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23 febbraio 2011
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Gheddafi e l'Italia sparita nel passato
«Sono un ministro europeo e mi riconosco pienamente nel documento approvato dal consiglio». In apparenza la dichiarazione di Franco Frattini sulla crisi libica, all'uscita della riunione dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, dovrebbe suonare come una professione di allineamento perfetto con l'Europa. In realtà è da leggere piuttosto come un'ammissione d'impotenza della politica estera italiana. Perché nel momento in cui crolla l'equilibrio politico sul quale avevamo costruito gran parte del nostro rapporto con la sponda Sud del Mediterraneo, il nostro paese sembra avere poco o nulla da dire. O peggio, poco o nulla su cui far leva per orientare il corso degli eventi in una direzione compatibile con i nostri interessi economici e di sicurezza.
Si dirà che non siamo i soli, nella comunità internazionale, ad essere privi di strumenti o informazioni sufficienti per intervenire nella tragedia libica al di là dell'auspicio generico a fermare la violenza. Ma non è esattamente così. Perché l'Italia ha accumulato sulla Libia un capitale d'influenza incomparabile rispetto a quello di altri paesi europei: un capitale la cui inconsistenza si sta rivelando proprio in queste ore e che rischia di esporre la nostra diplomazia a una delle più imbarazzanti performance della sua storia recente.
D'altra parte la scelta d'investire tutta la nostra posta maghrebina su Gheddafi non è stata solo di Frattini o di Berlusconi, come dimostrano le infelicissime parole venute dal precedente inquilino della Farnesina nella sua intervista di domenica sul Sole 24 Ore: c'è da sperare che la benevolenza con cui D'Alema ha descritto «il solido rapporto di Gheddafi con una parte della società libica» si sia esposta nel frattempo a qualche dubbio, dinanzi alle immagini degli aerei da guerra con cui il despota libico ha (solidamente!) massacrato i propri concittadini scesi in piazza.
Quella sul regime libico è stata dunque una scommessa bipartisan, il cui fallimento espone una debolezza più generale della nostra politica estera dopo la fine della Guerra fredda. Dal 1989 in avanti l'Italia ha infatti scelto di coltivare alcuni appezzamenti internazionali in termini prevalentemente bilaterali, facendo affidamento più sulla forza delle relazioni dirette e personali tra capi di Stato che non sulla leva che il nostro paese poteva acquisire giocando bene e fino in fondo la sua parte all'interno delle istituzioni sovranazionali di cui era parte. È accaduto nei Balcani tanto quanto nel Mediterraneo meridionale, dove leader e ministri di centro-destra e di centro-sinistra hanno provato a rinverdire quella che nella storia della nostra diplomazia è stata la cosiddetta tradizione dell'andreottismo. Ovvero la convinzione italiana di poter giocare di sponda tra alleanze contrapposte, parlando con gli avversari della propria parte più facilmente di quanto non avrebbero potuto fare nazioni più ingombranti e meno disinibite della nostra.
È stata questa la storia del nostro peculiare atlantismo, sempre al confine tra rigore e trasgressione. E sempre indebolito dal sospetto d'infedeltà che veniva dagli alleati, anche se il prezzo di quel sospetto era nei vantaggi relativi di qualche consistenza che l'Italia incassava grazie alle sue relazioni privilegiate con questo o quel "nemico".
Ma se l'andreottismo funzionava (e non sempre) nelle condizioni bloccate della Guerra fredda, quando l'Italia poteva muoversi negli interstizi delle parti in conflitto, funziona assai meno nel campo aperto e privo di un ordine disciplinato che è diventata la comunità internazionale nell'ultimo ventennio. Qui ogni nazione vale per quanto conta nelle istituzioni che contano, ovvero per il rigore con cui persegue i propri obiettivi ma anche per lo spazio che conquista nelle sedi multilaterali di cui è parte svolgendo coerentemente la propria parte di alleato.
Difficile dire che questo sia stato fatto dall'Italia in Libia, e non solo negli ultimi anni. Qui l'investimento esclusivo che l'Italia berlusconiana e quella dell'Ulivo hanno realizzato sul regime di Gheddafi, in deroga parziale agli orientamenti dei propri alleati, si sta rilevando per quello che è: una perdita netta di capitale economico e di influenza, con conseguenze molto serie sulla nostra credibilità internazionale.

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permalink | inviato da Andrea Romano il 23/2/2011 alle 13:5 | Versione per la stampa

31 marzo 2009
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Com'è difficile spiegare il PD all'estero

Il bello dei summit progressisti internazionali, come quello che mi è capitato di seguire in Cile la scorsa settimana, è che per qualche giorno ti si rianima il cuore. Succede infatti di ascoltare leader politici convincenti, che godono in patria di ampie riserve di consenso e che ti spiegano il buono e il bello dei loro magnifici governi di centrosinistra. Naturalmente l’occasione è retorica, ma di questi tempi anche una dose di buona retorica politica fa bene all’anima del povero progressista italiano.

