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11 ottobre 2009
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Nostalgia di un mondo peggiore
La nostalgia, si sa, è una perfida canaglia. Che ti prende proprio quando non vuoi, secondo la celebre lezione di Albano e Romina. O che può servire a leggere il mondo dopo la fine della Guerra Fredda all’insegna dell’apocalisse dell’Occidente e del dominio incontrollato della guerra e del mercato, secondo la lezione che Angelo d’Orsi intende consegnare al suo ultimo libro. In realtà è capitato a molti di pensare che dopo l’Ottantanove lo stato del pianeta non sia affatto migliorato, che l’equilibrio bipolare fosse ben più stabile e prevedibile, che la forza solitaria dell’iperpotenza statunitense non eserciti alcuna reale egemonia sulla frantumazione della comunità internazionale. Ma la nostalgia che ha preso d’Orsi per il tempo andato della guerra fredda è di segno ancora diverso, perché il nodo di questo suo lavoro non è la comunità internazionale né lo stato del pianeta ma l’espansione ormai senza freni di un modello unitario di dominio del globo: “La guerra come quinta dietro la quale il mondo unipolare realizza la sua ‘grande trasformazione’, sotto il segno di un Mercato Globale che pretende di estendersi con le sue (non) regole urbi et orbi”.

Dunque il capitalismo come trionfatore politico dell’Ottantanove e la guerra come suo esito permanente. Fin qui d’Orsi potrebbe anche essere preso sul serio, trattandosi della tesi che ha avuto la maggiore diffusione nel pensiero critico antiglobalista. Eppure non si riesce a farlo, pur con la massima concentrazione su queste pagine e con la massima benevolenza verso una tesi da cui chi scrive non potrebbe essere più lontano, perché le modalità della sua argomentazione sono tali da rimanere ben al di sotto di altre e più solide letture che negli ultimi due decenni hanno insistito sugli stessi punti. D’Orsi si distanzia da quelli che sono di fatto i maestri del suo pensiero antiglobalista, tra cui Negri e Stiglitz, per l’abbandono di qualsiasi tentativo di comprendere e spiegare quanto è accaduto e per la scelta di una fenomenologia della catastrofe che si legge (e faticosamente) come un’invettiva carica dei più triti luoghi comuni.

A cominciare dalla sua cifra retorica, con la quale al lettore viene inflitta una galleria di questo tenore: le  Twin Towers “che nel volgere di pochi minuti si squagliavano come gelati sotto il sole d’agosto”; le “bandiere (statunitensi) che garrivano al vento della libertà”; “gli american soldiers” afflitti da “ignoranza culturale” e dunque “più brutali ed energici … per il loro disprezzo verso usi, tradizioni, costumi, patrimoni artistici, archeologici, paesaggistici”; i “fiumi di sangue che scorrono copiosi”; Edward Luttwak come “uomo del capitale”, George W. Bush come “sceriffo dell’Old West che cammina tra noi, con la sua stella di latta, tronfio e sicuro di sé” e Noam Chomsky che ovviamente produce “osservazioni pungenti”.

Non è solo una retorica particolarmente infelice a privare di consistenza questo lavoro. Vi è anche un metodo di ragionamento lungo il quale vengono giustapposti fenomeni lontani con una malizia che sa di pregiudizio. Accantonando la rappresentazione inevitabilmente lugubre del profilo della superpotenza statunitense, che d’Orsi racconta come una “macchina poderosa, inarrestabile, invincibile ma paradossalmente fragile” guidata da una “auto-percezione del popolo degli Stati Uniti come ‘popolo eletto’, sinonimo nei fatti dell’Herrenfolk nazista”, colpisce l’insistenza dell’autore su Israele: “avamposto dell’Occidente imperiale e imperialistico”, promotore di “guerre coloniali” e “politiche genocidarie”, ma soprattutto responsabile primario della strategia di attentati kamikaze da cui è stato colpito. Perché, si domanda e si risponde lo stesso d’Orsi, “ci si può forse stupire che preferiscano, quegli uomini, una morte rapida, e magari ‘gloriosa’, facendosi saltare in aria, a quella morte lenta?”. 

