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19 ottobre 2010
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Se il PD reagisce e non agisce
Di questi tempi non è facile essere il segretario del principale partito di opposizione, soprattutto all'indomani di una manifestazione ben riuscita come quella organizzata dalla Fiom. Non è facile perché al PD, da una parte e dall'altra, si chiede di comportarsi come se fosse ancora un grande partito novecentesco che sceglie di aderire o non aderire ad una grande manifestazione del sindacato operaio. Ma il PD non è più quel partito, così come come il corteo di sabato scorso è stato ben altro che un evento esclusivamente sindacale. Si spiega anche così l'incapacità della leadership democratica di argomentare in modo convincente la posizione assunta sulla manifestazione. Pierferdinando Casini, del tutto legittimamente, chiede a Bersani di prendere le distanze da una piazza "in cui si accusa il capitalismo di aver depredato la gente". Dal fronte opposto sono altri, e altrettanto legittimamente, a chiedere che il PD sposi fino in fondo le ragioni della protesta Fiom.
Preso in mezzo, Bersani ha un bel da fare nel ricordare le ragioni dell'autonomia del Pd ("Il compito del partito è avere un progetto suo e non misurare le distanze da un sindacato"). Ma sullo sfondo rimane il sospetto che l'antico collateralismo stia tornando a farsi sentire con il trucco della "necessità di ascoltare tutti" o con il camuffaggio che permette al segretario di partecipare per interposta persona (quella del suo assistente), tanto più nell'imminenza di uno scontro elettorale che non consentirebbe al Pd di perdere una sola fetta di consenso a sinistra.
In realtá in tutto questo non vi sarebbe alcuno scandalo, perché il rapporto che corre oggi tra il Pd e la Fiom è quanto di più lontano dalle relazioni che intrattennero a suo tempo il Pci e i sindacati dei metalmeccanici quando la posta in gioco era la rappresentanza unitaria, politica o sindacale, del mondo del lavoro salariato. Oggi sia il Pd che la Fiom sono attori, entrambi politici ed entrambi minoritari, di una partita che si svolge dentro il limitato perimetro dell'opposizione al berlusconismo. Un campo angusto e affollato dove negli ultimi anni si sono moltiplicati i pretendenti a porzioni di consenso piccole o grandi ma mai risolutive. E tra i costi della rinuncia del Pd alla vocazione maggioritaria vi è anche la necessitá per Bersani e i suoi di ricontrattare i termini dell'alleanza con la Fiom così come si sta facendo con Vendola e Di Pietro. Non si tratta dunque dell'antico collateralismo tra partito generale e sindacato operaio, ma della ridefinizione di un patto con attori politici in vista di un cartello elettorale nel quale il Pd si avvia ad essere alleato con tutto quanto si è nel frattempo radicato alla sua sinistra. Ivi compresa una Fiom che in questo biennio ha assunto un profilo di militanza politica assai ben definito.
Lo slittamento del Pd verso una nuova alleanza a sinistra appare dunque inevitabile, anche sulla spinta di una crisi del berlusconismo che va svolgendosi più rapidamente di quanto era stato immaginato. Se ne può prendere atto con qualche rassegnazione, almeno tra coloro che immaginavano o speravano che il Pd potesse utilizzare questi anni di opposizione per una profonda revisione della sua lettura della società italiana. Così come è opportuno prepararsi al ritorno in Parlamento, dietro lo schermo dell'immaginifica retorica di Vendola, delle idee e delle parole dei Paolo Cento e degli altri reduci di quel radicalismo massimalista che nel 2008 sembrava essere stato neutralizzato.
Non è qui il punto dolente del percorso che il Pd va compiendo (o sta tornando a compiere) verso la sinistra radicale, ma nel tratto essenzialmente passivo che lo accompagna. Anche nei confronti della Fiom, così com'è accaduto con Vendola, il partito di Bersani sembra reagire supinamente a quanto avviene intorno a sé piuttosto che provare a guidare la direzione dell'alleanza e la definizione dei suoi contenuti. Per far questo non basta mandare i propri collaboratori in piazza, rivendicare una vaga pratica dell'ascolto o evocare una mitologia del "nuovo patto sociale". Servirebbe una capacità di orientare gli alleati e una consapevolezza del proprio ruolo nella società italiana ben più forte di quella che il  Pd mostra di possedere, incalzato com'è da concorrenti che insistono sul suo stesso spazio elettorale senza avere la pesantezza di chi si muove come se fosse ancora quel grande partito novecentesco che non è più


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permalink | inviato da Andrea Romano il 19/10/2010 alle 14:17 | Versione per la stampa

5 marzo 2010
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Lo stallo del PD e la sindrome della diversità
Anche in politica può capitare di vincere per KO tecnico, ma normalmente non si tratta di un buon viatico per il futuro. È vero infatti che, dinanzi all’incredibile vicenda delle liste PdL nel Lazio e in Lombardia, i vertici del Partito democratico si godono l’effetto insperato di quello che Stefano Cappellini ha definito sul Riformista “il fattore C di Pier Luigi Bersani”: colui che “senza quasi colpo ferire si trova a vedere ogni giorno accresciute le possibilità di vittoria alle regionali”.

