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15 giugno 2010
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Rischio Fiandre in un'Europa senza crescita
Come ci raccontano i fatti del Belgio, anche agli Stati democratici può capitare di estinguersi. Senza strepiti né conflitti violenti, ma scegliendo quasi consensualmente la strada della dissoluzione di vincoli fondati sulla legittima convenienza ben più che sulla storia o sull’etnia.

Il vincitore delle Fiandre, il giovane leader della “Nuova Alleanza Fiamminga” Bart De Wever, ha descritto uno scenario successivo al voto in cui il Belgio potrebbe “evaporare gradualmente”. Vedremo se le cose andranno effettivamente così. Ma nel frattempo si fa notare un fenomeno che è tutto il contrario dei secessionismi virulenti a cui ci siamo abituati negli ultimi anni, anche in Italia, dove le piattaforme politiche dei partiti delle “piccole patrie” nascevano da una miscela di percezione di insicurezza, xenofobia e rivendicazione di un rinnovato legame democratico e fiscale tra eletti ed elettori.

È un fenomeno nuovo che parla anche a noi. E per questo sbaglieremmo a considerare il focolaio fiammingo come l’ennesima stranezza di un piccolo e bizzarro paese, così come non sembra sufficiente guardare al rischio della frattura del Belgio come ad “un evento irrazionale provocato da incompatibilità e bisticci che un mediatore di buon senso avrebbe potuto affrontare e risolvere” (come ha scritto Sergio Romano sul “Corriere della Sera” di ieri). Quel caso rivela infatti un rischio nel quale anche l’Italia, come gran parte dell’Europa, è immersa fino al collo. Perché attraversata da spinte centrifughe ben diverse da quelle spesso rumorose che il nostro continente ha ascoltato dopo il 1989. Non più violente rivendicazioni sciovinistiche a sfondo etnico e sicuritario, ma smottamenti silenziosi verso aggregazioni macro-regionali di nuovo tipo. Entità che superano nei fatti gli attuali confini nazionali, talvolta mettendoli in crisi come nel caso belga, e che sono tenute insieme dalla condivisione di interessi economici transfrontalieri più forti dei vincoli statuali.

Si tratta di entità e legami che si amalgano in modi del tutto nuovi e rispetto a cui l’Europa rischia di rivelarsi un contenitore solo geografico, e dunque superfluo, soprattutto in uno scenario economico dal quale è assente la prospettiva della crescita. Non c’è forse bisogno di scomodare Ernest Renan e la sua definizione della nazione come “plebiscito quotidiano” per riconoscere le minacce che la fase recessiva pone in questi mesi ai termini del patto comunitario e alle modalità con le quali ciascun paese europeo partecipa all’Unione europea. Esaurita la fase gloriosa del “never again”, la stagione nella quale il cantiere europeo era mosso dall’aspirazione a rimuovere una volta per tutte gli effetti catastrofici dei nazionalismi continentali, gli ultimi decenni dell’impresa comunitaria hanno visto quel plebiscito rinnovarsi ogni giorno nella prospettiva comune della crescita. Anche e soprattutto nelle fasi di maggiore difficoltà economica, dove ogni stretta era bilanciata da uno scenario di crescente integrazione. Lo ha scritto Wolfgang Munchau sul “Financial Times” di ieri, quando ha ricordato come le pesantissime scelte di austerità operate da François Mitterrand nella Francia dei primi anni Ottanta fossero compensate dai “possibili benefici che prometteva un futuro di convergenza economica e monetaria”.

Oggi la difficoltà di trovare una nuova modalità di convivenza tra legittimi interessi nazionali e urgenza di un’azione economica comune è esposta dal caso tedesco, come ha scritto tra gli altri Luigi Zingales sul Sole 24 Ore del 10 giugno. Se è difficile stigmatizzare il rinnovato “egoismo tedesco” fondato su una strategia economica di svalutazione competitiva che nessun altro paese europeo può permettersi di imitare, è impossibile evitare di cogliere l’assenza di un effetto di compensazione sul lato della promessa di integrazione. In questo senso non basteranno i richiami anche più appassionati alla retorica della tradizione comunitaria, neanche in una nazione come l’Italia che su quella retorica ha storicamente costruito il proprio modo di stare in Europa. Non basteranno perché in assenza di crescita la forza delle spinte centrifughe è destinata a crescere, prosperando sulla nuova convenienza al ribasso che le comunità regionali possono trovare anche mettendo in discussione i confini nazionali. Dal caso belga al caso italiano, dunque, con insegnamenti per il nostro futuro a cui sarebbe opportuno guardare con molta attenzione.


