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17 marzo 2009
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Silvio va forte? Non certo nel mondo

Silvio domina, Silvio tranquillizza, Silvio impazza. Tra meriti propri e demeriti altrui la forza politica di Berlusconi non è mai stata tanto imponente. Ma siamo poi sicuri che fuori dai confini del nostro paese la sua stella abbia seguito lo stesso tragitto? O non sarà invece che allo zenit raggiunto dal berlusconismo in patria si sta associando un suo indebolimento nella comunità internazionale? Qualche indizio in questo senso viene da uno sguardo anche superficiale a quelli che sono stati i suoi tradizionali punti di forza nel mondo. Russia e Stati Uniti, innanzitutto. Le aree nelle quali Berlusconi ha impiantato negli anni una miscela peculiare di personalismo e influenza nazionale, giocando alternativamente le tre carte dell’affidabilità ideologica, del legame personale e del ruolo di intermediazione economica. E tuttavia scommettendo le proprie fortune su scenari geopolitici in via di rapida e ineluttabile trasformazione.

Si trasforma innanzitutto il teatro statunitense, sul quale Berlusconi aveva investito negli anni di Bush volendo presentarsi come l’alleato più affidabile tra gli alleati europei. Lo aveva fatto senza assumere fino in fondo l’onere delle armi che era stato di Blair o Aznar, ma pescando dal bagaglio delle tradizioni di politica estera italiana la formula dell’esclusivismo bilaterale. Quella secondo la quale l’Italia può avvantaggiarsi non tanto per le responsabilità concrete che è in grado di assumersi nelle istituzioni multilaterali di cui è parte, quanto per la riconoscibilità e la legittimazione che riceve direttamente dal capogruppo. È la formula che ha spinto Berlusconi a provare a saltare la fila per accreditarsi come il miglior amico europeo di Washington, sul piano strettamente ideologico piuttosto che su quello della disponibilità a contribuire agli sforzi dei propri partner. Un tentativo che si era già rivelato non del tutto efficace negli anni di Bush, la cui presidenza ideologica non ha mai dismesso il tradizionale pragmatismo internazionale degli USA, ma che con Barack Obama perde qualsiasi utilità residua. Non già perché il nuovo presidente sia animato da una spinta ideologica uguale e contraria a quella del predecessore, ma perché il suo tratto post-ideologico sta già moltiplicando l’attenzione statunitense ai risultati concretamente raggiunti dalle diverse alleanze e dai diversi partner piuttosto che alle professioni di fedeltà recitate da questo o quell’alleato.

Altrettanto radicale è la trasformazione in corso sul teatro russo, per quanto poco si parli o si scriva di quanto sta avvenendo alle fondamenta del regime post-sovietico. Per la prima volta da molti anni si è incrinato il blocco che ha sostenuto l’ascesa e la stabilizzazione del putinismo. Alti prezzi del petrolio e delle materie prime, centralizzazione amministrativa, politiche sociali costose ma ad alto rendimento consensuale, intimidazione della stampa e dell’opposizione. È stato un blocco che si è giovato dell’assenza di una qualsiasi alternativa politica credibile a Putin e al suo regime di semi-democrazia paternalistica, presso il quale Berlusconi si è legittimato come il più entusiasta ambasciatore europeo. Con ogni probabilità le ragioni del suo entusiasmo sono tanto economiche (necessariamente personali e non necessariamente trasparenti) quanto politiche (la convinzione che l’Italia possa trarre vantaggio da una relazione privilegiata con Mosca). In ogni caso la partita russa è sempre stata giocata da Berlusconi in primissima persona, investendo solo ed esclusivamente su Putin e sulla solidità del putinismo. Ma le cose cambiano anche qui. Il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime sta indebolendo le politiche di pacificazione sociale del regime mentre il consolidamento di Medvedev annuncia una conflittualità crescente all’interno dell’ormai ex blocco di potere presidenziale, dove è destinata a prodursi quell’alternativa al putinismo che non assumerà le forme liberali che attendono gli occhi occidentali.

