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29 aprile 2010
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Il titolo dell'anno
"Non ho niente da dire, ma so come dirlo". Al geniale libretto di Claudio Nutrito assegniamo in via autocratica il premio per il miglior titolo di libro dell'anno.

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28 aprile 2010
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La normalità dell'egoismo tedesco
La Germania è forse popolata da egoisti che non hanno a cuore il destino della Grecia? Ad un primo sguardo parrebbe di sì, almeno a leggere quei sondaggi che raccontano dell’ostilità di quasi nove tedeschi su dieci alla prospettiva di salvare Atene con i soldi di Berlino. Ma se grattiamo sotto la superficie, ci appare una realtà meno legata ai fatti delle ultime settimane. La realtà di una nazione tedesca che, da un lato, subisce ancora il peso di un trauma non del tutto metabolizzato e, dall’altro, ha recuperato il senso di un interesse nazionale che vuole rendere pienamente visibile in Europa e nella comunità internazionale.

Il trauma che torna a farsi sentire in questi giorni nelle percezioni di tanti tedeschi non è il ricordo lontano del tracollo finanziario della Repubblica di Weimar, ma quello più recente della perdita di sovranità monetaria che ha permesso all’Europa l’adozione della moneta unica. Se la forza del Deutschmark era stata il perno della rinascita della Germania occidentale, l’emblema del rigore finanziario a cui si erano votate dal secondo dopoguerra le sue classi dirigenti politiche ed economiche, la rinuncia a quel pilastro non è avvenuta a costo zero. Sullo sfondo di quello che solo in apparenza poteva sembrare un atto di generosità gratuita – il suicidio del marco per far nascere l’euro – è rimasta sospesa la richiesta di non attingere mai alle tasche dei tedeschi per finanziare le eventuali sbandate della moneta unica. È quella richiesta che oggi torna a farsi sentire, alimentando la vasta opposizione popolare al piano di salvataggio della Grecia così come la pretesa di larga parte della politica tedesca di subordinare quegli aiuti all’adozione di impegni molto più rigorosi da parte del governo greco.

Ma ben più forte del ritorno del trauma da perdita del Deutschmark è il peso dell’interesse nazionale che la Germania ha pienamente recuperato da almeno un decennio, liberandosi dei sensi di colpa che ne avevano imbrigliato l’iniziativa internazionale nella seconda metà del Novecento. Alla fine degli anni Novanta, quando il governo di Gerhard Schroeder e Joschka Fischer decise di farsi parte attiva nella gestione dei conflitti balcanici, si disse che il ritorno dei soldati di Berlino fuori dai confini tedeschi segnalava la ritrovata consapevolezza della Germania dei propri interessi nazionali e la nuova determinazione a farli pesare ben oltre i fantasmi del Ventesimo secolo. Non si trattò di una previsione sbagliata. Perché da allora la Germania non ha più smesso di muoversi in Europa e nella comunità internazionale come una nazione pienamente consapevole della propria forza politica.

Per la Germania la crisi greca equivale sul piano economico a quello che la guerra del Kosovo ha rappresentato sul piano della sicurezza. Oggi come allora, Berlino intende pesare in Europa per quello che può concretamente dare. Nessun contributo proveniente dalla Germania può essere considerato come una scontata gratuità, o come il prezzo per colpe che nessun esponente delle sue classi dirigenti ritiene di dover ancora pagare. È un elemento di realtà con cui è indispensabile fare i conti quando leggiamo gli orientamenti dell’opinione pubblica tedesca sull’emergenza greca. Piuttosto che una manifestazione di egoismo, quegli orientamenti rappresentano un segnale di ritrovata normalità nazionale rispetto alla quale gli appelli all’altruismo sono destinati a cadere nel vuoto. Da qui la saggia durezza di Angela Merkel, che invece di vestire i panni della generosità ha preferito alzare il livello delle richieste di rigore verso la Grecia. Un atteggiamento accorto. E soprattutto indispensabile a conquistare il consenso dei tedeschi.


