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19 ottobre 2010
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Se il PD reagisce e non agisce
Di questi tempi non è facile essere il segretario del principale partito di opposizione, soprattutto all'indomani di una manifestazione ben riuscita come quella organizzata dalla Fiom. Non è facile perché al PD, da una parte e dall'altra, si chiede di comportarsi come se fosse ancora un grande partito novecentesco che sceglie di aderire o non aderire ad una grande manifestazione del sindacato operaio. Ma il PD non è più quel partito, così come come il corteo di sabato scorso è stato ben altro che un evento esclusivamente sindacale. Si spiega anche così l'incapacità della leadership democratica di argomentare in modo convincente la posizione assunta sulla manifestazione. Pierferdinando Casini, del tutto legittimamente, chiede a Bersani di prendere le distanze da una piazza "in cui si accusa il capitalismo di aver depredato la gente". Dal fronte opposto sono altri, e altrettanto legittimamente, a chiedere che il PD sposi fino in fondo le ragioni della protesta Fiom.
Preso in mezzo, Bersani ha un bel da fare nel ricordare le ragioni dell'autonomia del Pd ("Il compito del partito è avere un progetto suo e non misurare le distanze da un sindacato"). Ma sullo sfondo rimane il sospetto che l'antico collateralismo stia tornando a farsi sentire con il trucco della "necessità di ascoltare tutti" o con il camuffaggio che permette al segretario di partecipare per interposta persona (quella del suo assistente), tanto più nell'imminenza di uno scontro elettorale che non consentirebbe al Pd di perdere una sola fetta di consenso a sinistra.
In realtá in tutto questo non vi sarebbe alcuno scandalo, perché il rapporto che corre oggi tra il Pd e la Fiom è quanto di più lontano dalle relazioni che intrattennero a suo tempo il Pci e i sindacati dei metalmeccanici quando la posta in gioco era la rappresentanza unitaria, politica o sindacale, del mondo del lavoro salariato. Oggi sia il Pd che la Fiom sono attori, entrambi politici ed entrambi minoritari, di una partita che si svolge dentro il limitato perimetro dell'opposizione al berlusconismo. Un campo angusto e affollato dove negli ultimi anni si sono moltiplicati i pretendenti a porzioni di consenso piccole o grandi ma mai risolutive. E tra i costi della rinuncia del Pd alla vocazione maggioritaria vi è anche la necessitá per Bersani e i suoi di ricontrattare i termini dell'alleanza con la Fiom così come si sta facendo con Vendola e Di Pietro. Non si tratta dunque dell'antico collateralismo tra partito generale e sindacato operaio, ma della ridefinizione di un patto con attori politici in vista di un cartello elettorale nel quale il Pd si avvia ad essere alleato con tutto quanto si è nel frattempo radicato alla sua sinistra. Ivi compresa una Fiom che in questo biennio ha assunto un profilo di militanza politica assai ben definito.
Lo slittamento del Pd verso una nuova alleanza a sinistra appare dunque inevitabile, anche sulla spinta di una crisi del berlusconismo che va svolgendosi più rapidamente di quanto era stato immaginato. Se ne può prendere atto con qualche rassegnazione, almeno tra coloro che immaginavano o speravano che il Pd potesse utilizzare questi anni di opposizione per una profonda revisione della sua lettura della società italiana. Così come è opportuno prepararsi al ritorno in Parlamento, dietro lo schermo dell'immaginifica retorica di Vendola, delle idee e delle parole dei Paolo Cento e degli altri reduci di quel radicalismo massimalista che nel 2008 sembrava essere stato neutralizzato.
Non è qui il punto dolente del percorso che il Pd va compiendo (o sta tornando a compiere) verso la sinistra radicale, ma nel tratto essenzialmente passivo che lo accompagna. Anche nei confronti della Fiom, così com'è accaduto con Vendola, il partito di Bersani sembra reagire supinamente a quanto avviene intorno a sé piuttosto che provare a guidare la direzione dell'alleanza e la definizione dei suoi contenuti. Per far questo non basta mandare i propri collaboratori in piazza, rivendicare una vaga pratica dell'ascolto o evocare una mitologia del "nuovo patto sociale". Servirebbe una capacità di orientare gli alleati e una consapevolezza del proprio ruolo nella società italiana ben più forte di quella che il  Pd mostra di possedere, incalzato com'è da concorrenti che insistono sul suo stesso spazio elettorale senza avere la pesantezza di chi si muove come se fosse ancora quel grande partito novecentesco che non è più


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permalink | inviato da Andrea Romano il 19/10/2010 alle 14:17 | Versione per la stampa

20 marzo 2010
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Federalismo ad personam
Oggi a Roma, in Piazza San Giovanni, i tredici candidati PdL firmeranno alla presenza di Silvio Berlusconi un “Patto delle regioni” che impegna ciascun futuro governatore a coordinarsi con Roma. Giovedì scorso a Genova i candidati di centrodestra di Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto hanno fondato con un altro patto il “Quadrilatero del Nord” alla presenza di Umberto Bossi e Giulio Tremonti. Se tra i due manifesti non esiste contraddizione formale, l’abbondanza di documenti pattizi a pochi giorni dalle elezioni regionali segnala un fenomeno che riguarda tanto il centrodestra quanto il centrosinistra. Ovvero la diffusione di un regionalismo politico di segno disgregativo che cova all’interno dei partiti nazionali, che non richiede alcuna esplicita retorica di secessione ma che di fatto sta modificando la geografia politica del nostro paese con effetti potenzialmente esplosivi sull’unità nazionale.