L’indebolimento delle stampelle personali che Berlusconi si era costruito a Mosca e Washington non è ancora traumatico, ma produce sintomi già visibili. Come l’offerta venuta da Berlusconi, nel corso del suo incontro con Hillary Clinton agli inizi del mese, per svolgere un ruolo diretto di mediazione nei confronti del Cremlino. Offerta ampiamente rilanciata da Palazzo Chigi ma sostanzialmente caduta nel vuoto a Washington, dove la nuova stagione del pragmatismo post-ideologico non richiede per il momento la delega di funzioni particolari a chi ha costruito strumenti di dialogo di carattere più personalistico che politico. È ampiamente probabile che l’agenda internazionale dei prossimi mesi, tra G20 londinese e G8 della Maddalena, veda Berlusconi alzare il volume del suo protagonismo globale. Non gli mancherà certo la capacità di valorizzare in patria quello che saprà dire o farsi dire in quelle occasioni. Ma qualcosa è definitivamente cambiato nelle sue quotazioni diplomatiche internazionali, lasciandoci l’onere di gestire in piena autonomia il suo successo domestico.


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3 marzo 2009
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La coperta di Obama

Sarebbe un paradosso davvero curioso se l’immagine di Barack Obama, il fenomeno più innovativo capitato in sorte al mondo progressista negli ultimi anni, spingesse la sinistra italiana a riscoprire la propria anima conservatrice. Eppure è quanto rischia di accadere già oggi, mentre cresce la tentazione di dare nuova dignità ad alcuni dei nostri vizi più rognosi proiettandoli nello specchio dell’imponente piano di intervento pubblico predisposto dalla Casa Bianca.

A sinistra ascoltiamo da più parti l’invito a “imparare da Obama”. Ma cosa esattamente si raccomanda di ricopiare da quella sua ampia lavagna? Non certo il coraggio della leadership, né il tratto pragmatico e post-ideologico della sua sfida politica. No, ciò che queste voci invitano a riscoprire nell’esempio americano sono in realtà le nostre tare più antiche. L’idea che la mano pubblica sia sempre e comunque la migliore, la convinzione che il nostro welfare funzioni alla perfezione, la certezza che la sinistra non abbia alcun futuro se non dentro i suoi confini più tradizionali. Gli stessi confini che ad uno sguardo anche solo superficiale appaiono ben più angusti di quelli della sinistra americana e anglosassone, dove nell’ultimo quindicennio l’articolazione di stagioni e posizioni è stata straordinariamente più estesa di quella conosciuta in Italia. C’è in questo l’effetto del celeberrimo provincialismo della sinistra italiana, che dal 1989 in avanti spinge a cercare nella modellistica d’importazione la soluzione ai dilemmi di cui non si riesce a trovare soluzione in proprio. Ma c’è anche di più. E in particolare la difficoltà a trovare le parole giuste per raccontare al proprio mondo le ragioni della crisi economica e la direzione per uscirne.


Le parole trovate da Obama sono in piena discontinuità con il percorso seguito fin dai primi anni Novanta dal progressismo statunitense e anglosassone, la cui ispirazione riformatrice è stata messa in crisi dall’incrinarsi della fiducia nella globalizzazione. Il ricorso a politiche di forte spesa pubblica è la sanzione finale alla chiusura della lunga stagione della Terza Via clintoniana e blairiana, proprio là dove quella stagione aveva mosso i suoi primi passi. Ma è una sanzione che non ha alcun tratto di restaurazione ideologica di uno “status quo ante”, presentandosi invece come il tentativo per l’appunto pragmatico e post-ideologico di ricostruire la fiducia dei ceti medi e dei mercati. I risultati del piano americano dovranno naturalmente essere valutati nella loro concretezza e non è detto che di qui a qualche mese il giudizio di quei mercati e di quei ceti medi sia positivo. Così come non vanno sottovalutati i rischi del nuovo populismo a cui Obama sembra voler attingere per dare forza alla sua iniziativa politica. Ma quello che già oggi possiamo dire è che Obama può permettersi giganteschi livelli di intervento pubblico perché fa affidamento su una dose altrettanto rilevante di anticorpi sociali, politici e culturali ai rischi dello statalismo. Quegli anticorpi che uniscono la società americana nella cultura del mercato, nella centralità del consumatore, nella diffidenza verso il corporativismo e l’assistenzialismo. Gli stessi anticorpi che la tradizione ormai conclusa della Terza Via ha saputo mettere in sintonia con i valori progressisti nel corso di una lunga e fruttuosa esperienza di governo delle economie più avanzate del pianeta. Non siamo quindi alla riedizione del New Deal rooseveltiano con il suo contributo al ridisegno dei processi mondiali di unificazione produttiva, e non solo perché da allora sia trascorso quasi un secolo.


