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6 febbraio 2011
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Cameron chiude l'era multiculturale e rilancia
Impantanati come siamo in un dibattito pubblico non proprio edificante, rischiamo di dimenticare che fuori dai confini italiani si continua a discutere dei temi che definiscono il profilo delle nostre comunità civili di fronte ai mutamenti globali. È quanto ci ricorda il discorso tenuto ieri a Monaco di Baviera da David Cameron. Una riflessione solo formalmente dedicata alla minaccia del terrorismo, ma in realtà un passo politico molto impegnativo sui diritti e i doveri di coloro che condividono le istituzioni di una società aperta. E insieme l’annuncio del possibile ritorno di Londra ad una fase di forte attivismo democratico in campo internazionale.
Sarebbe facile riconoscere nelle affermazioni di Cameron contro “l’ideologia dell’estremismo islamico” e a favore di “un più attivo liberalismo muscolare” l’eco delle parole usate subito dopo l’11 settembre da Tony Blair. Facile ma inevitabile, soprattutto se ricordiamo con quanto impegno Cameron ha voluto distanziarsi dal predecessore soprattutto sui temi della politica estera e del contenimento del fondamentalismo. Nel suo percorso verso Downing Street il giovane leader conservatore ha insistito a più riprese sulla necessità di adottare in campo internazionale un approccio finalmente pragmatico, e dunque libero dal peso e dai condizionamenti dell’interventismo morale che il New Labour aveva impresso (secondo i suoi critici) alla politica estera di Londra. Così come lo stesso Cameron ha spesso offerto una lettura ottimistica, quasi irenica, della capacità della società britannica di accogliere e valorizzare al proprio interno le diverse identità etniche e religiose: “Siamo così fortunati, noi britannici, a poter professare le nostre diverse fedi religiose in pace, armonia e tolleranza. Poche nazioni sono più attrezzate a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isole in una comune identità civile”. Sono parole del 2006, Cameron era ancora lontano dalle responsabilità di governo e in quell’occasione il suo interlocutore era l’induista Morari Bapu, eppure la distanza tra quelle parole e il discorso di Monaco non potrebbe essere più evidente. Ma se è vero che l’esperienza di governo indurisce anche gli animi più teneri, il mutamento di rotta impresso da Cameron non ha a che fare solo con le asprezze quotidiane di Downing Street. C’è anche la presa d’atto della persistenza di un’agenda politica che non era stata inventata né da Blair né da Bush e che dunque non è tramontata con l’uscita di scena dei protagonisti della fase più drammatica della vicenda irachena. Un’agenda di “diritti umani universali”, secondo la definizione dello stesso Cameron, che confligge con le fascinazioni perbeniste del relativismo e che il Primo Ministro britannico ha affidato ieri a quattro domande con cui verificare la compatibilità democratica di qualsiasi organizzazione a sfondo religioso che voglia operare in Gran Bretagna: “Credono nei diritti umani universali, anche per le donne e per coloro che professano religioni diverse? Credono nell’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge? Credono alla democrazia e al diritto dei popoli di eleggere i propri governanti? Incoraggiano l’integrazione o il separatismo?”.
Un test innocuo solo all’apparenza, che non sarà semplice tradurre nella griglia normativa che in Gran Bretagna disciplina l’accesso delle organizzazioni non governative al sostegno pubblico. Ma è chiaro che la partita che Cameron ha deciso di giocare va oltre quest’angolo, guardando anche al ruolo che Londra può svolgere in un quadro mediorientale che torna a muoversi. Perché se in questi mesi la svolta pragmatica impressa alla politica estera britannica aveva fatto immaginare (o temere) un suo profilo più defilato nel mondo, Cameron ha scelto di tornare all’attivismo internazionale scommettendo sulle carte della democrazia e dei diritti universali. Un messaggio inequivocabile rivolto tanto alla società britannica quanto  alle piazze e ai prossimi governanti di Tunisi e del Cairo, ma soprattutto una promessa che in queste settimane nessun altro leader europeo si era sentito di assumere con tanta chiarezza.


