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6 febbraio 2011
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Cameron chiude l'era multiculturale e rilancia
Impantanati come siamo in un dibattito pubblico non proprio edificante, rischiamo di dimenticare che fuori dai confini italiani si continua a discutere dei temi che definiscono il profilo delle nostre comunità civili di fronte ai mutamenti globali. È quanto ci ricorda il discorso tenuto ieri a Monaco di Baviera da David Cameron. Una riflessione solo formalmente dedicata alla minaccia del terrorismo, ma in realtà un passo politico molto impegnativo sui diritti e i doveri di coloro che condividono le istituzioni di una società aperta. E insieme l’annuncio del possibile ritorno di Londra ad una fase di forte attivismo democratico in campo internazionale.
Sarebbe facile riconoscere nelle affermazioni di Cameron contro “l’ideologia dell’estremismo islamico” e a favore di “un più attivo liberalismo muscolare” l’eco delle parole usate subito dopo l’11 settembre da Tony Blair. Facile ma inevitabile, soprattutto se ricordiamo con quanto impegno Cameron ha voluto distanziarsi dal predecessore soprattutto sui temi della politica estera e del contenimento del fondamentalismo. Nel suo percorso verso Downing Street il giovane leader conservatore ha insistito a più riprese sulla necessità di adottare in campo internazionale un approccio finalmente pragmatico, e dunque libero dal peso e dai condizionamenti dell’interventismo morale che il New Labour aveva impresso (secondo i suoi critici) alla politica estera di Londra. Così come lo stesso Cameron ha spesso offerto una lettura ottimistica, quasi irenica, della capacità della società britannica di accogliere e valorizzare al proprio interno le diverse identità etniche e religiose: “Siamo così fortunati, noi britannici, a poter professare le nostre diverse fedi religiose in pace, armonia e tolleranza. Poche nazioni sono più attrezzate a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isole in una comune identità civile”. Sono parole del 2006, Cameron era ancora lontano dalle responsabilità di governo e in quell’occasione il suo interlocutore era l’induista Morari Bapu, eppure la distanza tra quelle parole e il discorso di Monaco non potrebbe essere più evidente. Ma se è vero che l’esperienza di governo indurisce anche gli animi più teneri, il mutamento di rotta impresso da Cameron non ha a che fare solo con le asprezze quotidiane di Downing Street. C’è anche la presa d’atto della persistenza di un’agenda politica che non era stata inventata né da Blair né da Bush e che dunque non è tramontata con l’uscita di scena dei protagonisti della fase più drammatica della vicenda irachena. Un’agenda di “diritti umani universali”, secondo la definizione dello stesso Cameron, che confligge con le fascinazioni perbeniste del relativismo e che il Primo Ministro britannico ha affidato ieri a quattro domande con cui verificare la compatibilità democratica di qualsiasi organizzazione a sfondo religioso che voglia operare in Gran Bretagna: “Credono nei diritti umani universali, anche per le donne e per coloro che professano religioni diverse? Credono nell’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge? Credono alla democrazia e al diritto dei popoli di eleggere i propri governanti? Incoraggiano l’integrazione o il separatismo?”.
Un test innocuo solo all’apparenza, che non sarà semplice tradurre nella griglia normativa che in Gran Bretagna disciplina l’accesso delle organizzazioni non governative al sostegno pubblico. Ma è chiaro che la partita che Cameron ha deciso di giocare va oltre quest’angolo, guardando anche al ruolo che Londra può svolgere in un quadro mediorientale che torna a muoversi. Perché se in questi mesi la svolta pragmatica impressa alla politica estera britannica aveva fatto immaginare (o temere) un suo profilo più defilato nel mondo, Cameron ha scelto di tornare all’attivismo internazionale scommettendo sulle carte della democrazia e dei diritti universali. Un messaggio inequivocabile rivolto tanto alla società britannica quanto  alle piazze e ai prossimi governanti di Tunisi e del Cairo, ma soprattutto una promessa che in queste settimane nessun altro leader europeo si era sentito di assumere con tanta chiarezza.


7 maggio 2010
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Dopo il voto, Mr Dubbio a Downing Street?
Nel momento più difficile per la storia europea dell’ultimo decennio, la Gran Bretagna ha scelto di non scegliere. E se gli exit polls di questa notte saranno confermati, con nessun partito capace di superare il traguardo dei 326 seggi in grado di garantire la maggioranza, da oggi Londra avrà un governo privo della forza necessaria ad affrontare i tempi difficili che attendono il paese. Al termine di una delle campagne elettorali più incerte dell’ultimo quarto di secolo gli scenari possibili sono essenzialmente due, ed entrambi privi di ragioni per guardare con ottimismo all’immediato futuro. Il primo e più probabile è un governo di coalizione tra Laburisti e Liberaldemocratici, tenuto insieme dall’ostilità ai Conservatori e dalla promessa laburista di ritoccare la legge elettorale in senso proporzionale secondo la storica rivendicazione del partito di Nick Clegg.