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7 giugno 2009
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Lo specchio rotto della tradizione europeista
Domani sapremo come abbiamo votato, ma già oggi sappiamo che nel corso della campagna elettorale si è discusso di tutto fuorché di Europa. Un peccato grave? Certamente. Eppure non è tutta colpa di un sussulto di provincialismo italico, o della facilità con cui la cronaca (rosa) di queste ultime settimane ha sequestrato l’attenzione della politica. Se l’Europa scompare dalla nostra riflessione pubblica, persino alla vigilia del voto europeo, la ragione va forse cercata nei modi in cui siamo abituati a discuterne. O meglio, nei modi in cui abbiamo smesso da anni di discutere di Europa reale per accontentarci di una formula unanime e rassicurante: quella secondo la quale l’Italia, membro a pieno titolo del club dei fondatori, non può che essere una nazione di fortissime convinzioni europeiste.

È fuor di dubbio che il nostro paese possa vantare una delle più solide tradizioni europeiste, così come è indiscutibile che nelle rilevazioni di Eurobarometro gli italiani facciano sempre ottima figura nell’espressione di sentimenti positivi verso l’Unione. Ma quello che dovremmo chiederci è se una tradizione, per quanto luminosa, possa bastare a dare sostanza al nostro modo di stare oggi in Europa. Soprattutto se nel frattempo si sono appannati i riferimenti politici e culturali che determinarono la nostra scelta comunitaria, tanto netta ma ormai distante più di mezzo secolo, mentre sul continente è andata crescendo una disillusione popolare verso l’Unione che richiede risposte politiche e non solo ideali.

Ciò che appare sempre più urgente è una discussione pubblica che aggiorni l’europeismo italiano alle nuove condizioni sia del progetto comunitario sia della scena politica italiana, nella quale hanno ormai assunto un ruolo di primissimo piano culture e ideologie ben lontane dalla cosiddetta generazione del “never again”. Quella che vide nel disegno comunitario prima di tutto la garanzia che i nazionalismi europei non provocassero più le catastrofi della prima metà del Novecento, e che in Italia ha avuto da ultimo nelle presidenze di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano l’espressione più alta di un europeismo ancora pieno della sua originaria ispirazione.

Tuttavia anche le ispirazioni migliori chiedono di essere sostenute da nuovo alimento, soprattutto se la loro credibilità subisce (come sta accadendo all’Unione) l’erosione che viene dalla difficoltà di percepirne immediatamente vantaggi e benefici. Anche per questo l’europeismo è in crisi in tutta Europa, come ci dicono i primissimi risultati elettorali di queste ore, e anche per questo non basterà uno scatto generoso di retorica a restituirgli vitalità. Tanto meno basterà all’Italia, dove al contrario servirebbe un confronto trasparente su interesse nazionale e Unione europea. Un confronto chiaro e inevitabilmente conflittuale, che servisse ad articolare i diversi antieuropeismi che sono cresciuti nelle pieghe della nostra lunga transizione così come a spingere gli europeisti fuori dal confine rassicurante di una tradizione sempre più innocua.

L’alternativa esiste ma è tutt’altro che rosea: la bonaria convinzione che la forza residua della tradizione sia sufficiente a dirci europeisti, la crescita sottotraccia di un antieuropeismo popolare destinato prima o poi a farsi minaccioso. D’altra parte questo è quanto accaduto in anni recenti alla Francia: altro paese di nobilissimo lignaggio comunitario che non ha saputo prepararsi per tempo ad un sano confronto sull’Unione, finendo per subire un’ondata di sciovinismo antieuropeo che ha travolto il trattato costituzionale nel referendum del 2005.