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26 aprile 2010
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Memoria amaranto
Quando ero piccolo tutti mi scherzavano, ma purtroppo non per le nobili ragioni già descritte da Elio. Mi scherzavano perché a scuola dicevo che al piano sopra casa mia viveva Miguel Vitulano, il mitico centravanti del Livorno.

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24 aprile 2010
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La debole Albione
Nonostante le apparenze, la Gran Bretagna è una nazione tutt’altro che sicura del proprio ruolo nel mondo. In una celebre battuta di Tony Blair: “La Germania ha perso la guerra ma è riuscita è superare il trauma; la Francia ha quasi perso la guerra ma è riuscita a superare il trauma; noi invece abbiamo vinto la guerra, ma non siamo ancora riusciti a superare il trauma”. È stato vero per gran parte della seconda metà del Novecento, se ricordiamo il prezzo che Londra ha dovuto pagare all’incertezza mostrata fin dall’inizio verso il progetto dell’Europa comunitaria. Ma continua ad esser vero anche nel 2010, quando la Gran Bretagna fatica a trovare la strada per recuperare quello status di cui ha goduto dalla metà degli anni Novanta  soprattutto all’interno della comunità euroatlantica. Oggi non è più il partner privilegiato dell’amministrazione statunitense, che avendo ridotto l’importanza del perimetro europeo non richiede più l’uso esclusivo del perno britannico per proiettarsi sul continente, mentre continua a rimanere ai margini dell’Unione e ha subìto dall’impatto della crisi economica un forte ridimensionamento del ruolo di motore esterno della crescita.

Sullo sfondo di questa incertezza di status, chi volesse trovare una prospettiva convincente nelle parole dei tre candidati alla guida di Downing Street sarebbe destinato a delusione. Se n’è avuta conferma giovedì sera, quando sugli schermi di Sky è andato in onda il secondo confronto diretto e questa volta dedicato ai temi di politica internazionale. Nessuno dei tre leader ha offerto indicazioni decisive su quello che dovrebbe essere il nuovo ruolo internazionale del paese, limitandosi a ribadire il canone di retoriche tanto ideologiche quanto ricche di complicazioni per il futuro. David Cameron ha confermato la ritrovata forza dell’antieuropeismo conservatore, avendo scelto di concedere proprio su questo tema ampio spazio al nostalgismo thatcheriano in cambio del sostegno ricevuto sull’innovazione nel campo dei diritti civili e dei servizi pubblici. Il risultato è la possibilità che un futuro primo ministro Tory si riveli del tutto disconnesso dai suoi colleghi conservatori continentali proprio sui nodi futuri dell’Unione europea.

Dall’altra parte Gordon Brown ha difeso le formule classiche del lungo ciclo di governo neolaburista: l’europeismo pragmatico di chi non è riuscito a far compiere fino in fondo alla Gran Bretagna quel salto in avanti verso l’Unione promesso nel 1997, ma che nondimeno ha definitivamente archiviato l’antieuropeismo con il quale il suo partito aveva convissuto a fasi alterne fino alla fine degli anni Ottanta; la determinazione a combattere attivamente il terrorismo fondamentalista in patria e all’estero, con una retorica degna dell’interventismo democratico di marca blairiana; la tradizionale fiducia in una solida alleanza con gli Stati Uniti. Eppure persino le rassicuranti formule del (troppo) rassicurante Gordon Brown avevano un che di inadeguato rispetto alla nuova debolezza internazionale della Gran Bretagna, che certo non potrà trovare conforto nel ritorno alle glorie del passato recente.


