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14 maggio 2010
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Walter chi?
Come molti, insisto a leggere le cronache che raccontano la vita interna alle varie componenti del Partito democratico. Ma non riesco a cancellare una sensazione: non ce ne frega più niente.

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23 aprile 2010
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La soluzione: Berlusconi all’Onu
A pensarci viene un po’ da ridere. Ma facciamo finta di niente e guardiamo alla sostanza della visione. Silvio Berlusconi verrà eletto segretario generale delle Nazioni Unite nel corso del 2011, alla scadenza del mandato di Ban Ki Moon.

Gli Stati Uniti garantiranno un aiuto decisivo alla promozione di un leader amico con il quale, tuttavia, insorgono di tanto in tanto motivi di imbarazzo. La Russia di Medvedev non potrà che sostenere colui che più di ogni altro in Europa è stato vicino a Putin nella buona come nella cattiva sorte.

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24 dicembre 2009
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Scambio obbligato sulle riforme
Al di là delle buone intenzioni, il dialogo tra maggioranza e opposizione rischia di consumarsi per manifesta inconsistenza della materia. Ad oggi non è affatto chiara la vera sostanza della possibile cooperazione riformatrice tra PdL e PD, perché finora nessuno ha spiegato su quali concrete partite legislative dovrebbero convergere gli sforzi dei volenterosi dei due schieramenti. Le riforme istituzionali? Una nuova legge elettorale? Un coraggioso progetto in campo educativo o universitario? Nell’attesa, si rafforzano gli opposti massimalismi di coloro che prosperano nello statu quo mentre si moltiplicano i riflessi condizionati che originano da scenari visti già troppe volte nella nostra storia recente: “No all’inciucio”, “Sì alla politica come ricerca del compromesso”, “Lavoriamo per il bene del paese”, etc.

Proviamo invece ad immaginare che maggioranza e opposizione, o per lo meno le loro componenti più avvedute, scelgano di ridimensionare le velleità epocali di una “grande riforma” che questo Parlamento evidentemente non ha nel suo carniere. E si adattino invece ad un pacchetto di scambio meno roboante ma capace di sbloccare concretamente lo stallo verso il quale si avvia la seconda parte della legislatura. Lo scambio dovrebbe muovere da due considerazioni preliminari. La prima è l’esistenza di un conflitto permanente tra questo potere giudiziario e questa presidenza del consiglio: una forma di accanimento reciproco a cui  è urgente trovare una soluzione, quanto meno transitoria. La seconda considerazione riguarda l’assoluta rilevanza che in Italia assume ogni decisione politica che abbia come oggetto il settore radiotelevisivo. Si può davvero pensare, ad esempio, che la riduzione per via amministrativa del tetto pubblicitario ai canali Sky non abbia un lampante senso politico, tale da falsare i meccanismi della concorrenza in una stagione segnata dalla concentrazione delle leve di comando dell’informazione televisiva? Anche guardando a quest’ultimo provvedimento, è evidente lo squilibrio ulteriore che nel corso dell’ultimo anno si è prodotto all’interno del mercato radiotelevisivo.

Su questo sfondo, lo scambio sarebbe possibile e a portata di mano. Da una parte la concessione di una sospensione del giudizio per le più alte cariche, nel quadro della ricerca di una più serena coesistenza tra i poteri dello Stato. Ma dall’altra il riconoscimento di una sorta di “status speciale” per ogni iniziativa politica che incroci l’ambito radiotelevisivo. Nel concreto si tratterebbe innanzitutto di procedere urgentemente alla privatizzazione di almeno due canali Rai, allo scopo di aprire il mercato ad un altro attore imprenditoriale nazionale o internazionale. E in parallelo di elevare i provvedimenti che riguardano il mercato radiotelevisivo ad un rango di carattere istituzionale, tali dunque da richiedere ogni volta la ricerca del più ampio consenso tra maggioranza e opposizione.