Il brutto è che in questi stessi giorni ti tocca raccontare lo stato di salute della sinistra italiana ad un’abbondante schiera di stranieri. Talvolta sono persone che hai incontrato spesso negli anni in occasioni simili, funzionari politici o osservatori a vario titolo del mondo progressista. Tutti comunque curiosi di sapere cosa accade dalle nostre parti. E qui cominciano i problemi.

Come nel caso del socialista francese a cui cerchi di spiegare la dinamica delle dimissioni di Walter Veltroni dalla guida del PD. “Sai – dico io con una punta davvero minima di ironia – Veltroni si è dimesso ma dice di averlo fatto per un atto d’amore verso il partito”. E lui, molto più seriamente: “Nel senso che dopo aver fatto vincere Berlusconi per la terza volta è andato definitivamente in pensione, aprendo la strada ad una nuova leadership?” “Non proprio”, provo a rispondere, “in realtà ha spiegato di essere molto più adatto a fare l’uomo delle istituzioni che l’uomo di partito. Si può quindi pensare che tra qualche anno proverà a farsi nominare candidato primo ministro dalla coalizione di centrosinistra”. Ma ora è il francese che diventa ironico: “Ho capito, allora è vero amore”.

Altrettanto difficile spiegare il miracoloso rimbalzo di D’Alema all’intellettuale statunitense di tendenza clintoniana. “Sai – dico io con nessuna ironia – le dimissioni di Veltroni hanno ridato forza a D’Alema, che rassicura i vecchi militanti con il suo solido mestiere politico”. L’americano è curioso di saperne di più: “Ma è lo stesso D’Alema che è stato primo ministro dieci anni fa? Non si era dimesso nel 2000? Non c’è davvero nessun altro dopo Veltroni?” Non ho saputo cosa rispondergli.

Ma il massimo della difficoltà si raggiunge cercando di spiegare il crescente successo di Berlusconi. “Sai – dico con concentrazione assoluta alla deputata del Labour Party – Berlusconi si rafforza perché riesce a cavalcare la crisi con un messaggio di rassicurazione sociale. E con un ministro dell’economia che da qualche mese descrive la fine del capitalismo finanziario e il fallimento della globalizzazione”. Ma la laburista è tenace e non si accontenta: “Perché Berlusconi si è scelto un ministro della sinistra radicale?”. Ho provato a spiegarle che non era così, ma dopo poco sono passato a chiederle come stava Tony Blair.

Dismessi i panni faticosi dell’ermeneuta della nostra politica, questi vertici sono comunque uno spasso. Se in Italia mi sarei entusiasmato anch’io per l’intervento di Debora Serracchiani all’assemblea dei circoli del PD, in Cile è stato facile farlo ascoltando James Purnell. Ha la stessa età della Serracchiani ma di mestiere fa il ministro del lavoro nel governo britannico. E dieci anni fa era nella policy unit di Tony Blair, insieme a quel David Miliband che nel frattempo è diventato ministro degli esteri. Lo so che questi confronti non si dovrebbero fare, ma mentre parlava Purnell la tentazione è stata troppo forte.

Dal rischio depressione mi ha comunque salvato Gordon Brown. Il quale è entrato nella sala dove lo attendevano trecento persone in piedi, accompagnato dalla Bachelet, e si è diretto verso di me che stavo in una delle ultime file. Mi ha stretto la mano, mi ha chiesto come stavo ed è montato sul podio. Non l’avevo mai incontrato prima e sicuramente mi ha confuso con qualcun altro, o forse voleva solo fare un gesto di cortesia verso un anonimo della platea. Ma per un paio d’ore mi sono sentito molto meglio.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 31/3/2009 alle 11:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

17 febbraio 2009
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Modello Renzi per il PD
Da una parte il modello Renzi, dall’altra il modello Bersani. Sono due strade del tutto opposte quelle che il Partito democratico può percorrere dopo il fallimento di Veltroni. Prima ancora che due proposte politiche, per il PD sono due metodi di selezione di una leadership e dunque di definizione di sé davanti all’opinione pubblica.

Quello di Bersani è il metodo di chi dovrebbe ricevere il bastone del comando da chi l’ha già perso nelle urne. Ha un dante causa (Massimo D’Alema) che prima gli toglie la patente di concorrente perché “il partito non capirebbe”, poi gliela restituisce perché “avvicina molta gente al partito”. E la cosa più sorprendente di questo mesto tira e molla è che Bersani, che pure è uomo di una certa fierezza, non avverta alcun imbarazzo per essere fatto scendere e poi risalire su un piedistallo che potrebbe essergli sfilato in qualsiasi momento.

