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31 marzo 2009
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Com'è difficile spiegare il PD all'estero

Il bello dei summit progressisti internazionali, come quello che mi è capitato di seguire in Cile la scorsa settimana, è che per qualche giorno ti si rianima il cuore. Succede infatti di ascoltare leader politici convincenti, che godono in patria di ampie riserve di consenso e che ti spiegano il buono e il bello dei loro magnifici governi di centrosinistra. Naturalmente l’occasione è retorica, ma di questi tempi anche una dose di buona retorica politica fa bene all’anima del povero progressista italiano.

Il brutto è che in questi stessi giorni ti tocca raccontare lo stato di salute della sinistra italiana ad un’abbondante schiera di stranieri. Talvolta sono persone che hai incontrato spesso negli anni in occasioni simili, funzionari politici o osservatori a vario titolo del mondo progressista. Tutti comunque curiosi di sapere cosa accade dalle nostre parti. E qui cominciano i problemi.

Come nel caso del socialista francese a cui cerchi di spiegare la dinamica delle dimissioni di Walter Veltroni dalla guida del PD. “Sai – dico io con una punta davvero minima di ironia – Veltroni si è dimesso ma dice di averlo fatto per un atto d’amore verso il partito”. E lui, molto più seriamente: “Nel senso che dopo aver fatto vincere Berlusconi per la terza volta è andato definitivamente in pensione, aprendo la strada ad una nuova leadership?” “Non proprio”, provo a rispondere, “in realtà ha spiegato di essere molto più adatto a fare l’uomo delle istituzioni che l’uomo di partito. Si può quindi pensare che tra qualche anno proverà a farsi nominare candidato primo ministro dalla coalizione di centrosinistra”. Ma ora è il francese che diventa ironico: “Ho capito, allora è vero amore”.

Altrettanto difficile spiegare il miracoloso rimbalzo di D’Alema all’intellettuale statunitense di tendenza clintoniana. “Sai – dico io con nessuna ironia – le dimissioni di Veltroni hanno ridato forza a D’Alema, che rassicura i vecchi militanti con il suo solido mestiere politico”. L’americano è curioso di saperne di più: “Ma è lo stesso D’Alema che è stato primo ministro dieci anni fa? Non si era dimesso nel 2000? Non c’è davvero nessun altro dopo Veltroni?” Non ho saputo cosa rispondergli.

Ma il massimo della difficoltà si raggiunge cercando di spiegare il crescente successo di Berlusconi. “Sai – dico con concentrazione assoluta alla deputata del Labour Party – Berlusconi si rafforza perché riesce a cavalcare la crisi con un messaggio di rassicurazione sociale. E con un ministro dell’economia che da qualche mese descrive la fine del capitalismo finanziario e il fallimento della globalizzazione”. Ma la laburista è tenace e non si accontenta: “Perché Berlusconi si è scelto un ministro della sinistra radicale?”. Ho provato a spiegarle che non era così, ma dopo poco sono passato a chiederle come stava Tony Blair.

Dismessi i panni faticosi dell’ermeneuta della nostra politica, questi vertici sono comunque uno spasso. Se in Italia mi sarei entusiasmato anch’io per l’intervento di Debora Serracchiani all’assemblea dei circoli del PD, in Cile è stato facile farlo ascoltando James Purnell. Ha la stessa età della Serracchiani ma di mestiere fa il ministro del lavoro nel governo britannico. E dieci anni fa era nella policy unit di Tony Blair, insieme a quel David Miliband che nel frattempo è diventato ministro degli esteri. Lo so che questi confronti non si dovrebbero fare, ma mentre parlava Purnell la tentazione è stata troppo forte.

Dal rischio depressione mi ha comunque salvato Gordon Brown. Il quale è entrato nella sala dove lo attendevano trecento persone in piedi, accompagnato dalla Bachelet, e si è diretto verso di me che stavo in una delle ultime file. Mi ha stretto la mano, mi ha chiesto come stavo ed è montato sul podio. Non l’avevo mai incontrato prima e sicuramente mi ha confuso con qualcun altro, o forse voleva solo fare un gesto di cortesia verso un anonimo della platea. Ma per un paio d’ore mi sono sentito molto meglio.


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29 marzo 2009
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Lula e il compagno Biden

Viña del Mar. C’è sempre una prima volta, deve aver pensato il vicepresidente degli Stati Uniti quando Lula lo ha chiamato “compagno Biden” di fronte agli altri capi di stato e di governo riuniti in Cile per il summit progressista. D’altra parte quella di ieri è stata anche la prima occasione in cui l’amministrazione Obama si è presentata ad un vertice internazionale del centrosinistra, circondata da enormi simpatie e aspettative. Intorno al tavolo, oltre a Biden e Lula sedevano Zapatero, Brown, il primo ministro norvegese Stoltenberg, la presidente cilena Bachelet e l’argentina Kirchner. Un confronto tutto politico tra Europa, Stati Uniti e America Latina sulla crisi economica e sugli scenari ideali del centrosinistra. Ma soprattutto il ritorno all’orgoglio progressista per voce di chi esercita una diretta responsabilità di governo, dopo le divisioni della prima giornata del seminario cileno.