L’Italia repubblicana, avendo scoperto solo da poco la libertà di discutere del proprio ruolo nel mondo, non ha grande dimestichezza con quelle discussioni laiche e appassionate sull’interesse nazionale che rappresentano il sale delle democrazie più sicure di sé. Eppure non è mai troppo tardi per cominciare, anche se quest’ultima campagna elettorale può essere inclusa nel vasto gruppo delle occasioni perdute. E dunque, quale miglior pretesto dell’Italia nell’Europa reale di domani per cominciare a guardarci allo specchio?


16 aprile 2009
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Poveri ma europeisti?
Anche volendo mettere da parte i sondaggi sfavorevoli di questi giorni, le elezioni europee rappresenteranno una prova difficilissima per il PD. La leadership del segretario è transitoria per sua stessa ammissione, la congiuntura politica è sfavorevole per la forza conclamata del governo Berlusconi e non mancano qua e là i segnali preparatori di una scissione che nessuno capirebbe tranne quei pochi feudatari che ne dovrebbero beneficiare.

In una situazione di così grave debolezza, e non avendo vera voce in capitolo su candidature che in molti casi si avviano a superare la soglia dell’imbarazzo, Dario Franceschini avrebbe almeno la possibilità di qualificare i contenuti della campagna elettorale con pochi messaggi chiari. Sarebbe una sorta di investimento sul futuro, per sé e per il PD, un modo di marcare il territorio simbolico di un partito che presto o tardi dovrà tornare a riprendere l’iniziativa.

È una possibilità che Franceschini ha finora deciso di giocarsi pescando due carte dal mazzo. La prima è quella del tradizionale europeismo del centrosinistra italiano, con la campagna che vediamo in questi giorni sui muri delle nostre città. Intorno allo slogan “UE!”, l’Unione europea viene presentata come la soluzione a molti dei problemi che affliggono il paese di contro all’indifferenza mostrata dal governo. Perché “l’Unione europea si preoccupa di chi perde il lavoro e Berlusconi no”, oppure “l’Unione europea pensa alle piccole e medie imprese e Berlusconi no”. Può darsi che le cose stiano effettivamente così, al di là del tono comunicativo scelto dai responsabili della campagna.

Ma viene da domandarsi se una rappresentazione così piattamente salvifica dell’Europa corrisponda alla realtà dell’Unione così come è andata modificandosi negli ultimi anni. Davvero l’Unione europea può essere presentata come un benevolo Babbo Natale che a tutto provvede e tutto risolve? Davvero non c’è niente da mettere a punto in un’architettura comunitaria che sta vivendo trasformazioni turbolente e dagli esiti tutt’altro che chiari? E soprattutto: davvero si può sedurre l’opinione pubblica italiana con uno slogan ricalcato dai tempi ormai lontani in cui lottavamo per entrare nella moneta unica e potevamo permetterci una “tassa sull’Europa”?

La seconda carta Franceschini l’ha pescata martedì, sul sepolcro di Don Primo Mazzolari.  Dove ha rivendicato per il Partito democratico “la capacità di stare dalla parte dei poveri, in un mondo in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. Nessuno discute le origini politiche di Franceschini e il suo richiamarsi alla nobiltà delle sue radici cristiano-sociali. Ma tra l’orgoglio di un qualunque pantheon personale e un PD che faccia del pauperismo la sua chiave di offerta politica c’è di mezzo un vero rischio di autolesionismo. Perché il bronzeo ottimismo del Cavaliere continua a mordere i serbatoi di consenso del centrosinistra nonostante la sua più che discutibile leggerezza, mentre il paese attende ancora una narrazione politica diversa e capace di suggerire in positivo una via d’uscita dalla crisi.

Dopo l’era del velleitarismo veltroniano il PD di Franceschini ha forse recuperato il senso della misura, preparandosi a svolgere onestamente il ruolo di partito di coalizione. Eppure di questa futura coalizione il PD dovrà essere prima o poi un motore di visione e speranza, piuttosto che una campana dal suono vagamente menagramo.