8 ottobre 2010
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Cameron e l'equivoco della Big Society
Se la sinistra europea ha la febbre ancora alta, mentre i socialisti spagnoli si apprestano a rottamare Zapatero per evitare la disfatta elettorale, la destra non sta molto meglio. Sarkozy è alle prese con un declino di consensi tutto personale, mentre si prepara a giocarsi fino all’ultimo voto una rielezione che solo un anno fa sembrava scontata. Angela Merkel sta tentando di agganciarsi alla ripresa economica tedesca per ribaltare un’estate densa di difficoltà politiche. In entrambi i casi, l’impressione è che le punte del centrodestra europeo siano impegnate nella gestione dell’emergenza piuttosto che nella manutenzione di un orizzonte ideale che possa essere fonte di ispirazione per le altre forze conservatrici. Su questo sfondo, David Cameron rischia di trovarsi nella posizione di unico faro ideologico pienamente funzionante su scala europea. Grazie al privilegio di godere ancora della benevolenza che gli elettori garantiscono ai governi appena avviati, ma anche perché la sua leadership non sembra avere ancora archiviato l’ambizione di ridefinire il DNA dei Tories.
Lo conferma da ultimo il discorso tenuto a Birmingham, dove Cameron è tornato su alcuni dei temi che hanno qualificato la sua opera di rinnovamento nel partito che fu thatcheriano. L’attenzione alla sfera dei servizi pubblici fondamentali, innanzitutto, che lo ha visto ribadire la centralità occupata dal Servizio Sanitario Nazionale nel nuovo pantheon dei conservatori (“proteggeremo il National Health System dai tagli mostrando che esso continua ad avere quella priorità che abbiamo sempre rivendicato”). Non era affatto scontato che il NHS, mitica bandiera laburista solo recentemente acquisita dai Tories, si trovasse al riparo dai tagli nella stessa settimana che ha visto l’annuncio di drastiche riduzioni di benefici pubblici. Al contempo, Cameron ha tentato di declinare secondo i tempi nuovi della crisi un’idea di giustizia che tenga conto dei sacrifici chiesti a consistenti quote della società britannica. Di qui lo slogan secondo il quale “Coloro che hanno le spalle più larghe dovranno sostenere un peso maggiore”. Che nell’immediato giustifica il taglio degli assegni familiari per i più abbienti, ma che oltre la contingenza punta ad incalzare i laburisti sul terreno per loro più naturale. Quello di un’idea di “fairness” che sotto la spinta della crisi si è resa inevitabile in qualsiasi agenda politica anche di segno conservatore.
Siamo dunque alle prese con una riedizione in chiave britannica dell’ampia veste del “conservatorismo compassionevole”? Non esattamente, perché la vera novità del discorso di Cameron è nel suo tentativo di guardare oltre l’angolo della crisi economica. In direzione di una stagione di crescita nella quale Londra potrebbe trovarsi nei prossimi mesi, e dunque tastando il terreno di un ottimismo forse prematuro secondo i dati economici ma in sintonia con lo spirito pubblico che ha segnato la Gran Bretagna nell’ultimo decennio. Cameron ha rivendicato la purezza dello spirito imprenditoriale di “coloro che fanno, che inventano e che fanno muovere la nostra economia”. Pensando non solo al “riccone nella sua torre di vetro”, ma a “coloro che si alzano prima dell’alba per pulire le vetrine”, alle “donne che lavorano fino a tardi per far quadrare i conti della loro piccola azienda”, ai “lavoratori che lasciano la sicurezza di un salario mensile per provarci in proprio”. È una retorica del piccolo e piccolissimo imprenditore nella quale si leggono echi del populismo democratico thatcheriano, che non fu mai ideologia del “Big Business” ma fiducia nelle capacità di ogni singolo cittadino di cimentarsi con la produzione di ricchezza. Ma soprattutto è una formulazione che chiarisce definitivamente cosa intendeva essere lo slogan della Big Society che lo stesso Cameron aveva lanciato in luglio. Non tanto una traduzione inglese della sussidiarietà di matrice cattolica, secondo la frettolosa interpretazione di alcuni politici di casa nostra (come il ministro Sacconi), ma piuttosto l’indicazione di un percorso pienamente liberale di rinascita economica che possa scommettere sulla capacità della società di tornare a produrre crescita e valore.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 8/10/2010 alle 18:22 | Versione per la stampa