Tra i tre, tuttavia, il più lontano dall’apparire convincente sul merito dei problemi è stato Nick Clegg. Il quale ha interpretato fino in fondo il nuovo ruolo di “rockstar della politica britannica”, come lo ha ribattezzato Philip Stephens, scegliendo l’eccesso come bussola di navigazione tra i temi internazionali. Ha dunque rivendicato un filoeuropeismo largamente sovrabbondante per un’opinione pubblica che deve ancora accettare i vincoli dell’integrazione comunitaria, così come ha flirtato con un antiamericanismo a sfondo pacifista che forse lo renderà popolare con i settori più radicali dell’elettorato laburista ma che non ha alcuna possibilità di essere tradotto in una vera agenda di governo.


A meno di due settimane dal voto, dunque, la Gran Bretagna si prepara a dotarsi di un governo che difficilmente sarà in grado di infondere nuova energia ai rapporti tra Londra e la comunità internazionale. Un ciclo storico si è definitivamente concluso, quello di un partito laburista che anche in caso di alleanza forzata con i liberaldemocratici non sarà in grado di dare il proprio segno ai prossimi anni, mentre si fatica a comprendere la direzione che dal 6 maggio sarà impressa alla nuova stagione. E allora è forse il caso di rassegnarsi, a malincuore, ad una Gran Bretagna politicamente più debole costretta ad assistere dalla tribuna a quel gioco internazionale di cui talvolta è riuscita ad essere protagonista.



23 aprile 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. silvio berlusconi partito democratico onu ban ki moon
La soluzione: Berlusconi all’Onu
A pensarci viene un po’ da ridere. Ma facciamo finta di niente e guardiamo alla sostanza della visione. Silvio Berlusconi verrà eletto segretario generale delle Nazioni Unite nel corso del 2011, alla scadenza del mandato di Ban Ki Moon.

Gli Stati Uniti garantiranno un aiuto decisivo alla promozione di un leader amico con il quale, tuttavia, insorgono di tanto in tanto motivi di imbarazzo. La Russia di Medvedev non potrà che sostenere colui che più di ogni altro in Europa è stato vicino a Putin nella buona come nella cattiva sorte.

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13 aprile 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Edmondo Berselli Moretti Benigni postcomunisti
Edmondo Berselli (1951-2010) e la sincronia dei sinistrati
In Italia più che altrove, forse per la nostra familiarità con pulpiti e prediche, quello dell’editorialista è un mestiere scivoloso. Si corre spesso il rischio di prendersi troppo sul serio salendo su quelle due colonne e illudendosi di poter indicare all’Italia e al mondo la via da percorrere. Edmondo Berselli sapeva invece confortare il lettore, con una scrittura priva di quel “duro monito” che nell’editorialismo italiano è il perno classico dell’argomentazione. Non perché non prendesse sul serio quanto scriveva, ma perché lo faceva ricorrendo ad un metodo che mescolava (con le sue parole) “il Sopra e il Sotto, l’Alto e il Basso, il Cotto e il Crudo” senza mai perdersi nella rappresentazione effimera della politica, dello sport o dello spettacolo. Perché in Italia nell’effimero si affoga e ci si nasconde, mentre Berselli non si è mai sottratto alle sue passioni politiche e culturali. Ricorrendo spesso, nei suoi momenti migliori, a quella cattiveria che i cultori dell’effimero non conoscono né sanno maneggiare.