Questo nuovo regionalismo si alimenta ad una declinazione in chiave locale della personalizzazione della politica, con figure anche di grande carisma che riescono ad intercettare il consenso dei propri cittadini intorno a piattaforme di segno eminentemente regionale e anti-centralistico. Sono i Nicky Vendola con la sua capacità di andare oltre il neo-comunismo rinnovando il millenarismo pugliese a sfondo popolare, i Raffaele Lombardo con il nuovo rivendicazionismo del suo Partito del Sud rivolto ai flussi di spesa verso il Meridione, i Luca Zaia e tutti gli altri leader regionali che sono saliti sulla scena nazionale sapendo rappresentare al tavolo romano un pezzo d’Italia con tutto il peso della sua diversità.

Forse si dirà che in questo non c’è alcuna novità di rilievo. In fondo abbiamo già conosciuto, nella prima metà degli anni Novanta, quel “partito dei sindaci” che prometteva di rifondare il patto repubblicano attraverso un nuovo legame tra gli elettori e i buoni amministratori locali. La differenza è invece molto significativa. Perché quello che già allora fu bollato come “partito dei cacicchi” si muoveva dentro contenitori politici di recentissima formazione che sia sul centrodestra sia sul centrosinistra sapevano parlare a tutta l’Italia attraverso una narrativa coerentemente nazionale. Una capacità che non era tanto legata a dosi maggiori di patriottismo rispetto a quelli che leggiamo oggi nella comunicazione pubblica di PD e PdL, quanto alla forza propriamente politica di quei partiti e alla loro facoltà di tenere in pugno l’agenda di governo nazionale. Nel frattempo da quegli anni in avanti è accaduto qualcosa. Qualcosa che ha a che fare con il nostro essere una comunità nazionale più debole ma soprattutto con la sempre maggiore fragilità di partiti nazionali, un tempo nuovi, che riescono a sopravvivere come forze organizzate solo se aderiscono alla conformazione di volta in volta particolare dei loro diversi elettorati regionali.

È il caso del Partito democratico, che al tavolo romano rappresenta ormai soltanto il modello sociale concretamente rappresentato dall’Italia centrale e che fuori da quell’area deve affidare le proprie fortune a figure estranee alla propria identità come Vendola o Emma Bonino. Ma è anche il caso del PdL, che sotto la forza senza eredi della leadership berlusconiana cova una divaricazione crescente tra le sue cordate settentrionali e quelle meridionali.

Evidentemente non può esservi alcuna nostalgia per la forza di partiti che non torneranno per miracolo a rappresentare la nazione nella sua interezza e che si trovano, al contrario, alla fine di un ciclo di vita sorprendentemente breve. Quello che tuttavia non può non essere segnalato è il rischio che lungo questa strada, senza strepiti secessionisti e senza conflitti clamorosi, si affermi una rottura di fatto della nostra unità nazionale. Quella che si produrrebbe un domani laddove leadership regionali pienamente legittimate dal voto popolare, ma non più contenute all’interno di soggetti politici nazionali sufficientemente autorevoli, potrebbero decidere di non avere più alcuna reverenza per il patto che ancora ci unisce. Sarebbe un esito davvero bizzarro per quel federalismo che in teoria avrebbe dovuto preservare il futuro della nostra nazione.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 20/3/2010 alle 13:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

5 marzo 2010
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Lo stallo del PD e la sindrome della diversità
Anche in politica può capitare di vincere per KO tecnico, ma normalmente non si tratta di un buon viatico per il futuro. È vero infatti che, dinanzi all’incredibile vicenda delle liste PdL nel Lazio e in Lombardia, i vertici del Partito democratico si godono l’effetto insperato di quello che Stefano Cappellini ha definito sul Riformista “il fattore C di Pier Luigi Bersani”: colui che “senza quasi colpo ferire si trova a vedere ogni giorno accresciute le possibilità di vittoria alle regionali”.

Ma c’è comunque da chiedersi se l’effetto dell’invidiabile fortuna di Bersani non sia almeno in parte allucinogeno, come invece risulta se abbandoniamo la cronaca delle tragicomiche avventure del centrodestra laziale e lombardo e guardiamo ai dati del sondaggio Ipsos pubblicato recentemente dal Sole 24 Ore. Vi si legge infatti che alla crescita della sfiducia nel governo non si accompagna un’analoga crescita nel consenso per l’opposizione, che al contrario “resta impigliata dal novembre scorso – come ha scritto Lina Palmerini – al 71-73% di giudizi negativi”.

Eppure in queste ultime settimane è accaduto davvero di tutto per favorire un aumento della fiducia nel maggior partito di opposizione: il ritorno di scandali giudiziari che vedono coinvolti per lo più esponenti del governo o dei partiti di maggioranza, l’incrinarsi del mito dell’infallibilità di Berlusconi nella prova del post-terremoto all’Aquila, il riaprirsi di un conflitto interno al PdL che rivela una volta di più le crepe di un cartello ben lontano dall’essere un autentico partito politico.

È accaduto di tutto, tranne quello che normalmente rende più credibile una forza politica: la capacità di definire e raccontare un autentico progetto per il Paese, attorno al quale aggregare visioni e consenso possibilmente maggioritari. Al contrario, in queste stesse settimane il Partito democratico sembra avere consapevolmente scelto l’immobilismo. Forse per non provocare alcun mutamento in una congiunzione astrale sorprendentemente benevola, ma più probabilmente nella convinzione che i frutti del consenso non potranno che cadere da soli nelle mani di chi si mostra ancora una volta “diverso”. Si legge infatti in questa scommessa l’eco di un’antica predisposizione d’animo del post-comunismo italiano, che nel bene o nel male rappresenta la vera cultura politica residuale del PD. Ovvero la convinzione di rappresentare la parte migliore del paese in virtù di misteriose qualità antropologiche, che da sole potranno garantire di ricevere le redini del paese come si riceve un dono del cielo.

