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30 gennaio 2009
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Sbarramento, una legge ad (duas) personas

È una vocazione irresponsabile quella che spinge Veltroni e Berlusconi a blindare il voto europeo con una soglia di sbarramento tagliata su misura di reciproca convenienza, appena pochi mesi prima delle urne. Perché questa leggina ad personam (ma più esattamente “ad duas tantum personas”) confermerà nell’elettorato la convinzione che le regole del voto siano determinate solo e unicamente dalle mutevoli convenienze del momento. Oggi quelle convenienze impongono la soglia del quattro per cento, prima delle elezioni del 2006 l’orrido Porcellum fu varato per altre esigenze ma con lo stesso metodo frettoloso e opportunistico, domani saranno forse altri i bisogni da soddisfare per portare un altro colpo alla dignità del voto popolare.

A fare le spese di questa disinvolta gestione delle regole del gioco non saranno solo i piccoli partiti, spinti definitivamente fuori dalla rappresentanza parlamentare anche a Strasburgo dove pure non esiste alcun imperativo di governabilità, ma la stessa possibilità di una qualsiasi innovazione dell’offerta politica. Che da domani dovrà percorrere una via non elettorale per provare ad imporsi all’attenzione del pubblico, diversamente da quanto è stato concesso ormai molti anni fa persino alla Lega dell’allora senatore unico e rivoluzionario Umberto Bossi.

È un’irresponsabilità condivisa dai due poli, con Berlusconi che fa un altro passo verso il traguardo del partito unitario del centrodestra, ma che appare particolarmente utile al Partito Democratico. O meglio, utile all’equilibrio di potere che mantiene in vita il Partito Democratico così come esso è concretamente percepito dagli italiani. E dunque alla leadership traballante di Veltroni, con la sua corte di colonnelli e generali tutti mugugnanti ma tutti privi di autentiche alternative. Perché possiamo anche apprezzare il gesto retorico di Dario Franceschini (che intervistato da Stefano Cappellini ha sostenuto che “la riforma serve al paese e ai nostri figli”) ma è evidente anche ai suoi più tenaci sostenitori che la toppa dello sbarramento europeo non porterà alcun giovamento né al paese né tantomeno ai nostri figli.

Rimane da vedere se il Veltronellum sarà utile almeno a Veltroni, che accantona una volta per tutte l’ambizione di qualificare politicamente la propria leadership per abbracciare la strategia degli espedienti come metodo di sopravvivenza. In questo caso l’espediente è una nuova scommessa sul voto utile, che lo scorso aprile non bastò a garantirgli la vittoria e che il prossimo giugno confida di vedere resuscitato in condizioni generali assai meno favorevoli. Perché nel frattempo la sinistra radicale non ha smesso di frantumarsi ma l’effetto novità del PD ha fatto la fine che conosciamo, con il rischio che alle europee una parte decisiva dell’elettorato faccia scattare una sorta di operazione “salviamo il panda”. Con tanti saluti alla soglia del trenta per cento, che pure rappresenterebbe una ben misera linea di galleggiamento per questo PD.

È dunque una scommessa avventurosa quella di Veltroni. Avventurosa e senza neanche la nobiltà residua della “vocazione maggioritaria”, che tale non è mai stata perché fin dall’inizio sostenuta dall’alleanza con Di Pietro. Oggi questo sbarramento artificioso non sarà compreso dal paese e verrà letto come un tentativo di uccidere nella culla qualsiasi tentativo di discutere alla luce del sole la missione del PD. Ma il surreale spirito bipartisan da cui è animato produrrà qualche ricompensa per entrambi i contraenti. Certamente non saranno quelle riforme condivise che l’incedere della crisi rende sempre più urgenti, ma forse qualcosa di più vicino alle sensibilità di Veltroni. Ad esempio la Rai, dove c’è da scommettere che il pantano nel quale il suo PD si è cacciato con i propri piedi sarà magicamente dissolto nel giro di pochi giorni.