Si tratterebbe forse di uno scambio di natura mercantile, privo della nobiltà che colleghiamo all’aspirazione di un più ampio disegno di riforma istituzionale? È probabile. Ma se da una parte guardiamo a dove è precipitato il confronto parlamentare sulle grandi riforme, e se dall’altra ricordiamo il raccolto ben scarso che negli ultimi anni è stato ottenuto dai maestosi e fallimentari tentativi per riscrivere insieme le regole, è legittimo immaginare uno scambio politico di modesta vocazione ma di grande efficacia potenziale. Perché un accordo di questa natura punterebbe a sciogliere i due nodi sui quali si è impantanata ogni prospettiva di riforma condivisa: da una parte la sensazione di vulnerabilità giudiziaria che ha militarizzato il campo berlusconiano e dall’altra il potenziale di squilibrio democratico che si è ormai accumulato tra conflitto di interessi e duopolio radiotelevisivo. È davvero troppo poco per un disegno di “grande riforma”?


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1 novembre 2009
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I limiti di Bersani e i conservatori di centro
Tra le virtù di Pierluigi Bersani la più apprezzabile è forse il senso della misura. A differenza di alcuni dei suoi predecessori, il nuovo leader del partito democratico non annuncia alcuna roboante trasformazione nel DNA della politica (in stile veltroniano) né si presenta come un sopraffino stratega di geometrie cartesiane (in stile dalemiano). Più semplicemente, ma con effetti assai più rassicuranti su tutti coloro che hanno a cuore la buona salute della democrazia italiana, Bersani promette di essere l’onesto amministratore di un capitale politico che appare fortemente ridimensionato rispetto a quelle che furono le ambizioni di partenza del Partito democratico ma che rimane comunque indispensabile al buon funzionamento dell’alternanza elettorale.

Al contempo, questa sua virtuosa assenza di velleitarismi deriva dalla presa d’atto di cos’è davvero rimasto in quel risicato patrimonio politico: il senso di realismo, un pragmatico mestiere di contrattazione politica e la capacità di rappresentare gli interessi di alcuni minoritari insediamenti geografici, anagrafici e sociali. Tutto questo insieme alla consapevolezza, primo di tutto dello stesso Bersani, di non poter essere lui il prossimo candidato alla guida del governo. Si tratta, in sintesi, di ciò che resta delle migliori spoglie del postcomunismo italiano. Non poco, ma nemmeno molto.

In questo senso l’uscita di Francesco Rutelli dal PD non può essere spiegata esclusivamente con ragioni di carattere soggettivo, e dunque come l’esito della sconfitta di un ex leader che ritiene di non trovare più alcuno spazio di manovra nel partito. C’è anche la presa d’atto che con la vittoria di Bersani si è compiuto un ciclo breve ma intenso, che aveva fatto immaginare a molti che il PD potesse essere la casa comune ad una pluralità di culture politiche. E insieme la constatazione che la strada che percorrerà il PD di Bersani non potrà che essere quella, già ampiamente battuta con esiti mai decisivi negli equilibri politici della nostra storia recente, della declinazione più tradizionalista possibile del più classico welfarismo post-comunista.

Tuttavia la scelta di Rutelli è gravata da un tradizionalismo speculare e altrettanto pernicioso. Quello che rappresenta il fantomatico “centro” come un luogo da sempre e per sempre immobile, da presidiare con una forza che sia insieme centrista e moderata. Un partito che realizzi alleanze parlamentari di volta in volta diverse e che per questo sia decisivo nella formazione di qualsiasi maggioranza di governo. Si tratta di fatto dell’accezione di centro che prevale nei paesi ancora prigionieri di forte fratture ideologiche. Quelli nei quali, secondo la nota distinzione di Maurice Duverger, il parlamento è governato “par le centre” attraverso un piccolo o grande partito di centro capace di stabilizzare l’intero sistema politico. Laddove nei sistemi maturi, che al contrario sono governati “au centre”, si vince sì con il consenso degli elettori di centro ma conquistandoli ogni volta con offerte politiche diverse.

È quanto accaduto negli anni Novanta alle socialdemocrazie avanzate di Germania e Gran Bretagna, con il “Neue Mitte” di Gerhard Schroeder e il “Left of Centre” di Tony Blair. Ed è anche quanto accaduto più di recente a Nicholas Sarkozy e Angela Merkel, che hanno rifondato i rispettivi conservatorismi passando per linee molto lontane da quelle di un centrismo inteso secondo i canoni italiani. In entrambi questi scenari storici il risultato è stato l’avvio di stagioni di riforme profonde, dove il centro dell’elettorato è stato sedotto da partiti capaci di definire proposte politiche dai tratti culturali espansivi e innovatori.