Anche qui niente di nuovo, per carità. Non sarà d’Orsi il primo né l’ultimo a sostenere che Israele sia causa della sua tentata distruzione. Eppure stupisce il tono ardimentoso con qui queste tesi vengono accostate alla denuncia della cappa di omertà che, secondo l’autore, avrebbe catturato “l’intero ceto intellettuale e giornalistico occidentale”. Una falange di “intellettuali di regime”, con “i suoi silenzi complici e le sue connivenze”, protagonista di una “mobilitazione ideologica senza precedenti” a cui si sono sottratti i pochi eroici resistenti che “osano aprir bocca per dire pane al pane”. Tra cui naturalmente il d’Orsi insieme a Noam Chomsky ed Edward Said.

Nel frattempo, terminata con molta buona volontà la lettura del volume, è inevitabile domandarsi dove sia finita la tesi di partenza. E dunque chiedersi perché, almeno secondo d’Orsi, il mondo prima del 1989 fosse tanto migliore del nostro. Forse perché la sterminata malvagia mercatista e bellicista dell’iperpotenza statunitense era contenuta nella gabbia dell’equilibrio bipolare? Può anche darsi, ma da queste pagine non è dato comprenderlo. E a questo punto anche il lettore più cinico sarà stato preso da un attacco di nostalgia: non per l’epoca della guerra fredda, ma per il rigore di un pensiero critico che talvolta è capace di argomentare meno banalmente le proprie convinzioni.

Angelo d'Orsi “1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio”, Ponte alle Grazie 2009, pp.318, euro 16,00.


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20 gennaio 2009
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Le lezioni della guerra di Israele e lo stigma di Erode
La tregua è fragile e il costo in vite umane terribile, ma dei venti giorni dell’operazione Piombo Fuso è possibile fare un bilancio che guardi anche al modo in cui la politica italiana ha reagito a quest’ultima guerra. Il primo insegnamento non è affatto una novità e riguarda la determinazione di Israele a fare da sola per tutelare la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini, qualunque sia l’opinione prevalente nella comunità politica e mediatica internazionale.

È un insegnamento antico, iscritto nelle fondamenta dello stato ebraico, ma che in questo caso ha sostenuto la sua sfida più grande: quella contro l’accusa di aver deliberatamente condotto un “massacro di bambini”, secondo la formula usata dai molti che alludono (senza saperlo?) alla persistenza dello stigma di Erode come tratto del più classico antisemitismo. Se ogni guerra strazia bambini e genitori, comprese quelle che abbiamo democraticamente voluto negli anni della finzione retorica degli “interventi chirurgici”, è solo la guerra di Israele che merita il titolo di “massacro di bambini”.

Israele sapeva che sarebbe accaduto, così come tutti noi dovremmo conoscere gli strumenti utilizzati nella contesa mediatica globale dai compagni di strada di ogni latitudine del fondamentalismo islamista. E pur sapendolo, Israele ha intrapreso l’unica strada lasciata aperta dalla latitanza della comunità internazionale su Gaza e sugli obiettivi politici di Hamas.

Questo è il secondo e più autentico insegnamento che la guerra ci lascia in eredità: l’ammonimento innanzitutto a noi stessi a non permettere più che Israele sia costretta a fare affidamento solo sulle proprie forze per tutelare la propria sicurezza. E dunque, per quanto riguarda Gaza, l’assunzione di una responsabilità multilaterale diretta nella prevenzione e nella repressione del contrabbando di armi e nella radicale trasformazione della missione di Hamas come viatico per la rinascita umana e civile della Striscia. Ma è un ammonimento che si estende ben al di là della Palestina, investendo la nuova presidenza Obama e la probabile accelerazione che subirà già nei prossimi mesi il dossier nucleare iraniano. Perché anche in questo caso conosciamo già le modalità con cui la democrazia israeliana si prepara a tutelarsi in solitudine dal possibile salto di qualità di quel dossier, dalla sua eventuale trasformazione in minaccia reale contro Gerusalemme.