È altamente improbabile che a capo di un esecutivo di questo tipo rimanga Gordon Brown, che appare ormai destinato ad essere sostituito da David Miliband o da qualche altra figura laburista meno logorata. Con il risultato di privare un governo già debole della personalità più capace di gestire misure dure e impopolari, come quelle che attendono un paese alle prese con la crisi peggiore dagli anni Settanta in avanti. La presenza di Nick Clegg nell’esecutivo rappresenterebbe poi un ulteriore ostacolo sulla strada di un’efficace azione di governo. Perché il ruolo ormai indispensabile del partito liberaldemocratico, che ha comunque ottenuto un risultato ben al di sotto delle aspettive suggerite dalla sua abilità telegenica, nasce soprattutto dal crollo verticale della fiducia nella politica che ha scosso la nazione britannica nell’ultimo biennio.

Crisi finanziaria ed esplosione dell’antipolitica si sono intrecciate in forme a noi familiari ma relativamente sconosciute per la Gran Bretagna, con il risultato di favorire il partito che più di altri poteva vantare una patente di verginità per essere rimasto tanto a lungo lontano dalle responsabilità di governo. Ma se verginità politica e capacità di governo difficilmente coincidono, è certamente vero che le proposte dei Liberaldemocratici ricordano troppo da vicino “le idee che possono essere scritte sul retro di un tovagliolo alla fine di un’allegra cena tra amici” (come ha detto Gordon Brown). Il secondo scenario potrebbe vedere un governo di minoranza a guida conservatrice, secondo l’esperienza storica del febbraio 1974 quando l’ultimo caso di “hung parliament” si tradusse nel breve governo laburista che portò nuovamente il paese alle urne in autunno.

Anche in questo caso il compito di Cameron dovrebbe esaurirsi nella guida di una sorta di governo balneare, con il doppio effetto negativo di dilapidare il potenziale di novità del giovane leader conservatore e di congelare la capacità di reazione britannica dinanzi alla crisi europea. In entrambi i casi, un esito ben poco incoraggiante per una nazione che nei prossimi mesi avrà bisogno di una guida politica lucida e determinata.


5 maggio 2010
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Il New Tory Cameron è figlio di Blair
Per uno di quei paradossi di cui vive la storia politica, prima di trasformarsi nella più clamorosa storia di successo della sinistra contemporanea il Labour Party aveva rappresentato per larga parte del Ventesimo secolo la pecora nera del socialismo europeo. È vero che subito dopo la seconda guerra mondiale era stato proprio un governo laburista a porre le basi di un solido e duraturo sistema di welfare, gestendo la fine dell’impero britannico e contribuendo a definire l’architettura di sicurezza euroatlantica, ma è anche vero che dagli anni Cinquanta in avanti quel partito aveva governato poco e male. E mentre le socialdemocrazie nordiche e poi i socialismi mediterranei macinavano successi e definivano nuovi paradigmi culturali, il Labour aveva finito per rappresentare l’emblema del settarismo inconcludente e ripiegato su se stesso. Soprattutto di fronte alla potenza trasformativa dell’era Thatcher.

Il New Labour ha capovolto questo schema in patria e all’estero, diventando fin dalla metà degli anni Novanta il termine di paragone inevitabile per qualsiasi disegno progressista europeo. In positivo o in negativo, la vicenda laburista più recente ha definito uno standard al quale nessun’altra sinistra europea ha potuto sottrarsi anche quando lo ha fortemente voluto. Se questo è accaduto non lo si deve né ai segreti del mestiere comunicativo di Tony Blair né a qualche misteriosa macchinazione del circuito internazionale dell’informazione, ma ad una ragione molto più banale. Ovvero alla capacità di quel partito di governare per un lungo periodo di tempo una delle nazioni più avanzate del pianeta, realizzando un programma politico progressista adeguato ai tempi della globalizzazione.

Tradotto in uno slogan peraltro entrato ormai da anni nel lessico della sinistra europea, si è trattato di conciliare la coesione sociale con la crescita economica o la creazione di ricchezza con la sua redistribuzione. In termini più concreti, è accaduto ad esempio che nell’arco di un decennio il governo laburista abbia più che raddoppiato gli stanziamenti per l’educazione prescolastica (passati da 2 a 5 miliardi di sterline) o abbia moltiplicato da 3,6 a 24 miliardi di sterline le risorse destinate agli strumenti di welfare-to-work, potenziando i meccanismi di mobilità sociale di una delle nazioni più corporative d’Occidente nel mentre accompagnava una delle fasi di crescita economica più dinamiche nella storia britannica. Così come il campo dei nuovi diritti civili ha visto l’introduzione di forme di tutela per le coppie di fatto e persino in politica estera, dove Blair ha pagato i prezzi di popolarità più alti, è soprattutto grazie al New Labour che è stato possibile superare quel paradigma di neutralità passiva nel quale la gran parte della sinistra europea si era facilmente accomodata dopo la fine della Guerra Fredda. È vero che non è accaduto solo questo, così com’è vero che nell’ultimo biennio la crisi ha esposto tutti i limiti della eccessiva finanziarizzazione dell’economia britannica. Ma è difficilmente contestabile l’esito del confronto tra l’esperienza di governo neolaburista e quella di qualsiasi altro centrosinistra europeo nello stesso periodo.

