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2 gennaio 2011
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Le tre ondate e il doppio registro della Lega
Anche se poco o niente sembra cambiare sulla superficie della politica italiana, con un piccolo gruppo di protagonisti che tiene tenacemente la scena dalla metà degli anni Novanta, il mutamento in realtà scava e trasforma. Persino dentro quei partiti che appaiono più stabili di altri, perché hanno saputo resistere alla pulsione che ha cambiato di continuo nomi e sigle di quasi tutte le organizzazioni politiche o perché hanno conservato un nucleo ideologico forte e riconoscibile. È il caso della Lega, ormai il partito più antico tra quelli rappresentati in Parlamento. E insieme quello che esibisce la coerenza più granitica rispetto ai concorrenti, ai quali imputa piroette e opportunismi dai quali sarebbe invece del tutto immune. In realtà anche il Carroccio ha cambiato più volte profilo e strategia, come ben racconta Roberto Biorcio in una monografia appena pubblicata da Laterza (“La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo”, pp.177, euro 18,00). Un libro particolarmente utile, in una linea di ricerca che ha già visto l’autore indagare i contorni del leghismo, perché storicizza la parabola ormai più che ventennale del partito di Bossi e aiuta il lettore ad orientarsi in una letteratura abbondante.
La trasformazione dell’offerta politica della Lega, spiega Biorcio, è avvenuta nella successione di “tre ondate”. La prima, dai primi anni Ottanta sino al trionfo nel voto politico del 1992, si è svolta con il passaggio dal regionalismo “semplice” e fino ad allora frammentato in vari localismi alla protesta unitaria contro la partitocrazia romana. Fu quello il primo e più autentico capolavoro tattico realizzato da Umberto Bossi, con il quale la Lega Lombarda ottiene in un colpo solo di imporsi sulle altre leghe regionali e di intercettare il crollo della prima repubblica: il Carroccio riesce così ad offrire “ad ampi settori dell’elettorato la possibilità di esprimere istanze ed esigenze diverse, anche parzialmente contraddittorie, e ad attrarre elettori provenienti da tutti i settori dello schieramento politico”. La seconda ondata, successiva all’alleanza del 1994 con Forza Italia e alla sua rapida rottura, vede la Lega affacciarsi al potere nazionale per poi ritirarsene sotto la minaccia del saccheggio del proprio capitale elettorale per mano del berlusconismo nascente. Fu questa la fase più difficile nella vicenda leghista, segnata dopo il 1996 dalla drastica riduzione dei consensi e da una nuova strategia politica fondata sull’invenzione della “Nazione Padana”. Una strategia diretta contro il bipolarismo destra-sinistra e riempita dei contenuti dell’indipendentismo sul piano interno e dell’antiglobalismo su quello internazionale, mentre il Carroccio pagava il prezzo di un isolamento dal quale sarebbe uscito solo tornando ad allearsi nel 2001 con Silvio Berlusconi. È qui l’avvio della terza e ultima ondata della vicenda leghista, di cui le cronache di queste settimane sono parte, nel corso della quale il partito di Bossi abbandona il traguardo della secessione e torna a crescere nelle urne come componente fondamentale della coalizione di centrodestra e come imprenditore politico dei temi del federalismo e della reazione all’immigrazione.
Fasi diverse di una storia politica attraversata da poche costanti, tra cui Biorcio identifica con precisione quella del rapporto con Silvio Berlusconi. Ovvero con colui che è stato al contempo “concorrente per la conquista dell’elettorato del Nord” e “risorsa strategica decisiva per consentire al partito di Bossi l’accesso a posizioni di potere politico a livello sia locale che nazionale”. E proprio su questo punto è inevitabile domandarsi cosa sarà della Lega e del suo capitale elettorale dopo la conclusione del ciclo berlusconiano. Perché se è ormai senso comune ipotizzare che l’insediamento leghista riuscirà a sopravvivere integro o persino più forte nel centrodestra post-berlusconiano, la lettura di Biorcio spinge invece a nutrire più di un dubbio sulla tenuta di una forza politica che ha cambiato più volte rotta e strategia secondo le opportunità e il vento del momento. Un partito che negli ultimi anni è cresciuto anche per effetto dell’esperimento fallito del Popolo della Libertà, ma che nel frattempo continua a giocare il doppio registro della critica alla politica romana mentre delle scelte di quella stessa politica è ormai da molti anni corresponsabile. Un registro doppio e scivoloso, che non è scontato possa essere percorso ancora a lungo senza pagare alcun prezzo elettorale.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 2/1/2011 alle 15:52 | Versione per la stampa

