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27 giugno 2010
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Dai Maurizio, torna. Aiutaci tu.
“Cosa ho io in comune con gli schiavi?”. Si arriva all’ultima pagina del nuovo libro di Maurizio Viroli e si è quasi assaliti dal motto greco che Piero Gobetti, mutuandolo da Vittorio Alfieri, apponeva sulla copertina delle sue edizioni. D’altra parte, come escludere a priori di essersi trasformati in schiavi? Magari sarà accaduto subdolamente, scivolando in una condizione che Viroli definisce di “servitù volontaria” perché sottoposta ad un “potere arbitrario o enorme” che con “la sua stessa esistenza rende i cittadini servi”. Se non fosse abbastanza chiaro, il potere “arbitrario o enorme” è quello di Silvio Berlusconi e i nuovi schiavi sono gli italiani che sessant’anni dopo il fascismo “non si sono elevati da liberti a cittadini ma regrediti da liberti a servi volontari”.

È un piccolo libro orgogliosamente malmostoso (“La libertà dei servi”, Laterza, pp.140, euro 15) quello nel quale Viroli schiaffeggia berlusconiani e non. Un pamphlet che potrebbe essere letto come un esercizio aggiornato di quella “retorica del pregiudizio” che qualche giorno fa Miguel Gotor ha ricostruito sul Sole 24 Ore nella sua parabola antica e capace di dipingere l’italiano come “il prototipo del traditore, dell'inaffidabile, del corrotto, del furbastro, dell'imbelle, dell'opportunista, dell'effeminato”. In effetti Viroli a questa retorica non si sottrae, descrivendo gli italiani come vittime di una “secolare debolezza morale, ulteriormente aggravata dal fascismo, che non poteva essere guarita con la nascita della Repubblica”. E comunque abitanti di un territorio sfortunato dove “la libertà dei cittadini è del tutto impossibile per la semplice ragione che le persone che hanno i necessari requisiti morali e intellettuali sono pochi”. Al che un lettore malizioso potrebbe cavarsela con un accorato invito allo studioso che insegna teoria politica a Princeton: “Dai Maurizio, torna tra noi e aumenta anche solo di un’unità la pattuglia degli italiani degni della vera libertà dei cittadini!”

Ma la questione è più seria. E riguarda ancora una volta il giudizio storico sul berlusconismo e sull’eventualità che gli italiani si siano assueffati a fenomeni di degenerazione morale. L’ipotesi su cui si regge l’impianto di Viroli è che il dominio berlusconiano sia per l’appunto “arbitrario e enorme … in quanto eccede di gran lunga i limiti del potere che un uomo ha mai avuto in un regime liberale o democratico”. E qui ci si imbatte in un primo inciampo. Perché l’impressione che si ricava in prospettiva storica, guardando ai quindicennio del potere berlusconiano, è che il Cavaliere sia riuscito a far ben poco di quello che aveva in mente. Sia che nella testa del Cavaliere versione 1994 vi fosse un programma orgogliosamente liberale e liberista sia che si trattasse invece di un piano teso a conculcare le nostre libertà civili, il berlusconismo si avvia ad essere ricordato soprattutto come una lunga parentesi di declino nazionale sulla quale molto più dell’onnipotenza ha pesato l’impotenza della politica. Di tutta la politica, ma soprattutto di quella berlusconiana perché è soprattutto da quel lato del Parlamento che si è addensata una quantità di consenso democratico che avrebbe permesso di dare all’Italia una dose di innovazione molto maggiore di quella che abbiamo conosciuto.

Tra le ragioni che possono spiegarci l’impotenza del berlusconismo ve n’è una che Viroli fotografa con precisione, salvo metterla in conto al soggetto sbagliato. È “il sistema della corte”, in virtù del quale si “dipende dall’effettivo potere del signore di distribuire ai cortigiani benefici materiali e simbolici e di minacciarli, altrettanto efficacemente, di privarli di tali beni”. Cedendo all’arcinota retorica del pregiudizio, aggiornata all’era televisiva che avrebbe “generato orde di analfabeti incapaci di capire una pagina scritta” (e dai Maurizio, torna almeno tu che sai leggere e non guardi la tv!), Viroli dipinge la gran parte degli italiani come cortigiani instupiditi. Avrebbe invece potuto fermarsi, con più efficacia interpretativa, ai partiti politici dell’era berlusconiana. Che tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra, e certamente in Parlamento dove si viene nominati in virtù di una legge elettorale vergognosa, si sono ormai trasformati in entità cortigiane e familistiche con poca o nessuna vitalità democratica. È questo il vero morbo che meriterebbe il disprezzo di Viroli, piuttosto che la tempra morale di una nazione che non può essere confusa con chi si trova provvisoriamente a governarla.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 27/6/2010 alle 9:37 | Versione per la stampa