A pochi giorni dal G20 londinese, Gordon Brown ha sfoggiato la sua migliore retorica laburista con un richiamo ai valori che possono ispirare la ricostruzione del sistema economico mondiale. “Giustizia e responsabilità – ha detto il primo ministro britannico – sono i valori di fondo che ci rendono quello che siamo: progressisti e riformatori. Ma sono anche i valori che cerchiamo di far vivere nella vita quotidiana e nelle nostre famiglie, e gli stessi che la grande maggioranza della popolazione mondiale condivide nelle sue diverse identità culturali e religiose. È su questi stessi valori che dobbiamo fondare la nuova legittimazione del sistema economico internazionale, traducendoli in regole che permettano al mercato di lavorare nell’interesse pubblico”. Nello specifico, un nuovo sistema di regole per le istituzioni finanziarie internazionali e un allargamento delle competenze della Banca Mondiale ai temi dell’ambiente e della produzione energetica. 

Sulla stessa lunghezza d’onda Zapatero, che cimentandosi con i fondamentali progressisti ha parlato della “nostra comune fiducia nella possibilità dell’uomo di migliorare la propria condizione attraverso la formazione e l’innovazione tecnologica”. La stessa fiducia con la quale, secondo il primo ministro spagnolo, i progressisti possono applicarsi alla democratizzazione del mercato finanziario globale importandovi gli obblighi di trasparenza e responsabilità.

Se il brasiliano Lula (oltre al titolo di “compagni” per tutti i capi di stato presenti alla discussione) ha portato al tavolo l’orgoglio per “la vigorosa ondata di democrazia popolare che sta scuotendo tutta l’America Latina e che ci permette finalmente di avere il coraggio di tradurre in pratica le nostre convinzioni”, il debutto di Joe Biden ha prevedibilmente catturato l’attenzione della scena progressista. Un discorso pragmatico, quello del vice di Obama, che ha richiamato gli europei e i sudamericani alla responsabilità di accompagnare gli USA in una nuova stagione di dialogo multilaterale: “La buona notizia è che a Washington c’è stato un vero cambiamento e che la Casa Bianca vuole sinceramente collaborare con la comunità internazionale. La cattiva notizia è che non potrete più contare sulla vecchia amministrazione come scusa per evitare un vostro impegno diretto nel mondo. Perché stavolta noi rispetteremo le regole. Ma quando le regole non funzionano più è dovere di tutti prendersi la responsabilità di scriverne di nuove”. 

Particolarmente attento a non apparire pedagogico né paternalista (“Non voglio assolutamente darvi lezioni”, ha ripetuto in tre diverse occasioni) Biden ha sottolineato l’urgenza di rimettere in piedi l’economia statunitense anche come motore della crescita mondiale: “Ci lavoreremo ogni giorno senza ricette ideologiche e concentrandoci solo sulle soluzioni più efficaci per creare posti di lavoro nel settore privato, per sostenere il mercato immobiliare e per restituire vitalità al credito. La nostra ambizione non solo quella di garantire una rete di sicurezza a coloro che sono stati colpiti dalla crisi, ma di fondare le basi di una nuova economia sostenibile”. 



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28 marzo 2009
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Dario tra i progressisti tristi

Viña del Mar. A quasi dodicimila chilometri da Roma, ben al riparo da ogni eco dell’autocelebrazione berlusconiana, Dario Franceschini si presenta al circuito progressista mondiale riunito in Cile da Policy Network e dall’Instituto Igualdad. Lo fa con un discorso in inglese condito da un leggero accento ferrarese, provando a spiegare il posto del Partito democratico in quella che fu la gloriosa carovana della Terza Via. Un compito meno difficile del previsto, perché lo stordimento ideale che attraversa il mondo progressista in questi tempi di crisi accoglie benevolmente il “caso italiano” come una particolarità tra le tante. 

Tra i nuovi entusiasti del ritorno dello Stato amministratore, diffusi in particolare tra i sudamericani, e i pochi europei ancora capaci di rivendicare parole come “scelta” e “opportunità”, Franceschini sceglie la strada della “rivoluzione verde” come nuovo orizzonte del centrosinistra internazionale. Lo fa nominando Barack Obama comandante in capo del “mutamento tecnologico e produttivo che potrà cambiare l’economia europea e statunitense”, leggendo la crisi come un’opportunità per “una nuova etica pubblica che sia in grado di animare i nostri comportamenti quotidiani” e naturalmente auspicando “nuove regole globali per un nuovo multilateralismo e una profonda riforma delle istituzioni internazionali”. 

C’è anche spazio per un piccolo cenno alla diversità del PD nei confronti dell’Internazionale socialista, con gli inevitabili accenni al Partito del congresso indiano e ai Democratici statunitensi come esempi di non ortodossia socialdemocratica. Ma sul tema diceva di più la stessa composizione della delegazione italiana, assente Fassino e presenti con Franceschini altri tre non socialisti come Francesco Rutelli, Lapo Pistelli e Gianni Vernetti.