Quel metodo era nato con il suo primo vero libro, “Il più mancino dei tiri”, arrivato nel 1995 dopo alcuni anni di scrittura sui quotidiani. Un libro poi celeberrimo, dove il calcio era solo un espediente per raccontare la fine da poco consumata dei partiti della prima repubblica e nel quale Berselli enunciava così il proprio programma: “Con un sentimento piuttosto romantico confido in una storia in cui tutto è sincronico. Considero contemporanei Mammolo e Pisolo come John Lennon e Woody Allen, il Grande Blek e Giuliano Amato, Felice Gimondi e Romano Prodi”. La sincronia come modalità di sguardo al cabaret italiano, ma anche come strumento per non ostentare la ricchissima erudizione che gli veniva da molti anni di lavoro editoriale. Una coincidenza sfortunata ha voluto che proprio nel giorno della scomparsa di Berselli il ministro Sacconi se ne sia uscito con un attacco al “nichilismo delle generazioni degli anni Settanta che sono entrate nei mestieri dell'educazione, della magistratura e dell'editoria … per infrattarsi. Perché è sempre meglio che lavorare". Non so quale editoria (né quale educazione o magistratura) abbia in mente Sacconi, ma so che proprio la cucina editoriale aveva portato al giovane Berselli tutto il contrario del nichilismo. E dunque una sana passione per la politica così come una straordinaria familiarità con testi e autori che nel corso degli anni sarebbero tornati ad animare le sue riflessioni giornalistiche e soprattutto i suoi libri, dove meglio che altrove emergeva la sua capacità di tenere insieme politica, fenomenologia e antropologia nel racconto del nostro tempo italiano.

Tra i suoi molti libri, uno era quello che teneva in maggior cura. Lo dichiarava ogni volta con la medesima formula, nei risvolti di copertina che redigeva certamente di propria mano: “Il suo libro più importante è “Post-italiani. Cronache di un paese provvisorio”. Un libro fondamentale perché impietoso, quasi feroce nel ritrarre le ideologie e i protagonisti di una transizione italiana che già allora ci appariva infinita e sfinente. Vi troviamo una galleria di interpretazioni che ancora oggi non hanno perso un grammo di verità. Gianfranco Fini con “la sua mitologia, come il suo stile, in perpetua metamorfosi”. I postcomunisti con il loro “volatile sincretismo progressista”, “presi alla sprovvista dalle mutazioni sociali intervenute nel paese … e illusi che bastasse lasciar trapelare un filantropismo di fondo, una tonalità socialista leggermente commossa con un retrogusto dolceamaro di lacrime”. I miti del progressismo light, come Nanni Moretti o Roberto Benigni, su cui si abbatteva senza remore. “Il solo pensiero di una scuola cinematografica morettiana, con epigoni e seguaci, mette una certa inquietudine. Ci mancherebbe pure la Sacher-Tendenz”, mentre “La vita è bella” vi appariva per quello che era: “Poche le voci a sinistra che si levino a dire: ma signori, questo film è una stronzata”.

Negli anni successivi al 2003, che dopo la collaborazione con il Sole 24 Ore lo videro firmare per Repubblica e l’Espresso, la cattiveria di Berselli si sarebbe stemperata in una rappresentazione quasi passionale dei tormenti del centrosinistra. Come nel sottotitolo a “Sinistrati” (“Storia sentimentale di una catastrofe politica”), l’ultimo suo libro politico venuto subito dopo il voto del 2008, nel quale gli eterni perdenti di questo ventennio sono trattati con la benevolenza di un progressista che non aveva mai rinunciato all’intelligenza dell’ottimismo.


9 aprile 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cameron Conservatori PPE Tories Gran Bretagna Blair Brown Labour
Cameron e il ritorno al futuro dei Tories
All'inizio del 2005 Geoffrey Wheatcroft, tra i decani del giornalismo conservatore britannico, concludeva così un libro dedicato alla "strana morte dell'Inghilterra conservatrice" (“The Strange Death of Tory England”, Penguin Books, 2005): «Oggi i Tories potrebbero essere arrivati alla fine della loro storia. Nel corso di molti decenni il partito ha mostrato un feroce istinto di sopravvivenza e un'infinita capacità di reinventarsi, che ora sembrano scomparsi. In questi ultimi anni i conservatori sono sopravvissuti ripetendosi che prima o poi sarebbe tornato il loro turno. In realtà non c'è alcuna necessità che le cose vadano così. Perché non c'è alcuna legge della storia che obbliga un partito a sopravvivere».