Se questo è stato l’impatto del New Labour sui modelli politici progressisti europei, in profonda crisi di ispirazione dopo l’eclisse della socialdemocrazia alla fine degli anni Ottanta, le conseguenze di tredici anni di governo laburista sono ben visibili anche in patria e anche alla vigilia della più che probabile sconfitta elettorale di Gordon Brown. Perché è proprio in questi giorni che l’offerta politica britannica ci appare stabilmente spostata verso le coordinate progressiste. Con un leader conservatore che rende appassionato omaggio al National Health Service (il sancta sanctorum della simbologia laburista) mentre annuncia politiche multietniche del tutto inedite per la storia Tory, e un leader liberaldemocratico che si vanta di avere ereditato il meglio della tradizione laburista. La trasformazione in senso progressista dello Zeitgeist politico britannico è forse il successo più grande del New Labour. Un progetto che era stato etichettato dai suoi critici di sinistra come una svendita del patrimonio ideale laburista al banco del thatcherismo e che invece è riuscito a condizionare sia l’ispirazione che l’agenda del partito che fu di Margaret Thatcher.  


24 aprile 2010
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La debole Albione
Nonostante le apparenze, la Gran Bretagna è una nazione tutt’altro che sicura del proprio ruolo nel mondo. In una celebre battuta di Tony Blair: “La Germania ha perso la guerra ma è riuscita è superare il trauma; la Francia ha quasi perso la guerra ma è riuscita a superare il trauma; noi invece abbiamo vinto la guerra, ma non siamo ancora riusciti a superare il trauma”. È stato vero per gran parte della seconda metà del Novecento, se ricordiamo il prezzo che Londra ha dovuto pagare all’incertezza mostrata fin dall’inizio verso il progetto dell’Europa comunitaria. Ma continua ad esser vero anche nel 2010, quando la Gran Bretagna fatica a trovare la strada per recuperare quello status di cui ha goduto dalla metà degli anni Novanta  soprattutto all’interno della comunità euroatlantica. Oggi non è più il partner privilegiato dell’amministrazione statunitense, che avendo ridotto l’importanza del perimetro europeo non richiede più l’uso esclusivo del perno britannico per proiettarsi sul continente, mentre continua a rimanere ai margini dell’Unione e ha subìto dall’impatto della crisi economica un forte ridimensionamento del ruolo di motore esterno della crescita.

Sullo sfondo di questa incertezza di status, chi volesse trovare una prospettiva convincente nelle parole dei tre candidati alla guida di Downing Street sarebbe destinato a delusione. Se n’è avuta conferma giovedì sera, quando sugli schermi di Sky è andato in onda il secondo confronto diretto e questa volta dedicato ai temi di politica internazionale. Nessuno dei tre leader ha offerto indicazioni decisive su quello che dovrebbe essere il nuovo ruolo internazionale del paese, limitandosi a ribadire il canone di retoriche tanto ideologiche quanto ricche di complicazioni per il futuro. David Cameron ha confermato la ritrovata forza dell’antieuropeismo conservatore, avendo scelto di concedere proprio su questo tema ampio spazio al nostalgismo thatcheriano in cambio del sostegno ricevuto sull’innovazione nel campo dei diritti civili e dei servizi pubblici. Il risultato è la possibilità che un futuro primo ministro Tory si riveli del tutto disconnesso dai suoi colleghi conservatori continentali proprio sui nodi futuri dell’Unione europea.

Dall’altra parte Gordon Brown ha difeso le formule classiche del lungo ciclo di governo neolaburista: l’europeismo pragmatico di chi non è riuscito a far compiere fino in fondo alla Gran Bretagna quel salto in avanti verso l’Unione promesso nel 1997, ma che nondimeno ha definitivamente archiviato l’antieuropeismo con il quale il suo partito aveva convissuto a fasi alterne fino alla fine degli anni Ottanta; la determinazione a combattere attivamente il terrorismo fondamentalista in patria e all’estero, con una retorica degna dell’interventismo democratico di marca blairiana; la tradizionale fiducia in una solida alleanza con gli Stati Uniti. Eppure persino le rassicuranti formule del (troppo) rassicurante Gordon Brown avevano un che di inadeguato rispetto alla nuova debolezza internazionale della Gran Bretagna, che certo non potrà trovare conforto nel ritorno alle glorie del passato recente.


Tra i tre, tuttavia, il più lontano dall’apparire convincente sul merito dei problemi è stato Nick Clegg. Il quale ha interpretato fino in fondo il nuovo ruolo di “rockstar della politica britannica”, come lo ha ribattezzato Philip Stephens, scegliendo l’eccesso come bussola di navigazione tra i temi internazionali. Ha dunque rivendicato un filoeuropeismo largamente sovrabbondante per un’opinione pubblica che deve ancora accettare i vincoli dell’integrazione comunitaria, così come ha flirtato con un antiamericanismo a sfondo pacifista che forse lo renderà popolare con i settori più radicali dell’elettorato laburista ma che non ha alcuna possibilità di essere tradotto in una vera agenda di governo.