4 aprile 2010
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L'Italia tra snobismo e inciviltà
“Signora mia, come siamo diventati incivili!”. Leggendo alcuni commenti alle elezioni viene una gran voglia di mimetizzarsi nei panni di Alberto Arbasino, che forse in questi giorni avrà pensato qualcosa di simile dinanzi alla rappresentazione di un Paese moralmente perduto che quando vota – e non sono molti coloro che questa volta lo hanno fatto – concede un’ampia vittoria alla Lega e un’altra cambiale di fiducia (ancorché risicata) al Cavaliere. Quel Paese sarebbe caduto da anni sotto una cappa di inciviltà antropologica, che rende inevitabile la sopravvivenza del berlusconismo e nel Settentrione ne moltiplica gli effetti in un dominio leghista ormai privo di argini. È un lamento che assume talvolta una coloritura pittoresca, come capita a Lidia Ravera: candidata non eletta nella lista civica di Emma Bonino nel Lazio, ha invitato i suoi sostenitori a curare la delusione “limitando l’impegno politico alla tristezza condivisa di tante cene intelligenti”. Dove è lecito immaginare che cene assai meno intelligenti (ma forse più sostanziose?) siano invece previste per gli elettori che hanno preferito Renata Polverini.

Eppure, nonostante Lidia Ravera, il tema è più serio di quanto sembri. Vi si è soffermato con acume Gustavo Zagrebelsky alla vigilia del voto, quando ha dedicato la sua “Lettura Cesare Alfieri” al tema della minaccia oligarchica che graverebbe sulla nostra democrazia. Il giurista piemontese vi ha tra l’altro sostenuto come non “ci si debba accodare agli snobisti della democrazia, una categoria in crescita di persone, un tempo di destra, oggi anche di sinistra, anzi prevalentemente di sinistra, molto intelligenti, i quali hanno vita facile nel mostrarne limiti, contraddizioni e ipocrisie”. Zagrebelsky coglie una verità importante, laddove mette in evidenza la migrazione del “pregiudizio antidemocratico” dalla componente moderata a quella progressista della nostra opinione pubblica. Ovvero il passaggio della diffidenza verso la libera espressione del consenso elettorale, che nel nostro recente passato era stata covata da chi in Italia non aveva ancora fatto pace con la democrazia repubblicana, a quei settori che per tutto quest’ultimo quindicennio non sono riusciti a far pace con la basi di consenso del berlusconismo. Eppure che il problema sia il riconoscimento del berlusconismo o del leghismo Zagrebelsky non lo dice, limitandosi a proporre una medicina all’indebolimento della democrazia che si limita a comprendere “la sovranità della legge e la libertà dell’opinione, le magistrature e l’informazione”. E tuttavia il nodo è proprio nell’ingrediente che manca, in quel pieno riconoscimento del consenso che qualunque “snobista della democrazia” (prima di destra e oggi di sinistra) si è sempre rifiutato di assumere come vero.

Riletta all’indomani del voto regionale, la lacuna tanto rilevante della riflessione di Zagrebelsky assume un peso ancora più visibile. Lo ha spiegato lo storico Guido Crainz, che giovedì scorso ha coniato per “Repubblica” l’immagine del dominio della “società incivile” per spiegare i risultati elettorali. Secondo Crainz è arrivato il momento di “fare i conti con il consolidarsi di settori sempre più corposi di “società incivile”, la cui incubazione prese corpo negli anni Ottanta e che poterono confluire nella “idea di Italia” di cui Berlusconi è stato alfiere”. Oltre il ben noto pregiudizio verso gli anni Ottanta, come stagione di degenerazione antropologica della nazione, c’è qualcosa di più nella lettura di Crainz. Ovvero la convinzione che “in questo arco di tempo sono cresciuti processi di decadimento sia della società civile che della politica, segnati dall’ulteriore deperire dell’etica pubblica” con l’effetto che “dal nostro orizzonte sembra scomparso il futuro”.

