.
Annunci online


13 febbraio 2011
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi
Apocalisse per reduci e criceti
Di questi tempi mi capita di ricordare con nostalgia una conversazione avuta nella primavera del 2006 con un amico editore. Si erano appena svolte le elezioni politiche, quelle vinte per pochi voti da Prodi e perse da Berlusconi, ed eravamo entrambi di ottimo umore. Due elettori di centrosinistra raggianti per il ritorno dell’Ulivo al governo dell’Italia? Non esattamente. Il nostro sollievo era nella sensazione di poter finalmente ricominciare a proporre e discutere libri che non fossero più stretti dalla tenaglia berlusconismo-antiberlusconismo. “Pensa un po’ che disastro se avesse vinto il Cavaliere”, disse quell’amico, “chissà per quanto tempo ancora avremmo dovuto pubblicare solo e soltanto libri su di lui o contro di lui”.
Le cose sono poi andate diversamente. E oggi siamo di nuovo qui, con qualche anno in più sulle spalle, fermi a girare come criceti sulla doppia ruota di berlusconismo e antiberlusconismo. La congiura delle procure, lasciatemi lavorare, il popolo ultimo giudice, il governo del fare, le barzellette al potere e la rivoluzione liberale che prima o poi verrà. E che schifo che vergogna, le adunate dell’Italia pulita, l’indignazione, l’attesa del riscatto e le donne in quanto donne. Per sovrannumero non ci siamo fatti mancare neanche la polemica sulla funzione dell’azionismo in Italia: quella del 2011, non del 1947. Perché se un dibattito pubblico deve ripetersi ogni volta uguale, com’è accaduto nei nostri ultimi quindici anni, è bene che percorra tutto il suo repertorio.
Ma gli anni passano e le mamme imbiancano. E se le mamme affinano con il tempo una loro tenerezza, non migliora invece la nostra capacità di innovare il dizionario di un discorso pubblico sempre identico. Forse gli italiani nati dopo il 1980 sono meno criceti degli altri e stanno ancora scoprendo qualcosa di interessante sulla giostra dove si sono affacciati da poco. Ma quelli che hanno appena sopra i trent’anni, comunque la pensino, non possono fare a meno di coltivare un opprimente senso di deja vu.
Gli effetti della grande stagnazione italiana sono i più diversi. E si notano anche nelle librerie, che al solito rappresentano un buon termometro delle rappresentazioni di maggior presa sull’opinione colta e informata. È qui che si è diffusa una retorica dell’apocalisse che accomuna libri e autori di diversa specializzazione e tendenza, ma tutti costretti ad alzare la voce per farsi ascoltare in una piazza stanca e affollata di reduci. Piero Bevilacqua, ad esempio, è stato e rimane uno degli studiosi più innovativi nella storiografia sull’Italia agricola e del Sud. Autore tra l’altro di una fortunata “Breve storia dell’Italia meridionale” (Donzelli 1993), ha animato una rivista vivace come “Meridiana” e formato generazioni di ottimi storici. Oggi ha pubblicato per Laterza un libro sull’economia globale (“Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo”, pp.217, €16) che si apre così: “Il capitalismo è entrato in un’epoca di distruttività radicale. Ci trascina in un vortice che dissolve le strutture della società, decompone lo Stato, cannibalizza gli strumenti della rappresentanza politica e della democrazia, desertifica il senso della vita”. Naturalmente c’è molto altro in queste pagine e non sempre sulla stessa tonalità, tra la denuncia di “potenze infernali scatenate con la deregolamentazione dei capitali dagli apprendisti stregoni neoliberali a partire dagli anni Ottanta” e l’auspicio che “l’antica leva dell’emancipazione popolare: la lotta” sia finalmente utilizzata per “riportare buona parte dell’immensa ricchezza accumulata in mani private sotto il dominio pubblico”. Eppure resta il dubbio che in un’altra Italia, forse meno prigioniera di una ripetizione infinita della medesima rappresentazione, Bevilacqua avrebbe declinato la sua legittima diffidenza verso il capitalismo globale in una chiave diversa e meno incline alla catastrofe.
Ma un accento simile è quello che troviamo nell’ultimo pamphlet di Ida Magli, già collaboratrice di Noi Donne e poi tarda epigona della Fallaci, che aggiorna il suo sanguigno antieuropeismo con “La dittatura europea” (Bur Rizzoli, pp.206, €10,50). E per farlo se la prende ora con la Costituzione italiana (“un testo scritto da comuni mortali, per giunta accecati dalle ideologie imperanti alla fine della guerra: il marxismo e l’europeismo”), ora con i sempiterni banchieri che avrebbero tramato sulla pelle dei popoli per imporre i loro interessi travestiti da progetto europeo. Sarebbe forse troppa grazia immaginare un’Ida Magli non rumorosa, persino in un’Italia libera dal conflitto tra berlusconiani e non berlusconiani. Ma l’impressione che la retorica dell’apocalisse sia una valvola di sfogo di questo nostro tempo ripetitivo resiste tenacemente. Soprattutto se le vittime sono anche tra coloro che quella retorica dovrebbero scomporre e analizzare. Come il filosofo Andrea Tagliapietra, che alle mitologie della catastrofe nel cinema contemporaneo ha dedicato “Icone della fine. Immagini apocalittiche, filmografie, miti” (il Mulino, pp.218, €16). Un libro intelligente e originale, che tuttavia non resiste alla tentazione di mirare in alto contro “la ragione sociale delle multinazionali, come la Novartis e la Monsanto, che cercano di imporre senza possibilità di scelta e senza principio di precauzione le loro politiche industriali e affaristiche sugli organismi geneticamente modificati ai consumatori di tutto il mondo”. Cosa c’entrino gli OGM con Titanic o Apocalypse Now non è dato sapere. Ma nel tempo italiano dell’apocalisse senza redenzione non guasta mai spararla grossa. Anche quando vi sarebbero argomenti di merito da discutere e difendere.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi

permalink | inviato da Andrea Romano il 13/2/2011 alle 10:0 | Versione per la stampa

16 gennaio 2011
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi politica personale
Il voto degli italiani e il liderismo occidentale: due libri