A meno di due settimane dal voto, dunque, la Gran Bretagna si prepara a dotarsi di un governo che difficilmente sarà in grado di infondere nuova energia ai rapporti tra Londra e la comunità internazionale. Un ciclo storico si è definitivamente concluso, quello di un partito laburista che anche in caso di alleanza forzata con i liberaldemocratici non sarà in grado di dare il proprio segno ai prossimi anni, mentre si fatica a comprendere la direzione che dal 6 maggio sarà impressa alla nuova stagione. E allora è forse il caso di rassegnarsi, a malincuore, ad una Gran Bretagna politicamente più debole costretta ad assistere dalla tribuna a quel gioco internazionale di cui talvolta è riuscita ad essere protagonista.



9 aprile 2010
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Cameron e il ritorno al futuro dei Tories
All'inizio del 2005 Geoffrey Wheatcroft, tra i decani del giornalismo conservatore britannico, concludeva così un libro dedicato alla "strana morte dell'Inghilterra conservatrice" (“The Strange Death of Tory England”, Penguin Books, 2005): «Oggi i Tories potrebbero essere arrivati alla fine della loro storia. Nel corso di molti decenni il partito ha mostrato un feroce istinto di sopravvivenza e un'infinita capacità di reinventarsi, che ora sembrano scomparsi. In questi ultimi anni i conservatori sono sopravvissuti ripetendosi che prima o poi sarebbe tornato il loro turno. In realtà non c'è alcuna necessità che le cose vadano così. Perché non c'è alcuna legge della storia che obbliga un partito a sopravvivere».

Cinque anni dopo, a meno di un mese dalle elezioni del 6 maggio, i Tories si trovano largamente favoriti da sondaggi e bookmaker nella corsa per Westminster. Cos'è accaduto dal 2005 a oggi per ribaltare una percezione tanto negativa? Non bastano a spiegarlo, da soli, né l'elezione di David Cameron a nuovo leader né il durissimo impatto della crisi finanziaria sulla società del Regno Unito e dunque sulla credibilità di Gordon Brown. Molto di più ha contato la capacità del "partito naturale di governo" (come è stato definito il partito conservatore per gran parte del Novecento britannico) di liberarsi da quel trauma post-thatcheriano che lo aveva tenuto per tredici anni lontano da Downing Street, impedendogli fin dal 1997 di offrire all'elettorato una ricetta appetibile.

Il merito di questa rinascita ideologica prima che politica è in grande misura di David Cameron. Ma si deve solo in parte al tratto glamour e mediatico di questo giovane leader, che sembra avere imparato alla perfezione i riti della società televisiva (avendo tra l'altro lavorato per sette anni nel gruppo Carlton Communications) e che ama condividere in pubblico le gioie e i dolori della sua dimensione familiare. Assai più di questo, nella resurrezione dei Tories ha contato il riposizionamento strategico di un partito che ha finalmente compreso il profondo cambiamento che ha investito la Gran Bretagna negli anni di Blair e che non vagheggia più un ritorno all'età dell'oro di Margaret Thatcher. Quella stessa Thatcher che nel novembre 1990 fu estromessa dal governo non dall'elettorato ma dal suo stesso partito, in un colpo di mano che è poi tornato negli incubi dei suoi eredi come torna la maledizione di un matricidio. Perché i Tories si liberarono della Thatcher, imputandole un grado ormai intollerabile di chiusura al dialogo e di ostilità all'Europa, ma fino a Cameron non sono mai riusciti a liberarsi del thatcherismo come visione del mondo alla quale tornare.

Ci provò per primo William Hague, che tra il 1997 e il 2001 fronteggiò senza grandi speranze il primo e più forte ciclo di governo blairiano ricorrendo alla carte (thatcheriane) dell'euroscetticismo e della lotta al crimine. Dal 2001 al 2003 fu il turno del disastroso Iain Duncan Smith, la cui inconsistente leadership cercò di sorreggersi alla retorica (thatcheriana) dei tagli ai servizi sociali e alla spesa pubblica. Andò meglio con Michael Howard che dal 2003 riuscì ad avviare un disimpegno parziale dal nostalgismo thatcheriano, che tuttavia non gli impedì di scommettere sull'allarme sociale contro l'immigrazione clandestina in una campagna elettorale dai toni sostanzialmente xenofobi. La lunga traversata del deserto percorsa dai Tories è ben ricostruita da una monografia dello storico Tim Bale, appena uscita in Gran Bretagna (“The Conservative Party from Thatcher to Cameron”, Polity Press 2010). Un libro che ha il merito di andare sotto la superficie del "personaggio Cameron", e dunque oltre il suo indiscutibile capitale comunicativo, per guardare ai nodi che la sua leadership ha affrontato con gli strumenti di un navigato mestiere politico. Non è vero, infatti, che Cameron sia un novizio della politica. I suoi primi passi nel partito risalgono agli inizi degli anni Novanta, come funzionario del Conservative Research Department e poi come assistente speciale di Norman Lamont: il ministro dell'Economia di Major il cui nome sarà per sempre legato alla catastrofe del "mercoledì nero" del settembre 1992, che vide il crollo della sterlina e la sua fuoriuscita dal sistema monetario europeo.