15 settembre 2010
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La Lega è lontana dal modello CSU
Il ministro Calderoli, intervistato dal Sole 24 Ore, è tornato ad evocare per gli orizzonti strategici della Lega il sacro modello della Baviera e della democrazia cristiana bavarese. Non è la prima volta che accade nell’ormai lunga storia leghista. E non sarà dunque la prima volta che si ricorderà quanto il Carroccio sia lontano dall’esperienza politica della CSU. Non solo perché Umberto Bossi non è comparabile, nel bene e nel male, né a Franz Josef Strauss né a Edmund Stoiber. E neanche perché la CSU è sempre stata parte integrante di una cultura politica di vocazione e respiro nazionale come il popolarismo tedesco, ancorché declinata in chiave regionale, al contrario della Lega che nasce e vince esattamente in contrapposizione a qualsiasi narrazione unitaria della vicenda italiana.
Più semplicemente, la lontananza della Lega dal modello politico della CSU è confermata dal comportamento che il partito di Bossi ha tenuto in queste settimane di crisi politica del governo Berlusconi. Laddove quella che avrebbe dovuto essere la “cultura di governo” di un partito che è uscito vincitore dalle ultime prove elettorali crescendo poi in ruoli e visibilità, e che per questo dovrebbe rappresentare un elemento di sostegno alla stabilità della maggioranza, si è sciolta con sorprendente rapidità. Dall’inizio della crisi ad oggi la rivendicazione della Lega è stata una sola: il voto anticipato. Per arrivare al federalismo (come ci è stato detto) o per capitalizzare il più rapidamente possibile una congiuntura politica molto favorevole (come si è più realisticamente pensato).
La prova della crisi della maggioranza berlusconiana ha rivelato tutta l’ambiguità di status della Lega. Un partito ancora in bilico tra la vocazione ad essere una forza pienamente di governo e dunque in grado di spendere al tavolo delle riforme il peso sempre più rilevante dei propri consensi, e la tentazione di essere espressione diretta e irriducibile di quei consensi anche al prezzo di seppellire l’esperienza di governo. Ad oggi l’interlocutore principale della leadership del Carroccio resta “il popolo della Lega”, con la conseguente incapacità di assumere fino in fondo un ruolo di governo nazionale e dunque a rappresentare un partner affidabile di coalizioni parlamentari più ampie. Questo avviene anche a costo di accantonare l’obiettivo del federalismo, che sulla carta rimane il traguardo strategico leghista ma che evidentemente dovrebbe essere congelato almeno per un lungo tratto nel caso di elezioni anticipate.
Qualche giorno fa, domandandosi provocatoriamente se la Lega potesse ancora considerarsi un partito federalista, Luca Ricolfi sulla “Stampa” spiegava la rivendicazione del voto anticipato con la volontà leghista di “allargare la propria presenza nella pubblica amministrazione, dai comuni alle province”. Può darsi che le cose stiano così. Ma più probabilmente le urne attraggono ancora una volta la Lega, anche a rischio di perdere di vista il varo della riforma federale, perché il momento elettorale rappresenta il collegamento più vitale e diretto con un “popolo militante” che il partito di Bossi non ha mai davvero elaborato come fonte di una legittimazione da spendersi poi nel governo nazionale.
Partito militante e non ancora governante, almeno nei fondamentali della propria cultura politica, la Lega sta attraversando la crisi della maggioranza confermando anche il suo tratto di forza esclusivamente regionale. O per meglio dire, la principale forza regionale in un panorama più vasto e frammentato di forze politiche regionali come sono il Partito Democratico ormai radicato quasi esclusivamente nell’Italia centrale, una Udc di matrice solo  meridionale e una componente finiana che necessariamente dovrà trovare i propri consensi al di sotto della Linea Gotica. In questo quadro di partiti semi-nazionali, resta assai poco di una politica compiutamente nazionale che tragga dall’Italia nel suo insieme l’alimento per il governo del paese.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 15/9/2010 alle 19:34 | Versione per la stampa