27 gennaio 2009
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La memoria lottizzata

Sul Corriere della Sera di ieri, in fondo alla pagina delle lettere, un Antonio Ferrin da Modena ricordava “i milioni e milioni di vittime innocenti di povertà e fame in tutto il mondo dal 1945 a oggi” per poi domandarsi candidamente: “Perché un Giorno della Memoria dedicato solo agli ebrei?”. La replica al candido Ferrin era affidata a Dario Fertilio, giornalista della stessa testata: “Esistono anche il Giorno del Ricordo per le vittime delle foibe (10 febbraio) e il Memento Gulag per le vittime del comunismo (7 novembre)”. E più della domanda, espressione di un antisemitismo neanche minimamente dissimulato, vale la risposta che fotografa con precisione quella sorta di lottizzazione delle memorie che nell’ultimo decennio si è sovrapposta ai percorsi della transizione politica italiana.

Celebrazioni diverse per tragedie diverse, quelle del 27 gennaio, del 10 febbraio e del 7 novembre: le prime due istituite da leggi della Repubblica rispettivamente nel luglio 2000 e nel marzo 2004 e l’ultima affidata all’iniziativa dello stesso Fertilio e dell’ex dissidente sovietico Vladimir Bukovskij. Ma tutte riconducibili alle particolari modalità con cui si sono trasformate, cercando nuova legittimazione, alcune delle ideologie politiche del nostro Novecento. Non è certo una novità affermare che il postcomunismo e il postfascismo italiani abbiano adottato il metodo della tabula rasa nel governare i rispettivi fardelli storici, ad esempio mescolando le frettolose abiure di Gianfranco Fini alle disinvolte rivendicazioni di verginità personale del “mai stato comunista” Veltroni. Ciò che invece merita una riflessione, proprio in occasione del Giorno della Memoria, è il legame tra la particolarità del discorso pubblico italiano sulla celebrazione delle tragedie del Novecento e le forme della nostra transizione politica.

L’impressione è infatti che i “riti consolatori della memoria”, come li ha definiti da ultimo David Bidussa nel suo Dopo l’ultimo testimone, abbiano consolato soprattutto coloro che nel nostro paese avevano bisogno di costruire una memoria di parte sulla quale rifondare la propria mitologia pubblica. Ognuna delle parti ha coltivato con cura del tutto particolare una singola porzione di tragedia novecentesca, ora con la Shoah ora nel ricordo del massacro degli italiani sul confine orientale, sottraendola alla più laica rielaborazione nazionale di una memoria condivisa: non certo nel senso di una memoria stancamente e inutilmente bipartisan, ma nel senso per l’appunto laico della memoria di una nazione di italiani che nel corso del ventesimo secolo sono stati in abbondanza sia vittime che carnefici. E dunque una memoria sottratta alle neutralizzazione incrociata delle celebrazioni politiche per essere pienamente restituita al lavoro storiografico, che tra l’altro in questi stessi anni e proprio su quelle tragedie non ha mai smesso di compiere enormi passi avanti sul piano sia archivistico che interpretativo.

Ma soprattutto una memoria che, irriducibile alle gratificazioni momentanee del calendario ufficiale, serva alla nostra percezione del male novecentesco più del poco a cui oggi servono i Giorni della memoria definiti nei diversi passaggi parlamentari della transizione politica italiana. Perché vorrà pure dire qualcosa, a proposito dell’efficacia delle celebrazioni ufficiali, che l’indagine descritta ieri sul Corriere della Sera da Renato Mannheimer racconti di un’Italia del gennaio 2009 dove il dodici per cento della popolazione mostra pregiudizi antisemiti di impianto “classico” (dove l’ebreo è “poco italiano”, per semplificare) e un altro dodici per cento è vittima del nuovo antisemitismo di sinistra (secondo il quale, ad esempio, “gli ebrei si comportano da nazisti con i palestinesi”). Siamo così sicuri che il Giorno della Memoria che celebriamo oggi comunichi qualcosa di efficace a quel quarto di nostri concittadini che, a quasi settant’anni dall’inizio della seconda guerra mondiale, cova ancora dentro di sé i germi del pregiudizio antiebraico? E davvero pensiamo che il Giorno del ricordo per le vittime delle foibe, che celebreremo nuovamente il prossimo 10 febbraio, serva alla nostra piena comprensione della tragedia di massa avvenuta al confine orientale nel corso di quello stesso conflitto?