L'innovazione fondamentale che Cameron ha introdotto nel partito conservatore è il diverso atteggiamento verso il ciclo di governo neolaburista: dal 2005 ad oggi, come spiega Bale, alla guida dei Tories vi è stato «chi ha compreso come Tony Blair, con il suo mix tra crescita economica e giustizia sociale, fosse riuscito a modificare il terreno sul quale l'opposizione doveva muoversi». Il blairismo come trasformazione strutturale del campo politico britannico, dunque, analogamente a quanto era accaduto vent'anni prima con la rivoluzione thatcheriana. Di qui la decisione di Cameron, come ha scritto Lorenzo Valeri, di scommettere su «quei nove milioni di elettori sotto i trent'anni che sanno poco o niente di Thatcher e Major ma tutto di Blair». Questo ha significato importare nel linguaggio politico conservatore la piena accettazione del National Health Service, il servizio pubblico sanitario, insieme a una nuova sensibilità verso i temi dell'ambiente (la green economy come leva di crescita) e dei diritti civili di nuova generazione (il sostegno alle civil partnerships anche tra persone dello stesso sesso). Così come ha importato una trasformazione radicale dello sguardo tory su immigrazione e multiculturalismo, che fa perno sui valori condivisi per costruire un nuovo amalgama nazionale. Nelle parole di Cameron: «Poche nazioni sono più attrezzate di noi a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isola in una comune identità civile. La Gran Bretagna non può limitarsi ad essere una comunità di comunità, ma può diventare un luogo dove i nostri valori superiori uniscono individualità diverse e danno un nuovo senso alla nostra cittadinanza».

Fin qui le operazioni di sdoganamento grazie alle quali, come ha scritto Kieron O'Hara in un ritratto di Cameron (“After Blair. David Cameron and the Conservative Tradition”, Icon Books, 2007), «il partito conservatore ha riconquistato la facoltà di essere ascoltato dalle classi medie» uscendo di fatto dalla nostalgia thatcheriana e assumendo alcuni temi classicamente blairiani come punti condivisi del discorso pubblico. Successivamente alla riconquista di quel centro innovatore che aveva già permesso a Blair di governare tanto a lungo, è poi venuto il recupero dell'elettorato tradizionale conservatore attraverso la denuncia della “broken society”: secondo Cameron la società britannica soffrirebbe di profonde fratture legate «all'erosione della responsabilità individuale che l'iperattivismo statale ha portato tra di noi», come ha dichiarato pochi giorni fa all'Economist. Tradotto in scelte politiche, significa la certezza che un prossimo governo conservatore introdurrà tagli sostanziosi alla spesa pubblica.

Quel che è assai meno certo è quale potrebbe essere il rapporto tra una Gran Bretagna a guida conservatrice e l'Europa, perché l'antieuropeismo è l'unico tema thatcheriano che non è stato minimamente intaccato dalla leadership di Cameron. Al contrario, dopo aver fatto uscire la delegazione tory al parlamento europeo dal Ppe per aderire a un nuovo gruppo ad alto contenuto di euroscettici, una volta arrivato a Downing Street il leader conservatore si prepara a rinegoziare con Bruxelles i termini della partecipazione alla legislazione europea in tema di occupazione e politiche sociali. Resta da vedere se si tratta solo di un pegno propagandistico o se il tema europeo sarà effettivamente una secca su cui potrebbe arenarsi il nuovo ciclo politico destinato ad aprirsi di qui a poche settimane in Gran Bretagna.


26 luglio 2009
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L'isola dei contagiosi
Quanto conviene vivere su un’isola? Dipende dall’isola, naturalmente. Ma anche dal momento storico che può capitare in sorte agli isolani, costretti talvolta a ricordarsi di avere il mare tutt’intorno. E dunque chiusi da ogni lato, circondati e senza alcuna possibilità di fuga dalle pestilenze interne. È così che in queste settimane devono sentirsi molti abitanti delle isole britanniche, in quelli che il Times ha definito “i giorni del panico”. Perché d’improvviso la Gran Bretagna si è scoperta attraversata da un’ondata particolarmente aggressiva d’influenza suina, di violenza assai maggiore che in qualsiasi altro paese europeo. Centocinquantamila i casi di contagio e oltre trenta le vittime finora registrate, ma soprattutto l’attesa di un’epidemia invernale che secondo le stime ufficiali del capo del servizio sanitario nazionale Liam Donaldson potrebbe colpire fino a venti milioni di persone (un terzo della popolazione) e ucciderne settantamila.

