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20 settembre 2009
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Dio ci salvi dai "laici furiosi"
Può capitare di avvertire un qualche imbarazzo per la compagnia di persone con le quali ci si trova a condividere lo stesso lato della barricata. È quanto accade a molti laici italiani, che condividono la trincea della tutela dello spazio pubblico dal nuovo revival religioso con compagni di lotta dai quali sono lontani quasi in tutto. I commilitoni imbarazzanti cono quelli che Giancarlo Bosetti definisce “laici furiosi”, in un acuto libretto nel quale la figura cosiddetta del “laicista” viene descritta come quella di “chi è antireligioso, o irreligioso, … e desidera promuovere un arretramento della religione, la cui presenza ritiene nociva per la società”.

Ognuno di noi avrà in mente un qualche esempio di laicista più meno agguerrito (il sottoscritto pensa subito a Piergiorgio Odifreddi, anche se altrettanto spesso lo immagina in antichi panni sacerdotali). Il laico Bosetti ne fa questione di forza della laicità nell’era del post-secolarismo, quando le religioni tornano ad essere un ingrediente di peso nella sfera pubblica e dunque nella discussione politica. È il tempo che stiamo vivendo, attraversato da nuovi dilemmi bioetici e da un nuovo protagonismo delle chiese sullo sfondo di un indebolimento della politica nazionale e delle appartenenze ideologiche novecentesche. È in questo tempo, secondo Bosetti, che le ragioni della laicità rischiano di essere sabotate prima di tutto dall’interno. Da coloro che ritengono che “un mondo senza religione e senza credenti sia migliore”, attardandosi nell’obiettivo di impedire un’invasione clericale degli Stati laici, e da coloro che non comprendono le ragioni del ritorno della religione nella discussione pubblica non riuscendo dunque ad aggiornare i propri argomenti. Come “i sindacalisti e gli industriali d’impostazione fordista” nell’era del post-fordismo, costoro non riconoscono che la nuova forza della laicità oggi non può che transitare dal riconoscimento della nuova forza delle fedi.

L’esplosione del pluralismo religioso nelle nostre comunità nazionali, che ha ridimensionato l’appartenenza naturale ad una chiesa aprendo una competizione per la conquista delle menti a cui le diverse confessioni cristiane e non cristiane partecipano con piena consapevolezza della posta in gioco. La fuoriuscita della religione dalla dimensione privata, nella quale era stata confinata negli ultimi decenni, e la sua capacità di tornare nella sfera pubblica “con la freschezza di una sfida nuova” in virtù della stessa novità degli interrogativi a cui noi tutti – credenti e non credenti – siamo costretti a rispondere dall’innovazione scientifica e dalla ridefinizione dei confini della vita. Infine, l’indebolimento delle ragioni di autosufficienza morale dello Stato liberale di fronte all’aprirsi di un confronto pluralistico su quei nuovi interrogativi. Sono queste, secondo Bosetti, alcune delle ragioni che devono spingere i laici a ritrovare la propria forza a partire dal riconoscimento della natura della religione come “forma permanente e molto sostanziosa della vita sociale e non solo della vita intima delle coscienze”. E dunque dall’urgenza di recidere il legame con quei “laici furiosi” che, per vocazione di categoria o nostalgia di battaglie novecentesche gloriose e ormai archiviate, rischiano di trascinare ogni altro laico nella sconfitta.

L’esigenza di ripensare le ragioni della laicità attraversa anche l’ultimo libro di Claudia Mancina, che si concentra con acume sul legame tra crisi della laicità e crisi della democrazia: due spazi accomunati dal nuovo bisogno di “migliorare la capacità del processo democratico di produrre decisioni compatibili con il necessario pluralismo della società”. Il percorso suggerito dalla Mancina guarda al superamento dell’uso della laicità come “bandiera di una fazione” e alla ricerca di una nuova neutralità delle istituzioni pubbliche che, ispirandosi all’idea di “ragione pubblica” di John Rawls, non si concentri tanto sulla ricerca di una sintesi bonaria e relativistica tra culture diverse ma persegua la possibilità di “attingere alla ricchezza simbolica delle tradizioni religiose ai loro contenuti, nella misura in cui questi rispettino i criteri della ragionevolezza e della reciprocità e possano poi tradursi pubblicamente”.

È lo stesso metodo che emerge dal racconto di vita di Ignazio Marino, medico cattolico prima di essere parlamentare e oggi candidato alla guida del Partito democratico. Una figura pubblica troppo sbrigativamente compressa dai critici dentro la scatola del “laicismo” ma che in realtà rivela, in questo suo libro, uno sguardo di grande densità e pragmatismo sui nuovi interrogativi etici e dunque sull’urgenza di ridefinire le ragioni della laicità senza alcuna reverenza identitaria.