Mentre il leader del PD presentava le proprie credenziali, il circuito progressista si guardava allo specchio scoprendosi confuso e diviso. Innanzitutto sui fondamentali, letti con lenti del tutto divergenti dalla sinistra europea e da quella sudamericana. Quest’ultima impegnata a celebrare “il ritorno dello Stato come ritorno della politica sullo sfondo del catastrofico fallimento del paradigma neoliberista”, nelle parole del principale consigliere politico di Lula Marco Aurélio Garcia. Il quale si è spinto a difendere il buon nome del populismo (“troppo spesso usato come insulto da coloro che vogliono attaccare le nostre politiche popolari e redistributive”), rivendicando il titolo di “progressisti” anche per il venezuelano Chavez e il boliviano Morales (non invitati al summit internazionale) e disegnando “un futuro post-capitalista” come scenario della sinistra brasiliana. 

Ben altre le preoccupazioni degli europei, stretti tra l’incedere della crisi e lo sforzo per non smobilitare del tutto il capitale di idee e strumenti di governo costruito dalla metà degli anni Novanta. Abbondante la retorica, anche se sostenuta dalla tradizione migliore: come nel caso dei socialdemocratici svedesi, che per voce della nuova leader Mona Sahlin hanno ricordato i meriti storici del modello di welfare scandinavo. E poche le idee davvero buone, come quelle venute dal giovane e brillante ministro britannico del lavoro James Purnell. Un personaggio certamente destinato ad un ruolo di primo piano nel Labour del dopo-Brown e che ieri ha sfidato così il nuovo conformismo statalista: “Non è scontato che la crisi produca una situazione favorevole ai progressisti, soprattutto se cederemo alla tentazione di maledire il capitalismo. Il nostro compito è semmai quello di cambiarlo in senso più egualitario, limitando il ritorno dello Stato e usando la leva del governo per aumentare gli spazi di scelta per i cittadini su temi come la riforma dei servizi pubblici e le politiche educative”. Parole coraggiose in tempi di confusione progressista, pensieri confortanti per quello che potrebbe venire dopo la crisi.

24 marzo 2009
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I progressisti tristi al tempo della crisi

I tempi di crisi economica non sono i più adatti al morale dei progressisti. Soprattutto di quei progressisti che hanno vissuto lunghe stagioni di successo e consenso sospinti dalla fiducia nelle capacità espansive della globalizzazione. Ed è un clima malinconico quello nel quale a giorni si riunirà in Cile il mondo politico-intellettuale progressista nella conferenza annuale promossa da Policy Network, il think tank britannico di Peter Mandelson che da tempo anima e coordina il circuito della Progressive Governance. Sarà tra l’altro l’occasione per il debutto internazionale di Dario Franceschini, scortato da Francesco Rutelli e Piero Fassino nella prima missione di presentazione all’estero del PD post-veltroniano. Ma sarà soprattutto il momento nel quale, a pochi giorni dal G20 di Londra, la sinistra riformista internazionale proverà a fare il punto sulla propria agenda dinanzi alla crisi globale. Ammesso che un’agenda comune esista davvero, il che appare tutt’altro che scontato guardando al programma e ai materiali preparatori del seminario in calendario tra giovedì e sabato a Vina del Mar sulla costa cilena del Pacifico.

I colori che dominano sono quelli cupi dell’incertezza. Sulle risposte politiche da dare alla crisi ma anche sui capisaldi ideali che hanno sorretto il progressismo nell’ultimo quindicennio, oggi scossi quanto e più delle borse dalla turbolenza economica globale. Nell’introduzione generale al seminario non si nasconde la dimensione del pericolo. È vero, scrive il direttore di Policy Network Olaf Cramme, che “la forza della politica socialdemocratica è sempre stata la capacità di prendere atto della nuova realtà”. Ma ancor più vero è che “il movimento progressista avrà bisogno di una revisione radicale delle proprie politiche, capace di riconoscere non solo la gravità della crisi ma anche la relazione nuova e complessa che oggi lega la richiesta di maggior giustizia sociale al bisogno di dinamismo economico e sviluppo sostenibile. Se i partiti di centro-sinistra non riusciranno ad offrire un’alternativa credibile e capace di incrociare gli interessi della maggioranza della popolazione, il rischio che incombe su di noi è quello dell’irrilevanza politica”.

La minaccia viene direttamente dalla risorgenza del nazionalismo, sulle ceneri della fiducia nella globalizzazione che aveva animato gli anni migliori del progressismo. Ricorre in più di un contributo l’espressione “de-globalizzazione”, ad indicare la miscela di populismo e protezionismo che sta ispirando alcune delle risposte nazionali alla crisi economica. Così come è ampiamente condivisa la percezione che dinanzi a questo mix non sia più adeguata la risposta tradizionale del “progressismo redistributivo”, come lo definisce l’ex consigliere per le politiche europee di Blair Roger Liddle: “Occorre andare oltre quanto abbiamo sempre detto: ‘i mercati facciano pure il proprio mestiere e noi ci occuperemo di renderlo politicamente accettabile, con politiche di redistributizione e protezione sociale”.