Alle nostre democrazie, e non solo a quella statunitense, spetta dunque l’onere di impedire che la questione iraniana diventi un problema esclusivamente israeliano. Rivitalizzando un’azione multilaterale di pressione su Teheran che in questi ultimi mesi è sembrata appannarsi, anche per gli effetti del cambio di amministrazione statunitense.

E la politica italiana? Come ha reagito dinanzi ad una discussione pubblica non solo estremamente polarizzata, come da tradizione nel caso di conflitti in quell’area, ma capace di travolgere misure e proporzioni: ad esempio sommando le ambiguità della formula del “massacro dei bambini” a paragoni storici pesantemente allusivi (come l’insistenza sull’”olocausto palestinese” o il confronto tra Gaza e Hiroshima che ieri campeggiava su un titolo di Repubblica di ben undici colonne)? In realtà la politica italiana ha reagito meglio del previsto sia al governo che all’opposizione, dove hanno prevalso toni equilibrati e la ricerca condivisa di un contributo fattivo alla soluzione della crisi.

Per una volta, complice la linea più defilata che Berlusconi ha impresso alla politica estera italiana prima dell’imminente accelerazione del G8, il tasso di protagonismo retorico non è stata l’unica misura della nostra iniziativa internazionale. Frattini ha commesso una gaffe clamorosa, annunciando in Parlamento che non vi sarebbe stata alcuna offensiva di terra israeliana, ma ha gestito in modo equilibrato un ruolo italiano che ha dovuto rendersi compatibile con la presidenza europea di Sarkozy. Ma ciò che più conta, l’Italia si prepara a svolgere intorno a Gaza un ruolo attivo di smilitarizzazione della Striscia partecipando alla prevenzione del contrabbando di armi.

Identico equilibrio è venuto da Piero Fassino, che in questa crisi ha finalmente mostrato a cosa potrebbe servire un buon ministro ombra del PD. L’ex segretario dei DS ha dato prova di lucidità individuando le fonti del conflitto nella vocazione irriducibile di Hamas e ha mostrato una buona dose di coraggio difendendo le ragioni di Israele alla sicurezza, senza imbarcarsi in polemiche autoreferenziali con il governo. Ma soprattutto è riuscito a compattare sulle proprie posizioni la gran parte del PD, nonostante la sostanziale assenza politica di Veltroni.

Rimarrebbe da dire di Massimo D’Alema, che in questi giorni ha mostrato come mai prima d’ora la tenacia del proprio pregiudizio anti-israeliano. Ma serve più ricordare l’isolamento politico che ne ha circondato le battute, tra cui quella memorabile secondo cui la stampa italiana sarebbe imbeccata dai servizi di sicurezza di Gerusalemme.


18 gennaio 2009
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Se lo dice Yehoshua / 2