Non c’è dubbio che la vocazione all’immobilismo per meglio sfruttare le disgrazie degli avversari abbia pagato anche nella nostra storia recente, permettendo al centrosinistra di vincere le elezioni del 2006 senza un grande sforzo di inventiva progettuale (di cui tuttavia il governo di Prodi avrebbe rapidamente pagato le conseguenze). Ma oggi esiste un ostacolo molto serio alla possibilità che quella stessa scommessa produca risultati analoghi a vantaggio del centrosinistra. La bandiera della diversità dal berlusconismo torna infatti ad essere agitata dalla Lega con una forza ben maggiore di quella degli esordi del Carroccio, quando per Bossi si trattava di distinguersi da Forza Italia senza poter rinunciare ad un’alleanza di valore strategico. Oggi la Lega si candida al governo del Nord su basi di autentica autonomia politica dal berlusconismo, senza godere di alcun particolare vantaggio televisivo ma potendo contare sulla capacità di aggregare un consistente consenso democratico e una classe dirigente già sperimentata nel governo locale.

Il voto di fine mese ci dirà quante amministrazioni regionali passeranno nelle mani di Bossi, e quali effetti si avranno non solo sulla stabilità della coalizione di governo ma soprattutto sull’unità di fatto del nostro paese. Certo è che le conseguenze del possibile trionfo leghista sulla tenuta del Paese saranno tanto più dirompenti quanto più debole sarà la capacità del PD di presentarsi come un’alternativa al berlusconismo, la cui forza discenda da un’autonoma capacità di progetto politico. E non, come invece ci raccontano le cronache di queste settimane, dall’illusione di prosperare nell’immobilismo e di ricevere senza muovere foglia l’eredità del governo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 5/3/2010 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

21 febbraio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Garibaldi PD PDL berlusconismo Risorgimento Cavour Mazzini
Il Risorgimento non basta più
Quanto conta il Risorgimento per gli italiani del 2010? Difficile rispondere, ma forse qualche dato può aiutarci a formulare un’ipotesi. Secondo il rilevamento di Nielsen BookScan (il più avanzato sistema di monitoraggio del mercato librario, da poco adottato anche dai principali editori del nostro paese) solo l’1,3 per cento di tutti i libri venduti in Italia tra il 2007 e il 2009 ha come oggetto la vicenda risorgimentale. Ben poca cosa rispetto al successo di altri temi storici come la Roma antica (11,6% del totale), il fascismo (7,3%) o persino il medioevo (3,8%). Detta altrimenti: nelle librerie italiane le gesta di Garibaldi e Mazzini valgono poco più della storia dell’Impero Ottomano o di quella dell’estremo oriente (entrambe all’1%), per quanto si tratti di vicende ad alta densità di eroi e dunque dotate di ingredienti che almeno in teoria possono fare la fortuna di un libro.

Sono solo statistiche commerciali, si dirà. Eppure possono suggerire una riflessione alla vigilia del ciclo di eventi che ci condurrà nel 2011 alla celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Vale la pena domandarsi, in particolare, se le rievocazioni risorgimentali saranno in grado anche solo di contribuire a ricomporre in un’unica tela le molte Italie nelle quali il nostro paese appare disperso. Va da sé che non è in discussione la necessità di onorare il Risorgimento ai più alti livelli di partecipazione popolare e istituzionale, come peraltro ci impone il calendario, quanto piuttosto l’autosufficenza di quel riferimento storico dinanzi al compito che attende nei prossimi mesi la nostra discussione pubblica: ritrovare una narrazione che sia capace di raccontare agli italiani cos’è diventata la loro nazione. Una narrazione che non sia necessariamente condivisa e priva di polarità (bipartisan, verrebbe da dire cedendo ad una delle ossessioni più bizzarre del nostro gergo politico), ma che sia in grado quanto meno di provocare una spinta all’identificazione trasversale tra le molte appartenenze identitarie nelle quali si è scomposta l’Italia.

Davanti ad un compito di tale difficoltà, è legittimo dubitare che una nuova e robusta iniezione di retorica risorgimentale riesca ad avvicinare l’obiettivo. In questo senso Cavour e Garibaldi non hanno colpe, per quanto ormai deboli di fascino nei confronti dei (pochi) italiani che frequentano le librerie. La responsabilità principale va invece cercata tra coloro che in quest’ultimo ventennio avrebbero dovuto farsi carico di ritrovare una narrazione nazionale dotata di un’autentica capacità attrattiva. E dunque innanzitutto nei partiti politici, le forze che hanno avuto l’onere e l’onore di raccogliere il consenso democratico e di organizzarne le rappresentazioni simboliche collettive.

La crisi della politica italiana ha colpito duramente anche qui. Perché appena quindici anni fa sarebbe stato possibile immaginare che i nuovi partiti nati da Tangentopoli avrebbero prima o poi prodotto una o più mitologie nazionali di ampio respiro, in grado di competere con quelle che fin verso la fine del Novecento avevano sostenuto le culture politiche della prima repubblica. Oggi possiamo invece constatare che né l’universo berlusconiano né quello che a Berlusconi si contrappone hanno prodotto qualcosa che somigli ad un’idea di patria. Non è accaduto nel centrosinistra, dove l’unica mitologia unificante rimane quella dell’antiberlusconismo (“In poche parole un’altra Italia”, nello slogan della campagna del PD per le prossime elezioni regionali). Ma soprattutto non è accaduto nel centrodestra, che ha tenuto più a lungo il timone del paese e che dunque porta su di sé la responsabilità maggiore del fallimento, dove né Forza Italia né AN sono riuscite a diventare una vera forza nazionale liberale che oltre al consenso sia capace di lasciare un’eredità che sopravviva ai rispettivi fondatori. Tutt’intorno ai due fallimenti, una moltitudine di piccole identità locali o comunque segmentate tra le quali è difficile riconoscere il profilo di una rappresentazione nazionale.