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11 aprile 2009
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Discarica Europa
In teoria l’europeismo dovrebbe essere il fiore all’occhiello della sinistra italiana, l’emblema più puro della visione progressista del mondo e della nazione. Perché noi sì che crediamo davvero all’Europa e alla sua superiore dignità. Diversamente da quei beceroni di destra, s’intende, che non perdono occasione per farsi beffe delle istituzioni comunitarie meritandosi tanto spesso il rimprovero di Bruxelles. Tutto questo molto in teoria. Perché poi nella pratica il parlamento europeo è trattato dal PD come una discarica politica di lusso. Dove inviare a spese nostre un corposo mix di trombati, stelline purificatrici e strateghi di rovinose sconfitte.

È questo il senso delle candidature europee che si vanno preparando, ben rappresentato dai casi di Sergio Cofferati, Goffredo Bettini e Debora Serracchiani. Quest’ultima di certo la più incolpevole, avendo avuto il merito di svolgere almeno un intervento lucido e veritiero sulla falsa partenza del Partito democratico. Ma subito diventata nelle mani di Franceschini la pezza con cui coprire la voragine di idee e credibilità dell’immortale gruppo dirigente, aggiornando al 2009 il topos della giovane e appassionata militante che apriva ogni congresso del PCI con l’accorato appello della base. Personalmente voterei volentieri Debora Serracchiani. Ma ancor più volentieri la vedrei contribuire insieme ad altri, con le ottime armi retoriche e intellettuali di cui dispone, a scalzare una leadership da tempo inadeguata invece di accettare il piattino di lenticchie che le è stato gentilmente offerto. Niente di eroico, solo quello che avviene nei partiti normali. Dove chi ha idee e capacità per esprimerle si coalizza per puntare al controllo della ditta, soprattutto se ridotta a brandelli, senza accontentarsi di un posticino in portineria.

Molto più serio il caso di Cofferati e Bettini, entrambi reduci da sconfitte e per questo ricompensati con un posto in Europa. Lo stratega principe del veltronismo si appresta a portare a Strasburgo la sua esperienza esclusivamente e orgogliosamente romana, forte dei luminosi risultati raggiunti alla guida spirituale del PD. Si tratta forse di un ultimo colpo di coda dei veltroniani, dovunque siano ancora annidati? Non esattamente. Perché secondo il battagliero capo dei cosiddetti “dalemiani romani”, qualunque cosa s’intenda con quest’appellativo tribale, Bettini “va candidato ed eletto come riconoscimento alla carriera politica che ha svolto” (Claudio Mancini intervistato da Repubblica del 5 aprile). L’importante, va da sé, è che prosegua altrove la sua carriera togliendosi finalmente di mezzo.

È un buon esempio dell’uso del Parlamento europeo come strumento di rottamazione, a cui la candidatura di Cofferati è destinata ad aggiungere del suo. Non solo per il clamoroso effetto che fanno oggi i toni con cui lo stesso Cofferati escluse pochi mesi fa qualsiasi ipotesi di candidatura (“Sarei cialtrone e io non sono un cialtrone”, “Se andassi in Europa potreste dire che sono un ciarlatano”, etc.) ma soprattutto per la leggerezza con cui viene rappresentata all’opinione pubblica la responsabilità di parlamentare europeo. Proprio ieri, provandosi a parare qualche critica, Cofferati ha esposto in questi termini la sua alta visione del mandato: “Un conto è fare il sindaco di Bologna, che è un impegno sette giorni su sette. Un conto è l’Europa. Lì posso conciliare”.

Non c’è nessun dubbio che Cofferati sia un gran lavoratore, capace di combinare vita privata e attività politica. Ma l’idea che Strasburgo sia un compito da svolgere con la mano sinistra, e comunque di tutto riposo rispetto alla responsabilità di sindaco, merita di essere illuminata in tutto il suo valore. Perché confligge con la tradizionale rivendicazione di europeismo della sinistra italiana tanto quanto con la realtà dei fatti europei, laddove il parlamento di Strasburgo è un’istituzione che richiede professionalismo e dedizione. Lo hanno capito da tempo altri partiti della sinistra europea, tra cui in particolare i socialisti spagnoli e i laburisti britannici, che a Strasburgo inviano pattuglie di quadri politici che legislatura dopo legislatura qualificano il proprio difficile mestiere. Riuscendo a comprenderne a fondo i meccanismi e a influenzarne i risultati, valorizzando anche i propri interessi nazionali.