17 agosto 2010
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Senza partiti non c'è governo
Cosa impedisce alla politica italiana di farsi governo? L’interrogativo può stonare rispetto alla gloriosa retorica della seconda repubblica. Quella secondo la quale gli italiani avrebbero finalmente imparato la grammatica del bipolarismo e i presidenti del consiglio godrebbero finalmente di una chiara investitura popolare. Può darsi. Ma intanto anche questa legislatura si avvia ad una fine ingloriosa, identica a quella della legislatura precedente. Ingredienti del tutto diversi (Berlusconi al posto di Prodi, una maggioranza ampia e non risicata, partiti in numero limitato e per giunta di nuovo conio) sono stati amalgamati in modo da riprodurre un esito del tutto uguale e deludente. Dove la delusione era ieri quella degli elettori di Prodi ed è oggi quella degli elettori di Berlusconi, che in grande maggioranza avevano votato per avere un governo che governasse e non per trovarsi dopo pochi mesi ad essere chiamati ad un plebiscito cesaristico scandito da dossier e palate di fango nei ventilatori.
E dunque, cosa impedisce ancora una volta alla politica di farsi governo? Potremmo cavarcela con il famoso “elemento soggettivo”. Oggi la classe politica è meno attrezzata di quella di un tempo, si dice. Si arriva in parlamento senza sufficiente preparazione, per meriti di fedeltà e cooptazione, scelti da pochi capibastone che si attendono di essere ripagati con devozione. I vari capi e capetti sono logorati da anni di permanenza sulla scena e incapaci di avviare alcun vero rinnovamento. I rapporti con il territorio sono scarsi e unidirezionali, con politici locali abbandonati a se stessi e spesso divorati da malattie degenerative più gravi di quelle che affliggono gli omologhi nazionali. Tutto vero, così com’è probabilmente vero che tra la coppia De Gasperi-Togliatti e una qualsiasi coppia di politici a noi contemporanei corre una differenza qualitativa che è anche e inevitabilmente soggettiva. E tuttavia non basta prendersela con la pochezza di questo o quel politico per capire perché, ancora una volta, un’ampia maggioranza parlamentare va eclissandosi in questo modo. Né basta guardare al peso dell’ideologismo post-novecentesco, che ieri era quello neo-comunista di Bertinotti e Pecorario Scanio come oggi è quello anti-nazionale di Bossi e Calderoli.
Occorre forse guardare alla malattia che ha covato per tutti questi anni nel corpo di un paese che è ormai compiutamente bipolare, essendo stato educato da un quindicennio a scegliere tra leader contrapposti, ma nel quale i soggetti del bipolarismo sono in crisi ormai conclamata. Quella malattia si chiama assenza di partiti politici autentici, capaci quindi di funzionare da punto di unione e reciproco alimento tra attivismo della società civile e professionismo di governo inteso come dovere di ogni politico con mandato di governo alla coerenza tra ciò che si è detto e ciò che si è fatto. Partiti che in questo senso siano autentici esistono in tutti le nazioni comparabili all’Italia. E dovunque garantiscono che la politica diventi governo, guardando al di là del momento elettorale e misurandosi con i risultati. È l’esistenza di un autentico partito conservatore che permette a David Cameron di realizzare un programma di governo efficace, nonostante un esito elettorale confuso. È un autentico partito cristiano-democratico che favorisce la spettacolare ripresa economica tedesca, nonostante le difficoltà di coalizione con cui deve convivere Angela Merkel. Il caso italiano, a quasi un ventennio dall’avvio della “seconda repubblica”, racconta invece di “partiti nuovi” che si sono rivelati incapaci di andare oltre il momento elettorale. E che non hanno mai funzionato da veri motori dell’azione di governo, diventando spesso l’ostacolo principale alla realizzazione di riforme durature proprio perché concepiti e costruiti per isolare la politica dal mondo reale. I partiti a forte vocazione ideologica, come la Lega o l’Italia dei Valori, possono sembrare un’eccezione per il tenace legame di fede che unisce al loro interno leadership e militanza. Ma si tratta di partiti vocazionali legati ad un’unica missione (la frattura dell’Italia nel caso della Lega, la “damnatio” di Berlusconi nel caso dei dipietristi) e dunque incapaci di contribuire ad un’azione di governo propriamente nazionale. In realtà la scomposizione del PdL a cui abbiamo appena assistito, e alla quale è probabile che faccia seguito un’analoga scomposizione del Pd, è la certificazione finale dell’assenza di veri partiti nazionali dalla scena della lunga transizione politica italiana. E se è pura fantasia il ritorno ai partiti della prima repubblica, che pure meriterebbero talvolta di essere rimpianti dinanzi allo spettacolo che oggi ci viene offerto, non resta che prendere atto del paradosso di un’Italia educata al bipolarismo elettorale ma priva di partiti capaci di interpretarlo anche come missione di governo. Un paradosso con cui probabilmente dovremo convivere fino al tramonto del berlusconismo, che al solito rappresenta la misura più efficace per comprendere questo nostro ventennio.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 17/8/2010 alle 19:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