Ma c’è comunque da chiedersi se l’effetto dell’invidiabile fortuna di Bersani non sia almeno in parte allucinogeno, come invece risulta se abbandoniamo la cronaca delle tragicomiche avventure del centrodestra laziale e lombardo e guardiamo ai dati del sondaggio Ipsos pubblicato recentemente dal Sole 24 Ore. Vi si legge infatti che alla crescita della sfiducia nel governo non si accompagna un’analoga crescita nel consenso per l’opposizione, che al contrario “resta impigliata dal novembre scorso – come ha scritto Lina Palmerini – al 71-73% di giudizi negativi”.

Eppure in queste ultime settimane è accaduto davvero di tutto per favorire un aumento della fiducia nel maggior partito di opposizione: il ritorno di scandali giudiziari che vedono coinvolti per lo più esponenti del governo o dei partiti di maggioranza, l’incrinarsi del mito dell’infallibilità di Berlusconi nella prova del post-terremoto all’Aquila, il riaprirsi di un conflitto interno al PdL che rivela una volta di più le crepe di un cartello ben lontano dall’essere un autentico partito politico.

È accaduto di tutto, tranne quello che normalmente rende più credibile una forza politica: la capacità di definire e raccontare un autentico progetto per il Paese, attorno al quale aggregare visioni e consenso possibilmente maggioritari. Al contrario, in queste stesse settimane il Partito democratico sembra avere consapevolmente scelto l’immobilismo. Forse per non provocare alcun mutamento in una congiunzione astrale sorprendentemente benevola, ma più probabilmente nella convinzione che i frutti del consenso non potranno che cadere da soli nelle mani di chi si mostra ancora una volta “diverso”. Si legge infatti in questa scommessa l’eco di un’antica predisposizione d’animo del post-comunismo italiano, che nel bene o nel male rappresenta la vera cultura politica residuale del PD. Ovvero la convinzione di rappresentare la parte migliore del paese in virtù di misteriose qualità antropologiche, che da sole potranno garantire di ricevere le redini del paese come si riceve un dono del cielo.

Non c’è dubbio che la vocazione all’immobilismo per meglio sfruttare le disgrazie degli avversari abbia pagato anche nella nostra storia recente, permettendo al centrosinistra di vincere le elezioni del 2006 senza un grande sforzo di inventiva progettuale (di cui tuttavia il governo di Prodi avrebbe rapidamente pagato le conseguenze). Ma oggi esiste un ostacolo molto serio alla possibilità che quella stessa scommessa produca risultati analoghi a vantaggio del centrosinistra. La bandiera della diversità dal berlusconismo torna infatti ad essere agitata dalla Lega con una forza ben maggiore di quella degli esordi del Carroccio, quando per Bossi si trattava di distinguersi da Forza Italia senza poter rinunciare ad un’alleanza di valore strategico. Oggi la Lega si candida al governo del Nord su basi di autentica autonomia politica dal berlusconismo, senza godere di alcun particolare vantaggio televisivo ma potendo contare sulla capacità di aggregare un consistente consenso democratico e una classe dirigente già sperimentata nel governo locale.

Il voto di fine mese ci dirà quante amministrazioni regionali passeranno nelle mani di Bossi, e quali effetti si avranno non solo sulla stabilità della coalizione di governo ma soprattutto sull’unità di fatto del nostro paese. Certo è che le conseguenze del possibile trionfo leghista sulla tenuta del Paese saranno tanto più dirompenti quanto più debole sarà la capacità del PD di presentarsi come un’alternativa al berlusconismo, la cui forza discenda da un’autonoma capacità di progetto politico. E non, come invece ci raccontano le cronache di queste settimane, dall’illusione di prosperare nell’immobilismo e di ricevere senza muovere foglia l’eredità del governo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 5/3/2010 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

1 novembre 2009
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I limiti di Bersani e i conservatori di centro
Tra le virtù di Pierluigi Bersani la più apprezzabile è forse il senso della misura. A differenza di alcuni dei suoi predecessori, il nuovo leader del partito democratico non annuncia alcuna roboante trasformazione nel DNA della politica (in stile veltroniano) né si presenta come un sopraffino stratega di geometrie cartesiane (in stile dalemiano). Più semplicemente, ma con effetti assai più rassicuranti su tutti coloro che hanno a cuore la buona salute della democrazia italiana, Bersani promette di essere l’onesto amministratore di un capitale politico che appare fortemente ridimensionato rispetto a quelle che furono le ambizioni di partenza del Partito democratico ma che rimane comunque indispensabile al buon funzionamento dell’alternanza elettorale.