Possiamo dire lo stesso della sinistra italiana? Non proprio, e non certo per l’imponderabile differenza di indole nazionale che ci separa dalla civiltà americana e anglosassone. Dalle nostre parti il superamento dei vizi del corporativismo e dell’assistenzialismo è stato appena abbozzato negli anni scorsi, per brevi periodi e sempre sotto la minaccia di un ritorno all’indietro. Lo stesso vale per la cultura del consumo e del mercato, i cui germi liberali hanno fatto appena in tempo a fare capolino nel mare ben più ampio delle certezze dello statalismo. Rispetto dunque ai pochi e rachitici anticorpi di cui disponiamo, è forte il rischio che la lettura italiana del nuovo ciclo obamiano si traduca nell’orgogliosa rivendicazione di quanto avevamo tentato di lasciarci alle spalle. Con la perdita della preziosa occasione della crisi economica per un atto di coraggio culturale e politico. E con la sottovalutazione di quanto sta già facendo il centrodestra tremontiano per rassicurare il paese con gli strumenti simbolici dell’antimercatismo. Il rischio è naturalmente maggiore per un PD che in queste settimane sta tentando di recuperare a sinistra i danni inflitti dalla breve stagione veltroniana. Tentativo legittimo, che tuttavia si sta traducendo nella riedizione dello stesso mix tra sindacalismo e assistenzialismo che ha avuto i ben noti e devastanti effetti sulla capacità di governo del centrosinistra.

Il Riformista, 3 marzo 2009


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11 gennaio 2009
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Se lo dice Obama...

Washington, 10 gennaio. Il presidente eletto Barack Obama "ha detto più volte che Hamas è un'organizzazione terroristica che mira alla distruzione di Israele, e non possiamo trattare con loro fino a quando non riconosceranno Israele, non rinunceranno alla violenza e non accetteranno gli accordi sottoscritti in passato da palestinesi e israeliani", ha detto la portavoce di Obama per le questioni relative alla sicurezza nazionale Brooke Anderson in una dichiarazione al Jerusalem Post.


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29 dicembre 2008
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Le parole di Obama su Gaza

Questo è quanto scrive oggi il Wall Street Journal. E davvero non potrebbe essere scritto meglio:

“L’attacco israeliano su Gaza in risposta ai lanci di razzi di Hamas sta scatenando le prevedibili denunce internazionali. Ma il miglior commento potrebbe essere questo: “Se qualcuno sparasse razzi contro casa mia, dove dormono le mie due figlie, io farei qualunque cosa per fermarlo. E mi aspetterei che Israele facesse qualunque cosa per fermarlo”. Sono le parole che Barack Obama ha pronunciato lo scorso luglio visitando Israele da candidato alla presidenza. …
È importante comprendere la cronologia delle ultime violenze. Israele ha ritirato sia i propri soldati che tutti i propri coloni da Gaza nell’agosto 2005. Hamas ha conquistato il potere a Gaza, strappandolo all’organizzazione di Abu Mazen, nel 2007. Dal 2005 ad oggi Hamas ha lanciato da Gaza circa 6300 razzi contro civili israeliani, uccidendone 10 e ferendone più di 780. Nei primi mesi di quest’anno Hamas ha accettato una tregua, durante la quale i lanci sono diminuiti ma mai cessati del tutto. Hamas ha infine rifiutato di prolungare la tregua oltre il 19 dicembre, quando il gruppo ha ripreso gli attacchi effettuando circa 300 lanci di razzi, missili e colpi di mortai. I 250.000 abitanti israeliani delle aree meridionali del paese vivono in una condizione di minaccia costante, spesso costretti nei rifugi, ma l’attenzione dei media mondiali sembra farvi attenzione solo quando Israele risponde al fuoco di sbarramento di Hamas.
Il sostegno a Israele dell’amministrazione Bush è benvenuto… E in questi avvenimenti leggiamo anche una lezione per Obama, che scoprirà presto come i terroristi mediorientali non siano affatto disposti a modificare le proprie ambizioni radicali solo perché l’America si è dotata di un nuovo presidente”.


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7 novembre 2008
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Obama e la cupola del PD, le biografie parallele
Non si dovrebbe mai dire “l’avevamo detto”. Ma in questo caso l’avevamo proprio detto. Con una sola inesattezza. Veltroni non ha convocato una conferenza stampa ma un più classico comizio di piazza per prendersi anche lui un po’ della vittoria di Obama. C’è da capirlo. Come ha spiegato nell’intervista a Repubblica di ieri: “Obama è uno di noi. Il leader di un grande movimento politico e civile che è il pensiero democratico”. Aggiungendo poi che “la mia formazione è dentro l’esperienza democratica e il suo sistema di valori”.

Ci si potrebbe anche fermare qui. Ricordando che la formazione di Veltroni non è esattamente “dentro l’esperienza democratica e il suo sistema di valori”. Oppure che la corsa veltroniana al copyright obamiano ricorda quella altrettanto confusa che qualche anno fa lo vide travestirsi da Tony Blair, “forse perché io e lui abbiamo fatto le stesse letture” (quali fossero di preciso quelle letture, poi, è rimasto per sempre un mistero). Ma fin qui sarebbe il solito, inutile esercizio di retorica antiveltroniana.

Dinanzi alla novità di questi giorni vale invece la pena allargare lo sguardo. Lasciando il “pensiero democratico” ai filosofi della politica e concentrandosi sul nostro e più concreto PD. Perché al momento quel partito – per come è nato, per come è diretto da questo specifico gruppo dirigente e per come si manifesta agli elettori italiani – non è in grado di assorbire alcunché dalla novità che la storia straordinaria di Obama ci segnala. Quella storia racconta che la politica occidentale è ancora mossa da forze carismatiche, capaci di dare consistenza alle idee di volta in volta più convincenti. Sulla carta, i Democratici avevano in mano da tempo le idee e gli strumenti per battere i Repubblicani. Ma con Barack hanno trovato la vera arma letale, in grado di neutralizzare la carta McCain e di trascinare alle urne milioni di cittadini che sarebbero probabilmente rimasti a casa. Quell’arma non è solo la retorica di Obama, né solo il colore della sua pelle. Quell’arma si chiama credibilità personale. La credibilità che nasce da una narrazione biografica fatta di coerenza e coraggio. E la forza evocativa di chi ha sfidato il proprio destino prima ancora di sfidare il clan dei Clinton.

Vogliamo davvero infliggerci un esercizio di comparazione tra il percorso di Obama e quello dell’attuale leadership del PD? D’accordo, proviamoci. Per esempio ricordando che nell’anno 2000 – quando Obama non riusciva neanche ad entrare alla convention democratica – Veltroni era già il segretario dei DS e si apprestava a guidare il “correntone”; D’Alema era già stato segretario dei DS e presidente del consiglio; Marini era già stato segretario dei Popolari; Rutelli si apprestava ad essere sconfitto alle elezioni del 2001. E via di questo passo. Ognuno dei personaggi che oggi ci chiedono di essere identificati come l’incarnazione collettiva dell’obamismo italiano ha già avuto la sua possibilità e l'ha persa. Il che è perfettamente legittimo, ma svuota di credibilità qualsiasi pretesa di incarnare l’innovazione rimanendo uguali a sé stessi e senza mai rischiare niente in proprio.