Credere che l’Italia sia un paese normale è particolarmente difficile, anche armandosi della volontà più tenace. Eppure il pessimismo della ragione viene talvolta sconfitto non già dall’ottimismo della volontà, come avrebbe voluto Gramsci, ma più semplicemente dalle scienze sociali. Le quali descrivono un’Italia attraversata da fenomeni molto simili a quelli che in questi stessi anni hanno cambiato volto all’Occidente. Persino nel caso della politica, dove la nostra distanza dalla soglia della “normalità” appare più invalicabile per tutto il corredo di Cavalieri e post-comunisti che ci portiamo dietro, il nostro paese è meno insolito di quanto farebbe immaginare l’esperienza quotidiana. È la tesi convergente di due libri appena usciti, dove il meglio della scienza politologica italiana fotografa alcune tendenze di medio periodo che hanno coinvolto l’Italia alla pari di altri paesi occidentali. La tendenza al liderismo, innanzitutto. O meglio la presenza di singole personalità politiche che dominano la scena più di quanto non sia mai accaduto nella storia novecentesca delle democrazie. È inevitabile che in tema di leader e liderismo il pensiero vada a Silvio Berlusconi e al suo profilo di "eccezione permanente", rivendicato dallo stesso Cavaliere come la chiave del suo successo o stigmatizzato dagli avversari come la malattia principale che affligge il nostro spazio pubblico. La tesi ben argomentata in "Addomesticare il Principe (Marsilio, pp.206, €15) da Sergio Fabbrini, per molti anni docente a Trento e a Berkeley e oggi direttore della nuova School of Government della Luiss, è che il berlusconismo sia in realtà meno eccezionale di quanto non sia dato pensare, e non certo perché l'autore sia animato da particolari simpatie verso il centrodestra. Al contrario, secondo Fabbrini "Berlusconi ha portato il processo di personalizzazione dell'esecutivo a livelli mai raggiunti in nessuna democrazia europea" anche per il suo "non essere vincolato da una significativa legge sul conflitto di interessi". Eppure la personalizzazione berlusconiana della politica è "l'esito di un processo storico che ha attraversato anche altri paesi" sulla spinta di trasformazioni strutturali dello spazio politico, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. In primo luogo l'indebolimento dei partiti, modellati nel Novecento lungo linee di rappresentanza sostanzialmente stabili (su temi di classe, fede o etnia) e oggi in difficoltà nell’interpretare nuove appartenenze collettive estremamente frammentate. Poi il ruolo della televisione, che se pure "non ha abolito la politica" ne ha modificato la logica, promuovendo figure nelle quali il pubblico si identifica con sempre minore intermediazione pedagogica: "la teledemocrazia tende a premiare il leader che asseconda, non quello che educa. Il leader che assomiglia a 'Noi', non quello che è diverso da 'Noi'." E infine il contesto internazionale, che sia nel caso americano che in quello europeo hanno chiesto al potere politico di accentuare la funzione decisionale a scapito di quella legislativa o di opposizione. Tutto questo, secondo Fabbrini, ha fatto emergere nella politica occidentale il dominio di leader che condividono alcune caratteristiche di fondo, tra cui l'avere percorso strade da outsider fuori dai partiti o contro l'opinione prevalente al loro interno. Non è un fenomeno transitorio né pregiudizialmente negativo, a condizione che la democrazia si doti di strumenti in grado di equilibrare e controllare il valore della decisione politica. Strumenti capaci di "addomesticare il principe", per l'appunto, equilibrando forza e controllo. Ma soprattutto lavorando sulla formazione di quelle classi dirigenti da cui continueranno a uscire leader sempre più forti. Perché "quando in un paese si affermano leader che non dispongono delle qualità del comando", è l'ammonimento conclusivo di Fabbrini, "la prima responsabilità è delle élites che li hanno fatti emergere e non dei cittadini che li hanno votati".

Se i cittadini non possono essere colpevolizzati, è altrettanto vero che gli elettori italiani "non sono animali con tre gambe e otto braccia" secondo l'efficace immagine con cui Paolo Segatti e Paolo Bellucci introducono "Votare in Italia 1968-2008. Dall'appartenenza alla scelta" (il Mulino, pp.440, €33). Ovvero "non rappresentano un caso speciale nel panorama degli elettori europei" mentre "le teorie che spiegano i comportamenti elettorali in altre democrazie spiegano anche il comportamento di voto degli italiani". Il volume curato da Segatti e Bellucci è prezioso non solo perché testimonia la qualità del lungo lavoro di osservazione dei nostri comportamenti elettorali svolto negli anni da Itanes (Italian National Election Studies, associazione promossa dall’Istituto Cattaneo di Bologna) ma anche perché concorre in molti suoi saggi a consolidare l'idea di una compatibilità della politica italiana (pur con le sue anomalie) con alcuni processi europei. Ad esempio nella comparsa anche dalle nostre parti degli "astenuti intermittenti", come li definisce Dario Tuorto: cittadini non marginali, liberi dai vincoli dei partiti e mobili nelle scelte, che esprimono una protesta politica decidendo di votare solo se convinti dall'offerta. Ma soprattutto nel modo in cui gli italiani scelgono di votare Berlusconi. Che non è determinato, secondo Segatti e Bellucci, solo "dalle emozioni che suscita in loro la ricomparsa di qualcosa di simile al Mago Cipolla di Thomas Mann (l’Uomo di Arcore)" ma dall'effetto di "predisposizioni politiche molto strutturate" a cui il Cavaliere ha dato una rappresentazione finora convincente. Detta altrimenti: non è una maledizione quella che spinge la maggioranza degli italiani a votare per Berlusconi, ma l'assenza fino ad oggi di un'offerta politica più competitiva. E dunque una causa da paese normale, nonostante tutto.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi politica personale

permalink | inviato da Andrea Romano il 16/1/2011 alle 16:39 | Versione per la stampa