Al contempo, questa sua virtuosa assenza di velleitarismi deriva dalla presa d’atto di cos’è davvero rimasto in quel risicato patrimonio politico: il senso di realismo, un pragmatico mestiere di contrattazione politica e la capacità di rappresentare gli interessi di alcuni minoritari insediamenti geografici, anagrafici e sociali. Tutto questo insieme alla consapevolezza, primo di tutto dello stesso Bersani, di non poter essere lui il prossimo candidato alla guida del governo. Si tratta, in sintesi, di ciò che resta delle migliori spoglie del postcomunismo italiano. Non poco, ma nemmeno molto.

In questo senso l’uscita di Francesco Rutelli dal PD non può essere spiegata esclusivamente con ragioni di carattere soggettivo, e dunque come l’esito della sconfitta di un ex leader che ritiene di non trovare più alcuno spazio di manovra nel partito. C’è anche la presa d’atto che con la vittoria di Bersani si è compiuto un ciclo breve ma intenso, che aveva fatto immaginare a molti che il PD potesse essere la casa comune ad una pluralità di culture politiche. E insieme la constatazione che la strada che percorrerà il PD di Bersani non potrà che essere quella, già ampiamente battuta con esiti mai decisivi negli equilibri politici della nostra storia recente, della declinazione più tradizionalista possibile del più classico welfarismo post-comunista.

Tuttavia la scelta di Rutelli è gravata da un tradizionalismo speculare e altrettanto pernicioso. Quello che rappresenta il fantomatico “centro” come un luogo da sempre e per sempre immobile, da presidiare con una forza che sia insieme centrista e moderata. Un partito che realizzi alleanze parlamentari di volta in volta diverse e che per questo sia decisivo nella formazione di qualsiasi maggioranza di governo. Si tratta di fatto dell’accezione di centro che prevale nei paesi ancora prigionieri di forte fratture ideologiche. Quelli nei quali, secondo la nota distinzione di Maurice Duverger, il parlamento è governato “par le centre” attraverso un piccolo o grande partito di centro capace di stabilizzare l’intero sistema politico. Laddove nei sistemi maturi, che al contrario sono governati “au centre”, si vince sì con il consenso degli elettori di centro ma conquistandoli ogni volta con offerte politiche diverse.

È quanto accaduto negli anni Novanta alle socialdemocrazie avanzate di Germania e Gran Bretagna, con il “Neue Mitte” di Gerhard Schroeder e il “Left of Centre” di Tony Blair. Ed è anche quanto accaduto più di recente a Nicholas Sarkozy e Angela Merkel, che hanno rifondato i rispettivi conservatorismi passando per linee molto lontane da quelle di un centrismo inteso secondo i canoni italiani. In entrambi questi scenari storici il risultato è stato l’avvio di stagioni di riforme profonde, dove il centro dell’elettorato è stato sedotto da partiti capaci di definire proposte politiche dai tratti culturali espansivi e innovatori.

Anche in Italia il centro reale e mobile dell’elettorato è stato conquistato da soggetti in apparenza lontani dal moderatismo centrista. C’è già riuscito Berlusconi e ci sta riuscendo la Lega, che ha ormai dismesso l’aspetto più rumoroso della sua propaganda per diventare un più classico soggetto di mediazione di interessi e visioni. Eppure nella nostra discussione pubblica domina ancora l’accezione tradizionalista di “centro”, che ipoteca negativamente l’apertura di un autentico ciclo riformatore.

Perché il ritorno ad un sistema classicamente proporzionale, qual è quello che il nuovo centrismo italiano richiede come suo corollario, condannerebbe il paese a governi ogni volta ricontrattati in parlamento. E dunque privi della forza di realizzare alcuna vera innovazione delle politiche pubbliche perché prigionieri dei reciproci poteri di ricatto. Con il risultato paradossale di cercare Blair tornando invece a Gava.


24 febbraio 2009
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In cerca del quinto uomo
C’è un quinto uomo nel futuro di questa legislatura, destinato ad affiancarsi a Fini, Berlusconi, Casini e al leader democratico che verrà. Un uomo (o una donna) di cui ancora non conosciamo il nome ma che sarà il prossimo candidato del centrosinistra per la guida del governo. Un nome necessariamente diverso da quello del Mister X a cui si affiderà il Partito democratico nel congresso di ottobre, sia egli Franceschini o Bersani o altri ancora, il quale avrà bel altro a cui pensare dovendosi occupare prima di tutto di evitare la demolizione della casa e poi di avviare il lungo percorso di costruzione della prima leadership autenticamente PD. Ma un nome che sarà diverso anche da quello di Pierferdinando Casini, che con il progetto del “Partito della Nazione” si candida ad ereditare le spoglie del bipolarismo e a svolgere un ruolo di ago della bilancia in qualsiasi futura coalizione di centrosinistra. Pur consapevole, come certamente egli è, di non disporre in proprio della capacità espansiva indispensabile a impensierire il blocco di consenso del centrodestra.