Dove non sono riusciti i partiti della seconda repubblica è dunque difficile che riesca un ciclo di celebrazioni che avrà nel Risorgimento la sua pur pregiata chiave di volta, perché non si vede chi possa far uscire Garibaldi dalla retorica per farne un personaggio capace di parlare di patria agli italiani del 2010. Al secolo e mezzo dall’unità le cose sono andate così, chissà che non vadano meglio al traguardo dei due secoli.


17 febbraio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PdL PD Veltroni nucleare
La destra che fa anche la sinistra, il PD che ha perso la voce

Se il ministro degli interni sconfessa le pulsioni emergenziali che sono venute dalla sua stessa parte politica dopo i fatti di Via Padova, se il ministro dell’agricoltura Zaia apre un conflitto con il Consiglio di Stato in nome della lotta al mais transgenico, se ben sei tra governatori e candidati governatori del centrodestra si battono “senza se e senza ma” contro il ritorno al nucleare, tutto questo non ha a che fare soltanto con la vigilia delle elezioni regionali. È la destra che veste anche i panni della sinistra, giocando due parti in commedia e riassumendo al proprio interno gran parte della dialettica politica nazionale.


D’altra parte può capitare che un partito o una coalizione siano talmente forti da ospitare dentro i propri confini un ventaglio molto ampio di posizioni politiche, grazie anche alla debolezza degli avversari. È quanto accadeva, tra l’altro, alla Democrazia Cristiana nei suoi tempi migliori. Quando tra la destra e la sinistra democristiana correva una distanza risolta solo in parte dal carisma della leadership o dalla negoziazione interna di partite governative. Eppure quello che sta accadendo in queste settimane alla coalizione di governo non sembra avere molto in comune con l’esempio della DC. Perché sui temi degli OGM, dell’immigrazione e soprattutto del nucleare – per citare solo tre punti dell’agenda politica degli ultimi giorni – le diverse anime del centrodestra hanno rivelato una divaricazione che si fatica ad interpretare come un punto di forza.


È pur vero che la debolezza del Partito democratico ha raggiunto livelli tali da lasciare un vuoto che non può che essere colmato anche per questa via. Risolta con grande fatica e molte cicatrici la vicenda delle candidature regionali, il PD di Bersani sembra avere smarrito la voce dinanzi ai fatti di questi giorni. Il caso Bertolaso è stato naturalmente accompagnato dalla richiesta di dimissioni del capo della protezione civile. Gli scontri di Via Padova sono stati naturalmente l’occasione per denunciare il fallimento delle politiche di integrazione dell’amministrazione milanese. Ma la gran parte delle energie propriamente politiche del PD continua ad essere dilapidata in una partita giocata interamente nella propria metà campo. Che è poi la stessa partita che si prolunga da tempo senza alcuna novità e senza più appassionare nessuno tra coloro che per ragioni di militanza o sopravvivenza non siano particolarmente affezionati alle vicende interne di quel partito.


Si prendano ad esempio le ultime dichiarazioni di Walter Veltroni, raccolte sabato scorso nell’intervista ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera. Ancora una volta l’annuncio di non nutrire “alcuna ambizione personale”, ancora una volta la rivendicazione di una “atipicità personale” animata da “un rapporto febbrile con la politica ma non di febbre per il potere”, ancora una volta “la politica come vocazione e non come mestiere”. Eppure questo saggio tardivo di mimetica veltroniana, nel quale sono tornati ad affacciarsi persino Bob Kennedy ed Enrico Berlinguer come se ancora ci trovassimo nei primi anni Novanta, non ha prodotto alcuna reazione di peso. Bersani ha liquidato l’ex segretario come “una risorsa” e per il resto silenzio, da sponde sia amiche che nemiche. Il silenzio che ha accompagnato l’uscita di Paola Binetti e la progressiva diserzione degli esponenti cattolici dal PD. Lo stesso silenzio con cui la principale forza di opposizione si prepara a ricevere il verdetto del voto regionale con molti timori per la propria tenuta strutturale


Eppure per il centrodestra non sono tutte belle notizie, perché il mutismo del Partito democratico lascia libero il PdL di rivelare la fragilità della sua aspirazione ad essere un partito autenticamente nazionale. Un partito che sia quindi capace di tenere insieme posizioni anche molto distanti e di riassumere sotto un unico tetto quelle che appaiono come le prime manifestazioni di una possibile frantumazione post-berlusconiana. E al di là dell’assunzione di temi di sinistra nell’armamentario politico di settori del PDL, l’opposizione dei governatori di centrodestra al ritorno al nucleare è qualcosa di più grave di un’ordinaria manifestazione della celebre sindrome Nimby. C’è anche l’incapacità di quel partito (e di una leadership dall’apparenza tanto carismatica) a far valere il peso di una legittima scelta di politica energetica presso i terminali più forti della rappresentanza popolare, quali sono oggi le presidenze di regione. Perché se per i cittadini di una nazione il cortile di casa è il Paese intero, per una forza politica che voglia essere partito nazionale le opzioni strategiche come quelle energetiche sono un campo di prova che non può essere fallito. A meno di non volersi preparare, prima o poi, alla moltiplicazione dei cortili politici come metodo di sopravvivenza di un’intera classe dirigente.