È forse la vendetta dell’insularità, il mito fondativo che da sempre sta all’identità britannica come la frontiera all’orizzonte simbolico statunitense? Di certo la prova del virus H1N1 rischia di capovolgere in negativo quello che per la Gran Bretagna ha rappresentato anche negli ultimi anni un elemento di forza economica e culturale. Se la certezza di essere una piattaforma di servizi globali proiettata verso il futuro era già stata scossa dalla crisi finanziaria, oggi tornano in superficie i fantasmi di un isolamento antico. Esaltati dall’impotenza di una strumentazione tecnosanitaria che non riesce a interpretare né a sconfiggere un morbo che infierisce sulla Gran Bretagna ben più che sul continente. Sono gli stessi fantasmi ai quali nel 2002 diede forma cinematografica Danny Boyle, già autore di “Trainspotting” e “The Beach” e da ultimo del pluridecorato “The Millionaire”, in un film che non a caso conquistò i botteghini britannici restando poco più che sconosciuto all’estero. È probabile che in questi giorni i primi, straordinari minuti di “28 giorni dopo” siano tornati alla memoria dei più pessimisti tra i britannici. Un giovane si sveglia dal coma in una stanza d’ospedale, si toglie le bende e si avventura per i corridoi cercando aiuto. Non incontra nessun medico né infermiere in tutto l’ospedale, nessun passante in strada, nessuno in giro per una Londra tanto solare quanto deserta. Piccadilly Circus e Leicester Square sono vuote come nessuno le ha più viste dai giorni delle bombe naziste, Saint James Park è presidiato solo dai monumenti della gloria imperiale, la capitale è interamente disabitata. Si scoprirà poi che la Gran Bretagna è stata colpita da una forma devastante di rabbia che ha risparmiato solo pochi sopravvissuti. Ma non è questo che importa. Almeno non quanto la capacità di Boyle di rendere alla perfezione l’incubo di un’insularità che da confine protettivo diventa recinto invalicabile di una malattia misteriosa e incontrollabile, che risparmia l’Europa ma condanna i britannici ad uno scenario di probabile estinzione.

Per nostra comune fortuna siamo ben lontani da quell’incubo. Eppure il capovolgimento dell’insularità da elemento di forza a destino di debolezza non è una novità nella storia più recente della Gran Bretagna, così come le conseguenze che ha portato nella percezione di sé della nazione britannica e dunque nella sua proiezione al di fuori dei confini. Basta guardare al rapporto tra Londra e il progetto europeo, che nelle sue oscillazioni è stato guidato anche dal grado di minore o maggiore sicurezza con cui la Gran Bretagna ha rappresentato la propria autosufficienza. Fu la convinzione di condurre un coraggioso esperimento socialista di carattere nazionale e dunque insulare, ad esempio, a condizionare il rifiuto che il governo laburista di Attlee e Bevin oppose nel 1950 alla proposta franco-tedesca di aderire alla nascente Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Perché sarà anche vero che l’allora vice primo ministro Herbert Morrison (nonno dello stesso Peter Mandelson che ai nostri giorni sarebbe diventato commissario europeo) liquidò “quel piano Schuman (come) niente di buono, i minatori di Durham non lo accetterebbero mai”. Ma la sostanza della rinuncia britannica ad essere parte decisiva dell’avvio del progetto comunitario fu meno banale, per quanto responsabile del ritardo storico verso l’integrazione europea, fondandosi sull’orgoglio di un’isola che tornava a sentirsi economicamente forte all’uscita di un dopoguerra difficile e che credeva di poter guardare con fiducia al proprio ruolo post-imperiale. Che quella presunzione di forza insulare non fosse del tutto ben riposta sarebbe stato chiaro di lì a poco, quando il trauma di Suez e il rallentamento economico di fine anni Cinquanta avrebbero spinto Londra a presentare una formale richiesta di adesione alla CEE (respinta da De Gaulle nel 1963 e nuovamente nel 1967). E quanto quelle tardive richieste di ingresso fossero radicate in una percezione di debolezza fu ben spiegato da un giovane Roy Jenkins, destinato negli anni Settanta ad incarnare il miglior europeismo britannico, che già nel 1959 metteva in guardia dal “pericolo concreto che il Regno Unito potesse diventare una palude economica stagnante, tagliata fuori dalle correnti vitali della crescita economica europea”.

Fu poi questa stessa percezione di fragilità a tutelare dalla risorgenza dell’antieuropeismo l’aggancio britannico alla Cee, nella quale Londra era finalmente entrata nel 1973 sulla spinta della leadership personale di Edward Heath e alla vigilia di una nuova crisi economica. Il referendum popolare del 1975 sulla permanenza in Europa fu infatti vinto dai filoeuropei non certo per la forza di un ideale superiore, ma per l’assenza di alternative a cui la crisi economica stava condannando l’autostima britannica. Nell’impietosa raffigurazione che di quel voto diede il conservatore Christopher Soames: “di questi tempi non possiamo permetterci nemmeno di abbandonare un circolo aziendale, figuriamoci poi uscire dal Mercato comune europeo”.