La necessità di un quinto uomo che alle prossime elezioni se la veda con Fini o Berlusconi, sostenuto dal nuovo centrosinistra di Casini e del Mister X democratico, è il risultato più chiaro del precipitare di queste ultime settimane. La breve e catastrofica gestione veltroniana ha sepolto per molti anni a venire ogni vocazione maggioritaria del PD, sostituendola con l’urgenza di salvare almeno il tetto e le fondamenta e di avviare un lavoro inevitabilmente lungo per tornare ad una vera capacità competitiva. Ma per ora si tratterà di consolidare il proprio campo culturale e ideale, senza alcuna velleità egemonica, con un riflesso di ripiegamento interno e di nuova radicalizzazione di cui già si colgono i segni nei primi passi del reggente Franceschini. Dall’altra parte il “Partito della Nazione” di Casini trova spazio e ossigeno sia nella crisi del PD che nelle scosse prodotte dalla formazione del partito unico di centrodestra, per ora niente più che un contenitore plebiscitario che lascia aperti tutti gli interrogativi propriamente politici sul dopo-Berlusconi. Non è detto poi che la crescita del progetto di Casini corrisponda alla fine del bipolarismo. Al contrario, l’emersione di una solida forza centrista potrebbe contribuire a stabilizzare il bipolarismo reale che abbiamo di fatto conosciuto di contro ad un bipolarismo onirico che nel corso di tutti questi anni non è stato capace di avvicinare la fine della transizione italiana.

In ogni caso, le prospettive della legislatura sono completamente cambiate nel giro di poche settimane. Ed è prevedibile che già nei prossimi mesi l’attenzione di tutta la politica, e non solo del centrosinistra, si concentri sulla ricerca di quell’ormai inevitabile figura. Ancor prima della giostra dei nomi, la domanda da farsi riguarda la tradizione politica di cui il prossimo candidato sarà espressione. Magari per rispondere che nessuna tradizione sembra oggi in grado di produrre autonomamente una figura adeguata al compito. Quella post-comunista versa nelle condizioni che sappiamo, almeno ai suoi piani alti, avendo logorato uno dopo l’altro i suoi esponenti di punta nel tritacarne del familismo ed essendosi rivelata incapace di far crescere una nuova generazione con i meccanismi della competizione politica che vigevano nella scuola ben più responsabile del PCI. Rimane Bersani, è vero. Il quale tuttavia, ben che vada, potrà solo evitare che si sfasci tutto per mettere in pista una nuova classe dirigente che avrà bisogno di tempo e spazio per crescere a sufficienza. La tradizione della sinistra democristiana, poi, è ben lontana dalla forza politica e intellettuale che la mise in condizione di esprimere un Romano Prodi ormai più di dieci anni fa. Oggi il suo prodotto è Franceschini, domani sperabilmente potrebbe essere Enrico Letta. In ogni caso figure che al momento non possono aspirare ad insidiare il blocco di consenso del centrodestra.

Il punto allora è esattamente questo, nell’attesa inevitabilmente lunga che il PD produca una leadership potenzialmente egemonica: quale figura può disporre di capacità sufficiente a scalfire, oggi e non domani, il campo avverso nei suoi insediamenti simbolici prima ancora che elettorali? Quella capacità che il PD veltroniano non ha minimamente dimostrato in aprile, pescando ben pochi voti oltre frontiera e limitandosi a cannibalizzare l’estrema sinistra. Quella capacità che potrebbe invece essere espressa da una figura in grado di incarnare il centrismo progressista che in tutta Europa ha accompagnato il centrosinistra al governo nell’ultimo ventennio. Traduciamo come vogliamo le espressioni Left of Centre o Neue Mitte, basta intendersi su quello che manca a tutte gli odierni protagonisti del campo antiberlusconiano: la forza di essere riformisti ma non moderati, centristi ma non bipartisan, consensuali ma non neutrali. Tutte qualità che le tradizioni politiche che conosciamo non sono in grado di esprimere oggi, ma che certamente corrispondono ad un volto che attende di essere individuato. L’identikit è forse grossolano, ma si accettano scommesse sul fatto che di qui a sei mesi discuteremo di nomi con queste caratteristiche.



17 febbraio 2009
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Modello Renzi per il PD
Da una parte il modello Renzi, dall’altra il modello Bersani. Sono due strade del tutto opposte quelle che il Partito democratico può percorrere dopo il fallimento di Veltroni. Prima ancora che due proposte politiche, per il PD sono due metodi di selezione di una leadership e dunque di definizione di sé davanti all’opinione pubblica.

Quello di Bersani è il metodo di chi dovrebbe ricevere il bastone del comando da chi l’ha già perso nelle urne. Ha un dante causa (Massimo D’Alema) che prima gli toglie la patente di concorrente perché “il partito non capirebbe”, poi gliela restituisce perché “avvicina molta gente al partito”. E la cosa più sorprendente di questo mesto tira e molla è che Bersani, che pure è uomo di una certa fierezza, non avverta alcun imbarazzo per essere fatto scendere e poi risalire su un piedistallo che potrebbe essergli sfilato in qualsiasi momento.