15 dicembre 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi elezioni
Se tutti perdono, elezioni più vicine
Se il tentativo di disarcionare Berlusconi è fallito, una tra le più vaste maggioranze della storia repubblicana si riduce ad un piccolo margine di tre parlamentari. È questa la fotografia finale di una battaglia popolata solo da perdenti. Naturalmente perde Fini, e male, pagando il prezzo della differenza che corre tra un progetto coraggioso (radicare in Italia una destra europea e non berlusconiana) e il materiale concreto con cui dovrebbe essere costruito (essenzialmente ex-Msi di ascendenza rautiana). Perde anche il Partito democratico, che si è rintanato nella propria metà campo sperando che la resa dei conti nel PdL gli restituisse come per miracolo un ruolo politico. Quel ruolo perduto da tempo e non ritrovato neanche con la manifestazione dell’11 dicembre che ha visto, come ha scritto Lina Palmerini sul Sole, “l’inedito di una piazza che invoca la sua riscossa in un governo tecnico”. Perde la Lega, o quanto meno la sua anima di governo incarnata da Roberto Maroni, perché da domani la corte di un Bossi sempre più iconico e sempre meno capace di guidare la macchina del partito troverà irresistibile la tentazione di incassare direttamente nelle urne il vantaggio accumulato grazie alle difficoltà del PdL. Infine, nonostante tutte le apparenze, Silvio Berlusconi rischia di perdere la guerra dopo avere vinto questa battaglia. Ieri il Cavaliere ha trovato una riserva di ossigeno in un parlamento di nominati con una pessima legge elettorale, grazie ad una contrattazione dai contorni imbarazzanti e profittando soprattutto della debolezza degli avversari. Ma la sua esperienza a Palazzo Chigi potrà continuare solo se riuscirà ad imbarcare qua e là un transfuga di ritorno da Futuro e Libertà e qualche più consistente pezzo dell’UdC, restando comunque ostaggio della Lega e della sua voglia di voto. All’ennesima linea di galleggiamento verrà forse dato il nome di “nuovo patto di legislatura”. Ma è difficile immaginare qualcosa di diverso da un supplemento di agonia per un governo che avrebbe dovuto realizzare riforme di impronta storica e che invece si è rapidamente trovato prigioniero del declino di quello che un tempo fu l’alfiere della “rivoluzione liberale”. Sullo sfondo rimane un paese che attende stordito elezioni ormai più che probabili, e dove la dimensione della crisi di consenso della politica e delle istituzioni è molto maggiore di quella che può essere misurata su tre voti di scarto.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi elezioni

permalink | inviato da Andrea Romano il 15/12/2010 alle 15:46 | Versione per la stampa

9 novembre 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Fini Berlusconi
Fini e il tempo del diluvio
“Questo Governo è giunto al capolinea. E il ‘signori si scende’ riguarda tutti, ma proprio tutti, macchinista compreso”. Chi è l’autore della citazione? Non certo Gianfranco Fini, come potrebbero pensare i lettori più giovani che non hanno memoria della “prima repubblica”. Si tratta invece di Claudio Martelli e del benservito che l’allora vicesegretario socialista spedì a Ciriaco De Mita, ponendo fine alla sua presidenza del consiglio. Era il maggio 1989, il PSI celebrava alle ex officine Ansaldo di Milano quello che sarebbe stato il suo ultimo vero congresso. E nessuno dei protagonisti di quelle giornate poteva immaginare che di lì a pochi mesi lo scenario politico italiano e internazionale sarebbe cambiato per sempre e per tutti.
Gianfranco Fini non è evidentemente Claudio Martelli, né Futuro e Libertà può essere messa a confronto con il Psi degli anni di Craxi. Eppure il coraggio e la determinazione con cui Fini sta incalzando Berlusconi sulla gestione del governo e sulla cultura politica del centrodestra si accompagna ad un rischio concreto. Quello di ripetere in condizioni storiche del tutto diverse un rito caratteristico della prima repubblica e in particolare delle sue componenti più dinamiche. Così come Craxi volle giocare sempre il ruolo di ago della bilancia delle coalizioni di governo, senza mettere mai in discussione gli equilibri politici più generali su cui si fondava il Pentapartito, Fini sembra predisporsi ad un lavoro di condizionamento del berlusconismo con l’obiettivo di diventare l’elemento determinante dell’alleanza di governo. D’altra parte, così come il PSI di Craxi incarnava l’anima più innovatrice del Pentapartito, oggi FLI rivendica alla luce del sole i contenuti di maggiore apertura e tolleranza con cui vorrebbe contaminare il centrodestra italiano. Si tratta dunque di un legittimo traguardo, che solo ad un occhio malevolo potrebbe suggerire una similitudine tra il Fini del 2010 e il Craxi-Ghino di Tacco che negli anni Ottanta avocava per sé una rendita di posizione alla quale tutti gli alleati di governo avrebbero dovuto pagare pegno.
Eppure la legittimità della sfida finiana deve fare i conti con l’ambiguità della richiesta di un “Berlusconi bis”, venuta dallo stesso Fini a Perugia. Perché la violenza della sua critica al berlusconismo, tutta incentrata sui contenuti del liberalismo europeo, mal si concilia con l’auspicio che lo stesso Berlusconi possa essere il timoniere di quell’innovazione politica del centrodestra italiano che sotto la sua guida poteva essere ma che evidentemente non è stata. Se n’è accorto, tra gli altri, un osservatore esterno mai prevenuto sui fatti di casa nostra: Guy Dinmore, corrispondente per il Financial Times, che nella sua cronaca del discorso di Perugia ha scritto di “un’ancora di salvezza per il Cavaliere” e della “offerta venuta da Fini a Berlusconi per un’uscita dalla crisi politica, con la proposta di un suo ritorno alla guida del governo sulla base di una coalizione rinnovata e di un nuovo programma”.
Gianfranco Fini avrà i suoi buoni motivi politici per una navigazione tanto accorta e per evitare di dichiarare chiusa la stagione berlusconiana una volta per tutte, con le conseguenze del caso. Eppure è forte la sensazione che in questa scelta vi sia anche la percezione di avere di fronte a sé un tempo politico infinito, come pensavano i protagonisti del maggio 1989 prima del diluvio che avrebbe chiuso la prima repubblica. Uno di questi, Gianni De Michelis, presentando qualche giorno fa il bel libro di Marco Gervasoni “Storia d’Italia negli anni Ottanta” ha spiegato che l’errore più grande del suo gruppo dirigente fu quello di “pensare di avere molto più tempo di fronte a sé”. Sono parole su cui dovrebbero meditare coloro che oggi si candidano a sostituire Berlusconi sul lungo periodo, perché non è affatto scontato che il tempo a loro disposizione sia tanto abbondante prima che gli equilibri della “seconda repubblica” collassino sotto il peso dell’immobilismo.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Fini Berlusconi

permalink | inviato da Andrea Romano il 9/11/2010 alle 15:28 | Versione per la stampa

27 luglio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Orwell Berlusconi intellettuali
George Orwell, gli intellettuali e i partigiani della chiacchiera
La vera malattia di George Orwell fu sempre la politica, prima ancora della debolezza polmonare che l’avrebbe ucciso nel gennaio 1950. Non la politica di partito, come diremmo oggi in epoca di trionfo dell’antipolitica, ma la militanza civile come incrocio tra convinzioni individuali, responsabilità personale e congiuntura storica. Una malattia da cui fu contaminato già prima di diventare Orwell. Quando ancora si firmava con quel suo vero nome, Eric Arthur Blair, che oggi lo rende irresistibile agli occhi di ogni nostalgico blairiano (come il sottoscritto).