Come ha ben scritto Sandro Gozi sull’Unità del 19 marzo, firmando un appello collettivo al PD: “Il Parlamento europeo ha bisogno di persone … per le quali il futuro e non il passato sia un elemento decisivo della propria prospettiva politica, desiderose di impegnarsi e mettersi in gioco piuttosto che trovare un sereno e confortevole ambito di rappresentanza”. Ad oggi non sembra proprio che il PD voglia distaccarsi dal modello che ha permesso in passato di spedire a Strasburgo autentici giganti dell’Europa come Enrico Montesano (1994-1996) o Michele Santoro (2004-2005). O anche una corposa pattuglia di big della politica nazionale che ha interpretato il seggio europeo come una sistemazione provvisoria, abbandonandola appena possibile e riducendo la delegazione del centrosinistra italiano ad una pattuglia di sostituti e sopravvissuti.


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3 febbraio 2009
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L'Europa come bene rifugio dei britannici
Ieri il commissario UE Almunia ha detto che esiste “un’alta possibilità” che la Gran Bretagna entri nell’Euro “nel lungo periodo”. Dunque, tra gli effetti a sorpresa della crisi economica mondiale potrebbe esservi la rinascita dell’europeismo britannico. O meglio, la rinascita di quella rappresentazione dell’Europa come scialuppa di salvataggio che in Gran Bretagna ha già funzionato da decisivo fattore di orientamento dell’opinione pubblica e delle leadership politiche nei momenti di maggiore difficoltà economica, spingendo Londra a compiere passi di avvicinamento al progetto comunitario che in condizioni normali sarebbero stati archiviati o rimandati all’infinito.

D’altra parte è una bizzarra pretesa italiana quella secondo cui l’europeismo è di un tipo solo, quello animato per definizione da un’appassionata tensione ideale e rivolto verso l’orizzonte della scomparsa delle identità nazionali in un’entità di tipo federale. Che è poi il tipo di europeismo che ha avuto maggiore circolazione nella tradizione italiana, per ragioni legate alla storia delle nostre ideologie nazionali e alla nostra identità di patria. Ma sappiamo bene che l’Europa che conosciamo si è concretamente costruita grazie a europeismi ben diversi dal nostro e comunque lontani dalla sua declinazione federalista, a partire da quello francese nel quale la proiezione di potenza nazionale si è sovrapposta in maniera quasi perfetta al progetto comunitario.

L’europeismo britannico è stato di un tipo ancora diverso. Certo, tra quelli dei grandi paesi europei è stato quello meno produttivo e più contraddittorio. Il conflitto tra filoeuropeismo e antieuropeismo ha sempre diviso a metà le due principali famiglie politiche britanniche, con un andamento anche clamorosamente oscillatorio, e qualunque intenzione europeista ha dovuto fare i conti con il recupero dell’enorme ritardo storico accumulato dalla Gran Bretagna già alla partenza del treno comunitario nel secondo dopoguerra.

Tuttavia un europeismo britannico si è comunque prodotto, nelle reali condizioni politiche e culturali di quel paese. Anzi, più d’uno. C’è stato quello pragmatico e sottotono di Harold Macmillan, che provò una prima volta ad entrare in Europa agli inizi degli anni Sessanta scontrandosi con il veto opposto da De Gaulle. Poi quello ad alto contenuto ideale di Edward Heath, che in generale combinò ben poco salvo riuscire nell’impresa di far entrare la Gran Bretagna nella CEE nel 1971-1972 approfittando dell’uscita di scena del solito De Gaulle. Infine quello roboante e ambizioso di Tony Blair, che sin dalla metà degli anni Novanta ha cercato di declinare un nuovo patriottismo britannico nel linguaggio di una ricerca di leadership in Europa. Tentativo ambizioso ma riuscito solo in parte. Perché anche se Blair è stato, dopo Heath, il leader britannico più europeista di sempre la sua incapacità di forzare il blocco interno che ha tenuto il paese fuori dalla moneta unica ha condannato la Gran Bretagna a restare marginale.