 


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permalink | inviato da Andrea Romano il 17/2/2010 alle 9:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

4 settembre 2009
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La Chiesa, il PD e il silenzio dei cattolici democratici
Nella partita nuova e sempre più disordinata che si è aperta tra berlusconismo e Chiesa italiana è da registrare con qualche sorpresa il silenzio dei cosiddetti “cattolici democratici”, ovvero di coloro che hanno predicato e praticato la mediazione politica tra la propria fede e l’esigenza di governare una nazione moderna e plurale. Naturalmente non sono mancate in Parlamento e nei partiti di opposizione le prese di posizione, anche molto nette, di singoli esponenti cattolici contro le particolarità comportamentali del Presidente del Consiglio e più recentemente contro gli attacchi venuti dalla stampa filo-berlusconiana alla persona di Dino Boffo. Ma quella che è clamorosamente mancata è la sensazione di una presenza di quella vasta e autorevole area del centrosinistra che nell’ultimo decennio ha tentato di aggiornare alle condizioni della Seconda repubblica la lezione che fu già di De Gasperi e Moro: testimoniare la propria fede senza rinchiudersi nella rappresentanza confessionale di una sola parte d’Italia, cercare ad ogni passo di coniugare in senso universalistico la vocazione cristiana con lo spirito della democrazia e della giustizia sociale.

La ragioni di quest’assenza non possono essere cercate esclusivamente nei patimenti congressuali del Partito democratico, per quanto l’incombere della vittoria di Bersani nel segno del revival socialdemocratico stia evidentemente concorrendo a togliere energia ed entusiasmo a quell’area. C’è forse qualcosa di più nell’incapacità di inserirsi con forza nel primo vero conflitto che si registra da molti anni tra Berlusconi e una componente non secondaria delle gerarchie ecclesiastiche, con le sue inevitabili ricadute su almeno una parte dell’elettorato cattolico di centrodestra. Qualcosa che ha a che fare con la più recente parabola storica del cattolicesimo democratico, che dopo la stagione di Romano Prodi non sembra più in grado di trovare ragioni abbastanza forti per giustificare la propria identità organizzata e quella funzione di ago della bilancia svolta per molti anni sulla scena politica non berlusconiana.

Nella stagione di Prodi, specialmente per gli anni del primo Ulivo, l’aspirazione universalistica dei cattolici democratici aveva trovato un nuovo modo di stare al mondo dopo la fine della DC. Era stata figlia diretta di quell’aspirazione la scelta di Prodi come candidato alla presidenza del consiglio, ma soprattutto fu emanazione di una tradizione alta di amministrazione della cosa pubblica lo schieramento di una classe dirigente che in quegli anni ha saputo distinguersi nel governo del paese e nell’assunzione di scelte coraggiose, necessarie e spesso impopolari. Comunque la si pensi e comunque si sia votato nel 1996, è difficile negare che negli ultimi anni dello scorso decennio il contributo venuto dal cattolicesimo democratico alla concreta pratica di governo del paese sia stato di alta qualità. I problemi sono venuti dopo. Quando la stagione del primo Ulivo si è consumata come tutti ricordiamo e quando dalle soluzioni di governo il protagonismo dei cattolici democratici si è spostato a quel conflitto sui valori che nel frattempo andava colonizzando gran parte del nostro discorso pubblico.  Qui il centrodestra ha avuto buon gioco nell’assorbire le ragioni del tradizionalismo cattolico, nella debolezza di una cultura politica che se pure si era detta fugacemente liberale non è mai riuscita a darsi forza e coerenza sufficienti a costruire posizioni autonome sui nuovi temi della vita e della persona. La controprova è nelle più recenti prese di posizione di Gianfranco Fini, che tenta di risalire la china di questa passività collegandosi a quanto negli stessi anni è stato realizzato dai settori più innovativi del centrodestra europeo.

Sull’altro fronte, nel centrosinistra, la chiamata al conflitto sui valori ha frantumato la tradizione del cattolicesimo democratico in una piccola nube di appartenenze tutte minoritarie: dall’esperimento teodem con cui si è cercato di costruire un nuovo protagonismo politico dei cattolici non berlusconiani ma lontani dagli stilemi del cattolicesimo di sinistra, alla nostalgia prodiana degli ulivisti più irriducibili fino al più recente tentativo di Ignazio Marino di ibridare la fede personale con soluzioni bioetiche di segno radicalmente laico. Tentativi tutti minoritari sia perché incapaci di contrastare la compattezza del neo-tradizionalismo del centrodestra, sia perché inseriti in un contenitore di partito dove ogni singola identità rivendica una propria casella dentro un comune accordo di non belligeranza. Ogni componente conserva il proprio potere di interdizione e tutte concorrono a definire in modo pattizio una leadership che, anche domani, non sarà che l’ennesima espressione di un passato che non accenna a passare.

