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30 ottobre 2010
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Familiari schegge di perfidia
Francesco Piccolo è cattivo. Ma un cattivo vero, non di quelli che sbandierano un cattivismo teatrale per poi ridursi a più umane pratiche di convivenza e convenienza. No, Piccolo è uno scrittore dall'aria simpatica e pacioccona. Che tuttavia, al momento buono, ti infilza con una rappresentazione della cattiveria che il lettore riconosce immediatamente come familiare. Perché l’ha praticata di persona o ha sognato di farlo più di una volta fin da quando è diventato adulto. Per questo in Italia esiste una tribù di adepti al culto di Francesco Piccolo. E per questo io ne faccio parte. Il nostro testo di riferimento non è il fortunato "L'Italia spensierata", con il quale Piccolo ha bonariamente irriso ad alcuni vizi nazionali, ma il ben più implacabile "La separazione del maschio". Ovvero il libro nel quale la pratica del tradimento maschile viene fotografata, sezionata, raccontata e infine assolta da ogni condanna così come da ogni esaltazione. Se ne parlò quando uscì ma vale comunque la pena ricordarne i punti fondamentali. Che sono quelli della storia di un marito che pratica il tradimento sessuale serialmente e per anni, di fatto con chiunque gli pratichi a tiro. Non se ne vergogna e non ne va fiero. Semplicemente, si adatta alle circostanze di una vita libertina restando per tutto il tempo del libro un marito e padre che si vuole esemplare, solo leggermente preoccupato che la scoperta dell’inganno conduca al crollo della sua impalcatura familiare. Naturalmente è una storia già sentita e letta migliaia di volte. E naturalmente le cose vanno come devono andare, con il fedifrago smascherato e la famiglia in pezzi. Ma la maestria di Piccolo è tutta nel raccontare la cattiveria del tradimento maschile nella sua naturale quotidianità, e soprattutto senza alcun compiacimento o alcuna complicanza morale. Con un castigo rimandato di pagina in pagina e che potrebbe non arrivare mai, anche se quando arriva si storce la bocca per un’illusione che finisce e che avrebbe potuto continuare per sempre.
Fatto sta che “La separazione del maschio” è diventato rapidamente un libro di culto. Un culto maschile, va da sé, con poche donne che si distinguono dalla quasi totalità di signore che normalmente reagiscono alla lettura con raccapriccio più o meno violento. Di solito la pratica del culto prevede che quel libro faccia la sua comparsa nel mezzo di una conversazione tra amici, che devono essere amici veri come si è veri amici tra maschi. E dunque senza troppa confidenza intorno alla propria vita sessuale, poco importa se vera o immaginaria. Ci si chiede con molta circospezione e qualche imbarazzo se, per caso, si è letto quel libro e cosa se ne pensa. E quasi sempre ci si riconosce adepti della stessa chiesa, particolarmente grati all’autore per avere rimosso l’incrostazione della colpa e per avere restituito alla cattiveria maschile una sua dignità, anche se solo per qualche centinaio di pagine.
Perché ricordare quel libro proprio oggi, quando di Francesco Piccolo è appena uscito “Momenti di trascurabile felicità” (Einaudi, pp.134, euro 12,50)? Non certo per l’effetto che può avere in questi stessi giorni la lettura delle cronache del Bunga Bunga o della memorabile bontà d’animo mostrata da Silvio Berlusconi verso la giovane Ruby. Anche se un qualche confronto sarà pur lecito tra le cronache che vedono protagonista il Cavaliere e Lele Mora e i percorsi del castigo sospeso sulla testa del protagonista del romanzo. Magari per concluderne che la cattiveria di quel libertino che si crede innocente è più innocua delle nuove peripezie che vedono protagonista il Presidente del Consiglio. Ma la vera ragione per leggere l’ultimo libro di Francesco Piccolo alla luce del precedente è che questo ne rappresenta un complemento. Dove l’inimitabile cattiveria di Piccolo viene ulteriormente argomentata, con riferimenti sparsi ad una quotidianità più leggera di quella del romanzo. E quindi priva di amplessi e sotterfugi, ma piena di schegge di perfidia che escono dal nulla e che ancora una volta suonano terribilmente familiari. Perché non basta avere l’aria bonaria né leggere Repubblica, come l’autore ricorda anche in queste pagine. Francesco Piccolo resterà sempre colui a cui “piace passeggiare la domenica mattina e non comprare mai una mela, né le arance, né un bonsai, né un fiore, né le uova di Pasqua – niente che possa aiutare le ricerche per qualsiasi cosa e niente che possa mettere la coscienza a posto”. E per questo ci piace tanto.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 30/10/2010 alle 15:26 | Versione per la stampa