Blair diventa Orwell quando decide di abbandonare la vita moderatamente agiata che aveva condotto fino ai venticinque anni di età, rampollo di un medio funzionario dell’impero destinato a seguire la carriera del padre dopo gli studi a Eton. E in Birmania, dove lavora qualche anno come supervisore giuridico e amministrativo, Blair-Orwell si spoglia dell’abito imperiale e torna in Gran Bretagna per dedicarsi alla narrazione politica. “Ero consapevole di un immenso senso di colpa che dovevo espiare” – avrebbe scritto qualche anno dopo – “sentivo di dovermi sottrarre non soltanto all’imperialismo ma ad ogni forma del dominio dell’uomo sull’uomo. Volevo sommergermi, scendere in mezzo agli oppressi, essere uno di loro e schierarmi al loro fianco contro i loro tiranni”. Era il nucleo di un sentimento primordiale che nel corso degli anni non l’avrebbe più abbandonato, spingendolo alle scelte di vita radicali da cui sarebbe nata la sua particolarissima scrittura civile: barbone e lavapiatti per raccontare la vita quotidiana dei diseredati di Francia e Inghilterra (“Senza un soldo a Parigi e a Londra”), testimone tra i lavoratori delle miniere inglesi in crisi (“La strada di Wigan Pier”), combattente antifascista in “Omaggio alla Catalogna” e militante antistalinista per la “Fattoria degli Animali”, fino al ruolo di grande architetto antitotalitario di “1984”.

Dobbiamo allora immaginare uno scrittore facile all’indignazione, che se per miracolo si trovasse ad essere paracadutato nell’Italia del 2010 non potrebbe che ingrossare le file antiberlusconiane del “Popolo viola” o quelle berlusconiane dei “Promotori della libertà”? Un classico intellettuale engagé, insomma, pronto a farsi partigiano della chiacchiera nell’Italia delle tifoserie immobili? Niente di più improbabile. E non certo perché Orwell predicasse un distacco bipartisan da quelle passioni del mondo nelle quali si buttò sempre a capofitto. La vera ragione per cui Orwell si troverebbe a disagio nella nostra Italia, ma anche quella per cui proprio oggi ci servirebbe la sua voce, è nel disprezzo che ostentò sempre per le convenzioni diffuse tra gli “intellettuali pubblici” che lo circondavano. Perché Orwell fu certamente un intellettuale, ma proprio alla sua specie di appartenenza dedicò la maggiore energia distruttiva. Convinto com’era che le malattie del suo tempo, e in primo luogo comunismo e fascismo, fossero rese ancora più letali dal silenzio o dalla colpevole connivenza degli intellettuali.

I maiali della “Fattoria”, ad esempio, sono naturalmente i capi stalinisti del comunismo sovietico. Ma prima ancora sono “lavoratori della mente”, come spiega magistralmente il maiale Piffero: “Noi maiali lavoriamo con il cervello, tutta la conduzione e l’organizzazione di questa fattoria dipendono da noi. Giorno e notte noi vegliamo sul vostro benessere”. Veri protagonisti della svolta autoritaria della rivoluzione animalista, gli intellettuali di Orwell sono anche coloro che “si sono opposti a Hitler solo al prezzo di accettare Stalin”, come avrebbe scritto nel 1943, perché “la maggior parte di loro è perfettamente pronta per metodi dittatoriali, polizia segreta, falsificazione sistematica della storia, etc. Purché sentano che è dalla ‘nostra’ parte”. Ma sono anche i “poeti-finocchietti” (“nancy-poets”) che “amano comprare le proprie stoviglie a Parigi e le proprie opinioni a Mosca”, o “gli opportunisti attirati in massa dall’odore del progresso come mosche da un gatto morto”.

La galleria delle immagini dissacratorie che l’Orwell anti-intellettuale ha dedicato ai suoi compagni di classe è sconfinata e spesso urticante per il gusto troppo corretto di noi contemporanei. Eppure potrebbe dire moltissimo agli “intellettuali pubblici” italiani del 2010. E quindi a coloro che hanno indossato abiti sacerdotali per gridare al “regime” – non importa se berlusconiano o antiberlusconiano – senza mai riuscire con tutto il peso della propria indignazione a spostare di un grammo il bilancio reale dei consensi degli italiani e soprattutto senza mettere in discussione una sola misura del proprio privilegio. A costoro probabilmente Orwell apparirebbe vestito da guerrigliero antifranchista, con i tratti vagamente ridicoli con i quali apparve all’amico Philip Mairet prima di partire per la Barcellona repubblicana: “Vado in Spagna. Perché questo fascismo qualcuno dovrà pur fermarlo!”