12 luglio 2010
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L'Europa delle destre non è una sinfonia
Le cosiddette “famiglie politiche europee” sono curiose entità a temperatura variabile. Nelle fasi storiche in cui tutto sembra andare per il meglio, quando si moltiplicano le vittorie elettorali e le cariche di governo, il profilo della destra o della sinistra europea appare netto, autorevole e persino capace di dettare la linea a questo o a quel partito incerto sul da farsi. Quando invece le cose si mettono male, si stenta anche solo a riconoscere i contorni di quella che un tempo appariva come una nobile e prestigiosa famiglia politica transnazionale. Se la sinistra europea è ancora nel profondo di una lunga crisi di consenso, avendo esaurito la riserva di ispirazione accumulata nel corso degli anni Novanta senza averla ancora sostituita con niente di analogo, il disagio che in questi ultimi mesi sembra aver preso la destra è di lettura più difficile.

Da un lato la mappa politica dell’Unione europea non lascia alcun margine al dubbio: con l’eccezione di Madrid, dove Zapatero sopravvive con fatica, in tutte le principali capitali governano leadership di centrodestra. Dall’altro lato, queste stesse leadership non sembrano condividere alcun orizzonte comune e sono minacciate, ciascuna per proprio conto, da crisi interne di sorprendente gravità. In Francia la volata elettorale di Nicolas Sarkozy alla ricerca della riconferma presidenziale si annuncia lunga e complicata, dovendo egli ribaltare indici di popolarità crollati ai minimi storici e recuperare gli effetti perversi di un’ideologia della “rupture” che invece di liberare gli spiriti vitali della nazione si è accompagnata all’esibizione di un familismo degno della peggiore tradizione chiracchista. In Germania Angela Merkel deve ancora adeguare il passo ad un’alleanza di governo del tutto diversa dalla precedente, dove alla capacità di mediazione mostrata nel guidare la “grande coalizione” con i socialdemocratici dovrebbe sostituirsi una forza di visione che la Signora Cancelliere ancora non possiede. In Gran Bretagna la luna di miele di Cameron è già disturbata dalla difficoltà di rispettare il primo impegno preso con gli alleati liberaldemocratici, ovvero il cambiamento in senso proporzionale della legge elettorale. Dell’Italia è forse meglio non dire. Se non per notare che mai come in questa fase il berlusconismo appare incapace di darsi una missione di medio periodo, al di fuori di una confusa agenda di sopravvivenza comunque incentrata su ciò che sta più a cuore agli interessi privati del presidente del consiglio.

Si tratta di difficoltà diverse per partiti e governi diversi, ognuno alle prese con contesti nazionali specifici. Eppure i sintomi non apparirebbero tanto gravi se il centrodestra europeo si trovasse in una fase di maggiore forza politica. O anche solo se tra i suoi azionisti principali vi fosse una condivisione di scenari che la crisi economica ha invece frantumato, come ci racconta il caso franco-tedesco. La divaricazione di vedute tra Parigi e Berlino nelle risposte da dare alla crisi non potrebbe essere più evidente. Così come la volontà della Germania di affermare la legittimità dei propri interessi nazionali, senza più alcun pedaggio da pagare ai sensi di colpa di una storia novecentesca che considera superata e avendo invece tutte le intenzioni di far pesare per intero la propria forza economica. Se l’appannarsi dell’asse franco-tedesco è un problema forse transitorio per l’Unione europea, che può comunque contare sulla forza delle proprie istituzioni, esso rappresenta invece una minaccia mortale per la “famiglia politica europea” di centrodestra. La quale non può fare alcun affidamento né sulla fragile bizzarria del PDL italiano né sui Tories britannici (ormai lontani anche formalmente dal PPE), restando quindi del tutto dipendente da ciò che si muove tra Parigi e Berlino. Paradossalmente è difficile immaginare che la destra europea possa contare ancora a lungo su un numero tanto ampio di governi amici, ma è facile intuire che la mancanza di una visione condivisa tra i conservatori europei (e soprattutto tra i conservatori francesi e tedeschi) ne indebolisca le fortune già alle prossime tornate elettorali.