19 ottobre 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD Bersani Fiom Vendola
Se il PD reagisce e non agisce
Di questi tempi non è facile essere il segretario del principale partito di opposizione, soprattutto all'indomani di una manifestazione ben riuscita come quella organizzata dalla Fiom. Non è facile perché al PD, da una parte e dall'altra, si chiede di comportarsi come se fosse ancora un grande partito novecentesco che sceglie di aderire o non aderire ad una grande manifestazione del sindacato operaio. Ma il PD non è più quel partito, così come come il corteo di sabato scorso è stato ben altro che un evento esclusivamente sindacale. Si spiega anche così l'incapacità della leadership democratica di argomentare in modo convincente la posizione assunta sulla manifestazione. Pierferdinando Casini, del tutto legittimamente, chiede a Bersani di prendere le distanze da una piazza "in cui si accusa il capitalismo di aver depredato la gente". Dal fronte opposto sono altri, e altrettanto legittimamente, a chiedere che il PD sposi fino in fondo le ragioni della protesta Fiom.
Preso in mezzo, Bersani ha un bel da fare nel ricordare le ragioni dell'autonomia del Pd ("Il compito del partito è avere un progetto suo e non misurare le distanze da un sindacato"). Ma sullo sfondo rimane il sospetto che l'antico collateralismo stia tornando a farsi sentire con il trucco della "necessità di ascoltare tutti" o con il camuffaggio che permette al segretario di partecipare per interposta persona (quella del suo assistente), tanto più nell'imminenza di uno scontro elettorale che non consentirebbe al Pd di perdere una sola fetta di consenso a sinistra.
In realtá in tutto questo non vi sarebbe alcuno scandalo, perché il rapporto che corre oggi tra il Pd e la Fiom è quanto di più lontano dalle relazioni che intrattennero a suo tempo il Pci e i sindacati dei metalmeccanici quando la posta in gioco era la rappresentanza unitaria, politica o sindacale, del mondo del lavoro salariato. Oggi sia il Pd che la Fiom sono attori, entrambi politici ed entrambi minoritari, di una partita che si svolge dentro il limitato perimetro dell'opposizione al berlusconismo. Un campo angusto e affollato dove negli ultimi anni si sono moltiplicati i pretendenti a porzioni di consenso piccole o grandi ma mai risolutive. E tra i costi della rinuncia del Pd alla vocazione maggioritaria vi è anche la necessitá per Bersani e i suoi di ricontrattare i termini dell'alleanza con la Fiom così come si sta facendo con Vendola e Di Pietro. Non si tratta dunque dell'antico collateralismo tra partito generale e sindacato operaio, ma della ridefinizione di un patto con attori politici in vista di un cartello elettorale nel quale il Pd si avvia ad essere alleato con tutto quanto si è nel frattempo radicato alla sua sinistra. Ivi compresa una Fiom che in questo biennio ha assunto un profilo di militanza politica assai ben definito.
Lo slittamento del Pd verso una nuova alleanza a sinistra appare dunque inevitabile, anche sulla spinta di una crisi del berlusconismo che va svolgendosi più rapidamente di quanto era stato immaginato. Se ne può prendere atto con qualche rassegnazione, almeno tra coloro che immaginavano o speravano che il Pd potesse utilizzare questi anni di opposizione per una profonda revisione della sua lettura della società italiana. Così come è opportuno prepararsi al ritorno in Parlamento, dietro lo schermo dell'immaginifica retorica di Vendola, delle idee e delle parole dei Paolo Cento e degli altri reduci di quel radicalismo massimalista che nel 2008 sembrava essere stato neutralizzato.
Non è qui il punto dolente del percorso che il Pd va compiendo (o sta tornando a compiere) verso la sinistra radicale, ma nel tratto essenzialmente passivo che lo accompagna. Anche nei confronti della Fiom, così com'è accaduto con Vendola, il partito di Bersani sembra reagire supinamente a quanto avviene intorno a sé piuttosto che provare a guidare la direzione dell'alleanza e la definizione dei suoi contenuti. Per far questo non basta mandare i propri collaboratori in piazza, rivendicare una vaga pratica dell'ascolto o evocare una mitologia del "nuovo patto sociale". Servirebbe una capacità di orientare gli alleati e una consapevolezza del proprio ruolo nella società italiana ben più forte di quella che il  Pd mostra di possedere, incalzato com'è da concorrenti che insistono sul suo stesso spazio elettorale senza avere la pesantezza di chi si muove come se fosse ancora quel grande partito novecentesco che non è più