Anche in Italia il centro reale e mobile dell’elettorato è stato conquistato da soggetti in apparenza lontani dal moderatismo centrista. C’è già riuscito Berlusconi e ci sta riuscendo la Lega, che ha ormai dismesso l’aspetto più rumoroso della sua propaganda per diventare un più classico soggetto di mediazione di interessi e visioni. Eppure nella nostra discussione pubblica domina ancora l’accezione tradizionalista di “centro”, che ipoteca negativamente l’apertura di un autentico ciclo riformatore.

Perché il ritorno ad un sistema classicamente proporzionale, qual è quello che il nuovo centrismo italiano richiede come suo corollario, condannerebbe il paese a governi ogni volta ricontrattati in parlamento. E dunque privi della forza di realizzare alcuna vera innovazione delle politiche pubbliche perché prigionieri dei reciproci poteri di ricatto. Con il risultato paradossale di cercare Blair tornando invece a Gava.


20 agosto 2009
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Le crepe nel PdL e il passo di gambero del PD
Se la politica è anche competizione per il consenso, l'egemonia berlusconiana che Roberto D'Alimonte ha ben descritto qui si alimenta anche della mancanza di un'offerta alternativa che sia davvero competitiva per la maggioranza dell'elettorato italiano.?

È un'assenza ormai conclamata, a partire dai suoi effetti pratici: il conflitto politico si è interamente spostato all'interno dei confini della coalizione di governo, tra una componente finiana e una leghista-tremontiana che già si contendono l'eredità di un blocco d'opinione di cui nessuno al momento è capace di pronosticare l'approdo post-berlusconiano. Ma comunque la si pensi, è un deficit di competizione che difficilmente può essere considerato un bene per la salute della nostra democrazia. Soprattutto perché prima o poi quell'approdo dovrà esservi e in mancanza di un'alternativa degna di questo nome gli italiani si troveranno a votare senza poter davvero scegliere, mentre è probabile che il berlusconismo concluda la sua lunga stagione senza aver lasciato una dote politica sufficientemente solida.?

Gaetano Quagliariello, sul Sole di ieri, interpreta con qualche eccesso di scrupolo il proprio ruolo di vicecapogruppo del Pdl al Senato quando descrive Berlusconi come «il modernizzatore del nostro sistema politico». In realtà lo stesso Quagliariello sa bene che la differenza tra il berlusconismo e altre esperienze d'innovazione del conservatorismo europeo, come il gollismo e il thatcherismo, è proprio nel capitale ben duraturo in idee e classi dirigenti che queste sono riuscite a lasciare in eredità ai rispettivi sistemi politici. Oltre che nella capacità d'introdurre riforme autentiche e coraggiose nel corpo vivo delle proprie nazioni per farle uscire dalle crisi strutturali nelle quali erano intrappolate.?

È invece impossibile poter dire lo stesso di Berlusconi, che nel suo quindicennio di vita politica ha cambiato più volte aspetto ideologico fino a vestire i panni dell'Arcitaliano che oggi rassicura proprio perché evita di riformare alcunché in un paese che attende ancora di essere rimesso in moto. Anche per gli effetti di questa inclinazione all'indolenza, il berlusconismo mostra al proprio interno crepe assai più serie di quelle provocate dal caso escort o dal sempiterno conflitto d'interessi. A partire dal contrasto tra la prospettiva finiana e quella leghista-tremontiana, che al di là dell'elemento personale rimandano a una frattura tra Nord e Sud che il Pdl è ben lontano dall'aver ricomposto e che si avvia semmai a farsi molto più radicale nel dopo-Berlusconi.?

È un problema dell'Italia, e non solo di coloro che per Berlusconi non votano, che il centro-sinistra non riesca a trarre alcun vantaggio dalle crepe del berlusconismo e dal suo fisiologico passare la mano. D'altra parte non si vede come potrebbe farlo un Partito democratico che sembra procedere volgendosi all'indietro: verso un ritorno al welfarismo produttivista e a un modello d'organizzazione politica entrambi in stile anni 70 e privi di riferimenti sociali e culturali ormai scomparsi dal nostro presente. Perché le idee, com'è noto, hanno il difetto di camminare sulle gambe degli uomini. E coloro che in questi anni hanno incarnato l'alternativa al presidente e che oggi tornano a contendersi il controllo del Pd, anche per interposta persona, hanno le gambe ben piantate nell'Italia ormai lontana del pre-berlusconismo.?