L’altro modello lo abbiamo visto all’opera con Matteo Renzi nel fine settimana e racconta di un dirigente politico che solo in Italia possiamo confondere con un ragazzo alle prime armi. È il metodo di un amministratore pubblico di trentaquattro anni che guida la provincia di Firenze non da ieri ma dal 2004, e che prima di allora si era già dedicato per molti anni alla vita di partito. Due percorsi di vita all’apparenza simili, quello di Bersani e quello di Renzi, che divergono tuttavia per un punto decisivo. Renzi non ha atteso l’autorizzazione di comandanti senza truppe per giocare la propria partita, non ha preteso che gli fosse garantito l’appoggio di qualche capobastone né ha negoziato un salvacondotto personale nel caso in cui le cose non si fossero messe bene. Al contrario, ha creduto di interpretare nel senso più radicale sia il mandato ricevuto qualche anno prima dagli elettori sia il senso politico del Partito democratico. E ha dunque cercato e trovato l’investitura diretta contro il parere di dirigenti locali e nazionali che ne avevano certamente riconosciuto tutto il potenziale, salvo viverlo come una minaccia per la propria sopravvivenza tribale piuttosto che come una risorsa per la propria comune parte politica.

Non so se Matteo Renzi sia particolarmente coraggioso, né credo che la retorica del coraggio debba essere il metro della leadership politica. Anche perché la storia più recente della nostra sinistra è ricca di storie personali dove quella retorica è servita solo a camuffare meglio l’arte della fuga. Mi interessa di più riconoscere in questo suo percorso senza rete un metodo in grado di restituire speranza e vitalità al PD, se solo fosse seguito da un numero cospicuo di dirigenti politici molto simili per profilo biografico al nuovo candidato sindaco di Firenze. Dirigenti che ormai da anni si misurano con la responsabilità del consenso e dell’amministrazione della cosa pubblica, tirando la carretta in condizioni spesso disagevoli e costruendo con i propri elettori un rapporto intessuto non di mistica plebiscitaria ma di classica affidabilità democratica. Non sono più i sindaci-cacicchi degli anni Novanta, ma un più vasto personale politico sconosciuto al grande pubblico che dovrebbe essere la sostanza di un partito nato sulla carta per superare famiglie politiche sconfitte dal Novecento italiano. Se non fosse che gli ultimi eredi di quelle dinastie, avendo concepito il PD innanzitutto come strumento di salvaguardia personale e ormai privi della capacità di guardare al futuro del partito che si trovano a dirigere con lo sguardo della responsabilità, frappongono alla piena emersione di questa risorsa una selva di ostacoli comprensibile solo in chiave familistica.

Ma la politica, come al solito, ha una forza che difficilmente può essere imbrigliata. E il meccanismo avviato con il PD produce risultati che non riescono ad essere controllati da padrini a cui sta rapidamente sfuggendo di mano il controllo della situazione. Per questo la vicenda di Matteo Renzi rivela le vere potenzialità di un Partito democratico dove il valore della leadership è pari se non superiore a quello delle proposte politiche. Perché non è vero, come ha sostenuto di recente proprio Bersani, che “non esiste la leadership a prescindere visto che senza berlusconismo non esisterebbe Berlusconi”. In realtà proprio la storia politica di Berlusconi è quella di chi ha dato consistenza ad un blocco di opinione che attendeva di essere riconosciuto come tale.

Allo stesso modo, sappiamo tutti e da tempo cosa dovrebbe fare un Partito democratico che volesse competere ad armi pari con il centrodestra. Ma sappiamo anche che un gruppo dirigente ormai collettivamente inadeguato, impegnato com’è a tutelarsi vicendevolmente, non può riuscire a dare autonomamente un volto convincente a quel programma politico finché non vi sarà costretto da altri e più responsabili dirigenti. Il metodo per arrivarci è quello che Matteo Renzi ha sperimentato con successo a Firenze, dove da oggi il centrosinistra ha molte più possibilità di vittoria e dove il PD ha assunto un profilo più comprensibile.



20 gennaio 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Israele Gaza Frattini Berlusconi Fassino Veltroni D'Alema
Le lezioni della guerra di Israele e lo stigma di Erode
La tregua è fragile e il costo in vite umane terribile, ma dei venti giorni dell’operazione Piombo Fuso è possibile fare un bilancio che guardi anche al modo in cui la politica italiana ha reagito a quest’ultima guerra. Il primo insegnamento non è affatto una novità e riguarda la determinazione di Israele a fare da sola per tutelare la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini, qualunque sia l’opinione prevalente nella comunità politica e mediatica internazionale.

È un insegnamento antico, iscritto nelle fondamenta dello stato ebraico, ma che in questo caso ha sostenuto la sua sfida più grande: quella contro l’accusa di aver deliberatamente condotto un “massacro di bambini”, secondo la formula usata dai molti che alludono (senza saperlo?) alla persistenza dello stigma di Erode come tratto del più classico antisemitismo. Se ogni guerra strazia bambini e genitori, comprese quelle che abbiamo democraticamente voluto negli anni della finzione retorica degli “interventi chirurgici”, è solo la guerra di Israele che merita il titolo di “massacro di bambini”.

