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19 dicembre 2010
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Tedeschi egoismi modello Angela
Si dice che la Germania sia diventata egoista, che non abbia più a cuore le sorti dell’Europa e che abbia dimenticato i doveri di riconoscenza verso quei paesi che contribuirono alla sua rinascita dopo il 1945. Forse è tutto vero. Ma è altrettanto vero che per il 2010 la Germania può vantare uno spettacolare tasso di crescita del 3,6%, unico tra le grande economie europee, e che tra il 2005 e il 2010 il numero dei suoi disoccupati è passato dai cinque milioni ai poco meno di tre milioni. Sono cifre che, confrontate con quelle assai più aride di altre economie continentali, potrebbero giustificare qualsiasi legittima forma di tutela degli interessi nei confronti di chi pretende che siano soprattutto i contribuenti tedeschi a finanziare la messa in sicurezza dell’Europa dal ritorno della crisi finanziaria. E tuttavia lo spauracchio del cosiddetto “egoismo tedesco” non è una novità degli ultimi mesi, ma deve essere collocato sullo sfondo di una storia recente che ha visto la Germania recuperare il senso pieno dell’interesse nazionale dopo decenni nei quali la consapevolezza della propria forza politica ed economica era stata frenata dal peso della colpa storica. Berlino è arrivata gradualmente a questa nuova e più emancipata coscienza di sé, libera da inibizioni che venivano ancora dal trauma bellico. Vi si era avvicinata già negli anni Novanta, quando dinanzi alle sfide per la sicurezza europea seppe assumersi responsabilità militari del tutto inedite. Ma l’ha raggiunta pienamente con Angela Merkel, già negli anni della cosiddetta “grande coalizione” che uscì dalle elezioni del 2005 e che vide la signora di Amburgo guidare un’alleanza CDU-SPD. Ci aiuta a capire meglio questa fase recente della vicenda tedesca un libro appena pubblicato dal Mulino e prodotto dall’Istituto Cattaneo di Bologna (“La Germania di Angela Merkel”, a cura di Silvia Bolgherini e Florian Grotz, pp.286, euro 23,00), nel quale analisi molto puntuali ricostruiscono le dinamiche politiche, elettorali ed economiche dell’immediata vigilia di quest’ultimo cancellierato. Vi si legge ad esempio che già in quegli anni, e dunque ben prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale, nella politica europea di Berlino fosse riconoscibile un orientamento di “pragmatizzazione” incentrato sul “netto rifiuto tedesco di continuare ad essere l’ufficiale pagatore dell’Europa”. Dalla Germania niente di particolarmente nuovo, dunque. Se non una determinazione ancora maggiore a difendere i propri interessi nazionali, a fronte di risultati economici ancora più spettacolari.

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permalink | inviato da Andrea Romano il 19/12/2010 alle 15:49 | Versione per la stampa

15 dicembre 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi elezioni
Se tutti perdono, elezioni più vicine
Se il tentativo di disarcionare Berlusconi è fallito, una tra le più vaste maggioranze della storia repubblicana si riduce ad un piccolo margine di tre parlamentari. È questa la fotografia finale di una battaglia popolata solo da perdenti. Naturalmente perde Fini, e male, pagando il prezzo della differenza che corre tra un progetto coraggioso (radicare in Italia una destra europea e non berlusconiana) e il materiale concreto con cui dovrebbe essere costruito (essenzialmente ex-Msi di ascendenza rautiana). Perde anche il Partito democratico, che si è rintanato nella propria metà campo sperando che la resa dei conti nel PdL gli restituisse come per miracolo un ruolo politico. Quel ruolo perduto da tempo e non ritrovato neanche con la manifestazione dell’11 dicembre che ha visto, come ha scritto Lina Palmerini sul Sole, “l’inedito di una piazza che invoca la sua riscossa in un governo tecnico”. Perde la Lega, o quanto meno la sua anima di governo incarnata da Roberto Maroni, perché da domani la corte di un Bossi sempre più iconico e sempre meno capace di guidare la macchina del partito troverà irresistibile la tentazione di incassare direttamente nelle urne il vantaggio accumulato grazie alle difficoltà del PdL. Infine, nonostante tutte le apparenze, Silvio Berlusconi rischia di perdere la guerra dopo avere vinto questa battaglia. Ieri il Cavaliere ha trovato una riserva di ossigeno in un parlamento di nominati con una pessima legge elettorale, grazie ad una contrattazione dai contorni imbarazzanti e profittando soprattutto della debolezza degli avversari. Ma la sua esperienza a Palazzo Chigi potrà continuare solo se riuscirà ad imbarcare qua e là un transfuga di ritorno da Futuro e Libertà e qualche più consistente pezzo dell’UdC, restando comunque ostaggio della Lega e della sua voglia di voto. All’ennesima linea di galleggiamento verrà forse dato il nome di “nuovo patto di legislatura”. Ma è difficile immaginare qualcosa di diverso da un supplemento di agonia per un governo che avrebbe dovuto realizzare riforme di impronta storica e che invece si è rapidamente trovato prigioniero del declino di quello che un tempo fu l’alfiere della “rivoluzione liberale”. Sullo sfondo rimane un paese che attende stordito elezioni ormai più che probabili, e dove la dimensione della crisi di consenso della politica e delle istituzioni è molto maggiore di quella che può essere misurata su tre voti di scarto.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 15/12/2010 alle 15:46 | Versione per la stampa

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