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permalink | inviato da Andrea Romano il 12/7/2010 alle 7:48 | Versione per la stampa

7 maggio 2010
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Dopo il voto, Mr Dubbio a Downing Street?
Nel momento più difficile per la storia europea dell’ultimo decennio, la Gran Bretagna ha scelto di non scegliere. E se gli exit polls di questa notte saranno confermati, con nessun partito capace di superare il traguardo dei 326 seggi in grado di garantire la maggioranza, da oggi Londra avrà un governo privo della forza necessaria ad affrontare i tempi difficili che attendono il paese. Al termine di una delle campagne elettorali più incerte dell’ultimo quarto di secolo gli scenari possibili sono essenzialmente due, ed entrambi privi di ragioni per guardare con ottimismo all’immediato futuro. Il primo e più probabile è un governo di coalizione tra Laburisti e Liberaldemocratici, tenuto insieme dall’ostilità ai Conservatori e dalla promessa laburista di ritoccare la legge elettorale in senso proporzionale secondo la storica rivendicazione del partito di Nick Clegg.

È altamente improbabile che a capo di un esecutivo di questo tipo rimanga Gordon Brown, che appare ormai destinato ad essere sostituito da David Miliband o da qualche altra figura laburista meno logorata. Con il risultato di privare un governo già debole della personalità più capace di gestire misure dure e impopolari, come quelle che attendono un paese alle prese con la crisi peggiore dagli anni Settanta in avanti. La presenza di Nick Clegg nell’esecutivo rappresenterebbe poi un ulteriore ostacolo sulla strada di un’efficace azione di governo. Perché il ruolo ormai indispensabile del partito liberaldemocratico, che ha comunque ottenuto un risultato ben al di sotto delle aspettive suggerite dalla sua abilità telegenica, nasce soprattutto dal crollo verticale della fiducia nella politica che ha scosso la nazione britannica nell’ultimo biennio.

Crisi finanziaria ed esplosione dell’antipolitica si sono intrecciate in forme a noi familiari ma relativamente sconosciute per la Gran Bretagna, con il risultato di favorire il partito che più di altri poteva vantare una patente di verginità per essere rimasto tanto a lungo lontano dalle responsabilità di governo. Ma se verginità politica e capacità di governo difficilmente coincidono, è certamente vero che le proposte dei Liberaldemocratici ricordano troppo da vicino “le idee che possono essere scritte sul retro di un tovagliolo alla fine di un’allegra cena tra amici” (come ha detto Gordon Brown). Il secondo scenario potrebbe vedere un governo di minoranza a guida conservatrice, secondo l’esperienza storica del febbraio 1974 quando l’ultimo caso di “hung parliament” si tradusse nel breve governo laburista che portò nuovamente il paese alle urne in autunno.

Anche in questo caso il compito di Cameron dovrebbe esaurirsi nella guida di una sorta di governo balneare, con il doppio effetto negativo di dilapidare il potenziale di novità del giovane leader conservatore e di congelare la capacità di reazione britannica dinanzi alla crisi europea. In entrambi i casi, un esito ben poco incoraggiante per una nazione che nei prossimi mesi avrà bisogno di una guida politica lucida e determinata.


5 maggio 2010
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Il New Tory Cameron è figlio di Blair
Per uno di quei paradossi di cui vive la storia politica, prima di trasformarsi nella più clamorosa storia di successo della sinistra contemporanea il Labour Party aveva rappresentato per larga parte del Ventesimo secolo la pecora nera del socialismo europeo. È vero che subito dopo la seconda guerra mondiale era stato proprio un governo laburista a porre le basi di un solido e duraturo sistema di welfare, gestendo la fine dell’impero britannico e contribuendo a definire l’architettura di sicurezza euroatlantica, ma è anche vero che dagli anni Cinquanta in avanti quel partito aveva governato poco e male. E mentre le socialdemocrazie nordiche e poi i socialismi mediterranei macinavano successi e definivano nuovi paradigmi culturali, il Labour aveva finito per rappresentare l’emblema del settarismo inconcludente e ripiegato su se stesso. Soprattutto di fronte alla potenza trasformativa dell’era Thatcher.