29 luglio 2010
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Se la Lega ha paura di morire democristiana
Il copione politico di questi giorni è dominato da un solo argomento (le tensioni tra Fini e Berlusconi) e prevede una sola domanda: quando si consumerà la rottura definitiva tra i fondatori del PDL? Esiste tuttavia la possibilità, non solo teorica, che il confuso spettacolo di questa legislatura si concluda con il botto di un finale a sorpresa. Ovvero che sia la Lega di Bossi a decidere di staccare la spina ad un governo dove è entrata da vincitrice ma nel quale non si è mai sentita davvero a casa propria.

Ci si dimentica troppo spesso, infatti, che tra tutte le forze politiche presenti oggi in Parlamento la Lega è l’unico partito a poter vantare la qualifica di “ordine militante”. Non già un “partito pigliatutto” come gli altri, quindi, che in un verso o nell’altro hanno tutti stemperato la vocazione originaria per inseguire una rappresentanza la più ampia possibile di profili sociali e identità culturali. A differenza del PD o del PDL, ma anche dell’UDC o dell’Italia dei Valori, la Lega non ha mai perso di vista la propria missione storica: conquistare la rappresentanza del Nord per la gente del Nord, attraverso la via politicamente più efficace. Qualche giorno fa ce lo ha ricordato Roberto Maroni, che nel partito di Bossi conserva il ruolo di architetto delle strategie. “La Lega – ha detto il ministro degli interni – è l’unico partito italiano che si ispira a Lenin: migliaia di persone da motivare, uno che comanda e gli altri che eseguono un progetto”. È sembrata la battuta sentimentale dell’ex militante di Democrazia Proletaria che Maroni fu in gioventù, ma era in realtà la rivendicazione della centralità del “progetto” intorno al quale il gruppo dirigente leghista si è formato ed è cresciuto.

Sul lungo periodo quel progetto rimane non negoziabile, come le convinzioni più profonde che sorreggono un qualsiasi gruppo militante, ed è su questo che potrebbe infrangersi la stabilità del governo Berlusconi. Quel progetto e quelle convinzioni possono infatti coesistere con la difficile navigazione dell’esecutivo solo a patto che l’obiettivo del federalismo non sia messo in discussione. Ma la crisi del disegno federalista, almeno in questa legislatura, è già nei fatti anche se non ancora in evidenza nell’agenda politica. Così come è ben visibile la trasformazione del profilo pubblico di Giulio Tremonti, che da principale garante dell’asse Lega-Berlusconi si è trasformato nel candidato numero uno a guidare un “governo tecnico” che possa far conto anche sul sostegno del Partito democratico.

Non è poi da sottovalutare il logoramento che sugli elettori leghisti sta esercitando, ormai quotidianamente, il ritorno della “grande narrazione del malaffare”. È difficile immaginare che un elettorato come quello della Lega, già di per sé distante da sensibilità garantiste e che negli anni ha digerito l’alleanza con il Cavaliere consolandosi con la leggenda di una diversità antropologica dai “berluscones”, possa convivere ancora a lungo con i maneggi che ci restituiscono le cronache di questi giorni. Si dirà che tra le sensibilità degli elettori e le scelte dei gruppi dirigenti corre l’enorme spazio delle interpretazioni, delle scelte tattiche e delle opportunità. Ma questo è solo parzialmente vero nel caso della Lega, che del legame con il territorio continua a fare un punto di forza e che molto più di altri partiti vive dei sentimenti e dellelamentele di militanti ed elettori.