Per i cattolici democratici – lontani dal governo e spesso anche da una cultura di governo – gli effetti di questo accordo nel contesto dell’Italia post-secolare hanno significato la dispersione in molte piccole tribù. Con il doppio risultato negativo di rendere del tutto pacifico il ritorno egemonico di quella tradizione post-comunista che, seppur indebolita, non ha certamente subìto lo stesso destino di frammentazione. E soprattutto di perdere la voce nei momenti in cui, come oggi, sarebbe utile e opportuno anche agli occhi di chi non è credente saper mostrare forza e attrattiva nei confronti di un elettorato cattolico quanto meno spaesato di fronte a quanto sta accadendo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 4/9/2009 alle 11:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

6 agosto 2009
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Il punto fermo che non c'è
Quello che è appena iniziato non si annuncia come un agosto particolarmente rilassante per il centrosinistra. Non tanto per le vicende giudiziarie pugliesi, che pure avranno ripercussioni inevitabili su alcuni equilibri di potere interno, né per l’avvicinarsi della scadenza congressuale del PD. La vera ragione del turbamento estivo è nella sensazione che all’indebolimento della leadership personale di Berlusconi non corrisponda un rafforzamento nella credibilità del centrosinistra come alternativa al berlusconismo. Si dirà che il mondo progressista è in crisi in tutta Europa, che la socialdemocrazia è ormai in via di sepoltura e che persino il magico Obama deve fare i conti con le prime crepe del suo monolitico muro di consensi. Tutto vero. Eppure la differenza tra il caso italiano e la maggior parte degli altri casi occidentali è nella difficoltà a immaginare quale possa essere, domani, il ruolo di una forza politica che in teoria dovrebbe essere proprio oggi alle prese con un radicale ripensamento della propria funzione nazionale.

La sensazione, per molti versi paradossale, è che laddove la sinistra si trovi in una condizione di crisi conclamata sia più facile immaginare cosa accadrà una volta svoltato l’angolo della catarsi. In Francia, ad esempio, i socialisti sono sprofondati in uno stato di prostrazione elettorale e progettuale persino più grave di quello dei loro cugini italiani. Una condizione dalla quale nessuno si illude di risollevarsi con le stesse idee e lo stesso personale politico che ha segnato l’ultimo quindicennio di storia del socialismo francese. Eppure accanto al PSF è cresciuto in questi mesi un fenomeno nuovo e forte di un autentico consenso popolare: quell’Europe Écologie che alle ultime elezioni europee è riuscita a raccogliere quasi tre milioni di voti, sulla base di una proposta ambientalista priva di toni apocalittici e dalla quale è del tutto probabile che ripartirà il cantiere comune della sinistra francese nei prossimi mesi. Analogamente in Gran Bretagna la fase terminale del governo Brown consente di mettere un punto sui successi e gli insuccessi del lungo ciclo neolaburista, lasciando immaginare che il più che probabile insediamento di David Cameron a Downing Street aprirà una stagione completamente diversa per il Labour nella lunga ricerca del ritorno al governo. Una stagione anch’essa ricca di nuova attenzione ai temi ambientali, almeno a giudicare dallo spazio che vi sta dedicando la nuova generazione laburista (e per primo il giovane e brillante ministro per l’ambiente Ed Miliband).

Cosa manca dunque al centrosinistra italiano, nel confronto con i casi francese e britannico? Essenzialmente un punto fermo, la piena consapevolezza dell’esaurimento di un ciclo storico e del bisogno di cercare una strada diversa. E quindi la predisposizione ad ascoltare l’Italia, prima ancora del proprio tormento interiore. Al contrario, il confronto congressuale interno al Partito democratico è la replica perfetta di una partita giocata tutta nella propria metà campo. Una lunga e ripetitiva resa dei conti tra le stesse anime che, nel bene e nel male, abbiamo già visto all’opera in quest’ultimo decennio. E una ben scarsa attenzione ad uscire dai confini del PD per catturare l’interesse di quel paese che, sebbene inizi a disamorarsi di Berlusconi, non riesce ad essere affascinato dall’alternativa che oggi passa il convento. Si vuole una prova? Basta guardare alla frase iniziale delle tre mozioni congressuali. Pierluigi Bersani apre con l’affermazione secondo cui “il partito democratico è la più grande intuizione degli ultimi vent’anni”, salvo specificare che “ciò che abbiamo realizzato nei primi venti mesi è al di sotto del progetto che intendevamo perseguire”. Dario Franceschini guarda ai tempi lunghi della storia, e dunque ad “un mondo che ha impiegato 10.000 anni per raggiungere nel 1900 un miliardo di abitanti e che ne ha messi solo altri 110 per moltiplicarsi per sette”. L’unico a presentarsi all’Italia parlando d’Italia è Ignazio Marino, il candidato di gran lunga più interessante dei tre, secondo il quale “noi italiani abbiamo il diritto di tornare a essere orgogliosi del nostro paese perché l’Italia è migliore di quanto vorrebbe la retorica del cinismo e del disincanto”.

Difficile che un partito che intende ritrovare la strada del consenso possa farlo evitando di guardare negli occhi quel paese dal cui voto è stato drasticamente ridimensionato. Così com’è difficile che una proposta politica che si avvia a tornare dentro i confini di una socialdemocrazia tradizionale, la stessa che in tutta Europa viene innervata da suggestioni diverse e in primo luogo di matrice neoambientalista, possa diventare la base per una nuova stagione di governo. È anche per questo che, ora e nelle prossime settimane, il paese assisterà con ben scarsa passione allo svolgersi di questa ennesima conta interna.


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23 maggio 2009
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Nicodemismo democratico, l'ultima tentazione
La novità di queste settimane è il nicodemismo democratico. Ovvero la tendenza di alcuni a non votare PD pur continuando a fare campagna elettorale per il PD. È cosa diversa dall’astensionismo dell’elettore democratico, dalla sua fuga verso Di Pietro o anche dal ritorno a casa di coloro che avevano optato per il PD nei giorni ormai lontani del “voto utile” e che ora si preparano a sostenere nuovamente i socialisti o i vari neocomunisti.