Israele sapeva che sarebbe accaduto, così come tutti noi dovremmo conoscere gli strumenti utilizzati nella contesa mediatica globale dai compagni di strada di ogni latitudine del fondamentalismo islamista. E pur sapendolo, Israele ha intrapreso l’unica strada lasciata aperta dalla latitanza della comunità internazionale su Gaza e sugli obiettivi politici di Hamas.

Questo è il secondo e più autentico insegnamento che la guerra ci lascia in eredità: l’ammonimento innanzitutto a noi stessi a non permettere più che Israele sia costretta a fare affidamento solo sulle proprie forze per tutelare la propria sicurezza. E dunque, per quanto riguarda Gaza, l’assunzione di una responsabilità multilaterale diretta nella prevenzione e nella repressione del contrabbando di armi e nella radicale trasformazione della missione di Hamas come viatico per la rinascita umana e civile della Striscia. Ma è un ammonimento che si estende ben al di là della Palestina, investendo la nuova presidenza Obama e la probabile accelerazione che subirà già nei prossimi mesi il dossier nucleare iraniano. Perché anche in questo caso conosciamo già le modalità con cui la democrazia israeliana si prepara a tutelarsi in solitudine dal possibile salto di qualità di quel dossier, dalla sua eventuale trasformazione in minaccia reale contro Gerusalemme.

Alle nostre democrazie, e non solo a quella statunitense, spetta dunque l’onere di impedire che la questione iraniana diventi un problema esclusivamente israeliano. Rivitalizzando un’azione multilaterale di pressione su Teheran che in questi ultimi mesi è sembrata appannarsi, anche per gli effetti del cambio di amministrazione statunitense.

E la politica italiana? Come ha reagito dinanzi ad una discussione pubblica non solo estremamente polarizzata, come da tradizione nel caso di conflitti in quell’area, ma capace di travolgere misure e proporzioni: ad esempio sommando le ambiguità della formula del “massacro dei bambini” a paragoni storici pesantemente allusivi (come l’insistenza sull’”olocausto palestinese” o il confronto tra Gaza e Hiroshima che ieri campeggiava su un titolo di Repubblica di ben undici colonne)? In realtà la politica italiana ha reagito meglio del previsto sia al governo che all’opposizione, dove hanno prevalso toni equilibrati e la ricerca condivisa di un contributo fattivo alla soluzione della crisi.

Per una volta, complice la linea più defilata che Berlusconi ha impresso alla politica estera italiana prima dell’imminente accelerazione del G8, il tasso di protagonismo retorico non è stata l’unica misura della nostra iniziativa internazionale. Frattini ha commesso una gaffe clamorosa, annunciando in Parlamento che non vi sarebbe stata alcuna offensiva di terra israeliana, ma ha gestito in modo equilibrato un ruolo italiano che ha dovuto rendersi compatibile con la presidenza europea di Sarkozy. Ma ciò che più conta, l’Italia si prepara a svolgere intorno a Gaza un ruolo attivo di smilitarizzazione della Striscia partecipando alla prevenzione del contrabbando di armi.

Identico equilibrio è venuto da Piero Fassino, che in questa crisi ha finalmente mostrato a cosa potrebbe servire un buon ministro ombra del PD. L’ex segretario dei DS ha dato prova di lucidità individuando le fonti del conflitto nella vocazione irriducibile di Hamas e ha mostrato una buona dose di coraggio difendendo le ragioni di Israele alla sicurezza, senza imbarcarsi in polemiche autoreferenziali con il governo. Ma soprattutto è riuscito a compattare sulle proprie posizioni la gran parte del PD, nonostante la sostanziale assenza politica di Veltroni.

Rimarrebbe da dire di Massimo D’Alema, che in questi giorni ha mostrato come mai prima d’ora la tenacia del proprio pregiudizio anti-israeliano. Ma serve più ricordare l’isolamento politico che ne ha circondato le battute, tra cui quella memorabile secondo cui la stampa italiana sarebbe imbeccata dai servizi di sicurezza di Gerusalemme.