Ma non è l’Orwell con zaino e bandoliera a sembrarci più vicino, quanto piuttosto lo scrittore civile che agli intellettuali indignati e impotenti del suo tempo contrappone il naturale senso della giustizia che riconosceva nella gente normale. Era la “decency” popolare nella quale confidò sempre, anche nei momenti di maggiore sconforto, perché “la mia principale speranza per il futuro è il fatto che la gente comune non si è mai separata dal suo codice morale”. Su questo avrebbe costruito la parte positiva e propositiva della sua scrittura civile. Guardando ad esempio alla “gente comune” come principale risorsa morale della nazione britannica rimasta sola di fronte all’attacco nazista, quando le leadership nazionali erano nel massimo discredito per non aver saputo contenere il progetto hitleriano. E quando la fonte di un nuovo patriottismo era da ritrovare, come scrisse in “Il leone e l’unicorno”, nella tempra morale di quello che Napoleone aveva considerato un “popolo di bottegai” incapace di combattere. Perché l’Inghilterra di Orwell era “una famiglia in cui comandano i membri sbagliati”, ma anche una nazione che di fronte alla guerra può “assumere la propria vera forma, quella che sta appena sotto la superficie”. Da qui anche la sua entusiastica partecipazione alla “Home Guard”, la milizia popolare che avrebbe dovuto contrastare strada per strada una possibile invasione tedesca: “La Home guard – scrisse nel 1941 – potrebbe esistere solo in un paese in cui gli uomini si sentono liberi. Gli stati totalitari possono fare grandi cose, ma c’è una cosa che non possono permettersi: dare un fucile ad un operaio e dirgli di portarselo a casa. Quel fucile appeso al muro nell’appartamento dell’operaio o nella casupola del bracciante è il simbolo della democrazia. È compito nostro fare in modo che ci rimanga”.

Oggi il combattivo patriota popolare che fu Orwell non sarebbe andato troppo d’accordo né con i sentimenti pacifisti tanto diffusi dalle parti dei nostri progressisti (“il pacifismo è obiettivamente filofascista”, scrisse sulla Partisan Review) né con la rivendicazione di Berlusconi di una visibilità guadagnata all’Italia dalle sue frequentazioni con Putin e Gheddafi. E forse proprio sul Cavaliere si sarebbe interrogato a lungo. Non già per confonderlo sbrigativamente con un Grande Fratello dei nostri giorni, perché subito gli sarebbe apparsa evidente la distanza tra quel suo simbolo di potenza assoluta e questo nostro leader in perenne campagna elettorale, ma piuttosto per studiarne i lati più bizzarri. Come ad esempio il ricorso allo spauracchio dei comunisti, di cui ormai neanche Vendola riesce a parlar bene. E qui Orwell avrebbe forse ricordato la formula preferita dai maiali della fattoria nei momenti di difficoltà, quel “Non vorrete mica che torni il signor Jones?” con cui riuscivano sempre a sopire i dubbi degli altri animali. O forse avrebbe guardato incuriosito agli slogan del “Partito dell’amore”, immaginandoli come nuovi vocaboli di quella “neolingua” che in “1984” doveva cancellare la possibilità stessa di pensare il male e la ribellione. Ma più probabilmente nell’Italia di oggi Orwell non avrebbe fatto né una cosa né l’altra, applicandosi invece al difficile compito di ritrovare nella sua amatissima “gente comune” le risorse morali per restituire senso ad una nazione confusa e priva di speranza.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Orwell Berlusconi intellettuali

permalink | inviato da Andrea Romano il 27/7/2010 alle 14:56 | Versione per la stampa

25 luglio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi televisione gossip reality
Sottoculturali, tanto beati e incoscienti
Forse Massimiliano Panarari non lo sa, ma quello che ha scritto è un libro di sfrenata esaltazione del berlusconismo. Non già del berlusconismo politico, quello che ci è stato dato in sorte dall’ultimo quindicennio di storia nazionale in varie incarnazioni: la versione liberista delle origini ormai lontane, quella più ecumenica degli anni del rimbalzo, o quella di puro galleggiamento degli ultimi tempi. No, il berlusconismo che si celebra (inconsapevolmente?) in queste pagine è quello primigenio. Il brodo primordiale della grande mutazione italiana poi incarnata dal Berlusconi politico. O, come forse direbbe Nichi Vendola, il nido nel quale è stato covato l’uovo del serpente.

Di cosa parliamo? Della trasformazione che dagli anni Ottanta ha intrecciato la politica e la produzione televisiva in forme del tutto nuove. Perché se nei decenni precedenti tv e politica si erano naturalmente parlate e reciprocamente utilizzate, è solo dagli anni Ottanta che la politica scopre la scala del tutto inedita assunta dalla dimensione tele-popolare. Con effetti importanti prima di tutto sulla politica, come ci hanno raccontato numerosi studi e come tra gli altri hanno sintetizzato Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini in un brillante volume di qualche mese fa: “La popolarizzazione della cultura mediale riguarda in modo cospicuo anche i contenuti della comunicazione e dell’informazione politica, che diventano, alla pari di altri prodotti, oggetto di largo consumo e come tali rispondono alla logica delle industrie mediali e della produzione di cultura popolare” Con il risultato di produrre una “mediatizzazione della politica, macrofenomeno che agisce come vero e proprio agente mutogeno per la politica come è vissuta dai suoi attori e come viene rappresentata davanti al pubblico degli elettori e dei cittadini”. (“Politica pop. Da Porta a Porta a L’Isola dei Famosi”, il Mulino 2009, pp.181, 14,00).

Il “macrofenomeno” descritto da Mazzoleni e Sfardini può piacere o non piacere, ma è esattamente il mondo nel quale siamo tutti immersi da trent’anni a questa parte. A Panarari non piace, ma per il momento non è questo che interessa. Quel che invece è notevole di questo suo libro  (“L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip”, Einaudi 2010, pp.145, 16,50) è il modo con il quale si traccia un filo di continuità tutto politico tra la “rivoluzione televisiva” degli anni Ottanta e le forme a noi contemporanee di reality, talk show e gossip. Tra quel tempo e il nostro, spiega Panarari, il “rinnovato immaginario popolare” è stato raccontato dalla televisione in forme che già contenevano in sé la grande traccia di un disegno politico. Ovvero in forme finalmente corrispondenti alla realtà italiana così come essa si rappresenta, e non come dovrebbe diventare secondo un qualunque progetto pedagogico. Guardando ad esempio a “Drive In”, uno dei programmi-simbolo degli anni Ottanta, Panarari spiega che si trattava di “una trasmissione esemplarmente individualistica, tra il piacere solitario di guardare ragazze maggiorate strette in abitini che scoppiavano e la voglia di ridere sguaiatamente, senza sentirsi in colpa”. E dunque “stop a sensi di colpa superflui”, scrive ancora Panarari, “il Super-Ego è mio e me lo gestisco io, e via libera alla visione di qualunque prodotto televisivo mi aggradi”. Così come qualche anno dopo, passando per “Non è la Rai” e approdando a prodotti dei nostri giorni come “Amici” e le varie isole del “neorealitismo”, si ha a che fare con “programmi vessillo della neo-Italia coatta (che) pullulano di mugugni, ahò, grugniti, tutti pronunciati indistintamente in maniera molto assertiva, quando non addirittura solenne, in barba agli antiquati e pedanti precetti dell’Accademia della Crusca”. Una televisione, in conclusione, che “conferma pervicacemente e senza sensi di colpa di non intrattenere alcun grado di parentela, neppure alla lontana, con l’idea sorpassatissima della pedagogia di massa”.