Il New Labour ha capovolto questo schema in patria e all’estero, diventando fin dalla metà degli anni Novanta il termine di paragone inevitabile per qualsiasi disegno progressista europeo. In positivo o in negativo, la vicenda laburista più recente ha definito uno standard al quale nessun’altra sinistra europea ha potuto sottrarsi anche quando lo ha fortemente voluto. Se questo è accaduto non lo si deve né ai segreti del mestiere comunicativo di Tony Blair né a qualche misteriosa macchinazione del circuito internazionale dell’informazione, ma ad una ragione molto più banale. Ovvero alla capacità di quel partito di governare per un lungo periodo di tempo una delle nazioni più avanzate del pianeta, realizzando un programma politico progressista adeguato ai tempi della globalizzazione.

Tradotto in uno slogan peraltro entrato ormai da anni nel lessico della sinistra europea, si è trattato di conciliare la coesione sociale con la crescita economica o la creazione di ricchezza con la sua redistribuzione. In termini più concreti, è accaduto ad esempio che nell’arco di un decennio il governo laburista abbia più che raddoppiato gli stanziamenti per l’educazione prescolastica (passati da 2 a 5 miliardi di sterline) o abbia moltiplicato da 3,6 a 24 miliardi di sterline le risorse destinate agli strumenti di welfare-to-work, potenziando i meccanismi di mobilità sociale di una delle nazioni più corporative d’Occidente nel mentre accompagnava una delle fasi di crescita economica più dinamiche nella storia britannica. Così come il campo dei nuovi diritti civili ha visto l’introduzione di forme di tutela per le coppie di fatto e persino in politica estera, dove Blair ha pagato i prezzi di popolarità più alti, è soprattutto grazie al New Labour che è stato possibile superare quel paradigma di neutralità passiva nel quale la gran parte della sinistra europea si era facilmente accomodata dopo la fine della Guerra Fredda. È vero che non è accaduto solo questo, così com’è vero che nell’ultimo biennio la crisi ha esposto tutti i limiti della eccessiva finanziarizzazione dell’economia britannica. Ma è difficilmente contestabile l’esito del confronto tra l’esperienza di governo neolaburista e quella di qualsiasi altro centrosinistra europeo nello stesso periodo.

Se questo è stato l’impatto del New Labour sui modelli politici progressisti europei, in profonda crisi di ispirazione dopo l’eclisse della socialdemocrazia alla fine degli anni Ottanta, le conseguenze di tredici anni di governo laburista sono ben visibili anche in patria e anche alla vigilia della più che probabile sconfitta elettorale di Gordon Brown. Perché è proprio in questi giorni che l’offerta politica britannica ci appare stabilmente spostata verso le coordinate progressiste. Con un leader conservatore che rende appassionato omaggio al National Health Service (il sancta sanctorum della simbologia laburista) mentre annuncia politiche multietniche del tutto inedite per la storia Tory, e un leader liberaldemocratico che si vanta di avere ereditato il meglio della tradizione laburista. La trasformazione in senso progressista dello Zeitgeist politico britannico è forse il successo più grande del New Labour. Un progetto che era stato etichettato dai suoi critici di sinistra come una svendita del patrimonio ideale laburista al banco del thatcherismo e che invece è riuscito a condizionare sia l’ispirazione che l’agenda del partito che fu di Margaret Thatcher.  