È un contrappasso davvero bizzarro quello che sembra appesantire lo sguardo degli “snobisti della democrazia” e certamente di Crainz, che dell’indagine sul potenziale democratico del “paese mancato” ha fatto la chiave per un’interpretazione originale della nostra storia repubblicana. Quando quel potenziale si è tradotto nel berlusconismo, eccolo rinchiuso nella scatola dell’inciviltà. E soprattutto ecco scomparsa qualsiasi facoltà di applicarsi a comprendere e immaginare quale futuro potrà mai darsi un paese tanto incivile dopo Berlusconi, quando a votare saranno quegli stessi cittadini che oggi esprimono così il loro consenso.





21 febbraio 2010
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Il Risorgimento non basta più
Quanto conta il Risorgimento per gli italiani del 2010? Difficile rispondere, ma forse qualche dato può aiutarci a formulare un’ipotesi. Secondo il rilevamento di Nielsen BookScan (il più avanzato sistema di monitoraggio del mercato librario, da poco adottato anche dai principali editori del nostro paese) solo l’1,3 per cento di tutti i libri venduti in Italia tra il 2007 e il 2009 ha come oggetto la vicenda risorgimentale. Ben poca cosa rispetto al successo di altri temi storici come la Roma antica (11,6% del totale), il fascismo (7,3%) o persino il medioevo (3,8%). Detta altrimenti: nelle librerie italiane le gesta di Garibaldi e Mazzini valgono poco più della storia dell’Impero Ottomano o di quella dell’estremo oriente (entrambe all’1%), per quanto si tratti di vicende ad alta densità di eroi e dunque dotate di ingredienti che almeno in teoria possono fare la fortuna di un libro.

Sono solo statistiche commerciali, si dirà. Eppure possono suggerire una riflessione alla vigilia del ciclo di eventi che ci condurrà nel 2011 alla celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Vale la pena domandarsi, in particolare, se le rievocazioni risorgimentali saranno in grado anche solo di contribuire a ricomporre in un’unica tela le molte Italie nelle quali il nostro paese appare disperso. Va da sé che non è in discussione la necessità di onorare il Risorgimento ai più alti livelli di partecipazione popolare e istituzionale, come peraltro ci impone il calendario, quanto piuttosto l’autosufficenza di quel riferimento storico dinanzi al compito che attende nei prossimi mesi la nostra discussione pubblica: ritrovare una narrazione che sia capace di raccontare agli italiani cos’è diventata la loro nazione. Una narrazione che non sia necessariamente condivisa e priva di polarità (bipartisan, verrebbe da dire cedendo ad una delle ossessioni più bizzarre del nostro gergo politico), ma che sia in grado quanto meno di provocare una spinta all’identificazione trasversale tra le molte appartenenze identitarie nelle quali si è scomposta l’Italia.

Davanti ad un compito di tale difficoltà, è legittimo dubitare che una nuova e robusta iniezione di retorica risorgimentale riesca ad avvicinare l’obiettivo. In questo senso Cavour e Garibaldi non hanno colpe, per quanto ormai deboli di fascino nei confronti dei (pochi) italiani che frequentano le librerie. La responsabilità principale va invece cercata tra coloro che in quest’ultimo ventennio avrebbero dovuto farsi carico di ritrovare una narrazione nazionale dotata di un’autentica capacità attrattiva. E dunque innanzitutto nei partiti politici, le forze che hanno avuto l’onere e l’onore di raccogliere il consenso democratico e di organizzarne le rappresentazioni simboliche collettive.