Mentre servirebbe una proposta politica che riuscisse a far tesoro di quanto è accaduto negli anni dell'egemonia berlusconiana, e dunque a parlare anche a quell'Italia che le indagini elettorali ci descrivono con precisione. Un'Italia che in questo quindicennio ha imparato a comprendere il linguaggio del populismo democratico - fatto anche di parole come sicurezza, fisco, merito e mobilità sociale - ma che finora l'ha ascoltato solo dalla voce del Cavaliere senza che fosse associato a riforme reali, mentre gli altri si attardavano in una partita interna mai davvero risolta. È un'Italia che ad oggi non sembra disporre di una reale alternativa, con un Pd che si appresta dopo il suo congresso a giocare un onorevole ruolo di minoranza, ma che non per questo può essere considerato un paese berlusconizzato per l'eternità


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2 agosto 2009
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Dieci libri sulla politica italiana
Sono molti coloro che hanno dedicato analisi e riflessioni in forma di libro alla transizione politica italiana, guardando sia a sinistra sia a destra ma sempre trattando quest’ultimo quindicennio della nostra vita politica come un periodo ricco di fallimenti. È ancora di grande attualità quel Riformisti per forza (il Mulino 2002) con cui Nicola Rossi ha fotografato per primo le insufficienze della stagione di governo dell’Ulivo degli anni Novanta. Rilette adesso, quelle pagine non perdono forza nel raccontare “la difficoltà del centrosinistra di leggere la società italiana e di intenderne le aspirazioni” soprattutto in campo economico. Luca Ricolfi si è poi chiesto nel 2005 Perché siamo antipatici? (Longanesi) riferendosi non tanto all’insieme degli italiani ma a quella parte della sinistra che coltiva “il complesso dei migliori”. E dunque “disprezza l’elettorato di centrodestra, crede di rappresentare la parte migliore del paese e si autoattribuisce una missione salvifica”, finendo anche per questa via per allontanarsi dal consenso popolare. Più di recente, con  A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? (Marsilio 2009), Biagio De Giovanni ha dedicato un ritratto illuminante all’incapacità di capire il berlusconismo nella sua vera consistenza sociale e culturale.

Se poi ci si volesse applicare al non facile compito di comprendere il garbuglio del PD, i testi più utili sono di Emanuele Macaluso (Al capolinea. Controstoria del PD, Feltrinelli 2007) e Marco Damilano (Lost in PD, Sperling & Kupfer 2009): il primo più attento alle responsabilità degli ultimi esponenti del PCI nell’impedire il rinnovamento, il secondo molto abile nel rendere il clima di naufragio collettivo. Nessuna speranza a sinistra, dunque? Non proprio, perché a leggere Nostalgia del futuro (Marsilio 2009) del giovane esponente del PD Giuseppe Civati si ha motivo di credere che una nuova generazione radicata sul territorio sia in grado di assumerne la guida.

Il panorama dei libri dedicati alla destra è meno fitto, ma  non certo più roseo. Magistrale la capacità abrasiva di Alessandro Giuli nel raccontare i tormenti identitari di AN (Il passo delle oche. L’identità irrisolta dei postfascisti, Einaudi 2007), mentre l’universo culturale e immaginario dell’ex partito di Gianfranco Fini è stato molto ben raccontato da Angelo Mellone in Dì qualcosa di destra (Marsilio 2007). Dagli scaffali manca ancora una seria analisi del fenomeno politico Berlusconi, al di là delle più scontate fenomenologie giustizialiste. Nell’attesa, è utile la lettura di quello che può essere considerato il manifesto dell’ultima stagione ideologica del berlusconismo: La paura e la speranza dell’attuale ministro dell’economia Giulio Tremonti (Mondadori 2008).