A. B. Yehoshua Noi ebrei e i razzi di Gaza
Caro Gideon (Levy),
negli ultimi anni ero solito telefonarti per complimentarmi per i tuoi articoli e reportage sulle ingiustizie, i soprusi, gli espropri, le angherie e le sopraffazioni commessi nei Territori occupati sia dall’esercito israeliano sia dai coloni. Non ti domandavo come mai non ti recavi anche negli ospedali israeliani per riferire le storie dei civili rimasti coinvolti in attentati terroristici. Accettavo la tua posizione che ci sono abbastanza giornalisti che svolgono questo tipo di lavoro mentre tu ti eri assunto l’impegno di mostrare la sofferenza dell’altra parte, dei nostri nemici di oggi e vicini di domani. Ed è in considerazione di questa stima nei tuoi confronti che ritengo giusto reagire ai tuoi recenti articoli sulla guerra in corso, perché la tua voce possa continuare a serbare l’autorità morale che la contraddistingue.
Quando ti pregai di spiegarmi perché Hamas continuava a spararci addosso anche dopo il nostro ritiro tu rispondesti che lo faceva perché voleva la riapertura dei valichi di frontiera. Ti chiesi allora se ritenevi plausibile che Hamas potesse convincerci adottando un comportamento del genere o se, piuttosto, non avrebbe ottenuto il risultato contrario, e se fosse giusto riaprire le frontiere a chi proclamava apertamente di volerci sterminare. Non ricevetti da te alcuna risposta. I valichi, da allora, sono stati riaperti più volte, e richiusi dopo nuovi lanci di razzi. Sfortunatamente, però, non ti ho mai sentito proclamare con fermezza: adesso, gente di Gaza, dopo aver respinto giustamente l’occupazione israeliana, cessate il fuoco.
Talvolta penso, con rammarico, che forse tu non provi pena per la morte dei bambini di Gaza o di Israele, ma solo per la tua coscienza. Se infatti ti stesse a cuore il loro destino giustificheresti l’attuale operazione militare, intrapresa non per sradicare Hamas da Gaza ma per far capire ai suoi abitanti (e malauguratamente, al momento, è questo l’unico modo per farglielo capire) che è ora di smetterla di sparare razzi su Israele, di immagazzinare armi in vista di una fantomatica e utopica guerra che spazzi via lo Stato ebraico e di mettere in pericolo il futuro dei loro figli in un’impresa assurda e irrealizzabile. Oggi, per la prima volta dopo secoli di dominio ottomano, britannico, egiziano, giordano e israeliano, una parte del popolo palestinese ha ottenuto una prima, e spero non ultima, occasione per esercitare un governo pieno e indipendente su una porzione del suo territorio. Se intraprendesse opere di ricostruzione e di sviluppo sociale, anche secondo i principi della religione islamica, dimostrerebbe al mondo intero, e soprattutto a noi, di essere disposto a vivere in pace con chi lo circonda, libero ma responsabile delle proprie azioni.