L’alterigia insulare britannica è dunque un’immagine da trattare con cautela, per quanto vi possano essere affezionati amici e nemici di Londra e del suo mondo. È vero che quell’immagine riempie le gallerie rituali associate all’universo anglosassone: dall’”isola scettrata” del Riccardo II di Shakespeare, “incastonata nell’argenteo mare che la protegge come un alto vallo”, alla celeberrima copertina del Daily Mirror che negli anni Trenta annunciava “Nebbia fitta sulla Manica, il continente è isolato”. Ma è altrettanto vero gli stessi britannici sono stati abituati dalla storia anche recente a fare i conti con il repentino capovolgimento delle fortune insulari. E quindi con la necessità di adattarsi ad un isolamento che non gratifica ma punisce, o quanto meno costringe a ripensare le proprie risorse. È una delle virtù pragmatiche di una comunità nazionale che oggi si trova nuovamente a definire se stessa e il proprio ruolo nel mondo, dopo più di un decennio nel quale tassi di sviluppo spettacolari hanno fatto il paio con la capacità di svettare per vivacità culturale e spirito di innovazione sulla decadenza dell’Europa continentale. L’epidemia insulare di influenza suina non sarà certamente il cataclisma premoderno che Danny Boyle aveva immaginato in “28 giorni dopo”, ma il suo accanirsi su Londra e dintorni dopo il trauma della crisi finanziaria segnala che nella storia britannica è davvero cominciata un’altra stagione.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 26/7/2009 alle 19:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

13 maggio 2009
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A Londra l'onorevole chiede scusa e paga
La Gran Bretagna ha molte fortune. Non è una nazione afflitta dal moralismo codino che perseguita noi italiani, né confonde l’etica pubblica con gli strumenti della contesa politica quotidiana. Eppure a leggere in questi giorni i quotidiani britannici si ha l’impressione di assistere ad una replica di Tangentopoli sul Tamigi, con grande abbondanza di commenti che  descrivono il tracollo della credibilità della democrazia sotto lo scandalo dei rimborsi ottenuti dai parlamentari di entrambi gli schieramenti. Ma forse non è un caso che Londra sia colpita da un’ondata di antipolitica così violenta nelle stesse settimane in cui l’economia britannica conosce la sua stagione peggiore da quasi trent’anni. Non tanto per un rimbalzo automatico del malcontento popolare su governo e opposizione, quanto perché il meccanismo della delegittimazione funziona in Gran Bretagna nello stesso modo in cui l’abbiamo conosciuto in Italia nell’ultimo quindicennio. Anche se le storie civili e istituzionali dei due paesi non potrebbero essere più diverse.

Quel meccanismo si alimenta dell’indebolimento della sovranità statale, e dunque del potere della politica nazionale sulle condizioni di vita dei propri cittadini, proprio mentre si allargano gli spazi di informazione continua e con quelli la vigilanza sul comportamento quotidiano degli amministratori pubblici. Quando la crisi economica colpisce duro, come avviene in Gran Bretagna in queste settimane e com’era accaduto in Italia nei primi anni Novanta, crolla l’equilibrio tra la pretesa di trasparenza dei costi e l’evidenza dei benefici che vengono ai cittadini dall’azione della politica. E con quello viene travolta anche la presunzione di immunità che qualsiasi politico conserva dentro di sé, anche quando si trova a vivere in un paese nel quale lo scrutinio popolare è da considerarsi tradizionalmente rigoroso persino in condizioni di normalità.

Ma è soprattutto il confronto tra la risposta britannica e quella italiana agli stessi sintomi di antipolitica a riservare le sorprese più grandi. Perché nel giro di quarantott’ore maggioranza e opposizione hanno fiutato l’aria e prodotto una risposta ispirata alla ricerca di efficacia nei confronti del risentimento popolare. I Conservatori impegnandosi a restituire tutte le somme ricevute per rimborsi peraltro formalmente corretti, il primo ministro Gordon Brown facendo spettacolo di pubbliche scuse e annunciando una rapida revisione della normativa. Detta altrimenti, da nessuno dei due principali partiti è venuta alcuna piccata rivendicazione di “forza della politica” contro la “minaccia distruttiva del discredito antidemocratico” o qualcosa di simile alle molte e pretenziose reazioni che abbiamo ascoltato nel corso degli anni da numerosi nostri esponenti politici.

La prontezza britannica è forse da attribuire ad una maggiore vulnerabilità di quei partiti rispetto ai nostri? È vero piuttosto il contrario. Laddove Conservatori e Laburisti condividono il massimo rispetto per l’etica pubblica come risorsa istituzionale e condivisa, guardandosi bene dall’utilizzarla come arma di lotta quotidiana. E dove entrambi quei partiti sono ben consapevoli dell’inutilità di qualsiasi tentativo di scavare una trincea nei confronti di un’ondata di malcontento forse eccessiva ma del tutto legittima in virtù del disagio che attraversa in queste settimane il paese.

È in questa consapevolezza la radice della vera forza della democrazia britannica, la stessa che lascia immaginare una sua rapida uscita da questo scandalo e che spinge un commentatore molto severo come Philip Stephens a scrivere sul Financial Times parole che vorremmo essere in grado di leggere anche in Italia: “La grande maggioranza dei parlamentari è formata da uomini e donne per bene che vogliono cambiare le cose. Sono ambiziosi? Certamente. Spietati? Spesso. Retorici? Ancora più spesso. Ma furfanti no, questo proprio non possiamo dirlo”.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 13/5/2009 alle 11:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

3 febbraio 2009
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L'Europa come bene rifugio dei britannici
Ieri il commissario UE Almunia ha detto che esiste “un’alta possibilità” che la Gran Bretagna entri nell’Euro “nel lungo periodo”. Dunque, tra gli effetti a sorpresa della crisi economica mondiale potrebbe esservi la rinascita dell’europeismo britannico. O meglio, la rinascita di quella rappresentazione dell’Europa come scialuppa di salvataggio che in Gran Bretagna ha già funzionato da decisivo fattore di orientamento dell’opinione pubblica e delle leadership politiche nei momenti di maggiore difficoltà economica, spingendo Londra a compiere passi di avvicinamento al progetto comunitario che in condizioni normali sarebbero stati archiviati o rimandati all’infinito.