7 gennaio 2009
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Il problema di D'Alema con l'ebraismo

Di Massimo D’Alema mi è già capitato di scrivere in lungo e in largo. Lo considero un personaggio con qualche qualità e qualche difetto. Essenzialmente una promessa mancata della sinistra italiana, destinata a svolgere di qui in avanti un onesto lavoro di battutista politico (copyright Christian Rocca) simile a quello che questo paese ha riservato negli ultimi anni a Giulio Andreotti. Tra i difetti del personaggio, tuttavia, ce n’è uno che rappresenta il segno più grave del suo declino politico. Ed è il pregiudizio nei confronti del ruolo delle comunità ebraiche nella vita della nazione italiana. Perché il problema di D’Alema non è Israele né Hamas, ma più esattamente l’ebraismo. Mi è capitato di scriverne più estesamente sulla Stampa nell'agosto 2006. Allora la guerra si combatteva in Libano, c'erano ancora i Democratici di Sinistra e Veltroni era tranquillo al Campidoglio, il soggetto islamista era Hezbollah ma i problemi di D’Alema erano sostanzialmente gli stessi. Ecco qua:

IL MASSIMO DEL COMPLESSO - La Stampa, 18 agosto 2006, p.1
È un fronte interno al quale siamo abituati ormai da qualche anno, quello che si è appena riaperto tra Massimo D’Alema e le comunità ebraiche dopo l’ultimo “tour di amicizia e solidarietà con il mondo arabo” del nostro ministro degli esteri. Dopo il primo inciampo nato dalle dichiarazioni di equivicinanza tra Israele e Hamas, questa volta gli vengono imputate le critiche implacabili alla campagna militare dell’esercito di Tel Aviv insieme ad una interpretazione dell’accresciuta forza di Hetzbollah che a qualcuno è sembrata suonare più come un auspicio che come una analisi (soprattutto perché si svolgeva a poche ore di distanza dall’ormai celebre passeggiata a braccetto di un leader locale del Partito di Dio filo-iraniano). Ma è solo l’ultimo atto di una polemica che si è svolta sempre lungo un crinale particolarmente infido e scivoloso, sotto il quale l’accusa di antisemitismo si intravede assai meglio di quella in fondo sopportabile di scarso entusiasmo nei confronti di Israele.

Da questa polemica D’Alema si è sottratto assai di rado nel corso degli anni, preferendo affrontare di petto i suoi accusatori con una energia degna di ben altre sue lontane battaglie. Forse perché il leader postcomunista ha scelto di leggere questo fronte con gli stessi strumenti della più tradizionale contesa tra destra e sinistra, vedendo nella polemica sul suo presunto antiebraismo una manovra partorita da “certi ambienti politici e intellettuali che hanno molto puntato in questi anni su una specie di asse privilegiato nei rapporti tra Israele, comunità ebraiche e centrodestra in Italia”, come ha dichiarato il 21 maggio all’Unità nella sua prima intervista da ministro degli esteri. Aggiungendo che quella contro cui avrebbe dovuto lottare dalla Farnesina era “una campagna sull'antisemitismo della sinistra che non ha invece alcun fondamento".

E forse è proprio qui il punto sul quale l’ebraismo italiano misura tutta l’incolmabile distanza da D’Alema, la negazione alla radice dell’esistenza di quell’antisemitismo di sinistra che rappresenta invece uno dei fenomeni nuovi del panorama politico occidentale. Alimentato dalle spoglie di un terzomondismo trasfigurato dall’emersione del fondamentalismo islamista, sfuggito alla disciplina di un canone comunista occidentale che in ogni caso (e nonostante i crimini antisemiti di cui è intessuta la storia del comunismo sovietico) non avrebbe mai permesso che filoarabismo e critica alla politica di Israele sconfinassero nel pregiudizio antiebraico, l’antisemitismo di sinistra rappresenta uno dei prodotti più indigesti lasciati in eredità dall’11 settembre e dalla guerra in Iraq. Grazie al quale Israele ha finito per rappresentare (di nuovo?) l’avanguardia armata e belligerante di un disegno imperiale guidato da Washington e votato al dominio mondiale, nel mentre le “masse arabe” si sono ormai impiantate nell’immaginario politico di una parte della sinistra come la nuova incarnazione della “classe generale”.