L’altro modello lo abbiamo visto all’opera con Matteo Renzi nel fine settimana e racconta di un dirigente politico che solo in Italia possiamo confondere con un ragazzo alle prime armi. È il metodo di un amministratore pubblico di trentaquattro anni che guida la provincia di Firenze non da ieri ma dal 2004, e che prima di allora si era già dedicato per molti anni alla vita di partito. Due percorsi di vita all’apparenza simili, quello di Bersani e quello di Renzi, che divergono tuttavia per un punto decisivo. Renzi non ha atteso l’autorizzazione di comandanti senza truppe per giocare la propria partita, non ha preteso che gli fosse garantito l’appoggio di qualche capobastone né ha negoziato un salvacondotto personale nel caso in cui le cose non si fossero messe bene. Al contrario, ha creduto di interpretare nel senso più radicale sia il mandato ricevuto qualche anno prima dagli elettori sia il senso politico del Partito democratico. E ha dunque cercato e trovato l’investitura diretta contro il parere di dirigenti locali e nazionali che ne avevano certamente riconosciuto tutto il potenziale, salvo viverlo come una minaccia per la propria sopravvivenza tribale piuttosto che come una risorsa per la propria comune parte politica.

Non so se Matteo Renzi sia particolarmente coraggioso, né credo che la retorica del coraggio debba essere il metro della leadership politica. Anche perché la storia più recente della nostra sinistra è ricca di storie personali dove quella retorica è servita solo a camuffare meglio l’arte della fuga. Mi interessa di più riconoscere in questo suo percorso senza rete un metodo in grado di restituire speranza e vitalità al PD, se solo fosse seguito da un numero cospicuo di dirigenti politici molto simili per profilo biografico al nuovo candidato sindaco di Firenze. Dirigenti che ormai da anni si misurano con la responsabilità del consenso e dell’amministrazione della cosa pubblica, tirando la carretta in condizioni spesso disagevoli e costruendo con i propri elettori un rapporto intessuto non di mistica plebiscitaria ma di classica affidabilità democratica. Non sono più i sindaci-cacicchi degli anni Novanta, ma un più vasto personale politico sconosciuto al grande pubblico che dovrebbe essere la sostanza di un partito nato sulla carta per superare famiglie politiche sconfitte dal Novecento italiano. Se non fosse che gli ultimi eredi di quelle dinastie, avendo concepito il PD innanzitutto come strumento di salvaguardia personale e ormai privi della capacità di guardare al futuro del partito che si trovano a dirigere con lo sguardo della responsabilità, frappongono alla piena emersione di questa risorsa una selva di ostacoli comprensibile solo in chiave familistica.

Ma la politica, come al solito, ha una forza che difficilmente può essere imbrigliata. E il meccanismo avviato con il PD produce risultati che non riescono ad essere controllati da padrini a cui sta rapidamente sfuggendo di mano il controllo della situazione. Per questo la vicenda di Matteo Renzi rivela le vere potenzialità di un Partito democratico dove il valore della leadership è pari se non superiore a quello delle proposte politiche. Perché non è vero, come ha sostenuto di recente proprio Bersani, che “non esiste la leadership a prescindere visto che senza berlusconismo non esisterebbe Berlusconi”. In realtà proprio la storia politica di Berlusconi è quella di chi ha dato consistenza ad un blocco di opinione che attendeva di essere riconosciuto come tale.

Allo stesso modo, sappiamo tutti e da tempo cosa dovrebbe fare un Partito democratico che volesse competere ad armi pari con il centrodestra. Ma sappiamo anche che un gruppo dirigente ormai collettivamente inadeguato, impegnato com’è a tutelarsi vicendevolmente, non può riuscire a dare autonomamente un volto convincente a quel programma politico finché non vi sarà costretto da altri e più responsabili dirigenti. Il metodo per arrivarci è quello che Matteo Renzi ha sperimentato con successo a Firenze, dove da oggi il centrosinistra ha molte più possibilità di vittoria e dove il PD ha assunto un profilo più comprensibile.



10 febbraio 2009
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Bersani, il modello Prodi e il metodo Togliatti
Pierluigi Bersani è una persona per bene, è stato un buon amministratore di regione e un ottimo ministro di governo. Ma non sarà il prossimo presidente del consiglio, non avendo né il profilo né il carisma che sono richiesti a chiunque intenda rappresentare la maggioranza degli italiani. Essendo un uomo di solida lucidità, è probabile che lo stesso Bersani sia consapevole di questo suo limite. E come lui, ne sono certamente consapevoli quei segmenti di ceto politico che lo hanno incoraggiato a presentare con tanto anticipo la propria candidatura alla guida del PD e che si preparano a sostenerla nei prossimi mesi.