Questo è quanto è successo finora al PD di Veltroni, D’Alema, Marini etc. Un partito nato come misura di autoconservazione oligarchica e percepito dagli elettori (ce lo spiega il rapporto Itanes 2008) come il residuo di un passato che non vuole passare. Un segretario che non solo non ha tratto alcuna conseguenza personale dalla sconfitta elettorale, ma che ha già annunciato di non volerne trarre neanche in futuro. E un gruppo dirigente nel quale la qualità condivisa è la capacità di vegliare su una leadership consumata, nell’attesa di dividersene le spoglie al momento opportuno senza alcuna intenzione di innescare già oggi quella competizione di idee e personalità che rappresenterebbe l’unica e vera salvezza del partito.

Non si dovrebbe mai citare il direttore del proprio giornale, ma in questo caso è proprio vero quanto ha scritto domenica scorsa Antonio Polito: gli effetti della rivoluzione obamiana arriveranno dalle nostre parti solo con il successore di Veltroni, chiunque sia colui che vorrà provare a mostrarsi finalmente credibile attraverso i metodi della politica. E dunque con gli strumenti del coraggio, del rischio e del carisma.



4 novembre 2008
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Una notte a Kingman in Arizona, ascoltando la globalizzazione

Nel giorno del voto americano, un ricordo che è anche un auspicio. Quest’estate ho approfittato anch’io del vantaggioso tasso di cambio tra euro e dollaro, come il segretario del Partito democratico e come molti altri italiani. Ma non potendo comprarmi neanche una stanzetta a Manhattan, ho più modestamente girato in macchina per un paio di settimane tra Nevada e California. Più o meno a metà del viaggio, sono finito in una piccola cittadina dell’Arizona. Kingman: trentamila abitanti, un paio di diner, qualche migliaio di pick up, molta polvere e poco altro. Insomma, il più classico degli scenari americani di paese. Perché allora andare fino a lì? Perché Kingman occupa una posizione centrale nel bel mezzo del tratto più caratteristico della Route 66, la “strada madre” dell’America pre-autostradale che da buon provinciale avevo sempre voluto visitare.

Nel corso della mia unica notte a Kingman avrei scoperto che non è la mitica Route 66 la sua qualità migliore. Mi sono sistemato in un alberghetto abbastanza squallido – legno e topi – che fino agli inizi del Novecento serviva ancora da ricovero per i mandriani. E dopo qualche ora ho capito che non avrei chiuso occhio. A poche decine di metri dalle finestre del Brunswick Hotel, sul doppio binario di una linea ferroviaria di cui non mi ero accorto in tempo, passava un flusso praticamente ininterrotto di lunghissimi treni merci. No, quei convogli non erano solo lunghissimi. Erano lenti e sterminati. Carovane vagamente mostruose – almeno in quel buio – che fischiavano appena prima e appena dopo la mia finestra, muovendosi ad una velocità di quaranta-cinquanta chilometri l’ora con una coda di vagoni che sembrava non finire mai.

Verso le tre di notte mi sono arreso. Sono uscito sul balcone, a guardare in faccia quei maledetti. E a contare i vagoni, tanto per passare il tempo. Intorno alle cinque del mattino avevo raggiunto una ragionevole stima del carico medio. Ogni coppia di locomotive (ce ne volevano almeno due per tirare tutta quella roba) trainava tra i cento e i centotrenta vagoni. Su ogni vagone almeno due container, più spesso tre (con un container doppio) o persino quattro. Insomma, ognuno di quei convogli portava almeno trecento container. Con una precisa razionalità direzionale. I treni che andavano da ovest a est trasportavano merci cinesi, giapponesi o coreane all’interno di container che portavano tutti le stesse intestazioni: China Shipping, Yang Ming, Hiunday. Quelli che andavano da est verso est erano più variegati: tra i molti container con nomi asiatici che tornavano indietro – forse vuoti? – ce n’erano altri con insegne europee.