Per tutti questi motivi è difficile immaginare che la Lega si predisponga ad una navigazione di tipo democristiano in questa seconda parte di legislatura, scegliendo quindi di incassare il poco disponibile e rimandando ad una prossima e lontana puntata la realizzazione dell’obiettivo storico del federalismo. Proprio perché quell’obiettivo non è mai stato tanto vicino come in questi anni, la sua archiviazione di fatto potrebbe indurre il partito di Bossi a giocare la scommessa della vita: decidere autonomamente la fine del governo, purificarsi dalle intossicazioni e tornare al voto per guadagnare il massimo risultato possibile dalla crisi del PdL. Sarebbe un altro modo, e forse il più efficace nella stagione politica che sta vivendo l’Italia, per restituire senso alla missione storica dell’”ordine militante” leghista.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 29/7/2010 alle 11:36 | Versione per la stampa

22 giugno 2010
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Senza la lotta, che Lega rimane?
C’era una volta un partito che si diceva di lotta e di governo. C’è oggi un partito che governa l’Italia e che si dice comunque pronto alla secessione, nel caso in cui le cose non si mettessero per il verso giusto. Quel partito è la Lega, che domenica ha celebrato i vent’anni del primo raduno di Pontida mostrando tutti i segni della propria crisi politica. Perché di crisi si tratta, se guardiamo al ritorno della parola d’ordine della secessione, e non certo dell’ennesima voce folkloristica fuggita dal seno di un qualunque esponente di punta del movimento.

L’annuncio di Roberto Castelli (“Se non verrà il federalismo ci potrà essere solo la secessione”) e l’entusiasmo che in risposta è venuto dal pratone di Pontida ci raccontano i tormenti di un partito che è entrato da vincitore in questa legislatura, che sinora ha visto crescere il proprio capitale di consensi e trofei ma che paradossalmente potrebbe decidere di mettere in crisi la maggioranza per manifesta incapacità di ottenere il federalismo. Quel federalismo che è poi l’unico risultato che davvero conta agli occhi sia dell’elettorato leghista sia di una vasta schiera di quadri dirigenti che non ha mai smarrito la propria ragion d’essere più profonda. Le due componenti, una di popolo e l’altra di amministrazione, del partito che finora ha rappresentato il puntello più solido del governo Berlusconi ma che da domani potrebbe diventarne l’ennesima ragione di debolezza.

La sensazione che si ricava dal raduno di Pontida, oltre all’imbarazzo di avere ascoltato esponenti delle istituzioni che predicano la frantumazione della Repubblica di cui a tutt’oggi sono ministri o viceministri, è che la Lega stia cominciando a mettere le mani avanti. Perché se “non verrà il federalismo” al partito di Bossi non rimarrà molto da fare se non prepararsi al voto, per evitare di perdere buona parte del potenziale accumulato in quest’ultimo e fortunato biennio. Quel che colpisce, leggendo il messaggio che viene da Bossi e dal suo gruppo dirigente, è che l’armamentario politico e simbolico a cui ricorrerebbe la Lega in caso di voto anticipato è ancora una volta quello tradizionale a cui siamo stati abituati dalla metà degli anni Novanta in avanti. E dunque la retorica della secessione, di “Roma ladrona”, dei “milioni di padani pronti a battersi” anche se ancora una volta senza fucile (bontà loro). Con l’aggiunta di qualche tocco di anticapitalismo virato nei più familiari toni antimeridionali, come nella dura polemica di Calderoli contro la Indesit e i suoi progetti di delocalizzazione verso il Sud Italia degli stabilimenti di Pontida e del Veneto.

Non c’è invece alcuna traccia dei contenuti più originali che la Lega potrebbe legittimamente vantare, guardando a ciò che di buono ha saputo rappresentare sulla scena politica italiana degli ultimi anni. Nessuna rivendicazione della sua capacità di rinnovare e ringiovanire la classe degli amministratori locali, spesso assai meglio di quanto è stato fatto da altri partiti e con una presenza molto maggiore di donne. Nessun cenno alla sua abilità nel testimoniare un tratto radicalmente democratico di collegamento e rappresentanza tra eletti ed elettori, tanto nella militanza quanto nei suoi amministratori locali. In sostanza, nessuna traccia della Lega più vitale e un grande sfoggio del leghismo più tradizionale.