Forse era inevitabile che i percorsi seguiti nella Seconda repubblica dalle ideologie italiane che sono state contigue ai totalitarismi, mentre conservavano le proprie leadership politiche definendo nuove identità culturali e nuovi confini di consenso popolare, producessero un eccesso bilanciato e incrociato di gratificazione memoriale e cerimoniale. Quello che già oggi può essere evitato, guardando in prospettiva alla fine della nostra transizione politica (che prima o poi dovrà comunque arrivare), è di esaurire dentro lo spazio angusto della rievocazione ufficiale il senso della partecipazione italiana alle pagine più nere della storia novecentesca. E quindi di cominciare a pensare ad un futuro non troppo lontano, in cui la percezione pubblica delle tragedie che ci hanno visto nel ruolo di vittime e carnefici non sia affidata esclusivamente a celebrazioni di scarsa efficacia reale.


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25 gennaio 2009
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Perché fallisce il cattivismo della destra

In politica la semplificazione degli argomenti paga spesso, ma non sempre. Certamente non funziona quando crea aspettative che l’elettorato può misurare sulla propria pelle facilmente e in qualsiasi momento. Come nel caso delle politiche su crimine e sicurezza, sulle quali il centrodestra ha ricostruito da qualche anno la propria identità e che oggi rischiano di diventare il terreno di un sorprendente smottamento di consensi.

Esaurita all’inizio di questo decennio la spinta liberista e libertaria delle origini, il berlusconismo benevolente e consensuale della nuova stagione ha trovato nella lotta alla criminalità la chiave di una duplice operazione politica. Da un lato per dare spazio alle pulsioni identitarie degli alleati penalizzati dalla forza della leadership del Cavaliere, e dunque l’istinto d’ordine di Alleanza Nazionale e la pregiudiziale anti-immigrazione della Lega, e dall’altro per rinsaldare il legame populistico con il proprio bacino elettorale lungo una linea immediatamente comunicabile e comprensibile. Un’operazione che ha potuto contare sull’arretratezza mostrata su questi stessi temi dal centrosinistra, impantanato da anni in una lettura buonista del piccolo crimine che non solo è rimasta lontana dall’evoluzione di altre sinistre europee ma che non ha neanche corrisposto alle politiche spesso rigorose realizzate da molti dei suoi uomini di governo.

Sta di fatto che, su questo sfondo, il “cattivismo” del centrodestra italiano ha assunto la forma di una campagna estremamente semplificata che ha promesso al paese un livello di rassicurazione impossibile da raggiungere. L’ultima battuta di Berlusconi sui “trentamila soldati da inviare nelle strade” appare avventurosa come un qualsiasi rilancio al buio, deciso tra l’altro senza verificare le autentiche disponibilità delle forze armate, ma coglie alla perfezione lo spirito della retorica sicuritaria del centrodestra. Prima il reato di immigrazione clandestina, poi i militari per le strade, poi ancora l’annuncio di una moltiplicazione dei centri di accoglienza senza concertazione con le popolazioni locali. Messe una dietro l’altra, le iniziative del centrodestra in tema di sicurezza compongono un castello di carte rivolto soprattutto a rassicurare l’opinione pubblica ma esposto ai disastrosi colpi di vento di un qualsiasi stupro di gruppo. Perché è la percezione d’insicurezza, più che i concreti livelli di sicurezza, a rappresentare il centro di attenzione dell’iniziativa politica. Un centro inevitabilmente ideologico e orientato alla rassicurazione totale, bisognoso di un rilancio continuo secondo i ritmi di una campagna elettorale che sembra non finire mai ma nei fatti estremamente vulnerabile ai colpi di coda di una realtà dove il singolo stupro e la singola rapina assumono subito il segno del contrappasso.