Quello che Panarari racconta è un processo di profonda democratizzazione della comunicazione televisiva italiana, lo stesso al quale Mazzoleni e Sfardini attribuiscono l’etichetta più scientifica di “popolarizzazione della cultura mediale”. Un processo il cui snodo fondamentale è la scomparsa della pedagogia, sostituita da una rappresentazione non più colpevolizzante dei desideri degli italiani così come essi sono realmente. Se pensiamo alla politica, ci viene in mente qualcosa di analogo? Il berlusconismo, naturalmente. Che ha rivoluzionato la nostra politica, tra l’altro, attraverso un unico imperativo rivolto agli italiani: “Guardatevi allo specchio ed esultate. Perché siete finalmente autorizzati a piacervi così come siete”. Più di ogni suo altro travestimento ideologico liberista o arci-italiano, e al netto della vicenda personale del suo leader carismatico, il berlusconismo è stato soprattutto un messaggio di esaltazione anti-pedadogica della natura degli italiani. Che aveva in sé, al contempo, un potenziale di emancipazione degli spiriti animali della nazione e uno di conservazione dei suoi equilibri storici. Un potenziale che è rimasto tale, per l’appunto, senza mai tradursi in un’opera di governo adeguata alle intenzioni di partenza e senza lasciare alcuna eredità propriamente politica in grado di sopravvivere al suo fondatore. Ma che nondimeno ha modificato una volta per tutte il campo del confronto pubblico, rendendo obsoleta qualunque politica che insista sui tasti della pedagogia e del “dover essere”.

Tutto questo ha avuto la sua premessa nella grande trasformazione populista e democratica della comunicazione televisiva, che Panarari racconta con acume. Salvo condire la sua analisi con una sovrabbondanza di giudizi morali che rischiano di sommergere il  lettore, suonando giustapposti quasi artificialmente ad uno sguardo analitico ben più lucido. Tra un “colpo di stato plutocratico e neoliberale” ordito nel corso degli anni Ottanta (da chi?), un “episteme popolare cambiato drammaticamente in peggio” (signora mia, che noia queste veline) e l’auspicio che “intellettuali onesti” si dedichino finalmente a “inventare architetture simboliche alternative a quelle vittoriose” (astenersi perditempo), si largheggia nell’uso di una categoria come “egemonia culturale” che se pure ha avuto larghissima fortuna giornalistica potrebbe essere serenamente consegnata agli archivi della nostra memoria. Per concentrarsi con più soddisfazione nel racconto dei linguaggi e dei desideri di un’Italia dove le mitiche “masse” non sono più, per nostra comune fortuna, quelle di Antonio Gramsci e del suo tempo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi televisione gossip reality

permalink | inviato da Andrea Romano il 25/7/2010 alle 18:51 | Versione per la stampa

14 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. magistratura giudici Berlusconi Spataro Violante
Il più e il meno di Spataro
Armando Spataro è uno dei magistrati italiani più autorevoli e ascoltati, dal 1976 in servizio presso la Procura di Milano e regista di inchieste fondamentali sul terrorismo milanese e sulla criminalità organizzata. La voluminosa autobiografia professionale che ha di recente pubblicato con Laterza (“Ne valeva la pena”, pp.613, euro 20) si presenta dunque al lettore di oggi e di domani come una preziosa fonte interna, che molto racconta sia sugli ambienti giudiziari che Spataro ha animato in questi anni sia sull’autorappresentazione che la magistratura offre di sé stessa. Una fonte di valore soprattutto perché una carriera come quella di Spataro, dalla metà degli anni Settanta ad oggi, si sovrappone in modo cronologicamente perfetto alle mutazioni che hanno investito la politica italiana e in particolare i rapporti tra la politica e la magistratura.

È qui che Spataro ci dice al contempo di più e di meno. Di più, perché oltre al racconto spesso appassionante di tante pagine investigative vissute da protagonista è proprio su questo tema che Spataro espone con maggiore franchezza il suo punto di vista: sulla qualità della politica e dei politici italiani, sulle magagne della nostra democrazia repubblicana e persino su alcuni protagonisti della politica internazionale come Barack Obama e Tony Blair ai quali riserva rimbrotti in abbondanza. Di meno, perché le risposte che lo stesso Spataro offre alle ragioni del conflitto crescente tra politica e magistratura risultano quanto meno semplicistiche. E comunque incapaci di spiegare in maniera convincente, anche ad un lettore che non appartenga ad una delle due tifoserie contrapposte dei giustizialisti ad ogni costo e degli insofferenti al protagonismo della magistratura, quali siano i motivi che nell’ultimo ventennio hanno condotto l’Italia (più di altri paesi occidentali) a vivere sulla propria pelle una tensione tra potere politico e potere giudiziario che in più di un’occasione ha minato la stabilità delle nostre istituzioni.

Alcuni diranno che il motivo è uno solo e si chiama Silvio Berlusconi. Ma se questa risposta non bastasse – e certamente non basta a Spataro, che non la sottoscrive – neanche troveremmo in queste pagine le risposte agli interrogativi che si pone un qualsiasi osservatore esterno a quel conflitto. Perché secondo l’autore è la politica italiana come tale, sia di destra che di sinistra, a contenere in sé un’irriducibile propensione al conflitto con le toghe: “cambiano i governi, nessuno dei quali – sia ben chiaro – sarà mai disposto ad accettare fino in fondo il ruolo che la Costituzione affida alla magistratura”.