Se questa è la diagnosi, le risposte che il seminario si prepara a formulare appaiono molto diversificate. Nel tono, nella sostanza e anche nel criterio geografico che sembra ispirarne l’articolazione. Gli europei più sfiduciati e presi dagli interrogativi piuttosto che dalle risposte, con Will Hutton che vagheggia “una risposta regolativa internazionale di grande impatto da associare ad un nuovo sistema finanziario internazionale” o il direttore della  London School of Economics Howard Davies che si domanda (senza rispondere) “come ricostruire il contratto sociale tra lo stato e i mercati finanziari?”. Con gli esponenti della sinistra di governo sudamericana, come il consigliere di Lula Marco Aurélio Garcia, che si entusiasmano per la nuova fortuna dello Stato come attore economico: “Perché lo Stato è tornato, come unica risposta affidabile all’irrazionalità economica del sistema di libero mercato”. E gli statunitensi nel mezzo, unici a mostrare segni di ottimismo e indizi di reale innovazione politica forse per l’effetto ancora vitale della vittoria dei Democratici. Come nel contributo di John Podesta, fondatore del Center for American Progress e tra i principali consiglieri di Obama, che indica un futuro politico per il progressismo nelle politiche ambientali come duplice chiave di ripresa economica e giustizia sociale: “perché negli Stati Uniti e in altre economie avanzate, la trasformazione della nostra antiquata infrastruttura energetica potrà essere motore di innovazione, crescita economica e creazione di occupazione per molti decenni a venire”. O come nella riflessione di Robert Reich, già ministro del lavoro nella prima amministrazione Clinton, che disegna uno scenario di “strutturalismo progressista” nel quale al di là della contingenza delle misure anticicliche sarà fondamentale “aumentare gli investimenti pubblici in beni collettivi come le fonti di energia rinnovabile, politiche formative per l’intero ciclo di vita e il miglioramento radicale dei sistemi sanitari”.

Tra molti interrogativi e qualche sparso segno di vitalità, il seminario di Policy Network si sovrapporrà al vertice internazionale dei capi di stato e di governo progressisti in programma sabato a Vina del Mar. Un summit al quale è prevista la partecipazione, tra gli altri, dell’australiano Kevin Rudd, del vicepresidente statunitense Joe Biden, di José Zapatero e Gordon Brown. In gran parte gli stessi protagonisti che si ritroveranno la settimana successiva a Londra con Barack Obama, per la riunione del G20 che avrà il compito di passare dalla teoria alla pratica della cura.


17 marzo 2009
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Silvio va forte? Non certo nel mondo

Silvio domina, Silvio tranquillizza, Silvio impazza. Tra meriti propri e demeriti altrui la forza politica di Berlusconi non è mai stata tanto imponente. Ma siamo poi sicuri che fuori dai confini del nostro paese la sua stella abbia seguito lo stesso tragitto? O non sarà invece che allo zenit raggiunto dal berlusconismo in patria si sta associando un suo indebolimento nella comunità internazionale? Qualche indizio in questo senso viene da uno sguardo anche superficiale a quelli che sono stati i suoi tradizionali punti di forza nel mondo. Russia e Stati Uniti, innanzitutto. Le aree nelle quali Berlusconi ha impiantato negli anni una miscela peculiare di personalismo e influenza nazionale, giocando alternativamente le tre carte dell’affidabilità ideologica, del legame personale e del ruolo di intermediazione economica. E tuttavia scommettendo le proprie fortune su scenari geopolitici in via di rapida e ineluttabile trasformazione.

Si trasforma innanzitutto il teatro statunitense, sul quale Berlusconi aveva investito negli anni di Bush volendo presentarsi come l’alleato più affidabile tra gli alleati europei. Lo aveva fatto senza assumere fino in fondo l’onere delle armi che era stato di Blair o Aznar, ma pescando dal bagaglio delle tradizioni di politica estera italiana la formula dell’esclusivismo bilaterale. Quella secondo la quale l’Italia può avvantaggiarsi non tanto per le responsabilità concrete che è in grado di assumersi nelle istituzioni multilaterali di cui è parte, quanto per la riconoscibilità e la legittimazione che riceve direttamente dal capogruppo. È la formula che ha spinto Berlusconi a provare a saltare la fila per accreditarsi come il miglior amico europeo di Washington, sul piano strettamente ideologico piuttosto che su quello della disponibilità a contribuire agli sforzi dei propri partner. Un tentativo che si era già rivelato non del tutto efficace negli anni di Bush, la cui presidenza ideologica non ha mai dismesso il tradizionale pragmatismo internazionale degli USA, ma che con Barack Obama perde qualsiasi utilità residua. Non già perché il nuovo presidente sia animato da una spinta ideologica uguale e contraria a quella del predecessore, ma perché il suo tratto post-ideologico sta già moltiplicando l’attenzione statunitense ai risultati concretamente raggiunti dalle diverse alleanze e dai diversi partner piuttosto che alle professioni di fedeltà recitate da questo o quell’alleato.