Al vertice dei Democratici di Sinistra tutto questo è stato letto con lenti completamente divergenti. Mentre Piero Fassino sceglieva proprio dopo l’11 settembre di intensificare l’antica battaglia personale contro ogni cedimento del proprio campo al pregiudizio antiebraico, all’altro polo della leadership diessina si assisteva ad una infilata di prese di posizione che sembravano rifuggire dalla consapevolezza dell’intreccio tra antisemitismo e antisionismo e che ben di rado mostravano comprensione per i termini di vita o di morte nei quali Israele concepisce la propria esistenza. Nel 2002, nel suo libro “Oltre la paura”, D’Alema si sarebbe posto precisamente quella domanda (“L'esistenza di Israele è oggi realmente in pericolo? C'è davvero il rischio dell'annientamento, della distruzione dello Stato ebraico?), salvo rispondervi in toni del tutto negativi: “Le cose però non stanno così. Nessuna "nuova Monaco" è alle porte. La potenza militare di Israele e le sue alleanze internazionali determinano la sua schiacciante superiorità nei confronti di chiunque osi minacciarla”. Nessun pericolo mortale per chi dispone di una “schiacciante superiorità”, dunque, e nessun eccessivo rigore nel leggere la diffusione del nuovo fenomeno del terrorismo kamikaze in casa palestinese. Tanto che nello stesso libro troviamo un’assai scivolosa argomentazione sulla differenze esistenti tra kamikaze e kamikaze, tra i militanti di Al Qaeda e “gli adolescenti palestinesi che si sono fatti esplodere in mezzo a civili israeliani”. Perché “ci si può illudere – secondo D’Alema - che il problema sia limitato a pochi gruppi di fanatici e che la soluzione consista quindi nel loro annientamento”. Ma la verità è che “se il terrorismo appare come l'unico strumento a disposizione di popoli privi di ogni altra forza contrattuale per affermare i propri diritti, allora è chiaro che troverà sempre nuovo alimento”. Tra la negazione dell’esistenza di un pericolo mortale per Israele e la rimozione del fenomeno dell’antisemitismo di sinistra, non stupisce troppo che D’Alema sia diventato da qualche anno l’obiettivo privilegiato delle comunità ebraiche italiane. Contro le quali era direttamente sceso in campo già nel gennaio 2003, allorché Alberto Asor Rosa aveva subìto una sorta di processo pubblico a Milano per avere imperniato anche sul concetto di “razza ebraica” una sua severa critica alla politica di Sharon. D’Alema si era schierato senza remore a sostegno dell’intellettuale romano, dal quale lo separava da anni una enorme distanza politica, prendendo carta e penna per accusare su Repubblica i leader della comunità ebraica milanese di “intolleranza verso posizioni che hanno il solo difetto di non essere condivise”.

Difficile che tale groviglio di diffidenza reciproca venga sciolto nella nuova stagione di governo. Il pericolo è semmai quello di un suo ulteriore ingarbugliarsi, sotto la spinta congiunta della chiusura di credito delle comunità ebraiche e degli orientamenti della Farnesina dalemiana. Che tra i propri modelli di riferimento, con cui qualificare la nuova stagione di protagonismo internazionale, sembra aver incluso anche una rinnovata miscela tra il filoarabismo craxiano e la pragmatica navigazione andreottiana tra regimi di ogni qualità. Tutto bene, se non fosse che dopo l’11 settembre alcuni tra gli interlocutori del mondo arabo appaiono assai più inquietanti di quelli laici e democratici con cui avevano a che fare i condottieri della Prima repubblica.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 7/1/2009 alle 19:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

7 gennaio 2009
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Se lo dice il Direttore...

Caro Direttore, leggo su il Tempo che un giornalista del Riformista che ha avvicinato D’Alema, l’altra sera ospite a Matrix, si è sentito fare questa domanda a proposito di Andrea Romano: "Ma perché lo fate scrivere di politica estera?". Che risponde? Michele Cagliari
"La mia stima per D'Alema è pari alla mia rabbia quando parla di Hamas. «Un partito politico con 25mila uomini in armi», come dice lui, che partito politico è? Personalmente - è noto - la penso come Fassino: Hamas riconosca il diritto ad esistere di Israele e poi se ne parla. E la penso come Andrea Romano, che scrive di politica estera sul Riformista perché la conosce, la studia, ne scrive professionalmente da anni. Del resto non è affatto solo nel contestare le legittime, ma isolatissime posizioni in materia di Massimo D'Alema".
Antonio Polito sul Riformista di oggi, p.13


31 dicembre 2008
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Parole chiare su Hamas

Franco Frattini ha finalmente detto una parola di chiarezza sulla politica estera italiana. Sarà stata la temporanea assenza di Berlusconi dalla scena e dunque l’allentarsi del patronage di Palazzo Chigi, ma il suo netto giudizio sulla “scellerata responsabilità” di Hamas nella crisi di Gaza deve essere salutato con soddisfazione. Soprattutto perché introduce una discontinuità nella nostra posizione su quello scenario, fino a ieri segnata dagli effetti del breve mandato di D’Alema alla Farnesina con i suoi pregiudizi anti-israeliani, la sua incapacità di prendere le distanze da Hamas o Hezbollah e i suoi problematici rapporti con le comunità ebraiche italiane.

Il nuovo ministro degli esteri mostra quanto meno di saper distinguere torti e ragioni all’interno del mondo arabo, prima ancora che tra Israele e palestinesi, e questo può qualificare una politica estera che voglia davvero contribuire ad una realistica prospettiva di pace. Innanzitutto riconoscendo il lavorio violento, provocatorio e destabilizzante che Hamas ha svolto in questi anni contro la leadership palestinese di Abu Mazen e dunque contro la stessa possibilità della soluzione “due popoli per due stati”. In secondo luogo spingendo perché l’Europa si faccia soggetto attivo nella regione, assumendosi almeno in parte la responsabilità di isolare Hamas dai suoi sponsor regionali e di rafforzare una leadership palestinese che anche dopo Abu Mazen riconosca il diritto all’esistenza di Israele e creda nella via del negoziato. Infine, lavorando per rendere sempre più multilaterale il compito di garantire la sicurezza di Gerusalemme.