La Stampa, 18 gennaio 2008


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13 gennaio 2009
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Se lo dice Magiar...
Victor Magiar Hamas non è il popolo palestinese
Chi ha dormito almeno una volta in un campo profughi palestinese sa che è una menzogna confondere il popolo palestinese con Hamas. Il colonialismo non ha solo il volto cinico e razzista dell'europeo predatore, ma può avere anche quello ipocrita, e comunque razzista, dell'europeo benevolo, dallo sguardo pietoso e indulgente verso altri popoli considerati incapaci di prendere in mano il proprio destino.
Così, i colonialisti dal volto umano non vogliono vedere la più evidente delle verità: una parte del popolo palestinese ha scelto di risolvere la propria condizione di oppressione usando gli strumenti della politica e del compromesso, un'altra parte, minoritaria, ha scelto la via della guerra totale, della nuova «soluzione finale» per gli ebrei in Medio Oriente e nel resto del mondo.
Rimango sempre allibito quando sento dire che la condizione di occupazione (o in generale quella di oppressione o sofferenza) debba inevitabilmente sfociare in scelte radicali: non è vero. È possibile invece esprimere altre posizioni e individuare altre vie: questo è il dibattito che ha attraversato la società palestinese in questi decenni e che trova nella nell'ANP e in Mahmoud Abbas la sua più avanzata rappresentazione.
Del resto (smascheriamo un'altra manipolazione) la posizione rappresentata da Hamas non si può definire radicale, ma fanatica, razzista e totalitaria. È ormai insopportabile sentir recitare il solito mantra che la pace fra israeliani e palestinesi non è stata raggiunta per responsabilità di «entrambe le parti»: dal 2000 la pace è in ostaggio della multinazionale dell'integralismo islamico e nessuno in questi anni ha realmente aiutato Al-Fatah a contrastare Hamas, anzi… Nel mondo musulmano importanti finanziatori hanno ingrassato Hamas a dismisura, in Europa politici e «attivisti», mascherati da campioni della realpolitik, hanno fatto di tutto per farci digerire il mostro integralista.
Questa, secondo me, la massima responsabilità dei manipolatori della parola più sacra ad ebrei e musulmani: pace. Quando Hamas si è impossessata di Gaza decimando per le strade i militanti di Al-Fatah, i loro dirigenti e i loro parenti, bambini inclusi, nessun presunto «amico del popolo palestinese» ha fiatato, nessuno ha formato delegazioni di pacifisti o di parlamentari per fermare i golpisti e il loro eccidio fraterno. Così come non li abbiamo visti andare da Hamas a chiedere di smettere il lancio dei missili (… e a dire il vero non li abbiamo visti nemmeno protestare per altre tragedie in altre parti del mondo). No. Il colonialista dal volto umano ha sempre la stessa risposta pronta: «poveretti bisogna capirli… hanno tanto sofferto» e quindi è loro concesso tutto. In realtà è a Hamas che concedono tutto, al popolo palestinese rimane solo una sanguinaria dittatura.
Siamo ormai al paradosso: in Europa le strade si gonfiano di urla che confondono la tragedia palestinese con il disegno di Hamas, che vuole la tragedia, mentre nel mondo arabo si attende con ansia la caduta di Hamas, la cui sconfitta militare e politica potrà aprire nuovi scenari.
Immagino già la risposta, il solito mantra: la soluzione è politica! Certo, ma la soluzione politica ci sarà solo a condizione della sconfitta del ricatto militare. Chi crede nella violenza ha un suo codice culturale e psicologico: Hamas ha interpretato la pazienza di Israele come segno di debolezza. Dopo 8 anni di missili Israele non solo ha risposto, ma ha spiegato a Hamas, Hizb-Allah e Iran, che è ancora uno Stato solido e forte, che la loro violenza non paga. Invece di raccogliersi ad Assisi per fare proclami sul destino del mondo, vadano i pacifisti a Sderot e a Gaza: spieghino loro a Hamas che la soluzione è solo politica. Spieghino che deve rinunciare alla violenza contro Israele, Al-Fatah e i palestinesi. Spieghino ai cittadini del sud di Israele che possono fare affidamento anche sull'opinione pubblica europea, e non solo su Tzahal.
Il Corriere della Sera - 13 gennaio 2008

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11 gennaio 2009
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Se lo dice Obama...

Washington, 10 gennaio. Il presidente eletto Barack Obama "ha detto più volte che Hamas è un'organizzazione terroristica che mira alla distruzione di Israele, e non possiamo trattare con loro fino a quando non riconosceranno Israele, non rinunceranno alla violenza e non accetteranno gli accordi sottoscritti in passato da palestinesi e israeliani", ha detto la portavoce di Obama per le questioni relative alla sicurezza nazionale Brooke Anderson in una dichiarazione al Jerusalem Post.


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8 gennaio 2009
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Se lo dice Yehoshua...

Avraham B. Yehoshua Hamas non ha pietà della sua gente
... I dirigenti di questa organizzazione, inorgogliti ed esaltati dalla sensazione di vittoria, invece di tirare un sospiro di sollievo, riappropriarsi delle terre evacuate dai coloni e dare il via a un accelerato processo di ricostruzione che tutto il mondo avrebbe guardato con favore concedendo ampie e generose sovvenzioni, hanno cominciato a programmare il proseguimento della lotta. Come se il ritiro israeliano non fosse che il primo passo per un definitivo annientamento dello Stato ebraico. Non bisogna infatti dimenticare che l’ideologia integralista di Hamas, condivisa da non pochi palestinesi, non riconosce la legittimità dell’esistenza di Israele, e non importa entro quali confini. Come dopo il ritiro unilaterale israeliano dal Libano meridionale gli esponenti di Hezbollah si erano illusi di poter sgretolare Israele e avevano aperto il fuoco sulle comunità civili del Nord portando morte e distruzione nel proprio Paese, così i palestinesi di Gaza hanno cominciato non solo ad accarezzare il sogno di una liberazione della Palestina ma anche quello di una utopistica grande rivoluzione islamica, ispirata da Iran e Hezbollah. E anziché rifornirsi di materiali edili e di macchinari per l’industria, hanno fatto scorta di razzi - anche a lunga gittata - cominciando a martellare i centri abitati israeliani del Sud. A tale pioggia di razzi Israele ha risposto chiudendo i valichi con la Striscia e ponendo un embargo sui rifornimenti a quella piccola e isolata regione. E allorché al termine di una tregua di sei mesi gli uomini di Hamas hanno ripreso a sparare contro le comunità civili (arrivando a lanciare fino a 70 razzi al giorno), è scattata l’attuale offensiva militare.
... Il governo di Hamas è indifferente alla sua popolazione. I capi e dirigenti si sono dati alla clandestinità o, più precisamente, si sono rintanati nei bunker sotterranei lasciando il popolo in preda alle sorti di un’irrealizzabile avventura fondamentalista. Non c’è da stupirsi che, a eccezione di alcune scontate e automatiche manifestazioni di sostegno, la maggior parte dei palestinesi di Cisgiordania e di Israele, nonché il mondo arabo, osservino con indifferenza ciò che avviene nella Striscia...
La Stampa, 8 gennaio 2008, p.1