Giancarlo Bosetti Il fallimento dei laici furiosi. Come stanno perdendo la scommessa contro Dio, Rizzoli, pp.201, € 13.00
Claudia Mancina La laicità al tempo della bioetica. Tra pubblico e privato, il Mulino, pp.156, € 14.00
Ignazio Marino Nelle tue mani. Medicina, fede, etica e diritti, Einaudi, pp.228, € 18.00



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permalink | inviato da Andrea Romano il 20/9/2009 alle 16:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa

17 settembre 2009
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L'inutile revival della retorica anti-élite
La polemica contro le classi dirigenti è un ingrediente antico della nostra storia nazionale, destinato a farsi più pungente nelle fasi di crisi e confusione come quella che stiamo vivendo. Una crisi che resta politica non meno che economica, perché al netto di ogni dietrologia è ormai evidente che la lunga transizione italiana non sembra ancora aver trovato quell'approdo che le elezioni del 2007 avevano lasciato immaginare. Non è solo la tentazione sempre più diffusa di guardare la politica dal buco della serratura a suggerirlo, ma anche il potente ritorno della retorica antielitaria e la sua diffusione ai piani alti delle istituzioni democratiche. In questi ultimi giorni è accaduto più volte di ascoltare autorevoli rappresentanti di governo aprire il fuoco della polemica contro questa o quella porzione di classe dirigente, scegliendo talora i magistrati o gli economisti talaltra i banchieri o persino i cineasti in un procedere per categorie all'ingrosso che non può né vuole percorrere la via del ragionamento di merito.

C'è in questo il ritorno di un elemento tradizionale del berlusconismo, che fin dai suoi esordi ha esibito una carica anti-establishment che ha saputo inserirsi con acume e spregiudicatezza nel blocco dei meccanismi di formazione delle classi dirigenti che l'Italia degli anni Novanta ha conosciuto in forme tanto drammatiche. Gli anni passano per tutti, compreso il berlusconismo. E ascoltare un così pugnace revival antielitario quindici anni dopo quel lontano 1994 induce qualche perplessità. Non solo perché lo stesso berlusconismo non può esimersi dall'essere considerato a pieno titolo produttore e contenitore di classi dirigenti che ormai da anni si misurano legittimamente con il potere e la responsabilità pubblica. Soprattutto perché chi esercita un mandato politico in nome e per conto del popolo non può realisticamente pensare di utilizzare questo tipo di schermo polemico per porsi al riparo dalla valutazione pubblica dei risultati del proprio lavoro, per ragioni sia di metodo che di merito. Il metodo ricorda infatti troppo da vicino il diluvio distruttivo che ha avvelenato la nostra vita pubblica nell'ultimo decennio, quel rifiutare pregiudizialmente la legittimità dell'interlocutore come reazione preliminare a qualunque tipo di critica. O peggio, come reazione ad ogni tentativo di allargare il perimetro della discussione. Perché qualsiasi attore pubblico, e maggior ragione qualsiasi attore che svolga funzioni di governo, si rafforza nell'individuazione di interlocutori legittimati e si indebolisce nell'irrisione di avversari reali o immaginari. Soprattutto quando a quegli avversari sono attribuiti come uno stigma i contorni dell'appartenenza a una categoria di sapore morale più che politico.

Sinceramente non si avverte alcun bisogno di un "giustizialismo di governo" che preluda a un'ordalia tutta basata sui rapporti di forza, mentre il paese attende di conoscere la direzione che prenderà all'uscita dalla crisi economica. Le ragioni di merito hanno a che fare con la persistenza del blocco nei meccanismi di formazione delle classi dirigenti, che continua ad essere uno dei nostri problemi più gravi. Altri paesi avanzati hanno conosciuto, come l'Italia, crisi di legittimità nelle leadership politiche ed economiche e ne sono usciti con molto tempo e molta fatica. C'è chi vi è riuscito, come negli Stati Uniti, tornando a guardare nelle università di punta alla ricerca dell'eccellenza politica e intellettuale e chi, come in Francia, sottoponendo a critica serrata un modello tradizionale di formazione delle élites per trovarne un altro con relativa rapidità. Nessun grande paese, tuttavia, lo ha fatto elevando la retorica antielitaria a standard permanente di lotta politica e rinunciando così anche solo a immaginare una soluzione reale a un problema reale. È esattamente questo il rischio che in queste settimane sembra incombere sulla nostra vita pubblica


4 settembre 2009
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La Chiesa, il PD e il silenzio dei cattolici democratici
Nella partita nuova e sempre più disordinata che si è aperta tra berlusconismo e Chiesa italiana è da registrare con qualche sorpresa il silenzio dei cosiddetti “cattolici democratici”, ovvero di coloro che hanno predicato e praticato la mediazione politica tra la propria fede e l’esigenza di governare una nazione moderna e plurale. Naturalmente non sono mancate in Parlamento e nei partiti di opposizione le prese di posizione, anche molto nette, di singoli esponenti cattolici contro le particolarità comportamentali del Presidente del Consiglio e più recentemente contro gli attacchi venuti dalla stampa filo-berlusconiana alla persona di Dino Boffo. Ma quella che è clamorosamente mancata è la sensazione di una presenza di quella vasta e autorevole area del centrosinistra che nell’ultimo decennio ha tentato di aggiornare alle condizioni della Seconda repubblica la lezione che fu già di De Gasperi e Moro: testimoniare la propria fede senza rinchiudersi nella rappresentanza confessionale di una sola parte d’Italia, cercare ad ogni passo di coniugare in senso universalistico la vocazione cristiana con lo spirito della democrazia e della giustizia sociale.