24 aprile 2010
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La debole Albione
Nonostante le apparenze, la Gran Bretagna è una nazione tutt’altro che sicura del proprio ruolo nel mondo. In una celebre battuta di Tony Blair: “La Germania ha perso la guerra ma è riuscita è superare il trauma; la Francia ha quasi perso la guerra ma è riuscita a superare il trauma; noi invece abbiamo vinto la guerra, ma non siamo ancora riusciti a superare il trauma”. È stato vero per gran parte della seconda metà del Novecento, se ricordiamo il prezzo che Londra ha dovuto pagare all’incertezza mostrata fin dall’inizio verso il progetto dell’Europa comunitaria. Ma continua ad esser vero anche nel 2010, quando la Gran Bretagna fatica a trovare la strada per recuperare quello status di cui ha goduto dalla metà degli anni Novanta  soprattutto all’interno della comunità euroatlantica. Oggi non è più il partner privilegiato dell’amministrazione statunitense, che avendo ridotto l’importanza del perimetro europeo non richiede più l’uso esclusivo del perno britannico per proiettarsi sul continente, mentre continua a rimanere ai margini dell’Unione e ha subìto dall’impatto della crisi economica un forte ridimensionamento del ruolo di motore esterno della crescita.

Sullo sfondo di questa incertezza di status, chi volesse trovare una prospettiva convincente nelle parole dei tre candidati alla guida di Downing Street sarebbe destinato a delusione. Se n’è avuta conferma giovedì sera, quando sugli schermi di Sky è andato in onda il secondo confronto diretto e questa volta dedicato ai temi di politica internazionale. Nessuno dei tre leader ha offerto indicazioni decisive su quello che dovrebbe essere il nuovo ruolo internazionale del paese, limitandosi a ribadire il canone di retoriche tanto ideologiche quanto ricche di complicazioni per il futuro. David Cameron ha confermato la ritrovata forza dell’antieuropeismo conservatore, avendo scelto di concedere proprio su questo tema ampio spazio al nostalgismo thatcheriano in cambio del sostegno ricevuto sull’innovazione nel campo dei diritti civili e dei servizi pubblici. Il risultato è la possibilità che un futuro primo ministro Tory si riveli del tutto disconnesso dai suoi colleghi conservatori continentali proprio sui nodi futuri dell’Unione europea.

Dall’altra parte Gordon Brown ha difeso le formule classiche del lungo ciclo di governo neolaburista: l’europeismo pragmatico di chi non è riuscito a far compiere fino in fondo alla Gran Bretagna quel salto in avanti verso l’Unione promesso nel 1997, ma che nondimeno ha definitivamente archiviato l’antieuropeismo con il quale il suo partito aveva convissuto a fasi alterne fino alla fine degli anni Ottanta; la determinazione a combattere attivamente il terrorismo fondamentalista in patria e all’estero, con una retorica degna dell’interventismo democratico di marca blairiana; la tradizionale fiducia in una solida alleanza con gli Stati Uniti. Eppure persino le rassicuranti formule del (troppo) rassicurante Gordon Brown avevano un che di inadeguato rispetto alla nuova debolezza internazionale della Gran Bretagna, che certo non potrà trovare conforto nel ritorno alle glorie del passato recente.


Tra i tre, tuttavia, il più lontano dall’apparire convincente sul merito dei problemi è stato Nick Clegg. Il quale ha interpretato fino in fondo il nuovo ruolo di “rockstar della politica britannica”, come lo ha ribattezzato Philip Stephens, scegliendo l’eccesso come bussola di navigazione tra i temi internazionali. Ha dunque rivendicato un filoeuropeismo largamente sovrabbondante per un’opinione pubblica che deve ancora accettare i vincoli dell’integrazione comunitaria, così come ha flirtato con un antiamericanismo a sfondo pacifista che forse lo renderà popolare con i settori più radicali dell’elettorato laburista ma che non ha alcuna possibilità di essere tradotto in una vera agenda di governo.


A meno di due settimane dal voto, dunque, la Gran Bretagna si prepara a dotarsi di un governo che difficilmente sarà in grado di infondere nuova energia ai rapporti tra Londra e la comunità internazionale. Un ciclo storico si è definitivamente concluso, quello di un partito laburista che anche in caso di alleanza forzata con i liberaldemocratici non sarà in grado di dare il proprio segno ai prossimi anni, mentre si fatica a comprendere la direzione che dal 6 maggio sarà impressa alla nuova stagione. E allora è forse il caso di rassegnarsi, a malincuore, ad una Gran Bretagna politicamente più debole costretta ad assistere dalla tribuna a quel gioco internazionale di cui talvolta è riuscita ad essere protagonista.