Altrettanto radicale è la trasformazione in corso sul teatro russo, per quanto poco si parli o si scriva di quanto sta avvenendo alle fondamenta del regime post-sovietico. Per la prima volta da molti anni si è incrinato il blocco che ha sostenuto l’ascesa e la stabilizzazione del putinismo. Alti prezzi del petrolio e delle materie prime, centralizzazione amministrativa, politiche sociali costose ma ad alto rendimento consensuale, intimidazione della stampa e dell’opposizione. È stato un blocco che si è giovato dell’assenza di una qualsiasi alternativa politica credibile a Putin e al suo regime di semi-democrazia paternalistica, presso il quale Berlusconi si è legittimato come il più entusiasta ambasciatore europeo. Con ogni probabilità le ragioni del suo entusiasmo sono tanto economiche (necessariamente personali e non necessariamente trasparenti) quanto politiche (la convinzione che l’Italia possa trarre vantaggio da una relazione privilegiata con Mosca). In ogni caso la partita russa è sempre stata giocata da Berlusconi in primissima persona, investendo solo ed esclusivamente su Putin e sulla solidità del putinismo. Ma le cose cambiano anche qui. Il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime sta indebolendo le politiche di pacificazione sociale del regime mentre il consolidamento di Medvedev annuncia una conflittualità crescente all’interno dell’ormai ex blocco di potere presidenziale, dove è destinata a prodursi quell’alternativa al putinismo che non assumerà le forme liberali che attendono gli occhi occidentali.

L’indebolimento delle stampelle personali che Berlusconi si era costruito a Mosca e Washington non è ancora traumatico, ma produce sintomi già visibili. Come l’offerta venuta da Berlusconi, nel corso del suo incontro con Hillary Clinton agli inizi del mese, per svolgere un ruolo diretto di mediazione nei confronti del Cremlino. Offerta ampiamente rilanciata da Palazzo Chigi ma sostanzialmente caduta nel vuoto a Washington, dove la nuova stagione del pragmatismo post-ideologico non richiede per il momento la delega di funzioni particolari a chi ha costruito strumenti di dialogo di carattere più personalistico che politico. È ampiamente probabile che l’agenda internazionale dei prossimi mesi, tra G20 londinese e G8 della Maddalena, veda Berlusconi alzare il volume del suo protagonismo globale. Non gli mancherà certo la capacità di valorizzare in patria quello che saprà dire o farsi dire in quelle occasioni. Ma qualcosa è definitivamente cambiato nelle sue quotazioni diplomatiche internazionali, lasciandoci l’onere di gestire in piena autonomia il suo successo domestico.


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14 marzo 2009
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Cattocomunista a chi?
Si fa presto a dire cattocomunista. Anche se a dirlo è Silvio Berlusconi e anche se nella sua battuta su Franceschini c’è, come al solito, molta meno improvvisazione di quanto non sembri. Il Cavaliere è pur sempre un maestro nell’arte del duello, per quanto si sforzi di diventare consensuale e rassicurante spinto dall’aria di crisi e dal silenzio dell’opposizione. E come tale deve scegliere ogni volta un cappello da regalare all’avversario, anche a chi è forse provvisorio ma sicuramente imprevisto come Franceschini. Il quale tuttavia è molto, molto lontano da tutto ciò che Berlusconi intende con quell’epiteto usato come marchio insieme disonorevole e arcaizzante. 

Non è questione di filologia storica, ma il cattocomunismo fu una cosa seria. Soprattutto perché, dopo essere stato un fenomeno preciso e talvolta organizzato interno al mondo dei cattolici italiani, è diventata l’ultima delle forme politico-culturali ancora vitali assunte dal nostro comunismo. Era sostanzialmente cattocomunista l’impianto che sorreggeva il berlinguerismo nella sua lettura dell’Italia e del mondo. Il suo predicare l’incontro tra cattolici e comunisti ben oltre il terreno dell’emergenza, come una prospettiva di ricomposizione della nazione su basi fondamentalmente organicistiche. Il suo guardare alla modernità con la lente di una degenerazione antropologica che oggi avremmo definito “mercatista”, piena com’era di sfiducia per il mercato non in quanto contraltare dello Stato ma proprio in quanto spazio di espressione delle pulsioni peggiori dell’uomo. Il suo leggere l’occidente e gli Stati Uniti come la parte più viziosa del mondo, anche qui non certo perché contendenti del blocco sovietico ma perché dominati da fenomeni di degenerazione morale prima che politica. Tutto questo fu alimento del berlinguerismo assai più che di Berlinguer, ovvero dell’ultima delle offerte politico-culturali prodotte dal PCI prima della crisi irreversibile del comunismo internazionale. 