Se così fosse, la posizione italiana sarebbe in tutto simile a quelle che in queste ore vengono formulate dalle più importanti cancellerie europee. A partire da Berlino (dove nei giorni scorsi Angela Merkel ha parlato senza equivoci del diritto di Israele a “proteggere la propria popolazione”) e Londra (dove Gordon Brown ha appena definito gli attacchi di Hamas “la principale minaccia agli sforzi di pace intrapresi da Abu Mazen”).

Ma si tratterebbe di una innovazione importante anche per il tradizionale filoarabismo della nostra politica estera, che non sembra aver pienamente assimilato la novità del fondamentalismo islamista. È vero, come ha scritto ieri Stefano Cappellini, che il nostro partito filo-arabo sembra in crisi. Ma è altrettanto vero che l’ambizione italiana di giocare un ruolo autonomo nel Mediterraneo continua a muoversi sul filo dell’ambiguità andreottiana, in un’epoca che di andreottiano non può avere più niente. Con il risultato di confondere le leadership arabe interessate ad una pacificazione regionale con quei nuovi soggetti fondamentalisti che non contemplano alcuna possibilità di dialogo con l’Occidente né con la sua “entità sionista”. Perché anche su questo binario, negli ultimi anni, l’Italia è rimasta indietro rispetto ad altri grandi paesi europei che hanno compreso meglio di noi le nuove fratture del mondo islamico.


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18 dicembre 2008
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Veltroni è il nuovo Mao e Bettini il suo Lin Piao
Il modo in cui Walter Veltroni si prepara a sfruttare la “questione morale” sarebbe surreale, se non fosse profondamente immorale. In sintesi, Veltroni ha già fatto sapere che quanto sta accadendo a Napoli e altrove dev’essere occasione per un “più profondo rinnovamento”. Naturalmente guidato da lui medesimo. Perché “questo non è il mio PD” (ma se non è il suo, di chi mai sarà?). Goffredo Bettini ha tradotto più chiaramente: “Da oggi più poteri a Walter”.

È il meccanismo maoista del “fuoco sul quartier generale”, a patto che il Generale venga tenuto al riparo. È la solita pretesa di incarnare tutto e il contrario di tutto, con la sola condizione di poter sopravvivere a se stessi. Perché la prima e principale “questione morale” è la caduta verticale di credibilità di gente come Veltroni, Bettini, D’Alema, Rutelli e di tutti coloro che stanno convergendo sull’affondamento del PD come risultato della propria permanenza al comando.

Un gruppo che ha fatto dell’irresponsabilità istituzionale la propria regola di comportamento, incapace com’è di pensare a soluzioni diverse dalla propria sopravvivenza. Il maoismo veltroniano ne è l’ultima, patetica incarnazione. Chiunque, dentro quelle stanze, avesse a cuore la sopravvivenza del PD dovrebbe entrare e sollevarli di peso.

 

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17 dicembre 2008
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Un cadavere collettivo da sgombrare
Dopo il tonfo d’Abruzzo sulla strada del PD c’è un cadavere da sgombrare, ma non è quello del solito Veltroni. È il corpo inerte e collettivo di quello che dovrebbe essere un gruppo dirigente, se solo mostrasse di reagire agli eventi come un qualsiasi essere vitale. Al vertice del PD si attende invece il compiersi della catastrofe nella più totale passività, perché ognuno è convinto di poter ricavare il proprio piccolo tornaconto dal corso naturale degli eventi.

Entro un anno, forse meno, Veltroni sarà accompagnato alla porta ma potrà dire di essere stato proditoriamente sconfitto dalla “vecchia politica”. D’Alema avrà insediato alla guida dei resti del PD un suo fedele, se non sarà diventato lui stesso il capo di una nuova, piccola formazione di postcomunisti vecchi e nuovi. Rutelli sarà uscito dalla sezione italiana del PSE per riunirsi con popolari e centristi, e via di questo passo. Naturalmente questo venerdì, alla riunione della Direzione, ascolteremo riflessioni completamente diverse. Da Veltroni la fantasia del Lingotto 2, da D’Alema la litania del “solido investimento” su Veltroni, da Rutelli chissà. Ma fuori dalle stanze nelle quali si reciterà l’ennesimo episodio di una fiction ormai surreale, resterà di fronte agli occhi di qualsiasi elettore o simpatizzante lo spettacolo di un partito che si avvia a frantumarsi entro pochi mesi.