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7 gennaio 2009
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Il problema di D'Alema con l'ebraismo

Di Massimo D’Alema mi è già capitato di scrivere in lungo e in largo. Lo considero un personaggio con qualche qualità e qualche difetto. Essenzialmente una promessa mancata della sinistra italiana, destinata a svolgere di qui in avanti un onesto lavoro di battutista politico (copyright Christian Rocca) simile a quello che questo paese ha riservato negli ultimi anni a Giulio Andreotti. Tra i difetti del personaggio, tuttavia, ce n’è uno che rappresenta il segno più grave del suo declino politico. Ed è il pregiudizio nei confronti del ruolo delle comunità ebraiche nella vita della nazione italiana. Perché il problema di D’Alema non è Israele né Hamas, ma più esattamente l’ebraismo. Mi è capitato di scriverne più estesamente sulla Stampa nell'agosto 2006. Allora la guerra si combatteva in Libano, c'erano ancora i Democratici di Sinistra e Veltroni era tranquillo al Campidoglio, il soggetto islamista era Hezbollah ma i problemi di D’Alema erano sostanzialmente gli stessi. Ecco qua:

IL MASSIMO DEL COMPLESSO - La Stampa, 18 agosto 2006, p.1
È un fronte interno al quale siamo abituati ormai da qualche anno, quello che si è appena riaperto tra Massimo D’Alema e le comunità ebraiche dopo l’ultimo “tour di amicizia e solidarietà con il mondo arabo” del nostro ministro degli esteri. Dopo il primo inciampo nato dalle dichiarazioni di equivicinanza tra Israele e Hamas, questa volta gli vengono imputate le critiche implacabili alla campagna militare dell’esercito di Tel Aviv insieme ad una interpretazione dell’accresciuta forza di Hetzbollah che a qualcuno è sembrata suonare più come un auspicio che come una analisi (soprattutto perché si svolgeva a poche ore di distanza dall’ormai celebre passeggiata a braccetto di un leader locale del Partito di Dio filo-iraniano). Ma è solo l’ultimo atto di una polemica che si è svolta sempre lungo un crinale particolarmente infido e scivoloso, sotto il quale l’accusa di antisemitismo si intravede assai meglio di quella in fondo sopportabile di scarso entusiasmo nei confronti di Israele.

Da questa polemica D’Alema si è sottratto assai di rado nel corso degli anni, preferendo affrontare di petto i suoi accusatori con una energia degna di ben altre sue lontane battaglie. Forse perché il leader postcomunista ha scelto di leggere questo fronte con gli stessi strumenti della più tradizionale contesa tra destra e sinistra, vedendo nella polemica sul suo presunto antiebraismo una manovra partorita da “certi ambienti politici e intellettuali che hanno molto puntato in questi anni su una specie di asse privilegiato nei rapporti tra Israele, comunità ebraiche e centrodestra in Italia”, come ha dichiarato il 21 maggio all’Unità nella sua prima intervista da ministro degli esteri. Aggiungendo che quella contro cui avrebbe dovuto lottare dalla Farnesina era “una campagna sull'antisemitismo della sinistra che non ha invece alcun fondamento".