Che la Costituzione stessa nasca dalla sovranità della rappresentanza democratica potrebbe essere obiezione sufficiente alla sentenza di Spataro. Così come gioverebbe ricordare che quel codice che con tanta efficacia narrativa l’autore raffigura accanto al corpo del giudice Guido Galli, appena assassinato il 19 marzo 1980 da Prima Linea davanti ai suoi studenti della Statale di Milano, nasce anch’esso nei luoghi dove la rappresentanza democratica si fa legge. Naturalmente Armando Spataro lo sa bene. Eppure in questo libro non rinuncia ad una rappresentazione monocorde e autocelebrativa della purezza della magistratura di contro alla decomposizione morale della politica, lungo una parabola storica nella quale niente sembra essere cambiato dai tempi della lotta al terrorismo a cavallo tra anni Settanta e Ottanta a quelli più vicini a noi dove gli interrogativi sul rapporto tra politica e magistratura sono nuovi e scivolosi.

Questi interrogativi ricevono da Spataro una risposta tanto lapidaria quanto poco soddisfacente, soprattutto da chi ha avuto un ruolo fondamentale nella vita giudiziaria italiana dell’ultimo trentennio: “i rapporti tra politica e giustizia … si sono incrinati quando una larga parte della classe politica italiana è finita sotto processo”. Di più non è dato sapere, almeno dal libro di Spataro. Che forse meriterebbe di essere letto con l’aiuto di un breviario più utile a comprendere quanto è accaduto tra politica e magistratura negli ultimi anni: il libretto che nei mesi scorsi ha pubblicato con il titolo “Magistrati” un altro protagonista della storia giudiziaria italiana, Luciano Violante, e nel quale si racconta con qualche certezza moralistica in meno la difficoltà di “conciliare il crescente potere dei giudici con il principio democratico inteso come principio elettorale”.

5 marzo 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD Bersani Berlusconi
Lo stallo del PD e la sindrome della diversità
Anche in politica può capitare di vincere per KO tecnico, ma normalmente non si tratta di un buon viatico per il futuro. È vero infatti che, dinanzi all’incredibile vicenda delle liste PdL nel Lazio e in Lombardia, i vertici del Partito democratico si godono l’effetto insperato di quello che Stefano Cappellini ha definito sul Riformista “il fattore C di Pier Luigi Bersani”: colui che “senza quasi colpo ferire si trova a vedere ogni giorno accresciute le possibilità di vittoria alle regionali”.

Ma c’è comunque da chiedersi se l’effetto dell’invidiabile fortuna di Bersani non sia almeno in parte allucinogeno, come invece risulta se abbandoniamo la cronaca delle tragicomiche avventure del centrodestra laziale e lombardo e guardiamo ai dati del sondaggio Ipsos pubblicato recentemente dal Sole 24 Ore. Vi si legge infatti che alla crescita della sfiducia nel governo non si accompagna un’analoga crescita nel consenso per l’opposizione, che al contrario “resta impigliata dal novembre scorso – come ha scritto Lina Palmerini – al 71-73% di giudizi negativi”.

Eppure in queste ultime settimane è accaduto davvero di tutto per favorire un aumento della fiducia nel maggior partito di opposizione: il ritorno di scandali giudiziari che vedono coinvolti per lo più esponenti del governo o dei partiti di maggioranza, l’incrinarsi del mito dell’infallibilità di Berlusconi nella prova del post-terremoto all’Aquila, il riaprirsi di un conflitto interno al PdL che rivela una volta di più le crepe di un cartello ben lontano dall’essere un autentico partito politico.

È accaduto di tutto, tranne quello che normalmente rende più credibile una forza politica: la capacità di definire e raccontare un autentico progetto per il Paese, attorno al quale aggregare visioni e consenso possibilmente maggioritari. Al contrario, in queste stesse settimane il Partito democratico sembra avere consapevolmente scelto l’immobilismo. Forse per non provocare alcun mutamento in una congiunzione astrale sorprendentemente benevola, ma più probabilmente nella convinzione che i frutti del consenso non potranno che cadere da soli nelle mani di chi si mostra ancora una volta “diverso”. Si legge infatti in questa scommessa l’eco di un’antica predisposizione d’animo del post-comunismo italiano, che nel bene o nel male rappresenta la vera cultura politica residuale del PD. Ovvero la convinzione di rappresentare la parte migliore del paese in virtù di misteriose qualità antropologiche, che da sole potranno garantire di ricevere le redini del paese come si riceve un dono del cielo.

Non c’è dubbio che la vocazione all’immobilismo per meglio sfruttare le disgrazie degli avversari abbia pagato anche nella nostra storia recente, permettendo al centrosinistra di vincere le elezioni del 2006 senza un grande sforzo di inventiva progettuale (di cui tuttavia il governo di Prodi avrebbe rapidamente pagato le conseguenze). Ma oggi esiste un ostacolo molto serio alla possibilità che quella stessa scommessa produca risultati analoghi a vantaggio del centrosinistra. La bandiera della diversità dal berlusconismo torna infatti ad essere agitata dalla Lega con una forza ben maggiore di quella degli esordi del Carroccio, quando per Bossi si trattava di distinguersi da Forza Italia senza poter rinunciare ad un’alleanza di valore strategico. Oggi la Lega si candida al governo del Nord su basi di autentica autonomia politica dal berlusconismo, senza godere di alcun particolare vantaggio televisivo ma potendo contare sulla capacità di aggregare un consistente consenso democratico e una classe dirigente già sperimentata nel governo locale.

Il voto di fine mese ci dirà quante amministrazioni regionali passeranno nelle mani di Bossi, e quali effetti si avranno non solo sulla stabilità della coalizione di governo ma soprattutto sull’unità di fatto del nostro paese. Certo è che le conseguenze del possibile trionfo leghista sulla tenuta del Paese saranno tanto più dirompenti quanto più debole sarà la capacità del PD di presentarsi come un’alternativa al berlusconismo, la cui forza discenda da un’autonoma capacità di progetto politico. E non, come invece ci raccontano le cronache di queste settimane, dall’illusione di prosperare nell’immobilismo e di ricevere senza muovere foglia l’eredità del governo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD Bersani Berlusconi

permalink | inviato da Andrea Romano il 5/3/2010 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

7 febbraio 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Giorgio Bocca fascismo Berlusconi berlusconismo
Giorgio Bocca e i maestri senza voce
Giorgio Bocca è un maestro, sia detto senza alcuna ironia. Un maestro che porta i segni di più epoche: i precetti e gli inciampi, gli allori e le cicatrici, i cambiamenti di opinione e tutto quello che compone una traiettoria che lo avvicina ai settant’anni di professione giornalistica. Comprese le incursioni nella saggistica più difficile e scivolosa, come fu il caso della sua biografia di Palmiro Togliatti che agli inizi degli anni Settanta ebbe il merito di restituire il leader comunista ad una dimensione meno agiografica e umanamente più articolata.