Cinque anni dopo, a meno di un mese dalle elezioni del 6 maggio, i Tories si trovano largamente favoriti da sondaggi e bookmaker nella corsa per Westminster. Cos'è accaduto dal 2005 a oggi per ribaltare una percezione tanto negativa? Non bastano a spiegarlo, da soli, né l'elezione di David Cameron a nuovo leader né il durissimo impatto della crisi finanziaria sulla società del Regno Unito e dunque sulla credibilità di Gordon Brown. Molto di più ha contato la capacità del "partito naturale di governo" (come è stato definito il partito conservatore per gran parte del Novecento britannico) di liberarsi da quel trauma post-thatcheriano che lo aveva tenuto per tredici anni lontano da Downing Street, impedendogli fin dal 1997 di offrire all'elettorato una ricetta appetibile.

Il merito di questa rinascita ideologica prima che politica è in grande misura di David Cameron. Ma si deve solo in parte al tratto glamour e mediatico di questo giovane leader, che sembra avere imparato alla perfezione i riti della società televisiva (avendo tra l'altro lavorato per sette anni nel gruppo Carlton Communications) e che ama condividere in pubblico le gioie e i dolori della sua dimensione familiare. Assai più di questo, nella resurrezione dei Tories ha contato il riposizionamento strategico di un partito che ha finalmente compreso il profondo cambiamento che ha investito la Gran Bretagna negli anni di Blair e che non vagheggia più un ritorno all'età dell'oro di Margaret Thatcher. Quella stessa Thatcher che nel novembre 1990 fu estromessa dal governo non dall'elettorato ma dal suo stesso partito, in un colpo di mano che è poi tornato negli incubi dei suoi eredi come torna la maledizione di un matricidio. Perché i Tories si liberarono della Thatcher, imputandole un grado ormai intollerabile di chiusura al dialogo e di ostilità all'Europa, ma fino a Cameron non sono mai riusciti a liberarsi del thatcherismo come visione del mondo alla quale tornare.

Ci provò per primo William Hague, che tra il 1997 e il 2001 fronteggiò senza grandi speranze il primo e più forte ciclo di governo blairiano ricorrendo alla carte (thatcheriane) dell'euroscetticismo e della lotta al crimine. Dal 2001 al 2003 fu il turno del disastroso Iain Duncan Smith, la cui inconsistente leadership cercò di sorreggersi alla retorica (thatcheriana) dei tagli ai servizi sociali e alla spesa pubblica. Andò meglio con Michael Howard che dal 2003 riuscì ad avviare un disimpegno parziale dal nostalgismo thatcheriano, che tuttavia non gli impedì di scommettere sull'allarme sociale contro l'immigrazione clandestina in una campagna elettorale dai toni sostanzialmente xenofobi. La lunga traversata del deserto percorsa dai Tories è ben ricostruita da una monografia dello storico Tim Bale, appena uscita in Gran Bretagna (“The Conservative Party from Thatcher to Cameron”, Polity Press 2010). Un libro che ha il merito di andare sotto la superficie del "personaggio Cameron", e dunque oltre il suo indiscutibile capitale comunicativo, per guardare ai nodi che la sua leadership ha affrontato con gli strumenti di un navigato mestiere politico. Non è vero, infatti, che Cameron sia un novizio della politica. I suoi primi passi nel partito risalgono agli inizi degli anni Novanta, come funzionario del Conservative Research Department e poi come assistente speciale di Norman Lamont: il ministro dell'Economia di Major il cui nome sarà per sempre legato alla catastrofe del "mercoledì nero" del settembre 1992, che vide il crollo della sterlina e la sua fuoriuscita dal sistema monetario europeo.