E forse è proprio qui il punto sul quale l’ebraismo italiano misura tutta l’incolmabile distanza da D’Alema, la negazione alla radice dell’esistenza di quell’antisemitismo di sinistra che rappresenta invece uno dei fenomeni nuovi del panorama politico occidentale. Alimentato dalle spoglie di un terzomondismo trasfigurato dall’emersione del fondamentalismo islamista, sfuggito alla disciplina di un canone comunista occidentale che in ogni caso (e nonostante i crimini antisemiti di cui è intessuta la storia del comunismo sovietico) non avrebbe mai permesso che filoarabismo e critica alla politica di Israele sconfinassero nel pregiudizio antiebraico, l’antisemitismo di sinistra rappresenta uno dei prodotti più indigesti lasciati in eredità dall’11 settembre e dalla guerra in Iraq. Grazie al quale Israele ha finito per rappresentare (di nuovo?) l’avanguardia armata e belligerante di un disegno imperiale guidato da Washington e votato al dominio mondiale, nel mentre le “masse arabe” si sono ormai impiantate nell’immaginario politico di una parte della sinistra come la nuova incarnazione della “classe generale”.

Al vertice dei Democratici di Sinistra tutto questo è stato letto con lenti completamente divergenti. Mentre Piero Fassino sceglieva proprio dopo l’11 settembre di intensificare l’antica battaglia personale contro ogni cedimento del proprio campo al pregiudizio antiebraico, all’altro polo della leadership diessina si assisteva ad una infilata di prese di posizione che sembravano rifuggire dalla consapevolezza dell’intreccio tra antisemitismo e antisionismo e che ben di rado mostravano comprensione per i termini di vita o di morte nei quali Israele concepisce la propria esistenza. Nel 2002, nel suo libro “Oltre la paura”, D’Alema si sarebbe posto precisamente quella domanda (“L'esistenza di Israele è oggi realmente in pericolo? C'è davvero il rischio dell'annientamento, della distruzione dello Stato ebraico?), salvo rispondervi in toni del tutto negativi: “Le cose però non stanno così. Nessuna "nuova Monaco" è alle porte. La potenza militare di Israele e le sue alleanze internazionali determinano la sua schiacciante superiorità nei confronti di chiunque osi minacciarla”. Nessun pericolo mortale per chi dispone di una “schiacciante superiorità”, dunque, e nessun eccessivo rigore nel leggere la diffusione del nuovo fenomeno del terrorismo kamikaze in casa palestinese. Tanto che nello stesso libro troviamo un’assai scivolosa argomentazione sulla differenze esistenti tra kamikaze e kamikaze, tra i militanti di Al Qaeda e “gli adolescenti palestinesi che si sono fatti esplodere in mezzo a civili israeliani”. Perché “ci si può illudere – secondo D’Alema - che il problema sia limitato a pochi gruppi di fanatici e che la soluzione consista quindi nel loro annientamento”. Ma la verità è che “se il terrorismo appare come l'unico strumento a disposizione di popoli privi di ogni altra forza contrattuale per affermare i propri diritti, allora è chiaro che troverà sempre nuovo alimento”. Tra la negazione dell’esistenza di un pericolo mortale per Israele e la rimozione del fenomeno dell’antisemitismo di sinistra, non stupisce troppo che D’Alema sia diventato da qualche anno l’obiettivo privilegiato delle comunità ebraiche italiane. Contro le quali era direttamente sceso in campo già nel gennaio 2003, allorché Alberto Asor Rosa aveva subìto una sorta di processo pubblico a Milano per avere imperniato anche sul concetto di “razza ebraica” una sua severa critica alla politica di Sharon. D’Alema si era schierato senza remore a sostegno dell’intellettuale romano, dal quale lo separava da anni una enorme distanza politica, prendendo carta e penna per accusare su Repubblica i leader della comunità ebraica milanese di “intolleranza verso posizioni che hanno il solo difetto di non essere condivise”.