D’altra parte è una bizzarra pretesa italiana quella secondo cui l’europeismo è di un tipo solo, quello animato per definizione da un’appassionata tensione ideale e rivolto verso l’orizzonte della scomparsa delle identità nazionali in un’entità di tipo federale. Che è poi il tipo di europeismo che ha avuto maggiore circolazione nella tradizione italiana, per ragioni legate alla storia delle nostre ideologie nazionali e alla nostra identità di patria. Ma sappiamo bene che l’Europa che conosciamo si è concretamente costruita grazie a europeismi ben diversi dal nostro e comunque lontani dalla sua declinazione federalista, a partire da quello francese nel quale la proiezione di potenza nazionale si è sovrapposta in maniera quasi perfetta al progetto comunitario.

L’europeismo britannico è stato di un tipo ancora diverso. Certo, tra quelli dei grandi paesi europei è stato quello meno produttivo e più contraddittorio. Il conflitto tra filoeuropeismo e antieuropeismo ha sempre diviso a metà le due principali famiglie politiche britanniche, con un andamento anche clamorosamente oscillatorio, e qualunque intenzione europeista ha dovuto fare i conti con il recupero dell’enorme ritardo storico accumulato dalla Gran Bretagna già alla partenza del treno comunitario nel secondo dopoguerra.

Tuttavia un europeismo britannico si è comunque prodotto, nelle reali condizioni politiche e culturali di quel paese. Anzi, più d’uno. C’è stato quello pragmatico e sottotono di Harold Macmillan, che provò una prima volta ad entrare in Europa agli inizi degli anni Sessanta scontrandosi con il veto opposto da De Gaulle. Poi quello ad alto contenuto ideale di Edward Heath, che in generale combinò ben poco salvo riuscire nell’impresa di far entrare la Gran Bretagna nella CEE nel 1971-1972 approfittando dell’uscita di scena del solito De Gaulle. Infine quello roboante e ambizioso di Tony Blair, che sin dalla metà degli anni Novanta ha cercato di declinare un nuovo patriottismo britannico nel linguaggio di una ricerca di leadership in Europa. Tentativo ambizioso ma riuscito solo in parte. Perché anche se Blair è stato, dopo Heath, il leader britannico più europeista di sempre la sua incapacità di forzare il blocco interno che ha tenuto il paese fuori dalla moneta unica ha condannato la Gran Bretagna a restare marginale.

In realtà il tipo di europeismo che in Gran Bretagna ha funzionato meglio è quello dei tempi più bui, quando la crisi economica ha costretto Londra a cercare conforto verso Bruxelles. Come accadde alla metà degli anni Settanta, quando il paese andò al voto referendario per decidere se restare o meno nell’Europa comunitaria. Gli antieuropeisti (vasti settori radicali del Labour alleati all’estrema destra) contavano di far finalmente emergere quella vasta maggioranza popolare da sempre immaginata come ostile all’Europa. Il primo ministro laburista Wilson cercava di sopravvivere, europeista ma non troppo (tanto da prendersela con il pericolo di un’invasione dall’Europa di “crumiri italiani” che avrebbero intossicato il mercato del lavoro britannico). Ma a spingere l’elettorato a restare in Europa fu la catastrofica situazione economica britannica. Nel 1974 un lungo sciopero dei minatori aveva costretto il governo a ridurre la settimana lavorativa a soli tre giorni; il paese era stato colpito in pieno dalla crisi petrolifera mondiale; l’inflazione aveva raggiunto il 25% e per la prima volta dal dopoguerra si parlava di introdurre il razionamento alimentare e delle materie prime. Celebre la battuta dell’allora commissario europeo Christopher Soames: “di questi tempi la Gran Bretagna non può permettersi nemmeno di lasciare un circolo aziendale, figuriamoci se può uscire dal mercato comune”. Su queste basi, al referendum del giugno 1975 il Sì all’Europa raggiunse quasi il 68% dei votanti.

C’è forse da augurarsi che la Gran Bretagna sprofondi ai livelli del 1974-75 per conoscere un’altra stagione di europeismo? Forse non sarà necessario. Perché anche se oggi Gordon Brown non sembra mostrare alcun segno di ripensamento sulla moneta unica, e anche se David Cameron si prepara a vincere le elezioni spolverando il più classico antieuropeismo di marca thatcheriana, sarà probabilmente la forza delle circostanze a spingere l’ex piattaforma finanziaria extraeuropea oggi in disgrazia a guardare con maggiore attenzione all’integrazione comunitaria.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 3/2/2009 alle 11:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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