La ragioni di quest’assenza non possono essere cercate esclusivamente nei patimenti congressuali del Partito democratico, per quanto l’incombere della vittoria di Bersani nel segno del revival socialdemocratico stia evidentemente concorrendo a togliere energia ed entusiasmo a quell’area. C’è forse qualcosa di più nell’incapacità di inserirsi con forza nel primo vero conflitto che si registra da molti anni tra Berlusconi e una componente non secondaria delle gerarchie ecclesiastiche, con le sue inevitabili ricadute su almeno una parte dell’elettorato cattolico di centrodestra. Qualcosa che ha a che fare con la più recente parabola storica del cattolicesimo democratico, che dopo la stagione di Romano Prodi non sembra più in grado di trovare ragioni abbastanza forti per giustificare la propria identità organizzata e quella funzione di ago della bilancia svolta per molti anni sulla scena politica non berlusconiana.

Nella stagione di Prodi, specialmente per gli anni del primo Ulivo, l’aspirazione universalistica dei cattolici democratici aveva trovato un nuovo modo di stare al mondo dopo la fine della DC. Era stata figlia diretta di quell’aspirazione la scelta di Prodi come candidato alla presidenza del consiglio, ma soprattutto fu emanazione di una tradizione alta di amministrazione della cosa pubblica lo schieramento di una classe dirigente che in quegli anni ha saputo distinguersi nel governo del paese e nell’assunzione di scelte coraggiose, necessarie e spesso impopolari. Comunque la si pensi e comunque si sia votato nel 1996, è difficile negare che negli ultimi anni dello scorso decennio il contributo venuto dal cattolicesimo democratico alla concreta pratica di governo del paese sia stato di alta qualità. I problemi sono venuti dopo. Quando la stagione del primo Ulivo si è consumata come tutti ricordiamo e quando dalle soluzioni di governo il protagonismo dei cattolici democratici si è spostato a quel conflitto sui valori che nel frattempo andava colonizzando gran parte del nostro discorso pubblico.  Qui il centrodestra ha avuto buon gioco nell’assorbire le ragioni del tradizionalismo cattolico, nella debolezza di una cultura politica che se pure si era detta fugacemente liberale non è mai riuscita a darsi forza e coerenza sufficienti a costruire posizioni autonome sui nuovi temi della vita e della persona. La controprova è nelle più recenti prese di posizione di Gianfranco Fini, che tenta di risalire la china di questa passività collegandosi a quanto negli stessi anni è stato realizzato dai settori più innovativi del centrodestra europeo.

Sull’altro fronte, nel centrosinistra, la chiamata al conflitto sui valori ha frantumato la tradizione del cattolicesimo democratico in una piccola nube di appartenenze tutte minoritarie: dall’esperimento teodem con cui si è cercato di costruire un nuovo protagonismo politico dei cattolici non berlusconiani ma lontani dagli stilemi del cattolicesimo di sinistra, alla nostalgia prodiana degli ulivisti più irriducibili fino al più recente tentativo di Ignazio Marino di ibridare la fede personale con soluzioni bioetiche di segno radicalmente laico. Tentativi tutti minoritari sia perché incapaci di contrastare la compattezza del neo-tradizionalismo del centrodestra, sia perché inseriti in un contenitore di partito dove ogni singola identità rivendica una propria casella dentro un comune accordo di non belligeranza. Ogni componente conserva il proprio potere di interdizione e tutte concorrono a definire in modo pattizio una leadership che, anche domani, non sarà che l’ennesima espressione di un passato che non accenna a passare.

Per i cattolici democratici – lontani dal governo e spesso anche da una cultura di governo – gli effetti di questo accordo nel contesto dell’Italia post-secolare hanno significato la dispersione in molte piccole tribù. Con il doppio risultato negativo di rendere del tutto pacifico il ritorno egemonico di quella tradizione post-comunista che, seppur indebolita, non ha certamente subìto lo stesso destino di frammentazione. E soprattutto di perdere la voce nei momenti in cui, come oggi, sarebbe utile e opportuno anche agli occhi di chi non è credente saper mostrare forza e attrattiva nei confronti di un elettorato cattolico quanto meno spaesato di fronte a quanto sta accadendo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 4/9/2009 alle 11:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

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