La crisi della politica italiana ha colpito duramente anche qui. Perché appena quindici anni fa sarebbe stato possibile immaginare che i nuovi partiti nati da Tangentopoli avrebbero prima o poi prodotto una o più mitologie nazionali di ampio respiro, in grado di competere con quelle che fin verso la fine del Novecento avevano sostenuto le culture politiche della prima repubblica. Oggi possiamo invece constatare che né l’universo berlusconiano né quello che a Berlusconi si contrappone hanno prodotto qualcosa che somigli ad un’idea di patria. Non è accaduto nel centrosinistra, dove l’unica mitologia unificante rimane quella dell’antiberlusconismo (“In poche parole un’altra Italia”, nello slogan della campagna del PD per le prossime elezioni regionali). Ma soprattutto non è accaduto nel centrodestra, che ha tenuto più a lungo il timone del paese e che dunque porta su di sé la responsabilità maggiore del fallimento, dove né Forza Italia né AN sono riuscite a diventare una vera forza nazionale liberale che oltre al consenso sia capace di lasciare un’eredità che sopravviva ai rispettivi fondatori. Tutt’intorno ai due fallimenti, una moltitudine di piccole identità locali o comunque segmentate tra le quali è difficile riconoscere il profilo di una rappresentazione nazionale.

Dove non sono riusciti i partiti della seconda repubblica è dunque difficile che riesca un ciclo di celebrazioni che avrà nel Risorgimento la sua pur pregiata chiave di volta, perché non si vede chi possa far uscire Garibaldi dalla retorica per farne un personaggio capace di parlare di patria agli italiani del 2010. Al secolo e mezzo dall’unità le cose sono andate così, chissà che non vadano meglio al traguardo dei due secoli.


7 febbraio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Giorgio Bocca fascismo Berlusconi berlusconismo
Giorgio Bocca e i maestri senza voce
Giorgio Bocca è un maestro, sia detto senza alcuna ironia. Un maestro che porta i segni di più epoche: i precetti e gli inciampi, gli allori e le cicatrici, i cambiamenti di opinione e tutto quello che compone una traiettoria che lo avvicina ai settant’anni di professione giornalistica. Comprese le incursioni nella saggistica più difficile e scivolosa, come fu il caso della sua biografia di Palmiro Togliatti che agli inizi degli anni Settanta ebbe il merito di restituire il leader comunista ad una dimensione meno agiografica e umanamente più articolata.

Da un maestro come Bocca ci aspettiamo ancora oggi un insegnamento di metodo, o quanto meno uno spunto d’interpretazione che contenga la stessa originalità abrasiva con la quale ha raccontato tante volte un’Italia che non sapevamo di conoscere. E allora è inevitabile domandargli perché mai abbia voluto pubblicare “Annus Horribilis” (Feltrinelli, pp.158, euro 15). Un libro che lascia nel lettore la stessa impressione che si ha quando capita di discutere con qualcuno la cui opinione sul nostro paese si riassume nella sentenza “L’Italia fa schifo”, variamente modulata secondo gradi diversi di turpiloquio. In questi casi, almeno a me, viene da pensare: “D’accordo, può darsi, d’altra parte come potrei convincerti del contrario. Ma esattamente cos’hai in mente? Qual è il singolo problema che scatena la tua indignazione?”.

Sappiamo che non da oggi il problema che scatena Giorgio Bocca si chiama Silvio Berlusconi. Salvo che nelle pagine di questo libro la sua indignazione si fa talmente cupa da coprire l’Italia di una coltre nera di fascismo. Il fascismo che torna sotto il cappello berlusconiano. Perché gli italiani “sono i più adatti del mondo ad un autoritarismo morbido”, scrive Bocca, “sanno di essere una somma di piccoli autoritari in potenza” e per questo votano in massa un personaggio che ne solletica la duplice indole: autoritaria ma anche “incline alle complicità anarcoidi”, prigioniera della “retorica patriottarda” ma anche incapace di qualsiasi autodisciplina pubblica.

Anche qui: d’accordo, può darsi, è inutile provare a convincere Bocca o chiunque altri che il nostro non sia un paese insieme retorico e indisciplinato. Ma davvero l’Italia del 2010 ci racconta un nuovo fascismo? “Non il fascismo del ventennio ma quello di sempre, autobiografia della nazione, frutto spontaneo del nostro autoritarismo anarcoide e del nostro piacere di servire”? E poi ancora Mussolini con “i suoi odierni imitatori”, e “la formazione in atto del nuovo regime” e tutta una galleria di ombre littorie che si incarnano nell’Italia perdutamente berlusconizzata. Da chi, come Bocca, ha conosciuto e poi combattuto il nazifascismo ci si attenderebbe un uso più accorto di un’immagine che sfugge qualsiasi riduzione metaforica. Non tanto per uno scrupolo storiografico che in un libro pugnace come questo avrebbe poco senso, né per il rispetto che anche Bocca di certo coltiva verso il sangue e la morte che quel fascismo concretamente significò. No, la ragione per essere più vigili nel ricorso al bottone rosso dell’allarme antifascista è nell’afasia che quella decisione comporta. Perché una volta che ci saremo chiamati fascisti o imitatori di Mussolini avremo sostanzialmente finito le parole per provare a capire dove si trovi davvero l’Italia di Berlusconi.