L'innovazione fondamentale che Cameron ha introdotto nel partito conservatore è il diverso atteggiamento verso il ciclo di governo neolaburista: dal 2005 ad oggi, come spiega Bale, alla guida dei Tories vi è stato «chi ha compreso come Tony Blair, con il suo mix tra crescita economica e giustizia sociale, fosse riuscito a modificare il terreno sul quale l'opposizione doveva muoversi». Il blairismo come trasformazione strutturale del campo politico britannico, dunque, analogamente a quanto era accaduto vent'anni prima con la rivoluzione thatcheriana. Di qui la decisione di Cameron, come ha scritto Lorenzo Valeri, di scommettere su «quei nove milioni di elettori sotto i trent'anni che sanno poco o niente di Thatcher e Major ma tutto di Blair». Questo ha significato importare nel linguaggio politico conservatore la piena accettazione del National Health Service, il servizio pubblico sanitario, insieme a una nuova sensibilità verso i temi dell'ambiente (la green economy come leva di crescita) e dei diritti civili di nuova generazione (il sostegno alle civil partnerships anche tra persone dello stesso sesso). Così come ha importato una trasformazione radicale dello sguardo tory su immigrazione e multiculturalismo, che fa perno sui valori condivisi per costruire un nuovo amalgama nazionale. Nelle parole di Cameron: «Poche nazioni sono più attrezzate di noi a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isola in una comune identità civile. La Gran Bretagna non può limitarsi ad essere una comunità di comunità, ma può diventare un luogo dove i nostri valori superiori uniscono individualità diverse e danno un nuovo senso alla nostra cittadinanza».

Fin qui le operazioni di sdoganamento grazie alle quali, come ha scritto Kieron O'Hara in un ritratto di Cameron (“After Blair. David Cameron and the Conservative Tradition”, Icon Books, 2007), «il partito conservatore ha riconquistato la facoltà di essere ascoltato dalle classi medie» uscendo di fatto dalla nostalgia thatcheriana e assumendo alcuni temi classicamente blairiani come punti condivisi del discorso pubblico. Successivamente alla riconquista di quel centro innovatore che aveva già permesso a Blair di governare tanto a lungo, è poi venuto il recupero dell'elettorato tradizionale conservatore attraverso la denuncia della “broken society”: secondo Cameron la società britannica soffrirebbe di profonde fratture legate «all'erosione della responsabilità individuale che l'iperattivismo statale ha portato tra di noi», come ha dichiarato pochi giorni fa all'Economist. Tradotto in scelte politiche, significa la certezza che un prossimo governo conservatore introdurrà tagli sostanziosi alla spesa pubblica.

Quel che è assai meno certo è quale potrebbe essere il rapporto tra una Gran Bretagna a guida conservatrice e l'Europa, perché l'antieuropeismo è l'unico tema thatcheriano che non è stato minimamente intaccato dalla leadership di Cameron. Al contrario, dopo aver fatto uscire la delegazione tory al parlamento europeo dal Ppe per aderire a un nuovo gruppo ad alto contenuto di euroscettici, una volta arrivato a Downing Street il leader conservatore si prepara a rinegoziare con Bruxelles i termini della partecipazione alla legislazione europea in tema di occupazione e politiche sociali. Resta da vedere se si tratta solo di un pegno propagandistico o se il tema europeo sarà effettivamente una secca su cui potrebbe arenarsi il nuovo ciclo politico destinato ad aprirsi di qui a poche settimane in Gran Bretagna.


4 aprile 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconismo società civile Zagrebelsky Crainz
L'Italia tra snobismo e inciviltà
“Signora mia, come siamo diventati incivili!”. Leggendo alcuni commenti alle elezioni viene una gran voglia di mimetizzarsi nei panni di Alberto Arbasino, che forse in questi giorni avrà pensato qualcosa di simile dinanzi alla rappresentazione di un Paese moralmente perduto che quando vota – e non sono molti coloro che questa volta lo hanno fatto – concede un’ampia vittoria alla Lega e un’altra cambiale di fiducia (ancorché risicata) al Cavaliere. Quel Paese sarebbe caduto da anni sotto una cappa di inciviltà antropologica, che rende inevitabile la sopravvivenza del berlusconismo e nel Settentrione ne moltiplica gli effetti in un dominio leghista ormai privo di argini. È un lamento che assume talvolta una coloritura pittoresca, come capita a Lidia Ravera: candidata non eletta nella lista civica di Emma Bonino nel Lazio, ha invitato i suoi sostenitori a curare la delusione “limitando l’impegno politico alla tristezza condivisa di tante cene intelligenti”. Dove è lecito immaginare che cene assai meno intelligenti (ma forse più sostanziose?) siano invece previste per gli elettori che hanno preferito Renata Polverini.