E in questo senso il cattocomunismo, ben lontano dall’essere l’esatto contrario del clerico-fascismo come ha lasciato intendere la risposta forse frettolosa di Franceschini, ha influenzato con i suoi strascichi una lunga stagione della sinistra italiana. Anche per la contemporanea assenza di una visione del mondo che fosse diversa ma altrettanto forte e per questo capace di svolgere la stessa funzione ordinante che aveva avuto il berlinguerismo. Tuttavia ogni strascico ha la sua fine. E Walter Veltroni è stato l’ultimo sussulto possibile di una storia che doveva chiudersi più di un decennio fa, se solo qualcuno avesse avuto la forza e la lucidità per farlo. Dario Franceschini è già oltre. Anche oltre il berlinguerismo e il suo alimento culturale cattocomunista, pur essendo un cattolico di sinistra della specie particolare cresciuta nell’epoca del prodismo. Non sappiamo quali siano le sue convinzioni sul mercato, sull’occidente, sugli Stati Uniti. Non lo sappiamo non perché non ci siano o non ci interessino, ma perché la sua missione politica è oggi un’altra. Quella di rimediare con realismo ad una stagione di grandi velleitarismi e piccoli risultati, ricompattando quel poco che è ancora disponibile sul mercato del consenso attraverso parole d’ordine familiari e comprensibili. Tutto il resto verrà dopo. E fors’anche il compito di definire una visione del mondo e dell’Italia che possa competere con quello che fu il cattocomunismo.

11 marzo 2009
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Se in Irlanda rinasce il terrorismo
Può darsi che abbia ragione Jonathan Powell, ex capo di gabinetto di Tony Blair a Downing Street , che ha invitato a non dare troppa importanza agli attentati. “I terroristi hanno bisogno di attenzione – ha scritto ieri sul Guardian l’ex diplomatico – e l’unico rischio che corriamo è di rendere più grande quella che è essenzialmente una tragedia personale. Se i media britannici trasformeranno queste schegge impazzite in qualcosa di significativo non faremo altro che dar loro soddisfazione e importanza”.

Che i gruppetti responsabili dei tre omicidi politici di Craigavon e Antrim siano inconsistenti dal punto di vista numerico è del tutto pacifico. Meno facile è evitare di dare spessore a quanto accaduto tra sabato e lunedì, collegandolo ai tremori economici e sociali che colpiscono in queste settimane il Regno Unito e la Repubblica Irlandese. Sì, perché lo storico accordo di pace del Venerdì Santo 1998 fu molto più di un capolavoro negoziale. Si trattò anche dell’espressione diplomatica di una clamorosa stagione di crescita economica e civile per l’intera area britannica e irlandese, segnata da grandiosi tassi di sviluppo e da un’atmosfera che sembrava rendere tutto possibile. Compresa la fine di trent’anni di guerra civile. È dunque inevitabile che gli attentati del fine settimana vengano collegati al cambiamento di clima economico prima ancora che politico che accomuna Gran Bretagna e Repubblica Irlandese. La prima colpita da una recessione particolarmente severa, la seconda retrocessa dallo stato di grazia di miracolata d’Europa a quello ben più familiare di parente povero dei vicini inglesi.

Per quanto il fenomeno terrorista irlandese non abbia mai fatto ricorso alla retorica a sfondo sociale, è la stessa forza della crisi economica a spingere ad un collegamento con la nuova violenza irridentista. Immaginando che i gruppetti marginalizzati della Real Ira e della Continuity Ira stiano scommettendo sulla saldatura tra il loro protagonismo militare e la possibile emersione di nuova emarginazione sociale. D’altra parte è in questa chiave che è stata letta in questi giorni la comparsa sui muri di Belfast di scritte di sostegno all’uccisione dei militari britannici, le prime da molti anni a questa parte e forse il sintomo di una curvatura politica di nuove forme di ribellismo giovanile alimentate dalla disoccupazione. Un rischio in ogni caso contenuto, anche perché la politica nord irlandese sta reagendo compatta agli attentati. In particolare Sinn Féin, che per bocca del suo vice primo ministro Martin McGuinness ha definito i responsabili della violenza come “traditori dell’isola d’Irlanda che non meritano il sostegno di nessuno” aggiungendo che “il processo di pace non rischia di fallire, grazie all’enorme sostegno popolare di cui gode in tutta Irlanda”.

Tutto vero, il processo di pace è solido. Ma qualche crepa nel mito luminoso del Good Friday si comincia a intravedere. Quell’accordo del 1998 fu la più classica storia di successo per tutti i suoi protagonisti. Per Tony Blair, insediato da poco alla guida del governo britannico e al massimo della sua forza. Per l’Europa e soprattutto per gli Stati Uniti, che con l’ex senatore democratico George Mitchell svolsero un prezioso ruolo di brokeraggio. E naturalmente per tutti gli attori politici nordirlandesi, unionisti e indipendentisti, ognuno dei quali poté dimostrarsi responsabile e disposto ad accordarsi con i propri nemici storici. Gli effetti di quel mito sono ancora tanto vitali da aver convinto Obama ad inserire Mitchell tra le sue primissime nomine, come rappresentante speciale in Medio Oriente, e a garantire a Blair il ruolo di inviato del Quartetto nella stessa regione. Resta da vedere, oggi, se la forza della mitologia resisterà anche alle schegge impazzite.