Verso le sei ho avuto un’illuminazione. Sarà stata l’insonnia che mi stordiva o il sollievo per la notte che finalmente stava finendo, ma di colpo ho cambiato umore. Ho capito di essere finito nel bel mezzo di uno dei più giganteschi flussi commerciali del pianeta. A togliermi il sonno era il rumore della globalizzazione. Quella vera, non quella teorica che mi era stata tante volte predicata e che anch’io avevo rivenduto qua e là. La globalizzazione delle merci che viaggiano avanti e indietro sulla linea est-ovest-est, nei container imbarcati in Cina, Corea e Giappone e scaricati nei porti americani del Pacifico; trasportati su rotaia verso i porti americani dell’Atlantico; e da lì nuovamente imbarcati verso di noi. E viceversa, dall’Asia in Europa e ritorno. Altro che Jovanotti: ero io che mi trovavo nell’ombelico del mondo, in mezzo all’Arizona ma all’incrocio tra le rotte commerciali d’Oriente e d’Occidente.

Intendiamoci, non so assolutamente niente di trasporti o flussi economici. Ma quella era la visione di una straordinaria apertura al mondo, piena di un fascino pari ai monti del Nevada o alla Route 66. Era la rappresentazione concreta dell’America impegnata nel suo mestiere migliore: motore dello scambio di merci su scala planetaria e campo da gioco della contaminazione economica e culturale. Nel giorno in cui gli americani scelgono il loro nuovo presidente, è quella la visione che vorrei continuare ad avere nei prossimi anni. Magari più da lontano. Perché certamente a Kingman non tornerò più. La Route 66 ormai l’ho vista e il sonno non mi basta mai. Ma quello spettacolo molesto e magnifico, fatto di merci che vanno e vengono da ogni parte del pianeta, vorrei davvero che segnasse in profondità la prossima presidenza. Alla faccia di qualsiasi tentazione protezionistica di una nazione che oggi, di fronte alla crisi, vorrebbe forse chiudersi al mondo.


31 ottobre 2008
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Ma se vince Obama, vince anche Walter?

È il primo pomeriggio di mercoledì prossimo, 5 novembre. Nella sede del PD Walter Veltroni si presenta puntuale e sorridente ai giornalisti convocati in conferenza stampa e annuncia: “Abbiamo vinto anche noi. La trionfale elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, insieme all’enorme maggioranza democratica che si profila al Congresso, rappresenta il segno di un epocale mutamento politico dal quale sarà presto investito anche il nostro paese. Gli Stati Uniti sono cambiati, l’Italia sta per cambiare. Il pendolo si è finalmente rimesso in movimento e il PD guarda con profonda fiducia alle prossime scadenze elettorali, a cominciare dalle elezioni regionali in Abruzzo”.

Forse non saranno esattamente queste le parole del segretario. Forse sarà meno sbrigativo il salto da Chicago a Montenero di Bisaccia. Ma è facilissima profezia immaginare che da Veltroni venga molto più di un biglietto di congratulazioni all’indirizzo del nuovo presidente degli Stati Uniti, nel caso in cui il voto di martedì confermi i sondaggi di questi giorni. Perché la probabile vittoria di Obama sarà per settimane, forse per mesi, uno degli asset fondamentali dell’iniziativa politica veltroniana. All’insegna della teoria del pendolo, per l’appunto. Ma anche del tentativo di associare almeno una piccola porzione dello straordinario valore carismatico di Obama alla leadership personale di Veltroni.