No, il nicodemista democratico è qualcosa di più che un semplice elettore. È un militante di lunga data o persino un dirigente, che questa volta non ce la fa proprio a votare PD. Ma lo confida solo ai familiari e agli amici più fidati, mentre in pubblico continua a far professione di fede per il Partito democratico. E quindi si impegna in campagna elettorale, ove necessario. E quindi recita con buon mestiere la parte di colui che convince altri a votare un partito che lui per primo non voterà. E quindi aggiorna al nostro tempo il modello che fu di Nicodemo, il fariseo che riconobbe in Gesù Cristo il Messia continuando a negare in pubblico la propria fede, e poi dei molti protestanti che finsero di osservare i precetti della Chiesa di Roma per sopravvivere alle persecuzioni o ancora dei moltissimi che in ogni tempo hanno dovuto conciliare convinzioni personali eterodosse con contesti storici che non permettevano alcuna deviazione.

Personalmente ne conosco almeno tre, che è già un buon numero considerando la mia scarsa frequentazione con la dirigenza del PD. Immagino dunque che ve ne siano molti di più. Tutte persone per bene, mai colpite dal vizio della pavidità. Al contrario, uomini e donne intelligenti e combattive. Che in anni meno paciosi di questi non hanno mai temuto di affrontare il dissenso interno in partiti dove non sempre il dissenso era ben tollerato. Persone che oggi, dinanzi ad un PD che avrà molti difetti ma certamente non può incutere alcun timore di rappresaglie, non riescono tuttavia ad esprimere pubblicamente il rifiuto di un partito nel quale non si riconoscono più.

La spiegazione più semplice sarebbe la mancanza di coraggio personale. Ma di questo non può trattarsi, almeno per quei casi che mi è capitato di osservare da vicino. È quindi possibile che la ragione sia più tortuosa ma non priva di senso politico. Ed è quella secondo la quale il nicodemista democratico è convinto che solo un risultato elettorale inequivocabilmente disastroso per questo PD e per questa leadership permetterebbe di salvare il progetto del Partito democratico, nel quale egli continua a credere con forte convinzione e a dispetto di ogni più recente delusione. È una spiegazione troppo nobile? Forse, ma merita di essere presa sul serio. Perché esiste effettivamente il rischio che un risultato mediano, se non mediocre, congeli il PD nella situazione in cui si trova in queste settimane. Privo di strategia politica diversa da quella del recupero di una parte dell’elettorato antiberlusconiano maggiormente tentato dal dipietrismo, privo di una leadership diversa da quella onestamente transeunte incarnata da Franceschini, privo di una prospettiva di investimento sul futuro diversa dal pieno ritorno in carica di quei capibastone che per ora si accontentano di governare da lontano il PD.

Il nicodemista democratico auspica dunque una botta che sia indiscutibile e risolutiva, dopo la quale nessuno potrebbe continuare a far finta di niente. In questo senso il suo comportamento fa il paio con quanto sta accadendo in molte competizioni amministrative del Lombardoveneto dove i candidati democratici hanno scelto il metodo “meno ti fai vedere in giro abbinato al logo PD e meglio è”, come ha raccontato ieri Marco Alfieri sul "Sole 24 Ore". Entrambi perseguono l’obiettivo del salasso a fin di bene, che costringa dirigenti e militanti a guardarsi bene in faccia per decidere da che parte andare senza poter star fermi dove si sono ritrovati impantanati.

È un’intenzione benevola, ma non è detto che si risolva nel risultato auspicato. Perché la capacità di questa leadership collettiva di far buon viso a cattiva sorte è stata ormai provata in cento occasioni, e niente impedirebbe anche questa volta di recitare la parte della “tenuta del partito dinanzi alle affrettate previsioni di tracollo”. Che sarebbe poi la premessa per una discussione preconfezionata sul dopo-elezioni, con un congresso da tenersi solo quando fosse già stata concordata una soluzione capace di rassicurare tutti coloro che hanno qualcosa da perdere da una vera ripartenza del progetto PD. Ma forse ci sarebbe un’altra strada per arrivare allo stesso obiettivo, lontana dal modello di Nicodemo ma più consona ai nostri tempi. Quella di dire la verità già ora, spiegando perché questo PD rischia di non meritare il voto persino di molti dei suoi dirigenti. Per quanto la campagna elettorale non aiuti la franchezza, soprattutto dinanzi ad un Berlusconi tornato ai massimi della boria, sarebbe un metodo ben più efficace di quella “dissimulazione onesta” che può essere ormai compresa solo da pochi e stanchi nostalgici del tempo che fu.


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21 aprile 2009
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Ho visto il futuro leader del PD
La parola chiave è contendibilità. Suona male fuori dalle Borse, ma è perfettamente applicabile al Partito democratico. Nel mondo aziendale significa che un’impresa è sul mercato e può essere controllata da chi ha risorse finanziarie e progetti di sviluppo, soprattutto quando si trova in condizioni di debolezza. È più o meno lo stesso in politica, dove un partito in crisi è scalabile da chi ha buone idee e forti risorse di leadership.

La contendibilità del PD è stata l’immagine che mi ha convinto del successo del seminario di Piombino, promosso da un gruppo di parlamentari e dirigenti del partito che evitano con cura di definirsi “giovani”. Non perché non lo siano, ma piuttosto perché sanno meglio di altri che giovanilismo fa rima con gattopardismo. Così come sanno che spesso la cooptazione del “giovane irrequieto ma sincero” è la migliore garanzia che niente cambi per chi controlla il timone, anche se si dirige convintamente verso il naufragio.