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10 marzo 2009
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Leaving Torino
Ho passato il fine settimana a traslocare le mie cose da Torino, dove ho vissuto da pendolare negli ultimi quattro anni. Ne ho approfittato per quel che si fa in questi casi. Qualche saluto, un giro nella città che si lascia e una riflessione conclusiva su ciò che si è visto. Non è stato così semplice. Perché in fondo continuo a non sapere in che città ho abitato, e non solo per l’inevitabile straniamento che prende qualsiasi pendolare. Sono sicuro che sia un luogo straordinario e vitale, che consiglio caldamente ad ogni apolide in cerca di insediamento. Ma ancora oggi non mi è chiaro, ad esempio, se la Torino che ho vissuto da impiegato dell’industria editoriale sia una metropoli o più semplicemente una grande città di provincia. Da livornese madrelingua quale sono e rimango, vi ho trovato i segni confortevoli della vita da piccola città. I giacconi Barbour portati con la spilletta in evidenza (ce ne saranno sicuramente di altre marche, ma io riconoscevo solo quelli), lo struscio di adolescenti nell’unico vero corso centrale e quel vestirsi di grandi e piccini per uniformi precise che non è facile ritrovare a Roma o Milano. Ma anche i negozi chiusi per la pausa pranzo o il ferramenta che ti chiede di lasciargli la chiave da copiare per un paio d’ore, oltre alla salutare possibilità di usare la bicicletta per strada senza rischiare la vita

Intendiamoci, a me la vita di provincia piace parecchio. Ma non sono sicuro che piaccia ai torinesi. Nel senso che non so se i torinesi si considerino provinciali in pace con sé stessi, come succede ad esempio ai livornesi. Niente a che fare, ovviamente, con banalità come il complesso da ex capitale del Regno o le conseguenze del trauma post-industriale. Penso piuttosto alla complessità di una città dove succede regolarmente di sentir chiamare per nome il negoziante, come nel più piacevole dei paeselli italiani, ma dove funziona un meccanismo di zoning etnico in tutto e per tutto simile a quello di New York o San Francisco. E quindi un sistema di divisione per strade e quartieri dove basta girare l’angolo per ritrovarsi in uno scenario etnoculturale completamente diverso, senza alcuna gradualità spaziale nella diluizione delle differenze di lingua o di abitudini. L’esatto contrario della vita di provincia, e comunque qualcosa che non trovi ancora nelle grandi città italiane dove i nuovi quartieri arabi o cinesi sono annunciati da insegne e botteghe che si fanno poco a poco più compatte e visibili.

Quello di Torino è un multiculturalismo vero, basso, persino brutale. Che non a caso ha chiesto a chi la governa di mettere da parte le convenzioni della correttezza politica per rispondere alle ansie dei suoi abitanti. La novità del fenomeno Chiamparino nasce anche da qui, non solo dal percorso biografico di un riformista pragmatico. Il sindaco ha saputo prendere sul serio la percezione di insicurezza della città senza neanche intaccare la soglia della tolleranza, riuscendo in questo modo ad integrare il linguaggio della propria parte politica sui temi dell’accoglienza e del binomio tra diritti e responsabilità. Non sono in grado di fare una previsione su colui che prenderà il suo posto, ma chiunque sia il prossimo sindaco di Torino difficilmente potrà discostarsi di molto da questo modello. Perché si troverà comunque ad amministrare una grande città di provincia aperta, ospitale ma afflitta da turbamenti globali. Come d’altra parte è sempre stata nella sua capacità di tenere insieme il mondo e il locale.

L’incertezza che provoca Torino in chi l’ha vissuta come me da visitatore stanziale riguarda anche l’imponente operazione di restyling urbanistico di questi ultimi anni. Un’operazione unica in Italia per città di queste dimensioni, ancora in corso nelle sue linee strategiche ma già da tempo percepibile nell’area del centro storico. Anche qui armonia e bellezza in abbondanza, oltre all’ammirazione per il coraggio con cui in pochi anni si è rimesso mano ad un’intera e vasta porzione di città. Ma accanto a questo gli interrogativi che nascono muovendosi nel vuoto quasi artificiale di un centro che vive a scossoni. Fortissimi la notte, assenti di giorno. Per l’appunto come quelle città di provincia fatte di gente che vive sullo sfondo, pronta a farsi sentire d’improvviso per poi tornare da dov’è venuta.

Il Riformista, 10 marzo 2009


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5 marzo 2009
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I comunisti del Riformista


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3 marzo 2009
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La coperta di Obama

Sarebbe un paradosso davvero curioso se l’immagine di Barack Obama, il fenomeno più innovativo capitato in sorte al mondo progressista negli ultimi anni, spingesse la sinistra italiana a riscoprire la propria anima conservatrice. Eppure è quanto rischia di accadere già oggi, mentre cresce la tentazione di dare nuova dignità ad alcuni dei nostri vizi più rognosi proiettandoli nello specchio dell’imponente piano di intervento pubblico predisposto dalla Casa Bianca.