Un cadavere collettivo da sgombrare, dunque, per impedire che la storia del Partito democratico resti quella brevissima di un esperimento di giustapposizione oligarchica naufragato dopo pochi mesi. Sì, ma chi dovrebbe provvedere alla rimozione? Nei partiti normali, quelli dove si coltiva con cura la crescita delle nuove leve, sono gli aspiranti dirigenti che ad un certo punto sollevano di peso i responsabili dei fallimenti. Nel PD nostrano dobbiamo invece ascoltare la predica sul “rinnovamento dei dirigenti” venire ieri da D’Alema e oggi da Goffredo Bettini, colui che per vent’anni ha presidiato immobile la sinistra romana e che più di recente ha scolpito le regole auree della catastrofe veltroniana. Cominciasse da se stesso a rinnovare i dirigenti, viene naturalmente da dire. Ma un secondo dopo occorre pensare a soluzioni pratiche e realistiche, che facciano immaginare un esito diverso dall’autodistruzione del PD programmata per il giorno dopo le elezioni europee.

Quella soluzione esiste e Veltroni la conosce benissimo. Consiste nell’annunciare già oggi che il prossimo candidato premier espresso dal PD non sarà lui né D’Alema, né Rutelli né qualsiasi altro esponente di un gruppo che ha da tempo esaurito la propria capacità di apprendimento e innovazione. E nel dare a questo PD un anno di tempo per discutere a fondo della propria linea e soprattutto della persona che dovrà incarnarla. Perché nella politica occidentale non esistono leader per tutte le stagioni né linee che possano essere disgiunte da una leadership in grado di difenderle e rappresentarle. Sarebbe un anno per permettere al PD di trovare una guida adeguata, affidando al conflitto politico aperto la funzione di far emergere alla luce del sole quella personalità che certamente esiste tra i molti suoi dirigenti nazionali e periferici. Un anno che potrebbe essere impiegato molto più utilmente che non alternando all’infinito, come avviene in queste settimane, un conflitto impolitico e tribale all’esortazione bacchettona e stucchevole a “non farsi del male”. Un anno, infine, che gli stessi Veltroni e compari potrebbero utilizzare per dedicarsi al confronto politico liberi dall’ingombro della leadership. Non gli si chiede di andare in pensione (anche se non sarebbe un’idea poi così pessima) ma di dedicarsi alla politica dalle seconde file, come qualsiasi ex prim’attore rimasto notabile disarmato.

Sarebbe una scelta ragionevole e realistica per qualsiasi gruppo dirigente che volesse garantire un futuro al partito che si trova a guidare. Ma c’è un solo, grande impedimento. Rischia di non esserlo affatto per chi ha ormai fatto della propria sopravvivenza l’unico criterio di ragionevolezza. Ed è appunto questa la ragione per cui discutiamo di cadaveri da sgombrare, invece che di prospettive politiche.



14 dicembre 2008
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I malanni e i battutisti

Sì, d’accordo. Il catalogo dei malanni del PD pubblicato ieri da Michele Salvati sul Riformista è quello giusto. Ci sono tutti. La debolezza di un “patriottismo democratico” di contro alle “vecchie appartenenze organizzative”. La scelta di un modello di partito, tra quello liquido-primatista e quello solido-tradizionalista. La definizione di un percorso di alleanze e di un registro di opposizione, con la previsione del tutto ragionevole che non basterà certo una burrosa “conferenza programmatica” a risolvere tutto il garbuglio.

Benissimo, ci siamo. Ma c’è come la sensazione che manchi qualcosa. Non tanto l’indicazione di questo o quel malanno, ma quello che un tempo avremmo definito “il soggetto storico” capace di tradurre la diagnosi in cura. E quindi le persone, il gruppo dirigente, la leadership. Perché se ci aspettiamo che i Veltroni (o i D’Alema, i Rutelli, i Marini, i Rosibindi) si sottopongano a dure e dolorose cure per i malanni che hanno inflitto da soli a se stessi e al centrosinistra italiano, non usciremo mai dalla corsia d’ospedale. Sì, lo so anch’io che è il solito discorso sui gruppi dirigenti. Ma è anche vero che sono i soliti malanni dei soliti malati. E che auspicare che ci siano uomini buoni per tutti le stagioni è quantomeno eccesso di ottimismo.

Allora, il miglior commento (involontario) all’analisi di Salvati è quello scritto da Christian Rocca
:
"Quando Huckabee faceva la campagna elettorale, i giornalisti lo amavano non solo perché diceva cose bizzarre (voleva abolire le tasse sul reddito), ma anche perché non parlava in politichese e sapeva sintetizzare messaggio evangelico e battute da vero comico. Qualcuno aveva scritto che  la candidatura di Huckabee in realtà non era una corsa alla Casa Bianca, ma ad accaparrarsi uno show televisivo. Così nessuno s’è stupito del suo finale approdo a Fox News, anche se magari tornerà a fare politica. Massimo D’Alema è quanto di più lontano ci possa essere da Huckabee, ma è il più formidabile battutista del mondo politico italiano. Se scegliesse il modello Huckabee, invece di presiedere una Fondazione, D’Alema sarebbe un fantastico conduttore di un’imperdibile trasmissione politica televisiva"


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