l’architettura di sicurezza euroatlantica, ma è anche vero che dagli anni Cinquanta in avanti quel partito aveva governato poco e male. E mentre le socialdemocrazie nordiche e poi i socialismi mediterranei macinavano successi e definivano nuovi paradigmi culturali, il Labour aveva finito per rappresentare l’emblema del settarismo inconcludente e ripiegato su se stesso. Soprattutto di fronte alla potenza trasformativa dell’era Thatcher.

Il New Labour ha capovolto questo schema in patria e all’estero, diventando fin dalla metà degli anni Novanta il termine di paragone inevitabile per qualsiasi disegno progressista europeo. In positivo o in negativo, la vicenda laburista più recente ha definito uno standard al quale nessun’altra sinistra europea ha potuto sottrarsi anche quando lo ha fortemente voluto. Se questo è accaduto non lo si deve né ai segreti del mestiere comunicativo di Tony Blair né a qualche misteriosa macchinazione del circuito internazionale dell’informazione, ma ad una ragione molto più banale. Ovvero alla capacità di quel partito di governare per un lungo periodo di tempo una delle nazioni più avanzate del pianeta, realizzando un programma politico progressista adeguato ai tempi della globalizzazione.

Tradotto in uno slogan peraltro entrato ormai da anni nel lessico della sinistra europea, si è trattato di conciliare la coesione sociale con la crescita economica o la creazione di ricchezza con la sua redistribuzione. In termini più concreti, è accaduto ad esempio che nell’arco di un decennio il governo laburista abbia più che raddoppiato gli stanziamenti per l’educazione prescolastica (passati da 2 a 5 miliardi di sterline) o abbia moltiplicato da 3,6 a 24 miliardi di sterline le risorse destinate agli strumenti di welfare-to-work, potenziando i meccanismi di mobilità sociale di una delle nazioni più corporative d’Occidente nel mentre accompagnava una delle fasi di crescita economica più dinamiche nella storia britannica. Così come il campo dei nuovi diritti civili ha visto l’introduzione di forme di tutela per le coppie di fatto e persino in politica estera, dove Blair ha pagato i prezzi di popolarità più alti, è soprattutto grazie al New Labour che è stato possibile superare quel paradigma di neutralità passiva nel quale la gran parte della sinistra europea si era facilmente accomodata dopo la fine della Guerra Fredda. È vero che non è accaduto solo questo, così com’è vero che nell’ultimo biennio la crisi ha esposto tutti i limiti della eccessiva finanziarizzazione dell’economia britannica. Ma è difficilmente contestabile l’esito del confronto tra l’esperienza di governo neolaburista e quella di qualsiasi altro centrosinistra europeo nello stesso periodo.

Se questo è stato l’impatto del New Labour sui modelli politici progressisti europei, in profonda crisi di ispirazione dopo l’eclisse della socialdemocrazia alla fine degli anni Ottanta, le conseguenze di tredici anni di governo laburista sono ben visibili anche in patria e anche alla vigilia della più che probabile sconfitta elettorale di Gordon Brown. Perché è proprio in questi giorni che l’offerta politica britannica ci appare stabilmente spostata verso le coordinate progressiste. Con un leader conservatore che rende appassionato omaggio al National Health Service (il sancta sanctorum della simbologia laburista) mentre annuncia politiche multietniche del tutto inedite per la storia Tory, e un leader liberaldemocratico che si vanta di avere ereditato il meglio della tradizione laburista. La trasformazione in senso progressista dello Zeitgeist politico britannico è forse il successo più grande del New Labour. Un progetto che era stato etichettato dai suoi critici di sinistra come una svendita del patrimonio ideale laburista al banco del thatcherismo e che invece è riuscito a condizionare sia l’ispirazione che l’agenda del partito che fu di Margaret Thatcher.  


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