Qual è, allora, il senso di questa candidatura? Prima di tutto la consapevolezza che il PD si prepara ad archiviare qualsiasi pretesa di essere una forza potenzialmente maggioritaria nel paese, per diventare invece solo uno tra i molti partiti che comporranno la prossima coalizione alternativa al centrodestra. Un partito che con qualche ottimismo possiamo immaginare al 20-25 per cento dell’elettorato (quale potrebbe essere il PD guidato da Bersani) e che solo insieme ad altri soggetti politici potrà aspirare a raggiungere la maggioranza relativa dei consensi. L’altro sottotitolo della candidatura Bersani è che il PD si prepara a cercare fuori dai propri confini una personalità che abbia qualche possibilità di competere con il futuro candidato del centrodestra, replicando quel “modello Prodi” che fino ad oggi si è mostrato come l’unica strada a disposizione del centrosinistra per la conquista del paese.

Può darsi che in questi due significati vi sia la presa d’atto di uno stato di cose reale e non più modificabile, almeno nel medio periodo. Ma allora varrebbe la pena che Bersani e i suoi sostenitori lo spiegassero chiaramente all’opinione pubblica, senza nascondersi dietro il paravento di una critica dell’operato di Veltroni che è talmente scontata e condivisa da risultare priva di implicazioni politiche. Perché è ormai senso comune che Veltroni abbia fallito nella sua aspirazione di leadership, dopo aver fallito alla prova elettorale come candidato per la guida del paese. Ma dirlo non può bastare a spiegare cosa si voglia fare dopo di lui, a meno di non voler replicare il meccanismo della dissimulazione che tanto ha danneggiato il progetto veltroniano. A Bersani basterebbe poco per uscirne: spiegare perché fin qui le cose sono andate male, chiarire con quali forze intende coalizzarsi il suo PD, indicare una direzione nella quale cercare il personaggio esterno a cui affidare la leadership della coalizione. E su queste basi preparare il Partito Democratico ad una navigazione più modesta e realistica ancorché poco entusiasmante.

D’altra parte la strada per fare del PD una forza potenzialmente maggioritaria va in tutt’altra direzione rispetto a quella percorsa dai maggiorenti che puntano sulla candidatura Bersani. Perché nella scelta del suo nome c’è la convinzione che le chiavi per il futuro dell’Italia siano ancora nelle mani dell’ultima generazione che ha guidato il PCI: un ceppo che con Veltroni ha ormai raschiato il fondo della propria vitalità e dal quale non uscirà più niente di spendibile per la guida di un qualsiasi futuro governo. Che si perseveri su questa strada, per quanto con una personalità di indiscutibili qualità personali, non è solo il sintomo di una mancanza di fantasia. È il segno che lo stesso progetto del Partito democratico è considerato dalla sua leadership come uno strumento di sopravvivenza personale piuttosto che come una risorsa strategica per il futuro dell’Italia.

Ma la candidatura Bersani è anche la prova della ben scarsa consapevolezza che quella stessa leadership ha maturato sul cambiamento italiano di quest’ultimo ventennio. Si continua infatti ad immaginare che il PD debba essere affidato a chi si è formato politicamente prima di Berlusconi, nella convinzione che il berlusconismo sia una malattia nazionale di cui presto o tardi il paese arriverà a liberarsi per tornare ad uno stato di mitica verginità. Ci si potrebbe invece aspettare qualcosa di diverso dagli eredi storici di Palmiro Togliatti. Un signore che, tornato in patria dopo il ventennio di Mussolini, scelse con grande realismo di puntare sulla generazione cresciuta nel fascismo per costruire una forza politica capace di rappresentare una nazione del tutto diversa da quella che aveva lasciato per l’esilio. E come Togliatti, un gruppo dirigente che fosse davvero responsabile verso il futuro del PD dovrebbe cercare il suo prossimo leader tra coloro che hanno iniziato a fare politica negli anni di Berlusconi. Un giovane solo per caso, ma soprattutto un politico che non abbia niente a che fare con l’universo simbolico della prima repubblica e che sappia leggere e interpretare il paese che è diventata l’Italia dopo il 1994. Oggi quel politico, dovunque si trovi, ha circa quarant’anni. Potrebbe persino aspettare un turno, ma al prossimo giro avrebbe qualche possibilità in più di conquistare il consenso degli italiani.



27 novembre 2008
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Il cromosoma P. Due libri sul prodismo

Se di Romano Prodi conosciamo le ultime attività, del prodismo si sono perse le tracce. Non tanto della componente del PD promossa dai seguaci dell’ex presidente del consiglio, della cui vitalità ci ricordano le periodiche bordate di Arturo Parisi contro Veltroni, ma del fenomeno politico nel quale si è identificato il centrosinistra italiano per più di un decennio. In realtà davanti al reducismo veltroniano e dalemiano c’è davvero da chiedersi cosa sia stato quel fenomeno, cos’abbia prodotto negli anni di governo e cos’abbia lasciato dietro di sé. Perché se la damnatio del prodismo ha dato la spinta iniziale alla leadership di Veltroni, l’assenza di una piena elaborazione dei nodi politici e culturali che ne segnarono i successi e i fallimenti pesa sempre di più nelle gambe del PD.