Difficile che tale groviglio di diffidenza reciproca venga sciolto nella nuova stagione di governo. Il pericolo è semmai quello di un suo ulteriore ingarbugliarsi, sotto la spinta congiunta della chiusura di credito delle comunità ebraiche e degli orientamenti della Farnesina dalemiana. Che tra i propri modelli di riferimento, con cui qualificare la nuova stagione di protagonismo internazionale, sembra aver incluso anche una rinnovata miscela tra il filoarabismo craxiano e la pragmatica navigazione andreottiana tra regimi di ogni qualità. Tutto bene, se non fosse che dopo l’11 settembre alcuni tra gli interlocutori del mondo arabo appaiono assai più inquietanti di quelli laici e democratici con cui avevano a che fare i condottieri della Prima repubblica.


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7 gennaio 2009
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Se lo dice il Direttore...

Caro Direttore, leggo su il Tempo che un giornalista del Riformista che ha avvicinato D’Alema, l’altra sera ospite a Matrix, si è sentito fare questa domanda a proposito di Andrea Romano: "Ma perché lo fate scrivere di politica estera?". Che risponde? Michele Cagliari
"La mia stima per D'Alema è pari alla mia rabbia quando parla di Hamas. «Un partito politico con 25mila uomini in armi», come dice lui, che partito politico è? Personalmente - è noto - la penso come Fassino: Hamas riconosca il diritto ad esistere di Israele e poi se ne parla. E la penso come Andrea Romano, che scrive di politica estera sul Riformista perché la conosce, la studia, ne scrive professionalmente da anni. Del resto non è affatto solo nel contestare le legittime, ma isolatissime posizioni in materia di Massimo D'Alema".
Antonio Polito sul Riformista di oggi, p.13


29 dicembre 2008
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Le parole di Obama su Gaza

Questo è quanto scrive oggi il Wall Street Journal. E davvero non potrebbe essere scritto meglio:

“L’attacco israeliano su Gaza in risposta ai lanci di razzi di Hamas sta scatenando le prevedibili denunce internazionali. Ma il miglior commento potrebbe essere questo: “Se qualcuno sparasse razzi contro casa mia, dove dormono le mie due figlie, io farei qualunque cosa per fermarlo. E mi aspetterei che Israele facesse qualunque cosa per fermarlo”. Sono le parole che Barack Obama ha pronunciato lo scorso luglio visitando Israele da candidato alla presidenza. …
È importante comprendere la cronologia delle ultime violenze. Israele ha ritirato sia i propri soldati che tutti i propri coloni da Gaza nell’agosto 2005. Hamas ha conquistato il potere a Gaza, strappandolo all’organizzazione di Abu Mazen, nel 2007. Dal 2005 ad oggi Hamas ha lanciato da Gaza circa 6300 razzi contro civili israeliani, uccidendone 10 e ferendone più di 780. Nei primi mesi di quest’anno Hamas ha accettato una tregua, durante la quale i lanci sono diminuiti ma mai cessati del tutto. Hamas ha infine rifiutato di prolungare la tregua oltre il 19 dicembre, quando il gruppo ha ripreso gli attacchi effettuando circa 300 lanci di razzi, missili e colpi di mortai. I 250.000 abitanti israeliani delle aree meridionali del paese vivono in una condizione di minaccia costante, spesso costretti nei rifugi, ma l’attenzione dei media mondiali sembra farvi attenzione solo quando Israele risponde al fuoco di sbarramento di Hamas.
Il sostegno a Israele dell’amministrazione Bush è benvenuto… E in questi avvenimenti leggiamo anche una lezione per Obama, che scoprirà presto come i terroristi mediorientali non siano affatto disposti a modificare le proprie ambizioni radicali solo perché l’America si è dotata di un nuovo presidente”.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 29/12/2008 alle 11:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (40) | Versione per la stampa

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