In realtà il tipo di europeismo che in Gran Bretagna ha funzionato meglio è quello dei tempi più bui, quando la crisi economica ha costretto Londra a cercare conforto verso Bruxelles. Come accadde alla metà degli anni Settanta, quando il paese andò al voto referendario per decidere se restare o meno nell’Europa comunitaria. Gli antieuropeisti (vasti settori radicali del Labour alleati all’estrema destra) contavano di far finalmente emergere quella vasta maggioranza popolare da sempre immaginata come ostile all’Europa. Il primo ministro laburista Wilson cercava di sopravvivere, europeista ma non troppo (tanto da prendersela con il pericolo di un’invasione dall’Europa di “crumiri italiani” che avrebbero intossicato il mercato del lavoro britannico). Ma a spingere l’elettorato a restare in Europa fu la catastrofica situazione economica britannica. Nel 1974 un lungo sciopero dei minatori aveva costretto il governo a ridurre la settimana lavorativa a soli tre giorni; il paese era stato colpito in pieno dalla crisi petrolifera mondiale; l’inflazione aveva raggiunto il 25% e per la prima volta dal dopoguerra si parlava di introdurre il razionamento alimentare e delle materie prime. Celebre la battuta dell’allora commissario europeo Christopher Soames: “di questi tempi la Gran Bretagna non può permettersi nemmeno di lasciare un circolo aziendale, figuriamoci se può uscire dal mercato comune”. Su queste basi, al referendum del giugno 1975 il Sì all’Europa raggiunse quasi il 68% dei votanti.

C’è forse da augurarsi che la Gran Bretagna sprofondi ai livelli del 1974-75 per conoscere un’altra stagione di europeismo? Forse non sarà necessario. Perché anche se oggi Gordon Brown non sembra mostrare alcun segno di ripensamento sulla moneta unica, e anche se David Cameron si prepara a vincere le elezioni spolverando il più classico antieuropeismo di marca thatcheriana, sarà probabilmente la forza delle circostanze a spingere l’ex piattaforma finanziaria extraeuropea oggi in disgrazia a guardare con maggiore attenzione all’integrazione comunitaria.



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14 ottobre 2008
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Cerchiamo Bretton Woods? Si trova in America

“Scusi, da che parte si va per Bretton Woods?” È la domanda che in questi giorni rimbalza da un vertice internazionale all’altro. Perché tutti noi, grandi e piccini, sembriamo in attesa che una qualche nuova forma di “governo mondiale” si materializzi per salvarci dalla catastrofe. È la speranza che evidentemente accomuna l’uomo della strada a Silvio Berlusconi, il quale venerdì scorso ha condito la sua colossale gaffe sulla chiusura dei mercati con “l’esigenza di una nuova Bretton Woods per scrivere nuove regole”. E viene da pensare che se persino il Cavaliere confida in nuove regole, vuol dire che se ne sente davvero bisogno.

Ma facciamo qualche passo indietro e domandiamoci se i mitici accordi di Bretton Woods fossero davvero quella rete normativa di sicurezza mondiale di cui oggi sentiamo tanta urgenza. Chiediamoci soprattutto se nascessero come una germinazione regolativa e impersonale, espressione di benevolenza condivisa da tutti e da nessuno. E non invece – quali furono in realtà – come atto fortemente politico di fondazione della nuova alleanza euro-americana che avrebbe segnato la seconda metà del Novecento. Perché ad uno sguardo storico, fuori dall’ambito stretto dell’economia, quegli accordi commerciali e finanziari furono certamente siglati dai rappresentanti di ben quarantaquattro nazioni, ma rappresentarono in buona sostanza un compromesso strategico tra le ragioni della nuova superpotenza globale statunitense e quelle della malconcia potenza europea incarnata per il momento dal declinante impero britannico.