Ma forse le parole sono davvero finite, o almeno quelle usate fino a oggi. Perché non sarà certamente Bocca il primo né l’ultimo a fare ricorso all’arma finale della nostra polemica pubblica. Solo nell’ultimo quindicennio ci siamo variamente e reciprocamente accusati di emulare fascismo e stalinismo, salvo assistere negli stessi anni alla scomparsa dal nostro parlamento di ogni residuo emulo politico, propriamente inteso, dei due totalitarismi del XX secolo. Nel frattempo il berlusconismo si trasforma e prospera, continuando a sfuggire alle categorie novecentesche con cui proviamo a maneggiarlo. Non sarà allora che il problema dei maestri – Bocca compreso – è proprio qui? Testimoni di più epoche ma ormai senza voce di fronte ad un paese che attende di essere compreso nella sua trasformazione, declino o mutazione che sia, si arrendono ad un lamento che aggiunge poco a quello che già sappiamo. Perché può darsi che “siamo tutti seduti in qualcosa di simile al fango”, come scrive Bocca nelle pagine finali. Che è poi come guardarsi allo specchio per dirsi ancora una volta che “l’Italia fa schifo”. Ma può anche darsi che il problema non sia dell’Italia, ma di chi la guarda senza più trovare le parole.


17 settembre 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Tremonti Brunetta classi dirigenti berlusconismo
L'inutile revival della retorica anti-élite
La polemica contro le classi dirigenti è un ingrediente antico della nostra storia nazionale, destinato a farsi più pungente nelle fasi di crisi e confusione come quella che stiamo vivendo. Una crisi che resta politica non meno che economica, perché al netto di ogni dietrologia è ormai evidente che la lunga transizione italiana non sembra ancora aver trovato quell'approdo che le elezioni del 2007 avevano lasciato immaginare. Non è solo la tentazione sempre più diffusa di guardare la politica dal buco della serratura a suggerirlo, ma anche il potente ritorno della retorica antielitaria e la sua diffusione ai piani alti delle istituzioni democratiche. In questi ultimi giorni è accaduto più volte di ascoltare autorevoli rappresentanti di governo aprire il fuoco della polemica contro questa o quella porzione di classe dirigente, scegliendo talora i magistrati o gli economisti talaltra i banchieri o persino i cineasti in un procedere per categorie all'ingrosso che non può né vuole percorrere la via del ragionamento di merito.

C'è in questo il ritorno di un elemento tradizionale del berlusconismo, che fin dai suoi esordi ha esibito una carica anti-establishment che ha saputo inserirsi con acume e spregiudicatezza nel blocco dei meccanismi di formazione delle classi dirigenti che l'Italia degli anni Novanta ha conosciuto in forme tanto drammatiche. Gli anni passano per tutti, compreso il berlusconismo. E ascoltare un così pugnace revival antielitario quindici anni dopo quel lontano 1994 induce qualche perplessità. Non solo perché lo stesso berlusconismo non può esimersi dall'essere considerato a pieno titolo produttore e contenitore di classi dirigenti che ormai da anni si misurano legittimamente con il potere e la responsabilità pubblica. Soprattutto perché chi esercita un mandato politico in nome e per conto del popolo non può realisticamente pensare di utilizzare questo tipo di schermo polemico per porsi al riparo dalla valutazione pubblica dei risultati del proprio lavoro, per ragioni sia di metodo che di merito. Il metodo ricorda infatti troppo da vicino il diluvio distruttivo che ha avvelenato la nostra vita pubblica nell'ultimo decennio, quel rifiutare pregiudizialmente la legittimità dell'interlocutore come reazione preliminare a qualunque tipo di critica. O peggio, come reazione ad ogni tentativo di allargare il perimetro della discussione. Perché qualsiasi attore pubblico, e maggior ragione qualsiasi attore che svolga funzioni di governo, si rafforza nell'individuazione di interlocutori legittimati e si indebolisce nell'irrisione di avversari reali o immaginari. Soprattutto quando a quegli avversari sono attribuiti come uno stigma i contorni dell'appartenenza a una categoria di sapore morale più che politico.