La fragilità ideologica della retorica sicuritaria berlusconiana si coglie ancor meglio se messa a confronto con l’esperienza britannica, dove nell’ultimo decennio si è avuta una stretta anti-crimine solo in apparenza analoga a quella italiana. La svolta neolaburista racchiusa dal celeberrimo slogan blairiano “duri sul crimine e sulle cause del crimine” ha avuto certamente una sua componente ideologica, rivolta anche verso i ritardi culturali della sinistra britannica, ma si è poi tradotta in un’iniziativa politica di segno comunitario molto più che repressivo. Dal 1998 in avanti, a partire dal “Crime and disorder act”, l’azione di governo si è orientata a costruire un reticolo di iniziative di prevenzione incardinato sul contenimento dei “comportamenti antisociali” e dunque composto di ammonimenti ai più giovani, responsabilizzazione dei genitori, vigilanza sulle zone a rischio, velocizzazione dei procedimenti giudiziari etc. Il tutto accompagnato dall’aumento del 48 per cento negli investimenti pubblici in tema di sicurezza, compreso un incremento del 10 per cento degli addetti di polizia e del 30 per cento nel numero di detenuti. Anche la politica anticrimine laburista si è rivelata esposta ai contraccolpi di una realtà nella quale si continua a delinquere, da ultimo con l’ondata degli omicidi giovanili commessi con armi da taglio. Ma il senso dell’enorme distanza tra il caso britannico e quello italiano è in due elementi: il tono della critica dei Tories, che in questi anni hanno ripetutamente puntato il dito contro l’eccesso di paternalismo legislativo a cui i governi laburisti avrebbero sacrificato la centralità della repressione; ma soprattutto la diminuzione reale dei fenomeni criminali che, secondo le statistiche pubblicate la scorsa settimana dal Home Office, hanno visto dal 1997 una diminuzione del 39 per cento nei reati e del 40 per cento negli episodi di violenza.

Anche allargando il confronto al contesto più generalmente europeo quello italiano si conferma un problema di percezioni di sicurezza più che di autentica diffusione di reati. L’ultimo rapporto “Burden of crime in the EU”, originariamente promosso dal Consiglio d’Europa e realizzato da un ampio gruppo di istituti di ricerca, colloca l’Italia ai primissimi posti per insicurezza percepita. Nel 2005 quasi la metà dei nostri cittadini dichiarava “probabile” l’eventualità di un furto in casa propria e poco meno del 40 per cento si sentiva in pericolo camminando dopo il tramonto, con un netto incremento rispetto alle rilevazioni della metà degli anni Novanta. L’esatto contrario di quanto descritto nello stesso periodo in paesi come la Gran Bretagna, la Spagna o la Germania, che rispetto all’Italia appaiono assai più sereni sui rischi connessi al crimine. E soprattutto il segno di una difficoltà della nostra politica, stretta com’è tra buonismi e cattivismi di segno essenzialmente ideologico, a rassicurare l’opinione pubblica con politiche meno semplificate ma più efficaci.


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24 gennaio 2009
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Se lo dice Orwell


continua >>

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20 gennaio 2009
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E' fatta, se lo sono detti
VELTRONI: NULLA SARA' COME PRIMA
Il leader a Napoli: è finita una stagione, con Bassolino ce lo siamo detti
(titolo del Corriere della Sera, pag 15)

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20 gennaio 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Israele Gaza Frattini Berlusconi Fassino Veltroni D'Alema
Le lezioni della guerra di Israele e lo stigma di Erode
La tregua è fragile e il costo in vite umane terribile, ma dei venti giorni dell’operazione Piombo Fuso è possibile fare un bilancio che guardi anche al modo in cui la politica italiana ha reagito a quest’ultima guerra. Il primo insegnamento non è affatto una novità e riguarda la determinazione di Israele a fare da sola per tutelare la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini, qualunque sia l’opinione prevalente nella comunità politica e mediatica internazionale.

È un insegnamento antico, iscritto nelle fondamenta dello stato ebraico, ma che in questo caso ha sostenuto la sua sfida più grande: quella contro l’accusa di aver deliberatamente condotto un “massacro di bambini”, secondo la formula usata dai molti che alludono (senza saperlo?) alla persistenza dello stigma di Erode come tratto del più classico antisemitismo. Se ogni guerra strazia bambini e genitori, comprese quelle che abbiamo democraticamente voluto negli anni della finzione retorica degli “interventi chirurgici”, è solo la guerra di Israele che merita il titolo di “massacro di bambini”.