In attesa degli storici futuri, arrivano in libreria le prime testimonianze: analisi e memorie di prodiani di prima linea su questi ultimi anni di politica e governo. In pochi giorni se ne contano due. La prima è di Rodolfo Brancoli, che di Prodi è stato stretto collaboratore dopo una carriera di primissimo piano nel giornalismo italiano. La seconda è di Edmondo Berselli, che del prodismo è stato interprete militante con i suoi commenti per Repubblica e l’Espresso. Due libri utili soprattutto a capire l’autopercezione del prodismo come eccezione antropologica e morale, sullo sfondo di una normalità italiana refrattaria a concedersi ad un’opera di governo modernizzatore.

Il libro di Brancoli è particolarmente prezioso come fonte testimoniale, raccontando in dettaglio l’agenda dell’ultimo governo Prodi nel suo svolgersi quasi quotidiano tra politica interna e internazionale e nei suoi rapporti con il mondo economico, con il Vaticano e con la stampa. Ed è anche il più netto nel raffigurare il prodismo come parentesi della storia italiana. Anzi come duplice parentesi, in un ciclo di governo berlusconiano interrotto due volte e solo “per un cumulo irripetibile di circostanze”. Con la seconda esperienza, quella del 2006-2007, che arriva già fuori tempo massimo: “in una cornice totalmente ostile e in un momento di incipiente collasso della cosiddetta Seconda Repubblica”. Cosa avrebbe reso quella cornice tanto ostile al ritorno di Prodi? Secondo Brancoli, tre processi nazionali e internazionali di carattere involutivo: “la riproporzionalizzazione della politica italiana, che ha chiuso la parentesi maggioritaria”, “la riclericalizzazione della Chiesa cattolica, che ha ridotto l’autonomia dei laici cattolici”, “la riideologizzazione della politica internazionale, impressa da una presidenza americana che ha affossato il multilateralismo e diviso l’Europa”. Una sintesi efficace, quella di Brancoli, ma anche una giustificazione che troppo sbrigativamente punta il dito lontano da sé, senza interrogarsi sui limiti che lo stesso prodismo ha rivelato alla prova del governo e nel rapporto con il paese.

Si prenda ad esempio la vicenda della cosiddetta “lenzuolata Bersani”, e dunque del pacchetto di liberalizzazioni fortemente voluto dall’ultimo governo Prodi. Nella ricostruzione di Brancoli, “il provvedimento arrivò sul tavolo del Consiglio dei ministri e venne approvato all’unanimità con un effetto sorpresa totale, grazie alla rapidità e alla riservatezza con cui si era agito. Fu quello il solo caso in cui il governo riuscì a controllare con efficacia la comunicazione”. L’immagine è quella di un governo costretto ad agire come un nucleo partigiano, contro nemici appostati dappertutto. Dunque un esecutivo che rinuncia a rivendicare apertamente una propria prospettiva e a costruire consenso intorno ad essa. È certamente un’immagine vicina alla realtà del secondo governo Prodi, quando l’effetto sorpresa divenne metodo politico, ma più per le limitazioni politiche e di leadership condivisa nella quale si trovava la sua coalizione che non per l’esistenza tutt’intorno a Palazzo Chigi di una schiera di nemici che gli avrebbero impedito di lavorare. Eppure è proprio quest’ultimo senso di accerchiamento che Brancoli pone al centro della sua analisi, disegnando tutt’intorno a Prodi una mappa di avversari più o meno agguerriti ai quali attribuisce gran parte delle difficoltà. Innanzitutto gli inevitabili poteri forti dell’economia, concentrati intorno a Confindustria, che avrebbero imbastito “un’operazione di più ampia portata, poggiante su una rete di persone, ambienti e interessi, decisi a chiudere la sin troppo lunga transizione riportando il governo del paese nell’area di centro e in mani meno autonome”. E insieme ai poteri economici l’altrettanto inevitabile mondo dell’informazione, con la sola eccezione di Repubblica. Un mondo nel quale “un gruppo di intellettuali, i direttori dei grandi giornali e la costellazione che gli ruota attorno (hanno) voluto giocare un ruolo diretto nel superamento di assetti ritenuti dannosi per lo sviluppo del paese”.

In pagine come queste è davvero troppo vittimistica la ricostruzione di Brancoli. E persino troppo ingenerosa nei confronti di Prodi e del prodismo, che nella seconda metà degli anni Novanta aveva avuto su di sé la stessa vigile diffidenza del mondo economico e informativo riuscendo invece a raggiungere risultati politici ben diversi. Perché diversa era allora la forza di quel disegno e dei suoi obiettivi.

Altrettanto godibile, ma anche altrettanto ingeneroso nei confronti del prodismo, è l’ultimo libro di Edmondo Berselli. Il quale si era già misurato con la dissezione delle mitologie della nostra transizione, e nel caso di “Post Italiani” (del 2003) aveva fotografato in modo magistrale le convulsioni finali degli ideologismi italiani e le ubbie dei vari oltrismi. Questo suo “Sinistrati” regge il confronto con la splendida scrittura dei suoi libri precedenti, ma delude il lettore che vada in cerca di risposte. Perché la strada che imbocca fin dall’inizio è a metà tra il sentimentale e l’antropologico, in una tassonomia di tipi spesso assurdi nei quali scompone il mondo perduto e immutabile del progressismo italiano.