Sinceramente non si avverte alcun bisogno di un "giustizialismo di governo" che preluda a un'ordalia tutta basata sui rapporti di forza, mentre il paese attende di conoscere la direzione che prenderà all'uscita dalla crisi economica. Le ragioni di merito hanno a che fare con la persistenza del blocco nei meccanismi di formazione delle classi dirigenti, che continua ad essere uno dei nostri problemi più gravi. Altri paesi avanzati hanno conosciuto, come l'Italia, crisi di legittimità nelle leadership politiche ed economiche e ne sono usciti con molto tempo e molta fatica. C'è chi vi è riuscito, come negli Stati Uniti, tornando a guardare nelle università di punta alla ricerca dell'eccellenza politica e intellettuale e chi, come in Francia, sottoponendo a critica serrata un modello tradizionale di formazione delle élites per trovarne un altro con relativa rapidità. Nessun grande paese, tuttavia, lo ha fatto elevando la retorica antielitaria a standard permanente di lotta politica e rinunciando così anche solo a immaginare una soluzione reale a un problema reale. È esattamente questo il rischio che in queste settimane sembra incombere sulla nostra vita pubblica


20 agosto 2009
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Le crepe nel PdL e il passo di gambero del PD
Se la politica è anche competizione per il consenso, l'egemonia berlusconiana che Roberto D'Alimonte ha ben descritto qui si alimenta anche della mancanza di un'offerta alternativa che sia davvero competitiva per la maggioranza dell'elettorato italiano.?

È un'assenza ormai conclamata, a partire dai suoi effetti pratici: il conflitto politico si è interamente spostato all'interno dei confini della coalizione di governo, tra una componente finiana e una leghista-tremontiana che già si contendono l'eredità di un blocco d'opinione di cui nessuno al momento è capace di pronosticare l'approdo post-berlusconiano. Ma comunque la si pensi, è un deficit di competizione che difficilmente può essere considerato un bene per la salute della nostra democrazia. Soprattutto perché prima o poi quell'approdo dovrà esservi e in mancanza di un'alternativa degna di questo nome gli italiani si troveranno a votare senza poter davvero scegliere, mentre è probabile che il berlusconismo concluda la sua lunga stagione senza aver lasciato una dote politica sufficientemente solida.?

Gaetano Quagliariello, sul Sole di ieri, interpreta con qualche eccesso di scrupolo il proprio ruolo di vicecapogruppo del Pdl al Senato quando descrive Berlusconi come «il modernizzatore del nostro sistema politico». In realtà lo stesso Quagliariello sa bene che la differenza tra il berlusconismo e altre esperienze d'innovazione del conservatorismo europeo, come il gollismo e il thatcherismo, è proprio nel capitale ben duraturo in idee e classi dirigenti che queste sono riuscite a lasciare in eredità ai rispettivi sistemi politici. Oltre che nella capacità d'introdurre riforme autentiche e coraggiose nel corpo vivo delle proprie nazioni per farle uscire dalle crisi strutturali nelle quali erano intrappolate.?

È invece impossibile poter dire lo stesso di Berlusconi, che nel suo quindicennio di vita politica ha cambiato più volte aspetto ideologico fino a vestire i panni dell'Arcitaliano che oggi rassicura proprio perché evita di riformare alcunché in un paese che attende ancora di essere rimesso in moto. Anche per gli effetti di questa inclinazione all'indolenza, il berlusconismo mostra al proprio interno crepe assai più serie di quelle provocate dal caso escort o dal sempiterno conflitto d'interessi. A partire dal contrasto tra la prospettiva finiana e quella leghista-tremontiana, che al di là dell'elemento personale rimandano a una frattura tra Nord e Sud che il Pdl è ben lontano dall'aver ricomposto e che si avvia semmai a farsi molto più radicale nel dopo-Berlusconi.?