Israele sapeva che sarebbe accaduto, così come tutti noi dovremmo conoscere gli strumenti utilizzati nella contesa mediatica globale dai compagni di strada di ogni latitudine del fondamentalismo islamista. E pur sapendolo, Israele ha intrapreso l’unica strada lasciata aperta dalla latitanza della comunità internazionale su Gaza e sugli obiettivi politici di Hamas.

Questo è il secondo e più autentico insegnamento che la guerra ci lascia in eredità: l’ammonimento innanzitutto a noi stessi a non permettere più che Israele sia costretta a fare affidamento solo sulle proprie forze per tutelare la propria sicurezza. E dunque, per quanto riguarda Gaza, l’assunzione di una responsabilità multilaterale diretta nella prevenzione e nella repressione del contrabbando di armi e nella radicale trasformazione della missione di Hamas come viatico per la rinascita umana e civile della Striscia. Ma è un ammonimento che si estende ben al di là della Palestina, investendo la nuova presidenza Obama e la probabile accelerazione che subirà già nei prossimi mesi il dossier nucleare iraniano. Perché anche in questo caso conosciamo già le modalità con cui la democrazia israeliana si prepara a tutelarsi in solitudine dal possibile salto di qualità di quel dossier, dalla sua eventuale trasformazione in minaccia reale contro Gerusalemme.

Alle nostre democrazie, e non solo a quella statunitense, spetta dunque l’onere di impedire che la questione iraniana diventi un problema esclusivamente israeliano. Rivitalizzando un’azione multilaterale di pressione su Teheran che in questi ultimi mesi è sembrata appannarsi, anche per gli effetti del cambio di amministrazione statunitense.

E la politica italiana? Come ha reagito dinanzi ad una discussione pubblica non solo estremamente polarizzata, come da tradizione nel caso di conflitti in quell’area, ma capace di travolgere misure e proporzioni: ad esempio sommando le ambiguità della formula del “massacro dei bambini” a paragoni storici pesantemente allusivi (come l’insistenza sull’”olocausto palestinese” o il confronto tra Gaza e Hiroshima che ieri campeggiava su un titolo di Repubblica di ben undici colonne)? In realtà la politica italiana ha reagito meglio del previsto sia al governo che all’opposizione, dove hanno prevalso toni equilibrati e la ricerca condivisa di un contributo fattivo alla soluzione della crisi.

Per una volta, complice la linea più defilata che Berlusconi ha impresso alla politica estera italiana prima dell’imminente accelerazione del G8, il tasso di protagonismo retorico non è stata l’unica misura della nostra iniziativa internazionale. Frattini ha commesso una gaffe clamorosa, annunciando in Parlamento che non vi sarebbe stata alcuna offensiva di terra israeliana, ma ha gestito in modo equilibrato un ruolo italiano che ha dovuto rendersi compatibile con la presidenza europea di Sarkozy. Ma ciò che più conta, l’Italia si prepara a svolgere intorno a Gaza un ruolo attivo di smilitarizzazione della Striscia partecipando alla prevenzione del contrabbando di armi.

Identico equilibrio è venuto da Piero Fassino, che in questa crisi ha finalmente mostrato a cosa potrebbe servire un buon ministro ombra del PD. L’ex segretario dei DS ha dato prova di lucidità individuando le fonti del conflitto nella vocazione irriducibile di Hamas e ha mostrato una buona dose di coraggio difendendo le ragioni di Israele alla sicurezza, senza imbarcarsi in polemiche autoreferenziali con il governo. Ma soprattutto è riuscito a compattare sulle proprie posizioni la gran parte del PD, nonostante la sostanziale assenza politica di Veltroni.

Rimarrebbe da dire di Massimo D’Alema, che in questi giorni ha mostrato come mai prima d’ora la tenacia del proprio pregiudizio anti-israeliano. Ma serve più ricordare l’isolamento politico che ne ha circondato le battute, tra cui quella memorabile secondo cui la stampa italiana sarebbe imbeccata dai servizi di sicurezza di Gerusalemme.


18 gennaio 2009
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Se lo dice Pincopallo...

... la fastidiosa retorica del "se lo dice Pincopallo" ... speriamo che non ci dica di buttarci a fiume!
Questo lo ha scritto Abbino nei commenti al post precedente e mi piace molto.