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permalink | inviato da Andrea Romano il 19/10/2010 alle 14:17 | Versione per la stampa

8 ottobre 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cameron Tories destra europea Sacconi
Cameron e l'equivoco della Big Society
Se la sinistra europea ha la febbre ancora alta, mentre i socialisti spagnoli si apprestano a rottamare Zapatero per evitare la disfatta elettorale, la destra non sta molto meglio. Sarkozy è alle prese con un declino di consensi tutto personale, mentre si prepara a giocarsi fino all’ultimo voto una rielezione che solo un anno fa sembrava scontata. Angela Merkel sta tentando di agganciarsi alla ripresa economica tedesca per ribaltare un’estate densa di difficoltà politiche. In entrambi i casi, l’impressione è che le punte del centrodestra europeo siano impegnate nella gestione dell’emergenza piuttosto che nella manutenzione di un orizzonte ideale che possa essere fonte di ispirazione per le altre forze conservatrici. Su questo sfondo, David Cameron rischia di trovarsi nella posizione di unico faro ideologico pienamente funzionante su scala europea. Grazie al privilegio di godere ancora della benevolenza che gli elettori garantiscono ai governi appena avviati, ma anche perché la sua leadership non sembra avere ancora archiviato l’ambizione di ridefinire il DNA dei Tories.
Lo conferma da ultimo il discorso tenuto a Birmingham, dove Cameron è tornato su alcuni dei temi che hanno qualificato la sua opera di rinnovamento nel partito che fu thatcheriano. L’attenzione alla sfera dei servizi pubblici fondamentali, innanzitutto, che lo ha visto ribadire la centralità occupata dal Servizio Sanitario Nazionale nel nuovo pantheon dei conservatori (“proteggeremo il National Health System dai tagli mostrando che esso continua ad avere quella priorità che abbiamo sempre rivendicato”). Non era affatto scontato che il NHS, mitica bandiera laburista solo recentemente acquisita dai Tories, si trovasse al riparo dai tagli nella stessa settimana che ha visto l’annuncio di drastiche riduzioni di benefici pubblici. Al contempo, Cameron ha tentato di declinare secondo i tempi nuovi della crisi un’idea di giustizia che tenga conto dei sacrifici chiesti a consistenti quote della società britannica. Di qui lo slogan secondo il quale “Coloro che hanno le spalle più larghe dovranno sostenere un peso maggiore”. Che nell’immediato giustifica il taglio degli assegni familiari per i più abbienti, ma che oltre la contingenza punta ad incalzare i laburisti sul terreno per loro più naturale. Quello di un’idea di “fairness” che sotto la spinta della crisi si è resa inevitabile in qualsiasi agenda politica anche di segno conservatore.
Siamo dunque alle prese con una riedizione in chiave britannica dell’ampia veste del “conservatorismo compassionevole”? Non esattamente, perché la vera novità del discorso di Cameron è nel suo tentativo di guardare oltre l’angolo della crisi economica. In direzione di una stagione di crescita nella quale Londra potrebbe trovarsi nei prossimi mesi, e dunque tastando il terreno di un ottimismo forse prematuro secondo i dati economici ma in sintonia con lo spirito pubblico che ha segnato la Gran Bretagna nell’ultimo decennio. Cameron ha rivendicato la purezza dello spirito imprenditoriale di “coloro che fanno, che inventano e che fanno muovere la nostra economia”. Pensando non solo al “riccone nella sua torre di vetro”, ma a “coloro che si alzano prima dell’alba per pulire le vetrine”, alle “donne che lavorano fino a tardi per far quadrare i conti della loro piccola azienda”, ai “lavoratori che lasciano la sicurezza di un salario mensile per provarci in proprio”. È una retorica del piccolo e piccolissimo imprenditore nella quale si leggono echi del populismo democratico thatcheriano, che non fu mai ideologia del “Big Business” ma fiducia nelle capacità di ogni singolo cittadino di cimentarsi con la produzione di ricchezza. Ma soprattutto è una formulazione che chiarisce definitivamente cosa intendeva essere lo slogan della Big Society che lo stesso Cameron aveva lanciato in luglio. Non tanto una traduzione inglese della sussidiarietà di matrice cattolica, secondo la frettolosa interpretazione di alcuni politici di casa nostra (come il ministro Sacconi), ma piuttosto l’indicazione di un percorso pienamente liberale di rinascita economica che possa scommettere sulla capacità della società di tornare a produrre crescita e valore.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 8/10/2010 alle 18:22 | Versione per la stampa