Eppure, nonostante Lidia Ravera, il tema è più serio di quanto sembri. Vi si è soffermato con acume Gustavo Zagrebelsky alla vigilia del voto, quando ha dedicato la sua “Lettura Cesare Alfieri” al tema della minaccia oligarchica che graverebbe sulla nostra democrazia. Il giurista piemontese vi ha tra l’altro sostenuto come non “ci si debba accodare agli snobisti della democrazia, una categoria in crescita di persone, un tempo di destra, oggi anche di sinistra, anzi prevalentemente di sinistra, molto intelligenti, i quali hanno vita facile nel mostrarne limiti, contraddizioni e ipocrisie”. Zagrebelsky coglie una verità importante, laddove mette in evidenza la migrazione del “pregiudizio antidemocratico” dalla componente moderata a quella progressista della nostra opinione pubblica. Ovvero il passaggio della diffidenza verso la libera espressione del consenso elettorale, che nel nostro recente passato era stata covata da chi in Italia non aveva ancora fatto pace con la democrazia repubblicana, a quei settori che per tutto quest’ultimo quindicennio non sono riusciti a far pace con la basi di consenso del berlusconismo. Eppure che il problema sia il riconoscimento del berlusconismo o del leghismo Zagrebelsky non lo dice, limitandosi a proporre una medicina all’indebolimento della democrazia che si limita a comprendere “la sovranità della legge e la libertà dell’opinione, le magistrature e l’informazione”. E tuttavia il nodo è proprio nell’ingrediente che manca, in quel pieno riconoscimento del consenso che qualunque “snobista della democrazia” (prima di destra e oggi di sinistra) si è sempre rifiutato di assumere come vero.

Riletta all’indomani del voto regionale, la lacuna tanto rilevante della riflessione di Zagrebelsky assume un peso ancora più visibile. Lo ha spiegato lo storico Guido Crainz, che giovedì scorso ha coniato per “Repubblica” l’immagine del dominio della “società incivile” per spiegare i risultati elettorali. Secondo Crainz è arrivato il momento di “fare i conti con il consolidarsi di settori sempre più corposi di “società incivile”, la cui incubazione prese corpo negli anni Ottanta e che poterono confluire nella “idea di Italia” di cui Berlusconi è stato alfiere”. Oltre il ben noto pregiudizio verso gli anni Ottanta, come stagione di degenerazione antropologica della nazione, c’è qualcosa di più nella lettura di Crainz. Ovvero la convinzione che “in questo arco di tempo sono cresciuti processi di decadimento sia della società civile che della politica, segnati dall’ulteriore deperire dell’etica pubblica” con l’effetto che “dal nostro orizzonte sembra scomparso il futuro”.

È un contrappasso davvero bizzarro quello che sembra appesantire lo sguardo degli “snobisti della democrazia” e certamente di Crainz, che dell’indagine sul potenziale democratico del “paese mancato” ha fatto la chiave per un’interpretazione originale della nostra storia repubblicana. Quando quel potenziale si è tradotto nel berlusconismo, eccolo rinchiuso nella scatola dell’inciviltà. E soprattutto ecco scomparsa qualsiasi facoltà di applicarsi a comprendere e immaginare quale futuro potrà mai darsi un paese tanto incivile dopo Berlusconi, quando a votare saranno quegli stessi cittadini che oggi esprimono così il loro consenso.





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