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18 gennaio 2009
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Se lo dice Yehoshua / 2

A. B. Yehoshua Noi ebrei e i razzi di Gaza
Caro Gideon (Levy),
negli ultimi anni ero solito telefonarti per complimentarmi per i tuoi articoli e reportage sulle ingiustizie, i soprusi, gli espropri, le angherie e le sopraffazioni commessi nei Territori occupati sia dall’esercito israeliano sia dai coloni. Non ti domandavo come mai non ti recavi anche negli ospedali israeliani per riferire le storie dei civili rimasti coinvolti in attentati terroristici. Accettavo la tua posizione che ci sono abbastanza giornalisti che svolgono questo tipo di lavoro mentre tu ti eri assunto l’impegno di mostrare la sofferenza dell’altra parte, dei nostri nemici di oggi e vicini di domani. Ed è in considerazione di questa stima nei tuoi confronti che ritengo giusto reagire ai tuoi recenti articoli sulla guerra in corso, perché la tua voce possa continuare a serbare l’autorità morale che la contraddistingue.
Quando ti pregai di spiegarmi perché Hamas continuava a spararci addosso anche dopo il nostro ritiro tu rispondesti che lo faceva perché voleva la riapertura dei valichi di frontiera. Ti chiesi allora se ritenevi plausibile che Hamas potesse convincerci adottando un comportamento del genere o se, piuttosto, non avrebbe ottenuto il risultato contrario, e se fosse giusto riaprire le frontiere a chi proclamava apertamente di volerci sterminare. Non ricevetti da te alcuna risposta. I valichi, da allora, sono stati riaperti più volte, e richiusi dopo nuovi lanci di razzi. Sfortunatamente, però, non ti ho mai sentito proclamare con fermezza: adesso, gente di Gaza, dopo aver respinto giustamente l’occupazione israeliana, cessate il fuoco.
Talvolta penso, con rammarico, che forse tu non provi pena per la morte dei bambini di Gaza o di Israele, ma solo per la tua coscienza. Se infatti ti stesse a cuore il loro destino giustificheresti l’attuale operazione militare, intrapresa non per sradicare Hamas da Gaza ma per far capire ai suoi abitanti (e malauguratamente, al momento, è questo l’unico modo per farglielo capire) che è ora di smetterla di sparare razzi su Israele, di immagazzinare armi in vista di una fantomatica e utopica guerra che spazzi via lo Stato ebraico e di mettere in pericolo il futuro dei loro figli in un’impresa assurda e irrealizzabile. Oggi, per la prima volta dopo secoli di dominio ottomano, britannico, egiziano, giordano e israeliano, una parte del popolo palestinese ha ottenuto una prima, e spero non ultima, occasione per esercitare un governo pieno e indipendente su una porzione del suo territorio. Se intraprendesse opere di ricostruzione e di sviluppo sociale, anche secondo i principi della religione islamica, dimostrerebbe al mondo intero, e soprattutto a noi, di essere disposto a vivere in pace con chi lo circonda, libero ma responsabile delle proprie azioni.

La Stampa, 18 gennaio 2008


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14 gennaio 2009
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Ti ricordi, Walter?
Walter, remember when the world was young
And all the girls knew Walter's name?
Walter, isn't it a shame the way our little world has changed?
Do you remember, Walter, playing cricket in the thunder and the rain?
Do you remember, Walter, smoking cigarettes behind your garden gate?
Yes, Walter was my mate,
But Walter, my old friend, where are you now?

Walter's name.
Walter, isn't it a shame the way our little world has changed?
Do you remember, Walter, how we said we'd fight the world so we'd be free.
We'd save up all our money and we'd buy a boat and sail away to sea.
But it was not to be.
I knew you then but do I know you now?

Walter, you are just an echo of a world I knew so long ago
If you saw me now you wouldn't even know my name.
I bet you're fat and married and you're always home in bed by half-past eight.
And if I talked about the old times you'd get bored and you'll have nothing more to say.
Yes people often change, but memories of people can remain.