9 aprile 2010
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Cameron e il ritorno al futuro dei Tories
All'inizio del 2005 Geoffrey Wheatcroft, tra i decani del giornalismo conservatore britannico, concludeva così un libro dedicato alla "strana morte dell'Inghilterra conservatrice" (“The Strange Death of Tory England”, Penguin Books, 2005): «Oggi i Tories potrebbero essere arrivati alla fine della loro storia. Nel corso di molti decenni il partito ha mostrato un feroce istinto di sopravvivenza e un'infinita capacità di reinventarsi, che ora sembrano scomparsi. In questi ultimi anni i conservatori sono sopravvissuti ripetendosi che prima o poi sarebbe tornato il loro turno. In realtà non c'è alcuna necessità che le cose vadano così. Perché non c'è alcuna legge della storia che obbliga un partito a sopravvivere».

Cinque anni dopo, a meno di un mese dalle elezioni del 6 maggio, i Tories si trovano largamente favoriti da sondaggi e bookmaker nella corsa per Westminster. Cos'è accaduto dal 2005 a oggi per ribaltare una percezione tanto negativa? Non bastano a spiegarlo, da soli, né l'elezione di David Cameron a nuovo leader né il durissimo impatto della crisi finanziaria sulla società del Regno Unito e dunque sulla credibilità di Gordon Brown. Molto di più ha contato la capacità del "partito naturale di governo" (come è stato definito il partito conservatore per gran parte del Novecento britannico) di liberarsi da quel trauma post-thatcheriano che lo aveva tenuto per tredici anni lontano da Downing Street, impedendogli fin dal 1997 di offrire all'elettorato una ricetta appetibile.

Il merito di questa rinascita ideologica prima che politica è in grande misura di David Cameron. Ma si deve solo in parte al tratto glamour e mediatico di questo giovane leader, che sembra avere imparato alla perfezione i riti della società televisiva (avendo tra l'altro lavorato per sette anni nel gruppo Carlton Communications) e che ama condividere in pubblico le gioie e i dolori della sua dimensione familiare. Assai più di questo, nella resurrezione dei Tories ha contato il riposizionamento strategico di un partito che ha finalmente compreso il profondo cambiamento che ha investito la Gran Bretagna negli anni di Blair e che non vagheggia più un ritorno all'età dell'oro di Margaret Thatcher. Quella stessa Thatcher che nel novembre 1990 fu estromessa dal governo non dall'elettorato ma dal suo stesso partito, in un colpo di mano che è poi tornato negli incubi dei suoi eredi come torna la maledizione di un matricidio. Perché i Tories si liberarono della Thatcher, imputandole un grado ormai intollerabile di chiusura al dialogo e di ostilità all'Europa, ma fino a Cameron non sono mai riusciti a liberarsi del thatcherismo come visione del mondo alla quale tornare.

Ci provò per primo William Hague, che tra il 1997 e il 2001 fronteggiò senza grandi speranze il primo e più forte ciclo di governo blairiano ricorrendo alla carte (thatcheriane) dell'euroscetticismo e della lotta al crimine. Dal 2001 al 2003 fu il turno del disastroso Iain Duncan Smith, la cui inconsistente leadership cercò di sorreggersi alla retorica (thatcheriana) dei tagli ai servizi sociali e alla spesa pubblica. Andò meglio con Michael Howard che dal 2003 riuscì ad avviare un disimpegno parziale dal nostalgismo thatcheriano, che tuttavia non gli impedì di scommettere sull'allarme sociale contro l'immigrazione clandestina in una campagna elettorale dai toni sostanzialmente xenofobi. La lunga traversata del deserto percorsa dai Tories è ben ricostruita da una monografia dello storico Tim Bale, appena uscita in Gran Bretagna (“The Conservative Party from Thatcher to Cameron”, Polity Press 2010). Un libro che ha il merito di andare sotto la superficie del "personaggio Cameron", e dunque oltre il suo indiscutibile capitale comunicativo, per guardare ai nodi che la sua leadership ha affrontato con gli strumenti di un navigato mestiere politico. Non è vero, infatti, che Cameron sia un novizio della politica. I suoi primi passi nel partito risalgono agli inizi degli anni Novanta, come funzionario del Conservative Research Department e poi come assistente speciale di Norman Lamont: il ministro dell'Economia di Major il cui nome sarà per sempre legato alla catastrofe del "mercoledì nero" del settembre 1992, che vide il crollo della sterlina e la sua fuoriuscita dal sistema monetario europeo.