La circostanza non è comprensibile solo con la tendenza di ogni partito a rassicurare il proprio elettorato nelle fasi di maggiore responsabilità o con il ricorso alla mozione degli affetti come antidoto allo smarrimento identitario. C’è anche un’evidente resistenza della Lega ad accettare la propria trasformazione in partito democratico e di governo, quale è diventata soprattutto negli ultimi anni, di contro alla forza con cui sopravvive il nocciolo duro della sua missione ideologica. La crisi del partito di Bossi è tutta qui, nella tentazione di riscoprirsi un movimento di rottura costretto a rovesciare il tavolo a cui ci si è seduti con tanto successo. Con una risposta che ancora una volta potrebbe essere trovata nello slogan “meglio perdere che perdersi”, come nella storia del radicalismo italiano è accaduto ad altri partiti che hanno scelto l’identità prima della responsabilità.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 22/6/2010 alle 11:23 | Versione per la stampa

13 gennaio 2010
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Il mito del localismo, le donne della Lega
In attesa del voto regionale di fine marzo, il sondaggio Ipr Marketing commissionato dal Sole 24 Ore sulla popolarità degli amministratori locali ci descrive una crisi della politica ben più ampia di quella raccontata ogni giorno dalle cronache parlamentari. Non è solo l’ecumenica diffusione del segno negativo a colpire l’attenzione del lettore, ma anche l’incrinarsi di una mitologia alla quale abbiamo più volte attinto negli ultimi anni: quella secondo cui se la “politica romana” non era più in grado di fornire dosi adeguate di identificazione e rassicurazione, il sostituto della “politica locale” poteva contare su granitici livelli di fiducia proprio per la sua capacità di affrontare ogni giorno i problemi reali degli elettori.

È forse prematuro pensare al tramonto del mito del localismo, ma certamente la fotografia di Ipr Marketing suggerisce la necessità di qualche aggiustamento al modo in cui la nostra discussione pubblica ne ha descritto le virtù salvifiche e la sua impermeabilità a qualunque crisi della politica. D’altra parte l’Italia è un paese nel quale la sfera della democrazia locale si è strutturata da tempi relativamente recenti, ed era in buona misura inevitabile che a quella dimensione della rappresentanza fossero attribuite aspettative persino eccessive negli stessi anni in cui la politica nazionale entrava in uno stato di affaticamento da cui non accenna a riprendersi.

In realtà i dati del sondaggio ci dicono invece che anche la politica locale finisce per subire gli stessi sintomi di debolezza della politica nazionale, laddove mancano gli ingredienti che dovrebbero garantirne l’identificazione con gli elettori. Primo tra tutti, la capacità dei partiti di far presa sulla società. In questo senso PD e PDL sembrano accomunati da sintomi simili di sfaldamento nella capacità di tenere insieme i propri elettorati, se il sondaggio premia soprattutto quegli amministratori che nell’ultimo anno sono entrati in tensione con le loro leadership politiche nazionali.

Nel centrosinistra si tratta del giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi, di Sergio Chiamparino a Torino o di Vincenzo De Luca a Salerno, mentre nel centrodestra si notano gli esempi del governatore veneto Giancarlo Galan o di quello lombardo Roberto Formigoni. Ma in tutti questi casi siamo di fronti ad esponenti politici che hanno definito la propria agenda recente in termini più o meno conflittuali con il comando centrale dei rispettivi partiti. Possiamo immaginare che il sondaggio attribuisca un premio all’eroismo del dissenso di questo sindaco o di quel governatore? È forse più ragionevole pensare che il successo di alcuni amministratori non dipenda solo dalla qualità del loro buon governo, ma anche dal sovrappiù di popolarità garantito dalla percezione di una loro autonomia dai partiti. Ma se è evidente che non si tratta di un buon segno per nessuno dei due principali partiti nazionali, rimane da capire se e come ne approfitteranno le formazioni minori. Le elezioni generali del 2008 hanno confermato la solidità del bipolarismo e sulla carta non si vede alcuna nuova possibile conformazione parlamentare che sia in grado di minacciare l’equilibrio parlamentare, nonostante l’emorragia patita dal Partito democratico con l’Alleanza per l’Italia di Rutelli e il crescente potere di condizionamento acquisito dalla Lega. Eppure sulle linee del sondaggio di Ipr Marketing il voto regionale di marzo potrebbe rilevarsi qualcosa di più di un aggiustamento interno, se si confermasse il calo nella capacità di tenuta dei grandi partiti.