Ma al di là delle svolte e controsvolte di destra e sinistra, dove potrebbe guardare in libreria il lettore interessato a capire cos’è davvero accaduto nelle urne? Da anni la migliore bussola per la comprensione dei nostri comportamenti elettorali è fornita da Itanes – Italian Election Studies – gruppo di ricerca avviato nei primi anni Novanta dall’Istituto Cattaneo. E anche il loro ultimo rapporto (Il ritorno di Berlusconi, il Mulino 2009, a cura di Paolo Bellucci e Paolo Segatti) spiega con esattezza, ad esempio, come il PD sia ancora fortemente legato alle tradizionali zone rosse e come l’elettorato moderato sia rimasto impermeabile al fascino di Veltroni.

4 luglio 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Ignazio Marino Partito democratico
Il tandem
Ogni tanto arriva qualche buona notizia, come la candidatura di Ignazio Marino alla guida del Partito democratico. Conosco Marino da anni, ne ho sempre apprezzato il rigore intellettuale e il coraggio con cui ha scelto la politica nel bel mezzo di una prestigiosa carriera di chirurgo. Il primissimo libro che proposi quando arrivai all’Einaudi fu il suo Credere e curare, riflessione per niente scontata all’incrocio tra professione medica, fede religiosa e interrogativi bioetici con la quale anticipava quella che sarebbe la cifra prevalente della sua iniziativa parlamentare: una laicità non ideologizzata, lontanissima dai laicismi preteschi dei tanti Odifreddi e capace invece di attraversare la rigidità degli schieramenti politici con la disarmante semplicità delle domande sulla vita e sulla morte.
In un PD che finora è stato solo la scialuppa di salvataggio di un drappello di reduci e che fino a ieri si preparava ad un finto conflitto tra due prestanome, Marino ha preso sul serio il confronto politico e si è messo in gioco. La sua candidatura andrà ben al di là dei temi bioetici e potrà innescare la prima vera stagione di dinamismo politico in un partito che finora è rimasto ai preliminari e della cui vitalità la democrazia italiana ha sempre più bisogno. A dimostrarlo basta già la scelta di puntare su Pippo Civati, che in Lombardia ha dimostrato di saper trovare consenso reale su temi fondamentali come la sicurezza, e sul movimento di quadri che si è ritrovato a Piombino: un gruppo di giovani solo per caso, in realtà l’embrione di una nuova classe dirigente che in questo passaggio può conoscere il vero salto di qualità.
Auguri Ignazio, vai con il bisturi.


14 aprile 2009
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Il tenero Marco
Che tenerezza leggere oggi sul Riformista Marco Follini. Così grato a coloro che lo hanno voluto generosamente accogliere tra di loro, lui ramingo tra Berlusconi e Partito democratico: “La prima fila del PD è una classe dirigente di grande valore”. Così perentorio nell’appuntare stellette sui baveri: “Personalmente credo sia la migliore classe dirigente di cui il paese dispone”. Eppure anche in fondo al suo vasto cuore si affaccia un dubbio: “Gran parte del paese, però, non la pensa allo stesso modo. E perfino una parte rilevante dell’elettorato democratico”. Ma dai. Personalmente? Perfino?

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24 febbraio 2009
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In cerca del quinto uomo
C’è un quinto uomo nel futuro di questa legislatura, destinato ad affiancarsi a Fini, Berlusconi, Casini e al leader democratico che verrà. Un uomo (o una donna) di cui ancora non conosciamo il nome ma che sarà il prossimo candidato del centrosinistra per la guida del governo. Un nome necessariamente diverso da quello del Mister X a cui si affiderà il Partito democratico nel congresso di ottobre, sia egli Franceschini o Bersani o altri ancora, il quale avrà bel altro a cui pensare dovendosi occupare prima di tutto di evitare la demolizione della casa e poi di avviare il lungo percorso di costruzione della prima leadership autenticamente PD. Ma un nome che sarà diverso anche da quello di Pierferdinando Casini, che con il progetto del “Partito della Nazione” si candida ad ereditare le spoglie del bipolarismo e a svolgere un ruolo di ago della bilancia in qualsiasi futura coalizione di centrosinistra. Pur consapevole, come certamente egli è, di non disporre in proprio della capacità espansiva indispensabile a impensierire il blocco di consenso del centrodestra.