L'innovazione fondamentale che Cameron ha introdotto nel partito conservatore è il diverso atteggiamento verso il ciclo di governo neolaburista: dal 2005 ad oggi, come spiega Bale, alla guida dei Tories vi è stato «chi ha compreso come Tony Blair, con il suo mix tra crescita economica e giustizia sociale, fosse riuscito a modificare il terreno sul quale l'opposizione doveva muoversi». Il blairismo come trasformazione strutturale del campo politico britannico, dunque, analogamente a quanto era accaduto vent'anni prima con la rivoluzione thatcheriana. Di qui la decisione di Cameron, come ha scritto Lorenzo Valeri, di scommettere su «quei nove milioni di elettori sotto i trent'anni che sanno poco o niente di Thatcher e Major ma tutto di Blair». Questo ha significato importare nel linguaggio politico conservatore la piena accettazione del National Health Service, il servizio pubblico sanitario, insieme a una nuova sensibilità verso i temi dell'ambiente (la green economy come leva di crescita) e dei diritti civili di nuova generazione (il sostegno alle civil partnerships anche tra persone dello stesso sesso). Così come ha importato una trasformazione radicale dello sguardo tory su immigrazione e multiculturalismo, che fa perno sui valori condivisi per costruire un nuovo amalgama nazionale. Nelle parole di Cameron: «Poche nazioni sono più attrezzate di noi a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isola in una comune identità civile. La Gran Bretagna non può limitarsi ad essere una comunità di comunità, ma può diventare un luogo dove i nostri valori superiori uniscono individualità diverse e danno un nuovo senso alla nostra cittadinanza».

Fin qui le operazioni di sdoganamento grazie alle quali, come ha scritto Kieron O'Hara in un ritratto di Cameron (“After Blair. David Cameron and the Conservative Tradition”, Icon Books, 2007), «il partito conservatore ha riconquistato la facoltà di essere ascoltato dalle classi medie» uscendo di fatto dalla nostalgia thatcheriana e assumendo alcuni temi classicamente blairiani come punti condivisi del discorso pubblico. Successivamente alla riconquista di quel centro innovatore che aveva già permesso a Blair di governare tanto a lungo, è poi venuto il recupero dell'elettorato tradizionale conservatore attraverso la denuncia della “broken society”: secondo Cameron la società britannica soffrirebbe di profonde fratture legate «all'erosione della responsabilità individuale che l'iperattivismo statale ha portato tra di noi», come ha dichiarato pochi giorni fa all'Economist. Tradotto in scelte politiche, significa la certezza che un prossimo governo conservatore introdurrà tagli sostanziosi alla spesa pubblica.

Quel che è assai meno certo è quale potrebbe essere il rapporto tra una Gran Bretagna a guida conservatrice e l'Europa, perché l'antieuropeismo è l'unico tema thatcheriano che non è stato minimamente intaccato dalla leadership di Cameron. Al contrario, dopo aver fatto uscire la delegazione tory al parlamento europeo dal Ppe per aderire a un nuovo gruppo ad alto contenuto di euroscettici, una volta arrivato a Downing Street il leader conservatore si prepara a rinegoziare con Bruxelles i termini della partecipazione alla legislazione europea in tema di occupazione e politiche sociali. Resta da vedere se si tratta solo di un pegno propagandistico o se il tema europeo sarà effettivamente una secca su cui potrebbe arenarsi il nuovo ciclo politico destinato ad aprirsi di qui a poche settimane in Gran Bretagna.


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