È un problema dell'Italia, e non solo di coloro che per Berlusconi non votano, che il centro-sinistra non riesca a trarre alcun vantaggio dalle crepe del berlusconismo e dal suo fisiologico passare la mano. D'altra parte non si vede come potrebbe farlo un Partito democratico che sembra procedere volgendosi all'indietro: verso un ritorno al welfarismo produttivista e a un modello d'organizzazione politica entrambi in stile anni 70 e privi di riferimenti sociali e culturali ormai scomparsi dal nostro presente. Perché le idee, com'è noto, hanno il difetto di camminare sulle gambe degli uomini. E coloro che in questi anni hanno incarnato l'alternativa al presidente e che oggi tornano a contendersi il controllo del Pd, anche per interposta persona, hanno le gambe ben piantate nell'Italia ormai lontana del pre-berlusconismo.?

Mentre servirebbe una proposta politica che riuscisse a far tesoro di quanto è accaduto negli anni dell'egemonia berlusconiana, e dunque a parlare anche a quell'Italia che le indagini elettorali ci descrivono con precisione. Un'Italia che in questo quindicennio ha imparato a comprendere il linguaggio del populismo democratico - fatto anche di parole come sicurezza, fisco, merito e mobilità sociale - ma che finora l'ha ascoltato solo dalla voce del Cavaliere senza che fosse associato a riforme reali, mentre gli altri si attardavano in una partita interna mai davvero risolta. È un'Italia che ad oggi non sembra disporre di una reale alternativa, con un Pd che si appresta dopo il suo congresso a giocare un onorevole ruolo di minoranza, ma che non per questo può essere considerato un paese berlusconizzato per l'eternità


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permalink | inviato da Andrea Romano il 20/8/2009 alle 18:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

9 agosto 2009
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Liberisti senza libertà
Ad un primo sguardo ha tutta l’apparenza dell’ennesimo paradosso della politica italiana. La stessa forza politica – il PdL – che intende incarnare la formulazione più ampia della libertà nel campo dei comportamenti individuali pone al contempo una sovrabbondanza di limiti e impedimenti alla possibilità di diminuire la sofferenza legata all’interruzione volontaria di gravidanza. Limiti analoghi a quelli con cui, nel passato recente, quella stessa forza ha ostacolato l’adozione di provvedimenti legislativi a tutela delle coppie di fatto o di misure di autodeterminazione personale dei limiti di cura.

Se invece lo sguardo si fa appena più largo, la recente discussione sull’introduzione in Italia della pillola abortiva RU486 diventa l’ultimo test, in ordine di tempo, per misurare la distanza che ancora separa il centrodestra italiano da alcune delle realtà più importanti del conservatorismo europeo. Ovvero da quel conservatorismo che proprio su questi temi ha avviato negli ultimi anni una mutazione rilevante, scegliendo di qualificarsi come una “destra nuova” dove “il tradizionalismo dei valori è innervato di aperture alla grammatica dei diritti civili ... e alla volontà di lasciarsi alle spalle il culto sentimentale del passato e della tradizione, l’enfasi retorica in materia di patriottismo e religione, le rigidità ideologiche e i pregiudizi mentali in materia di immigrazione e diritti civili” (come scrivono Alessandro Campi e Angelo Mellone in “La destra nuova”, Marsilio 2009).


È il caso ad esempio della destra britannica di David Cameron, che si appresta ad ereditare le spoglie del lungo ciclo di governo neolaburista recuperando quella tradizione laica e libertaria che fu di Margaret Thatcher. Se per buona parte dell’ultimo decennio i Tories sono rimasti prigionieri di un nostalgismo thatcheriano ritagliato soprattutto sull’antieuropeismo e sullo sciovinismo nazionalista, oltre che sul rifiuto pregiudiziale della rifondazione del welfare intrapresa dal New Labour, Cameron ha saputo ritrovare nel bagaglio dimenticato della Lady di Ferro il potere del concetto di scelta. Come spiegò la stessa Thatcher alla metà del suo premierato, intervistata dalla BBC e rispondendo con un’unica parola alla domanda su quale fosse il nucleo di fondo della sua idea di cristianesimo: “Choice”, disse la signora, spiegando poi che intendeva “la possibilità di disporre degli strumenti e della conoscenza per scegliere, tra bene e male così come tra conveniente e non conveniente”. Per molti anni quella rivendicazione pragmatica e morale del potere di scelta è stata assorbita dai neolaburisti, che l’hanno resa un cardine delle proprie politiche in campo educativo e sociale. Solo di recente, e grazie ad un leader conservatore che ha fatto del superamento del nostalgismo thatcheriano la cifra della riconquista del consenso, quell’immagine di libertà individuale è tornata nel catalogo dei conservatori britannici. Da qui la decisione di Cameron di sostenere il Civil Partnership Act introdotto dai laburisti nel 2005 per tutelare le coppie di fatto, spingendosi fino a congratularsi pubblicamente nel 2008 con il parlamentare conservatore Alan Duncan che aveva deciso (primo tra i Tories) di utilizzare quella norma per formalizzare l’unione con il compagno.