Si trattò in realtà di un “miracolo politico”, nell’efficace sintesi di Richard Gardner, per molti versi sorprendente considerando il potenziale conflitto tra i divergenti interessi nazionali che stavano emergendo a Occidente verso la fine del secondo conflitto mondiale. Un miracolo al quale contribuì tanto la determinazione britannica a conservare all’interno dell’ambito nazionale (e imperiale) il controllo di alcune fondamentali leve di intervento economico, quanto la forza del disegno rooseveltiano volto a garantire un sistema aperto nel quale gli Stati Uniti potessero giocarsi in piena libertà la carta dell’egemonia conquistata sui fronti di guerra. Come ha scritto John G. Ikenberry, “l’intesa conteneva un’originale miscela di laissez-faire e interventismo economico. Permetteva il funzionamento di un sistema commerciale relativamente aperto con accordi volti a sostenere all’interno delle singole nazioni la piena occupazione e l’adozione di meccanismi di protezione sociale. Fu una sintesi tra obiettivi di liberalismo economico e obiettivi di welfare sociale”.

Dunque un patto tra le potenze reali d’America e d’Europa (più reale quella statunitense e molto meno quella britannica, anche se sembrava di non saperlo) che concordarono pragmaticamente un percorso di funzionamento del nuovo sistema aperto, approfittando del sostanziale vuoto istituzionale nel quale si trovava la comunità internazionale alla fine del conflitto. E anche un patto rivolto alla riconversione delle economie di guerra in direzione di una nuova stagione di crescita, piuttosto che una rete di salvataggio per regimi economici in crisi.

Il pragmatismo di potenza e assai poco normativo di quell’accordo lo si vide confermato nel momento della sua archiviazione, agli inizi degli anni Settanta, quando gli Stati Uniti si trovarono a pagare il conto della propria superiorità e degli sforzi spesi nella riattivazione dell’economia mondiale. La crescita economica dei paesi europei e del Giappone, il protagonismo dei nuovi paesi indipendenti con la conseguente crescita nel prezzo delle materie prime, gli effetti di lungo periodo della competizione bipolare con l’Unione sovietica costrinsero gli USA a riformulare le regole del proprio impegno nella comunità economica mondiale.

Anche allora, attorno alla fine degli accordi di Bretton Woods, si parlò di “fine dell’egemonia americana”. E anche allora si scrisse di una sempre più ampia faglia transatlantica destinata a separare l’Europa dagli Stati Uniti, mentre la potenza sovietica conosceva l’ultima stagione di rafforzamento economico-militare e il progetto comunitario europeo sembrava ormai preda della paralisi. Ma da quell’imbuto apparentemente senza speranza gli Stati Uniti e l’Europa sono usciti come dovremmo ricordare. Washington attraverso un profondo ripensamento innanzitutto politico delle basi della propria egemonia, con un ciclo reaganiano capace di riattivare le fondamenta culturali prima ancora che tecnologiche del capitalismo e di contaminare per questa via l’intera economia occidentale. L’Europa, dall’altra parte, agganciando il progetto comunitario a nuovi scenari di crescita e liberalizzazione economica che furono la chiave per spingere in avanti i meccanismi di integrazione. Un’uscita concordata pur in mancanza di meccanismi di concertazione istituzionale, che fu resa possibile dalla convergenza delle due sponde atlantiche intorno ad un orizzonte politico condiviso.

Possiamo dunque elevare l’epopea di Bretton Woods al rango di modello di riferimento per il “governo economico globale” che andiamo cercando in questi giorni? Sì, a patto di guardare alla sostanza pragmatica e politica che fu alla base di quegli accordi. Quella stessa sostanza che Europa e Stati Uniti stanno forse e faticosamente cominciando a trovare in questi giorni, come ci dicono le prime buone notizie di ieri, mentre la retorica sulla “fine del secolo americano” sembra provocare un bisogno bulimico di regole e normative che da sole non basteranno mai a farci uscire dalla crisi.


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