D’altra parte non vi sarebbe niente di male. Nella nostra storia repubblicana è sempre accaduto che quanto di particolarmente rilevante cambiava nella politica d’oltre confine (elezioni democratiche o colpi di stato) diventasse strumento di battaglia interna. Ogni volta con una buona misura di arbitrio e approssimazione, tirando la giacca ora all’icona di Ronald Reagan ora a quella di Tony Blair per adattarle ai costumi italiani. Ma non è questa nostra abitudine ad indurre qualche riflessione, mentre ci prepariamo a vivere l’inevitabile stagione dell’obamismo italiano. Piuttosto, è la fragilità della teoria del pendolo applicata alla concreta situazione italiana di questi anni. Così come l’altrettanto concreta possibilità di miracolare il corpo politico di Veltroni con una dose anche piccola della magia carismatica di Barack.

L’ultimo pendolo che effettivamente funzionò per la nostra sinistra fu quello degli anni Novanta. Anche allora la prima spinta venne dagli Stati Uniti, con un ciclo clintoniano che avrebbe contagiato con i suoi contenuti di innovazione la sinistra britannica e da lì quella italiana, tedesca e francese. Ognuna con la sua specificità nazionale, ma tutte nella condivisione di alcune coordinate ideologiche di fondo: riforma del welfare, scommessa sulla globalizzazione, legame tra crescita e redistribuzione, internazionalismo democratico, etc. Nel caso italiano, il pendolo poté fare bene il suo lavoro anche perché i protagonisti di quella stagione – in gran parte profughi politici dal doppio naufragio PCI e DC – avevano bisogno più del pane di una nuova narrazione unificante che restituisse senso e identità alla loro storia. E tale fu l’ideologia del socialismo europeo di quegli anni, passata per il filtro del blairismo-clintonismo e messa a confronto nell’agone italiano con un berlusconismo ancora acerbo e pieno di ingenuità. Oggi, al contrario, è il berlusconismo ad avere appena iniziato la sua nuova fase espansiva; a mostrarsi capace di fagocitare insegnamenti e travestimenti; ad avere appena abbandonato l’adolescenza per entrare nell’età adulta. Mentre dall’altra parte – intorno al PD di Veltroni – si vivono gli ultimi fuochi delle culture politiche maturate nel corso degli anni Novanta, con le stesse facce e le stesse parole d’ordine che abbiamo ascoltato dal 1996 in avanti.

Anche se dagli Stati Uniti oscillasse verso di noi ben più di un pendolo, persino una gigantesca palla d’acciaio, sarebbe difficile immaginare un qualche effetto sulla sinistra italiana così come essa si mostra nella sua antropologia contemporanea. Perché anche in politica l’innovazione migliore deve trovare un ambiente favorevole per impiantarsi e produrre buoni risultati. E già oggi, dalle nostre parti, l’innovazione obamiana viene raccolta e interpretata da chi testimonia tutt’altra storia con la propria narrativa politica e personale.

Da ultimo l’ha scritto con lucidità Giuliano Da Empoli nel suo libro su Obama pubblicato da Marsilio: il caso Barack ci dice che “i grandi leader politici sono quelli che riescono a raccontare le storie più belle”. Da questo punto di vista c’è ben poco da fare. La sua storia più bella Veltroni l’ha già raccontata. In varie puntate, dalla fine degli anni Ottanta in avanti. All’ultima ci hanno creduto in molti, ma sempre meno della maggioranza degli italiani. E anche per questo il confronto con Obama rischia di essere impietoso, non solo per lui ma per l’intero gruppo dirigente che si è istallato ai vertici del PD. Sommessamente, ci permettiamo un consiglio. Invece di vestire i panni davvero troppo stretti del Barack italiano, si decida ad avviare un percorso che con tutte le cautele del caso possa creare le condizioni ambientali favorevoli all’impianto di qualcosa di simile nella sua parte politica. Anche prendendosi tutto il tempo necessario. Perché oggi, se anche si presentasse in Largo del Nazareno l’incarnazione romana di Super Obama, sarebbe certamente lasciato fuori al freddo. Ben lontano dal governo ombra e in attesa del via libera di Veltroni, D’Alema o Franceschini.


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