Secondo Berselli “noi sinistri siamo bacati dentro, abbiamo una tara, un cromosoma mancante” e “stiamo combattendo una battaglia di retroguardia, resistendo in nome di idee che non hanno più cittadinanza”. Può anche darsi, ma intanto viene da rispondere: “Parla per te!”. E anche in questo caso, di fronte al secondo Prodi che “compie un autentico miracolo ma a rovescio, perché ottiene risultati importati e ne ricava pernacchie”, si tende a pensare che Berselli sottovaluti il senso politico del prodismo (insieme alle sue insufficienze) mentre innalza la figura di Romano Prodi al rango di titano incompreso dal paese che doveva governare: “una figura, un santo, un matto, qualcuno credibile ... il buon cattolico professor Prodi che esce dall’atrio del centro studi Nomisma e bello come il solicello invernale dice: siamo qui”.

Edmondo Berselli Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica­ Mondadori pp.189, euro 17.50
Rodolfo Brancoli Fine corsa. Le sinistre italiane dal governo al suicidio Garzanti pp.301, euro 16.50


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permalink | inviato da Andrea Romano il 27/11/2008 alle 11:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

23 novembre 2008
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Il dalemismo 2008 non salverà il PD

Difficile a credersi, ma nella sinistra italiana c’è qualcosa di peggio del veltronismo. È il dalemismo in versione 2008. Non più una corrente di partito né un orientamento di opinione, niente che sia tenuto insieme da interessi materiali o motivazioni ideali. Molto più di questo, il dalemismo dei nostri giorni è un abito antropologico che rifiuta la politica e sceglie la dissimulazione come modalità del proprio stare al mondo. Poco o niente a che fare con Massimo D’Alema, il quale si avvia ad essere per il nostro futuro quello che l’ultimo Andreotti è stato per il nostro presente: incarnazione innocua e persino divertente di una stagione conclusa ma dotata di forza evocativa, con i celebri tic verbali al posto della celebre gobba.

Oltre D’Alema e la sua storia personale di svolte e controsvolte, l’abito che si ispira a quell’eroe eponimo pervade lo spazio sempre più vasto di tutto ciò che nel PD non è veltroniano e lo costringe a mimetizzarsi nell’attesa che accada qualcosa. Qualunque cosa, a patto che non si tratti di uno scontro politico comprensibile da persone normali.

C’è per caso qualcuno che ha davvero capito dove passi oggi il confine politico che separa veltroniani e dalemiani? Naturalmente no, perché non è la politica ma l’appartenenza etnica a separare due tribù che hanno preso in ostaggio il Partito democratico concorrendo di comune accordo a consolidare il regno berlusconiano. Due tribù che si sono affrontate in campo aperto in un’unica occasione, nell’ormai lontanissimo 1994, scegliendo poi il metodo della reciproca e alternata investitura come regime di convivenza e convenienza. Fu un’investitura quella del 1998, quando D’Alema sistemò Veltroni alla guida dei DS dovendo temporaneamente occuparsi del governo. È stata un’investitura quella del 2007, con primarie fasulle che hanno visto i dalemiani benedire Veltroni come il miglior candidato possibile. Si prepara l’ultima (?) investitura di qui a pochi mesi, dopo elezioni europee che nelle intenzioni dei dalemiani dovranno vedere Veltroni sfiancato e ormai incapace di opporsi ad alcunché che non sia una soluzione concordata di successione. Nasce da qui il rifiuto di un congresso da tenersi al più presto, per quanto la giustificazione sia di nobilissimo profilo: perché è “ora di dire basta ai lanci di pietre” e perché “oggi la crisi può mettere in ginocchio l’Italia”, secondo quanto hanno dichiarato ieri Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo. E va da sé che l’Italia, impegnata nello sforzo di rimettersi in piedi, non può assolutamente essere distratta da qualcosa che somigli ad una discussione politica che restituisca forza e autorevolezza al principale partito di opposizione.

Non so se gli ottimi Cuperlo, Letta o Bersani si stiano davvero preparando a lanciare la propria candidatura alla guida del PD. Quello che so è che il primo passo di chiunque abbia l’ambizione di conquistare quella leadership politica – e non solo la titolarità di un ufficio vuoto – dovrebbe essere lo scrollarsi di dosso l’investitura di un fan club intitolato a chi ha smesso da anni di fare politica.

Una leadership, una politica. È questa la legge che tiene in piedi i partiti democratici nell’era della personalizzazione. Nel PD sequestrato dalle tribù uguali e contrarie di veltroniani e dalemiani la leadership è scomparsa da tempo e la politica viene nascosta con cura sotto il tappeto, anche mentre le pareti di casa stanno crollando. Facciano pure: in fondo è il metodo che hanno seguito nell’ultimo decennio. Ma almeno chi ha intenzione di rimettersi a costruire si liberi dall’abbraccio dei serafici distruttori.


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