3 ottobre 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Anni Ottanta storia italiana
Gli Ottanta delle meraviglie

C’è un decennio della nostra storia recente che non è mai passato. Un decennio nel quale l’Italia è diventata il paese che conosciamo, nel bene e nel male. L’età di una nuova adolescenza collettiva che sembrò dare alla nazione nuova energia e vitalità ma da cui non ci siamo mai davvero emancipati, riuscendo nel contro-miracolo di invecchiare senza mai diventare adulti. Gli anni Ottanta sono stati anche questo, almeno per l’Italia. E a quel decennio decisivo Marco Gervasoni, giovane storico di talento, dedica una storia interpretativa che merita di essere letta come un breviario per gli anni Zero del nostro nuovo secolo. Lungo il percorso di questo libro scopriamo infatti che l’Italia del 2010 è ancora densamente popolata dalle immagini che si definirono in quegli anni lontani ma che nel frattempo si sono fatte più stanche, stoppose, senili. Immagini che non sono solo quelle della televisione commerciale o della personalizzazione della politica, come vuole la convenzione più diffusa, ma anche quelle di un vitalismo di massa che oggi si è corrotto in indignazione tribale e di una rivendicazione dei poteri dell’individuo che si è rovesciata nel particolarismo e nella fuga dalla responsabilità.

“Quando eravamo moderni”, suggerisce Gervasoni nel sottotitolo al volume. Ed effettivamente gli anni Ottanta sono stati l’ultimo decennio in cui l’Italia si è immaginata all’avanguardia della modernità occidentale, prima di avviarsi su un piano inclinato di percezioni sempre più cupe dal quale non sembra capace di uscire. Quell’autorappresentazione tanto ottimistica fu forse un abbaglio, come avvertirono da subito gli “apocalittici” che denunciarono le storture di decennio che sembrò aprirsi all’insegna dell’egoismo e del cinismo? In realtà la critica che allora fu rivolta allo spirito degli anni Ottanta nasceva in parte dalla nostalgia per il tempo appena perduto dei Settanta, ma era soprattutto legata alla solida presa sul paese di subculture che consideravano il guadagno un peccato da espiare. “Subculture organicistiche e anti-individualistiche di diversa matrice (fascista, collettivista, cattolica) che non avevano certo impedito, anzi rafforzato la ricerca del ‘particolare’: una forma di egoismo a breve termine assai diversa dall’individualismo modernamente inteso”. Fuori dalle categorie ideologiche, il decennio nuovo vide affermarsi per la prima volta in Italia una “società degli individui” che riuscì ad incrociare i flussi nascenti di quella che poi avremmo chiamato “globalizzazione”. E che allora inserì il nostro paese in un circuito mondializzato di consumi massificati che coinvolse e stravolse la quasi totalità delle aree geografiche e dei gruppi sociali d’Italia. Diversamente da quanto era accaduto con il boom degli anni Sessanta (impropriamente accostato al “nuovo miracolo economico” degli Ottanta) che invece “aveva toccato prevalentemente le aree urbane con una marcata differenza tra provincia e grandi centri urbani e tra Nord e Sud”. E già qui il lettore non può evitare di domandarsi quanto sia rimasto dell’Italia di quegli anni nei consumi dei nostri anni Zero. Anche questi dominati dalla massificazione dell’accesso al mercato, che naturalmente non si è mai invertita, eppure afflitti anche nei comportamenti commerciali da una divaricazione quasi irreversibile tra un Nord sempre più europeizzato e un Sud sempre più ripiegato su se stesso.

Se negli anni Ottanta l’esplosione dei consumi sembrò omogenea, fu anche per il modo nuovo con il quale l’universo delle merci venne presentato a tutto il paese. Si trattò della rivoluzione dell’advertising, fino ai Settanta chiuso dentro un “universo rigido” di manifesti e stampa periodica mentre in televisione “l’agenzia pubblicitaria legata alla Rai, la Sipra, esercitava un monopolio che filtrava anche secondo criteri morali e di convenienza al costume i prodotti da pubblicizzare”. La televisione commerciale cambia tutto, ovviamente, e non solo nell’impatto sui consumi. Perché, come scrive nel 1983 un entusiasta Umberto Eco opportunamente ricordato da Gervasoni, “il tempo della neo TV è un tempo elastico, con strappi, accelerazioni e rallentamenti” mentre “con la paleo TV c’era poca roba da vedere”. Ma oggi, quasi trent’anni dopo, non sarà un caso se ci stiamo rifugiando tutti sul satellite in cerca di “roba da vedere” che non troviamo più nel pastone grigio e monopolistico che nel frattempo è diventata la “neo TV”?