Ancora una volta sulla carta chi appare destinato ad approfittarne maggiormente è la Lega: non tanto per quel profilo di formazione chiassosa e protestataria che è stato ormai consegnato agli archivi, quanto per la sua paradossale capacità di essere molto più “partito” di altre formazioni politiche. E dunque organizzazione capace di testimoniare un tratto radicalmente democratico di collegamento e rappresentanza tra eletti ed elettori, tanto nella composizione delle sue file di militanti quanto nei suoi gruppi di rappresentanza locale. Lo si vede anche dalla crescente visibilità della componente fa sì che “oggi quasi metà del suo elettorato sia composto da donne”. Si dirà forse che non solo di materiale femminile si costruisce la forza locale dei partiti. Ma guardiamo ad un dato tra i tanti che emergono dal sondaggio Ipr Marketing: tra i centodieci sindaci dei comuni capoluogo di cui si è misurata la popolarità, le donne sono solo cinque. È un problema di sottorappresentanza femminile, ma è anche un sintomo dell’incapacità dei partiti di dar voce alla società locale così come essa è realmente. È anche qui che la Lega si mostra avvantaggiata, per la novità costituita dall’emersione in questi ultimi anni di una nuova militanza femminile che ha scelto proprio il leghismo come contenitore di passioni e come strumento di promozione pubblica. Una premessa indispensabile perché il partito di Bossi si avvantaggi della debolezza che anche a livello locale colpisce la capacità di rappresentanza di altri e più grandi partiti.


6 febbraio 2009
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Maroni e gli autogol del cattivismo

La misura dell’autolesionismo leghista è tutta nella nuova norma fatta approvare ieri al Senato. Una norma da stato di polizia, che insulta la dignità dei medici italiani e introduce una clamorosa disparità di diritti nell’accesso al bene primario della salute. Ma soprattutto una norma inutile. Che nella migliore delle ipotesi non produrrà alcun effetto di contenimento sull’immigrazione clandestina ma che nel peggiore (e più probabile) degli scenari nasconderà sotto il tappeto un buon numero di patologie ormai di massa, sottraendole al servizio sanitario nazionale e mettendo a rischio la salute di chiunque si trovi a vivere in Italia.

Il cattivismo produce dunque un altro autogol. E lo fa per la stessa ragione di sempre: il voler rispondere alla nostra percezione di insicurezza con provvedimenti essenzialmente dimostrativi, di nessuna rilevanza reale sui fenomeni criminali ma di forte impatto propagandistico su quelle che si considerano le attese del proprio elettorato. Ma la vittoria della volontà di dimostrazione sulla capacità di repressione è poco lungimirante, nasconde i problemi invece di risolverli e crea nell’opinione pubblica aspettative di rassicurazione totale che nessun governo (per quanto cattivista) può seriamente garantire.

È una trappola nella quale il centrodestra si è messo con le proprie mani, avendo scelto di declinare i temi della sicurezza nel linguaggio dell’emergenza ideologica piuttosto che in quello della ricerca dell’efficacia. Il rischio è grande soprattutto per la Lega, la cui più recente crescita elettorale è dovuta agli effetti di buona amministrazione nelle aree in cui è da anni forza di governo locale e non certo al volume della sua retorica etnica e sicuritaria. E se questi ultimi provvedimenti di governo ispirati dal suo risveglio propagandistico non produrranno effetti tangibili, com’è del tutto probabile, la credibilità politica di un partito che è ormai molto lontano dalla sua prima versione chiassosa e sovversiva rischia di uscirne frantumata. Perché se la Lega è cambiata, ancor di più è cambiato il suo elettorato. Che oggi chiede risultati molto più che identità. Ed è meno disposto del passato a tollerare, ad esempio, che una norma di puro senso dimostrativo come quella sui medici delatori si traduca nell’emergenza sanitaria paventata ieri con molto realismo dal governatore del Veneto Galan.

D’altra parte le difficoltà politiche in cui si dibatte la Lega sono evidenti già a livello parlamentare, se solo facciamo un passo indietro e ricordiamo che il giorno prima Maroni era stato clamorosamente battuto dalla propria maggioranza sui “Centri di identificazione ed espulsione”. Segno che il nuovo cattivismo leghista comincia ad essere temuto da consistenti settori del centrodestra, come una strada senza uscita che può forse servire al gruppo dirigente di Bossi e Maroni per resistere ai rischi di omologazione berlusconiana ma di certo non promette niente di buono per i risultati di governo. Resta da vedere se questo duello tutto interno alla maggioranza produrrà effetti deleteri sulla nostra qualità della vita, com’è il caso di quest’ultima norma, o se potrà essere ricondotto entro i confini di una ragionevole disputa politica.


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