G
razie ai Kinks per Do You Remember, Walter?
E grazie a Irene per il suggerimento






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13 gennaio 2009
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Se lo dice Magiar...
Victor Magiar Hamas non è il popolo palestinese
Chi ha dormito almeno una volta in un campo profughi palestinese sa che è una menzogna confondere il popolo palestinese con Hamas. Il colonialismo non ha solo il volto cinico e razzista dell'europeo predatore, ma può avere anche quello ipocrita, e comunque razzista, dell'europeo benevolo, dallo sguardo pietoso e indulgente verso altri popoli considerati incapaci di prendere in mano il proprio destino.
Così, i colonialisti dal volto umano non vogliono vedere la più evidente delle verità: una parte del popolo palestinese ha scelto di risolvere la propria condizione di oppressione usando gli strumenti della politica e del compromesso, un'altra parte, minoritaria, ha scelto la via della guerra totale, della nuova «soluzione finale» per gli ebrei in Medio Oriente e nel resto del mondo.
Rimango sempre allibito quando sento dire che la condizione di occupazione (o in generale quella di oppressione o sofferenza) debba inevitabilmente sfociare in scelte radicali: non è vero. È possibile invece esprimere altre posizioni e individuare altre vie: questo è il dibattito che ha attraversato la società palestinese in questi decenni e che trova nella nell'ANP e in Mahmoud Abbas la sua più avanzata rappresentazione.
Del resto (smascheriamo un'altra manipolazione) la posizione rappresentata da Hamas non si può definire radicale, ma fanatica, razzista e totalitaria. È ormai insopportabile sentir recitare il solito mantra che la pace fra israeliani e palestinesi non è stata raggiunta per responsabilità di «entrambe le parti»: dal 2000 la pace è in ostaggio della multinazionale dell'integralismo islamico e nessuno in questi anni ha realmente aiutato Al-Fatah a contrastare Hamas, anzi… Nel mondo musulmano importanti finanziatori hanno ingrassato Hamas a dismisura, in Europa politici e «attivisti», mascherati da campioni della realpolitik, hanno fatto di tutto per farci digerire il mostro integralista.
Questa, secondo me, la massima responsabilità dei manipolatori della parola più sacra ad ebrei e musulmani: pace. Quando Hamas si è impossessata di Gaza decimando per le strade i militanti di Al-Fatah, i loro dirigenti e i loro parenti, bambini inclusi, nessun presunto «amico del popolo palestinese» ha fiatato, nessuno ha formato delegazioni di pacifisti o di parlamentari per fermare i golpisti e il loro eccidio fraterno. Così come non li abbiamo visti andare da Hamas a chiedere di smettere il lancio dei missili (… e a dire il vero non li abbiamo visti nemmeno protestare per altre tragedie in altre parti del mondo). No. Il colonialista dal volto umano ha sempre la stessa risposta pronta: «poveretti bisogna capirli… hanno tanto sofferto» e quindi è loro concesso tutto. In realtà è a Hamas che concedono tutto, al popolo palestinese rimane solo una sanguinaria dittatura.
Siamo ormai al paradosso: in Europa le strade si gonfiano di urla che confondono la tragedia palestinese con il disegno di Hamas, che vuole la tragedia, mentre nel mondo arabo si attende con ansia la caduta di Hamas, la cui sconfitta militare e politica potrà aprire nuovi scenari.
Immagino già la risposta, il solito mantra: la soluzione è politica! Certo, ma la soluzione politica ci sarà solo a condizione della sconfitta del ricatto militare. Chi crede nella violenza ha un suo codice culturale e psicologico: Hamas ha interpretato la pazienza di Israele come segno di debolezza. Dopo 8 anni di missili Israele non solo ha risposto, ma ha spiegato a Hamas, Hizb-Allah e Iran, che è ancora uno Stato solido e forte, che la loro violenza non paga. Invece di raccogliersi ad Assisi per fare proclami sul destino del mondo, vadano i pacifisti a Sderot e a Gaza: spieghino loro a Hamas che la soluzione è solo politica. Spieghino che deve rinunciare alla violenza contro Israele, Al-Fatah e i palestinesi. Spieghino ai cittadini del sud di Israele che possono fare affidamento anche sull'opinione pubblica europea, e non solo su Tzahal.
Il Corriere della Sera - 13 gennaio 2008

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