La necessità di un quinto uomo che alle prossime elezioni se la veda con Fini o Berlusconi, sostenuto dal nuovo centrosinistra di Casini e del Mister X democratico, è il risultato più chiaro del precipitare di queste ultime settimane. La breve e catastrofica gestione veltroniana ha sepolto per molti anni a venire ogni vocazione maggioritaria del PD, sostituendola con l’urgenza di salvare almeno il tetto e le fondamenta e di avviare un lavoro inevitabilmente lungo per tornare ad una vera capacità competitiva. Ma per ora si tratterà di consolidare il proprio campo culturale e ideale, senza alcuna velleità egemonica, con un riflesso di ripiegamento interno e di nuova radicalizzazione di cui già si colgono i segni nei primi passi del reggente Franceschini. Dall’altra parte il “Partito della Nazione” di Casini trova spazio e ossigeno sia nella crisi del PD che nelle scosse prodotte dalla formazione del partito unico di centrodestra, per ora niente più che un contenitore plebiscitario che lascia aperti tutti gli interrogativi propriamente politici sul dopo-Berlusconi. Non è detto poi che la crescita del progetto di Casini corrisponda alla fine del bipolarismo. Al contrario, l’emersione di una solida forza centrista potrebbe contribuire a stabilizzare il bipolarismo reale che abbiamo di fatto conosciuto di contro ad un bipolarismo onirico che nel corso di tutti questi anni non è stato capace di avvicinare la fine della transizione italiana.

In ogni caso, le prospettive della legislatura sono completamente cambiate nel giro di poche settimane. Ed è prevedibile che già nei prossimi mesi l’attenzione di tutta la politica, e non solo del centrosinistra, si concentri sulla ricerca di quell’ormai inevitabile figura. Ancor prima della giostra dei nomi, la domanda da farsi riguarda la tradizione politica di cui il prossimo candidato sarà espressione. Magari per rispondere che nessuna tradizione sembra oggi in grado di produrre autonomamente una figura adeguata al compito. Quella post-comunista versa nelle condizioni che sappiamo, almeno ai suoi piani alti, avendo logorato uno dopo l’altro i suoi esponenti di punta nel tritacarne del familismo ed essendosi rivelata incapace di far crescere una nuova generazione con i meccanismi della competizione politica che vigevano nella scuola ben più responsabile del PCI. Rimane Bersani, è vero. Il quale tuttavia, ben che vada, potrà solo evitare che si sfasci tutto per mettere in pista una nuova classe dirigente che avrà bisogno di tempo e spazio per crescere a sufficienza. La tradizione della sinistra democristiana, poi, è ben lontana dalla forza politica e intellettuale che la mise in condizione di esprimere un Romano Prodi ormai più di dieci anni fa. Oggi il suo prodotto è Franceschini, domani sperabilmente potrebbe essere Enrico Letta. In ogni caso figure che al momento non possono aspirare ad insidiare il blocco di consenso del centrodestra.

Il punto allora è esattamente questo, nell’attesa inevitabilmente lunga che il PD produca una leadership potenzialmente egemonica: quale figura può disporre di capacità sufficiente a scalfire, oggi e non domani, il campo avverso nei suoi insediamenti simbolici prima ancora che elettorali? Quella capacità che il PD veltroniano non ha minimamente dimostrato in aprile, pescando ben pochi voti oltre frontiera e limitandosi a cannibalizzare l’estrema sinistra. Quella capacità che potrebbe invece essere espressa da una figura in grado di incarnare il centrismo progressista che in tutta Europa ha accompagnato il centrosinistra al governo nell’ultimo ventennio. Traduciamo come vogliamo le espressioni Left of Centre o Neue Mitte, basta intendersi su quello che manca a tutte gli odierni protagonisti del campo antiberlusconiano: la forza di essere riformisti ma non moderati, centristi ma non bipartisan, consensuali ma non neutrali. Tutte qualità che le tradizioni politiche che conosciamo non sono in grado di esprimere oggi, ma che certamente corrispondono ad un volto che attende di essere individuato. L’identikit è forse grossolano, ma si accettano scommesse sul fatto che di qui a sei mesi discuteremo di nomi con queste caratteristiche.



22 febbraio 2009
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Aridatece er puzzone


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