A sinistra ascoltiamo da più parti l’invito a “imparare da Obama”. Ma cosa esattamente si raccomanda di ricopiare da quella sua ampia lavagna? Non certo il coraggio della leadership, né il tratto pragmatico e post-ideologico della sua sfida politica. No, ciò che queste voci invitano a riscoprire nell’esempio americano sono in realtà le nostre tare più antiche. L’idea che la mano pubblica sia sempre e comunque la migliore, la convinzione che il nostro welfare funzioni alla perfezione, la certezza che la sinistra non abbia alcun futuro se non dentro i suoi confini più tradizionali. Gli stessi confini che ad uno sguardo anche solo superficiale appaiono ben più angusti di quelli della sinistra americana e anglosassone, dove nell’ultimo quindicennio l’articolazione di stagioni e posizioni è stata straordinariamente più estesa di quella conosciuta in Italia. C’è in questo l’effetto del celeberrimo provincialismo della sinistra italiana, che dal 1989 in avanti spinge a cercare nella modellistica d’importazione la soluzione ai dilemmi di cui non si riesce a trovare soluzione in proprio. Ma c’è anche di più. E in particolare la difficoltà a trovare le parole giuste per raccontare al proprio mondo le ragioni della crisi economica e la direzione per uscirne.


Le parole trovate da Obama sono in piena discontinuità con il percorso seguito fin dai primi anni Novanta dal progressismo statunitense e anglosassone, la cui ispirazione riformatrice è stata messa in crisi dall’incrinarsi della fiducia nella globalizzazione. Il ricorso a politiche di forte spesa pubblica è la sanzione finale alla chiusura della lunga stagione della Terza Via clintoniana e blairiana, proprio là dove quella stagione aveva mosso i suoi primi passi. Ma è una sanzione che non ha alcun tratto di restaurazione ideologica di uno “status quo ante”, presentandosi invece come il tentativo per l’appunto pragmatico e post-ideologico di ricostruire la fiducia dei ceti medi e dei mercati. I risultati del piano americano dovranno naturalmente essere valutati nella loro concretezza e non è detto che di qui a qualche mese il giudizio di quei mercati e di quei ceti medi sia positivo. Così come non vanno sottovalutati i rischi del nuovo populismo a cui Obama sembra voler attingere per dare forza alla sua iniziativa politica. Ma quello che già oggi possiamo dire è che Obama può permettersi giganteschi livelli di intervento pubblico perché fa affidamento su una dose altrettanto rilevante di anticorpi sociali, politici e culturali ai rischi dello statalismo. Quegli anticorpi che uniscono la società americana nella cultura del mercato, nella centralità del consumatore, nella diffidenza verso il corporativismo e l’assistenzialismo. Gli stessi anticorpi che la tradizione ormai conclusa della Terza Via ha saputo mettere in sintonia con i valori progressisti nel corso di una lunga e fruttuosa esperienza di governo delle economie più avanzate del pianeta. Non siamo quindi alla riedizione del New Deal rooseveltiano con il suo contributo al ridisegno dei processi mondiali di unificazione produttiva, e non solo perché da allora sia trascorso quasi un secolo.


Possiamo dire lo stesso della sinistra italiana? Non proprio, e non certo per l’imponderabile differenza di indole nazionale che ci separa dalla civiltà americana e anglosassone. Dalle nostre parti il superamento dei vizi del corporativismo e dell’assistenzialismo è stato appena abbozzato negli anni scorsi, per brevi periodi e sempre sotto la minaccia di un ritorno all’indietro. Lo stesso vale per la cultura del consumo e del mercato, i cui germi liberali hanno fatto appena in tempo a fare capolino nel mare ben più ampio delle certezze dello statalismo. Rispetto dunque ai pochi e rachitici anticorpi di cui disponiamo, è forte il rischio che la lettura italiana del nuovo ciclo obamiano si traduca nell’orgogliosa rivendicazione di quanto avevamo tentato di lasciarci alle spalle. Con la perdita della preziosa occasione della crisi economica per un atto di coraggio culturale e politico. E con la sottovalutazione di quanto sta già facendo il centrodestra tremontiano per rassicurare il paese con gli strumenti simbolici dell’antimercatismo. Il rischio è naturalmente maggiore per un PD che in queste settimane sta tentando di recuperare a sinistra i danni inflitti dalla breve stagione veltroniana. Tentativo legittimo, che tuttavia si sta traducendo nella riedizione dello stesso mix tra sindacalismo e assistenzialismo che ha avuto i ben noti e devastanti effetti sulla capacità di governo del centrosinistra.

Il Riformista, 3 marzo 2009


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permalink | inviato da Andrea Romano il 3/3/2009 alle 10:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

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