Sabato e domenica ho ascoltato a Piombino gli interventi e le riflessioni di quasi cinquanta  tra parlamentari e dirigenti, locali e nazionali, che non intendono bussare alla porta per chiedere di contare ma si preparano a porre domande serie e pesanti a coloro che guidano il PD più per caso che per virtù. Chiedono ad esempio un’indagine su cos’è concretamente accaduto dall’ottobre 2007 ad oggi, per sapere cosa ne è stato del diffuso capitale di passione e intelligenza che si era raccolto intorno al progetto iniziale del Partito democratico. Ma anche quale consistenza reale ha avuto l’articolo 28 dello Statuto del PD, che impegnava a consultare regolarmente i propri iscritti “su qualsiasi tematica relativa alla politica e all’organizzazione interna del PD”. E dove sia il numero di telefono o l’indirizzo email al quale i coordinatori dei circoli potrebbero rivolgersi per avere chiarimenti sui temi in discussione.

Sono domande che rimandano ad una fortissima voglia di partito. Quel partito che finora non c’è stato, un partito che funzioni e che finalmente si apra all’autonomia di pensiero e di iniziativa politica di una nuova classe dirigente che si misura già con la costruzione del consenso sul territorio. E che è pronta a fare la sua parte dopo il voto europeo. A patto che il congresso ci sia, s’intende. Un congresso vero da tenersi – come chiedono – nell’ottobre di quest’anno e non quando sia stata già preconfezionata un’altra soluzione “alla Franceschini”. Un congresso che sia occasione per la prima discussione politica e strategica per un partito che fino ad oggi, dopo una nascita rocambolesca e per necessità di cose, non si è mai guardato allo specchio per decidere cosa dire e da che parte andare.

È questa la via alla contendibilità democratica del PD, la suggestione più feconda che ho visto formulare a Piombino e anche quella che contiene la più solida promessa per il futuro. Perché mentre ascoltavo queste e altre riflessioni mi dicevo che con ogni probabilità tra quei cinquanta era seduto il prossimo leader del Partito democratico. Non è tanto interessante fare oggi qualche nome (se non quello degli assenti, perché nessuno tra i presenti faceva parte dell’attuale segreteria di Franceschini), quanto piuttosto sapere che da qualche parte in questo disastrato Partito democratico c’è qualcuno che ha cominciato a porre la questione di un cambio di timone che nasca dalle idee della politica e non dagli accordi preconfezionati di una famiglia in disarmo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 21/4/2009 alle 10:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa

16 aprile 2009
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Poveri ma europeisti?
Anche volendo mettere da parte i sondaggi sfavorevoli di questi giorni, le elezioni europee rappresenteranno una prova difficilissima per il PD. La leadership del segretario è transitoria per sua stessa ammissione, la congiuntura politica è sfavorevole per la forza conclamata del governo Berlusconi e non mancano qua e là i segnali preparatori di una scissione che nessuno capirebbe tranne quei pochi feudatari che ne dovrebbero beneficiare.

In una situazione di così grave debolezza, e non avendo vera voce in capitolo su candidature che in molti casi si avviano a superare la soglia dell’imbarazzo, Dario Franceschini avrebbe almeno la possibilità di qualificare i contenuti della campagna elettorale con pochi messaggi chiari. Sarebbe una sorta di investimento sul futuro, per sé e per il PD, un modo di marcare il territorio simbolico di un partito che presto o tardi dovrà tornare a riprendere l’iniziativa.

È una possibilità che Franceschini ha finora deciso di giocarsi pescando due carte dal mazzo. La prima è quella del tradizionale europeismo del centrosinistra italiano, con la campagna che vediamo in questi giorni sui muri delle nostre città. Intorno allo slogan “UE!”, l’Unione europea viene presentata come la soluzione a molti dei problemi che affliggono il paese di contro all’indifferenza mostrata dal governo. Perché “l’Unione europea si preoccupa di chi perde il lavoro e Berlusconi no”, oppure “l’Unione europea pensa alle piccole e medie imprese e Berlusconi no”. Può darsi che le cose stiano effettivamente così, al di là del tono comunicativo scelto dai responsabili della campagna.

Ma viene da domandarsi se una rappresentazione così piattamente salvifica dell’Europa corrisponda alla realtà dell’Unione così come è andata modificandosi negli ultimi anni. Davvero l’Unione europea può essere presentata come un benevolo Babbo Natale che a tutto provvede e tutto risolve? Davvero non c’è niente da mettere a punto in un’architettura comunitaria che sta vivendo trasformazioni turbolente e dagli esiti tutt’altro che chiari? E soprattutto: davvero si può sedurre l’opinione pubblica italiana con uno slogan ricalcato dai tempi ormai lontani in cui lottavamo per entrare nella moneta unica e potevamo permetterci una “tassa sull’Europa”?

La seconda carta Franceschini l’ha pescata martedì, sul sepolcro di Don Primo Mazzolari.  Dove ha rivendicato per il Partito democratico “la capacità di stare dalla parte dei poveri, in un mondo in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. Nessuno discute le origini politiche di Franceschini e il suo richiamarsi alla nobiltà delle sue radici cristiano-sociali. Ma tra l’orgoglio di un qualunque pantheon personale e un PD che faccia del pauperismo la sua chiave di offerta politica c’è di mezzo un vero rischio di autolesionismo. Perché il bronzeo ottimismo del Cavaliere continua a mordere i serbatoi di consenso del centrosinistra nonostante la sua più che discutibile leggerezza, mentre il paese attende ancora una narrazione politica diversa e capace di suggerire in positivo una via d’uscita dalla crisi.

Dopo l’era del velleitarismo veltroniano il PD di Franceschini ha forse recuperato il senso della misura, preparandosi a svolgere onestamente il ruolo di partito di coalizione. Eppure di questa futura coalizione il PD dovrà essere prima o poi un motore di visione e speranza, piuttosto che una campana dal suono vagamente menagramo.


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