Anche in questo caso il confronto tra le promesse di quel decennio e la realtà dei nostri anni Zero è impietoso, e non certo a nostro vantaggio. Non lo è se guardiamo a quei livelli di sviluppo e consumo e alla novità della nuova televisione degli anni Ottanta, ma soprattutto non lo è nello spirito pubblico di quella che sembrò “una nazione di individui desiderosi di uscire dalla crisi perché sentivano il paese pronto a incamminarsi in un orizzonte nuovo”. A dispetto di tutte le chiacchiere sul tramonto delle identità ideologiche, la speranza di un “orizzonte nuovo” pervase anche le mobilitazioni civili che in quel decennio furono numerose e innovative. A partire dal nuovo pacifismo che, sebbene strumentalizzato dall’ultimo PCI berlingueriano, mostrò una composizione ideale ricca di “individualismo, pragmatismo e dialogo (i valori del riflusso) contro il collettivismo, la politica ideologica e la violenza collettiva che nel decennio appena trascorso avevano tenuto banco”; passando per il mondo cattolico, che conobbe una potente ventata di movimentismo di origine wojtyliana, e per finire con le prime mobilitazioni di un nuovo ceto medio che esprimeva insofferenza antifiscale e antistatalista in forme del tutto inedite per la storia repubblicana. Un movimento, quest’ultimo, che avrebbe preparato il terreno al localismo politico (e dunque all’insorgenza delle Leghe) e che in quella seconda metà degli anni Ottanta fu clamorosamente snobbato da una politica che si avviava ad un catastrofico scontro con il paese reale.

D’altra parte in quegli stessi anni Ottanta non erano mancati i sintomi del bisogno sempre più forte di una politica diversa, espressi da un corpo nazionale che si sentiva sempre meno rappresentato. Gervasoni ricorda l’enorme successo popolare della presidenza di Sandro Pertini, che “da vecchio e intuitivo animale da piazza socialista aveva colto il livello preoccupante dello scollamento tra gli italiani e la politica”. E vi aveva risposto con un’eloquenza, una gestualità e una comunicazione del tutto diverse da quelle dei paludatissimi predecessori. Una strategia fatta di infrazioni continue al protocollo e gaffe ben studiate, esibita familiarità con i media televisivi e movimentismo decisionista che incontrò da subito il favore di un’opinione pubblica che si preparava ad affondare la prima repubblica. Gianfranco Miglio coglieva un punto di verità quando nel 1984 scriveva che “Pertini si muove perché nel paese c’è una sensibile carenza di potere decisionale”. Non sia mai che ci si azzardi qui ad accostare il “Presidente degli italiani” e quel Cavaliere che dieci anni dopo avrebbe preso il potere con una strategia mediatica, movimentista e irriverente. Certo, questo possedeva e possiede e controlla i media dai quali pontifica mentre quello possedeva solo la propria pipa e il proprio rango istituzionale. Eppure la distanza che separa Pertini e Berlusconi, al di là dell’abisso tra le due storie personali, ricorda piuttosto quella che corre tra una promettente novità appena sbocciata e la sua declinazione ripetuta e declinante. Che è poi la stessa distanza che separa ciò che contribuì a dare freschezza agli anni Ottanta e che oggi, in versione uguale ma senile, incarna il senso di oppressiva stanchezza di questi anni: dalla spettacolarizzazione della politica ai festival culturali di massa, dai talk show ai comici indignati, dal salutismo al localismo. Anche per questo, guardando agli anni Ottanta, viene da pensare che in fondo “si stava meglio quando si stava peggio”: ai tempi di un decennio forse cinico e individualista, ma certamente ricco di quella speranza che non sembra più abitare nell’Italia del 2010.

Marco Gervasoni, “Storia d’Italia degli anni Ottanta”, Marsilio, pp.250, euro 14,00



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permalink | inviato da Andrea Romano il 3/10/2010 alle 19:46 | Versione per la stampa

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