Un’eccezione britannica? Non proprio, se guardiamo anche al caso spagnolo con tutte le sue polarizzazioni in tema di diritti civili e identità religiose. Tensioni che tuttavia non hanno impedito che il leader popolare Mariano Rajoy dichiarasse già nel 2008 che in caso di un ritorno del suo partito al governo non avrebbe toccato la norma introdotta da Zapatero sulle coppie omosessuali, limitandosi all’impegno di cancellare il ricorso alla parola “matrimonio”. Più noto infine il caso di Sarkozy, che fin dall’inizio del suo mandato ha promosso un’accelerazione dell’innovazione legislativa in tema di “nuove famiglie” e che da ultimo ha introdotto una norma sui genitori non naturali che di fatto regolamenta diritti e doveri anche dei padri e delle madri omosessuali.


Se questo è il quadro della destra liberale europea, viene da pensare che se anche il Popolo delle Libertà è diventato con le ultime elezioni la formazione più numerosa nel gruppo PPE a Strasburgo le sue posizioni in tema di diritti civili appaiono ben distanti da quelle dei cugini europei. Eppure la responsabilità del ritardo del nostro centrodestra non può essere cercata solo nel recente complicarsi delle relazioni tra Silvio Berlusconi e il mondo cattolico, né nella consueta pressione del Vaticano sull’agenda della politica italiana in tema di famiglia. L’uno e l’altro elemento hanno evidentemente un peso nel restringere lo spazio dell’area liberale del centrodestra, ma le radici di quel ritardo affondano nella stessa parabola ideologica seguita dal berlusconismo in questo suo quindicennio di vita. O meglio, nella sua progressiva de-ideologizzazione lungo un percorso che ne ha visto rafforzare l’ampiezza dei consensi mentre si stemperavano i suoi contenuti identitari.


Con il passare degli anni il berlusconismo ha saputo trasformarsi in una versione italiana del “catch-all party”, capace di raccogliere il sostegno di una varietà di gruppi di interesse percorrendo il doppio binario del rafforzamento della leadership personale e dell’indebolimento delle sue particolarità ideologiche. Ne hanno fatto certo le spese anche i fermenti libertari che ne avevano segnato i primi passi sulla scena politica italiana, alla metà degli anni Novanta. Ma ancor più chiaramente è stato l’indebolirsi dell’identità politica del berlusconismo a renderlo tanto permeabile alla forza delle argomentazioni etiche del Vaticano, diversamente da quanto è accaduto negli stessi anni in altre realtà della destra europea. Se in Francia e Gran Bretagna il conservatorismo è uscito dalla crisi identitaria degli anni Novanta ridefinendo la propria cultura politica in senso nuovo e autonomo, e dunque aprendosi anche ai diritti civili di nuova generazione, in Italia la costruzione dell’ampia tenda del consenso berlusconiano ha pagato un prezzo anche alla sua capacità di avere idee chiare e riconoscibili sul grande tema dei nuovi diritti.


In questo senso il berlusconismo non è stato aiutato dalla curvatura assunta da una parte della nostra cultura progressista, che scegliendo la trincea dell’ideologismo laicista ha contribuito a privare il dibattito pubblico italiano della laicità e della curiosità necessarie ad affrontare la novità di interrogativi etici che non possono più essere affrontati con le risposte che eravamo abituati a trovare nei nostri armamentari novecenteschi. Anche per queste ragioni quella che stiamo vivendo in Italia non può essere semplicemente interpretata come una stagione neoclericale, ma piuttosto come l’esito di un indebolimento della politica (anche di quella che vince nelle urne) dinanzi alla novità di domande che proprio dalla politica richiederebbe una dose maggiore di autorevolezza e forza di pensiero.



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