Da un maestro come Bocca ci aspettiamo ancora oggi un insegnamento di metodo, o quanto meno uno spunto d’interpretazione che contenga la stessa originalità abrasiva con la quale ha raccontato tante volte un’Italia che non sapevamo di conoscere. E allora è inevitabile domandargli perché mai abbia voluto pubblicare “Annus Horribilis” (Feltrinelli, pp.158, euro 15). Un libro che lascia nel lettore la stessa impressione che si ha quando capita di discutere con qualcuno la cui opinione sul nostro paese si riassume nella sentenza “L’Italia fa schifo”, variamente modulata secondo gradi diversi di turpiloquio. In questi casi, almeno a me, viene da pensare: “D’accordo, può darsi, d’altra parte come potrei convincerti del contrario. Ma esattamente cos’hai in mente? Qual è il singolo problema che scatena la tua indignazione?”.

Sappiamo che non da oggi il problema che scatena Giorgio Bocca si chiama Silvio Berlusconi. Salvo che nelle pagine di questo libro la sua indignazione si fa talmente cupa da coprire l’Italia di una coltre nera di fascismo. Il fascismo che torna sotto il cappello berlusconiano. Perché gli italiani “sono i più adatti del mondo ad un autoritarismo morbido”, scrive Bocca, “sanno di essere una somma di piccoli autoritari in potenza” e per questo votano in massa un personaggio che ne solletica la duplice indole: autoritaria ma anche “incline alle complicità anarcoidi”, prigioniera della “retorica patriottarda” ma anche incapace di qualsiasi autodisciplina pubblica.

Anche qui: d’accordo, può darsi, è inutile provare a convincere Bocca o chiunque altri che il nostro non sia un paese insieme retorico e indisciplinato. Ma davvero l’Italia del 2010 ci racconta un nuovo fascismo? “Non il fascismo del ventennio ma quello di sempre, autobiografia della nazione, frutto spontaneo del nostro autoritarismo anarcoide e del nostro piacere di servire”? E poi ancora Mussolini con “i suoi odierni imitatori”, e “la formazione in atto del nuovo regime” e tutta una galleria di ombre littorie che si incarnano nell’Italia perdutamente berlusconizzata. Da chi, come Bocca, ha conosciuto e poi combattuto il nazifascismo ci si attenderebbe un uso più accorto di un’immagine che sfugge qualsiasi riduzione metaforica. Non tanto per uno scrupolo storiografico che in un libro pugnace come questo avrebbe poco senso, né per il rispetto che anche Bocca di certo coltiva verso il sangue e la morte che quel fascismo concretamente significò. No, la ragione per essere più vigili nel ricorso al bottone rosso dell’allarme antifascista è nell’afasia che quella decisione comporta. Perché una volta che ci saremo chiamati fascisti o imitatori di Mussolini avremo sostanzialmente finito le parole per provare a capire dove si trovi davvero l’Italia di Berlusconi.

Ma forse le parole sono davvero finite, o almeno quelle usate fino a oggi. Perché non sarà certamente Bocca il primo né l’ultimo a fare ricorso all’arma finale della nostra polemica pubblica. Solo nell’ultimo quindicennio ci siamo variamente e reciprocamente accusati di emulare fascismo e stalinismo, salvo assistere negli stessi anni alla scomparsa dal nostro parlamento di ogni residuo emulo politico, propriamente inteso, dei due totalitarismi del XX secolo. Nel frattempo il berlusconismo si trasforma e prospera, continuando a sfuggire alle categorie novecentesche con cui proviamo a maneggiarlo. Non sarà allora che il problema dei maestri – Bocca compreso – è proprio qui? Testimoni di più epoche ma ormai senza voce di fronte ad un paese che attende di essere compreso nella sua trasformazione, declino o mutazione che sia, si arrendono ad un lamento che aggiunge poco a quello che già sappiamo. Perché può darsi che “siamo tutti seduti in qualcosa di simile al fango”, come scrive Bocca nelle pagine finali. Che è poi come guardarsi allo specchio per dirsi ancora una volta che “l’Italia fa schifo”. Ma può anche darsi che il problema non sia dell’Italia, ma di chi la guarda senza più trovare le parole.


24 dicembre 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi RAI Partito democratico
Scambio obbligato sulle riforme
Al di là delle buone intenzioni, il dialogo tra maggioranza e opposizione rischia di consumarsi per manifesta inconsistenza della materia. Ad oggi non è affatto chiara la vera sostanza della possibile cooperazione riformatrice tra PdL e PD, perché finora nessuno ha spiegato su quali concrete partite legislative dovrebbero convergere gli sforzi dei volenterosi dei due schieramenti. Le riforme istituzionali? Una nuova legge elettorale? Un coraggioso progetto in campo educativo o universitario? Nell’attesa, si rafforzano gli opposti massimalismi di coloro che prosperano nello statu quo mentre si moltiplicano i riflessi condizionati che originano da scenari visti già troppe volte nella nostra storia recente: “No all’inciucio”, “Sì alla politica come ricerca del compromesso”, “Lavoriamo per il bene del paese”, etc.

Proviamo invece ad immaginare che maggioranza e opposizione, o per lo meno le loro componenti più avvedute, scelgano di ridimensionare le velleità epocali di una “grande riforma” che questo Parlamento evidentemente non ha nel suo carniere. E si adattino invece ad un pacchetto di scambio meno roboante ma capace di sbloccare concretamente lo stallo verso il quale si avvia la seconda parte della legislatura. Lo scambio dovrebbe muovere da due considerazioni preliminari. La prima è l’esistenza di un conflitto permanente tra questo potere giudiziario e questa presidenza del consiglio: una forma di accanimento reciproco a cui  è urgente trovare una soluzione, quanto meno transitoria. La seconda considerazione riguarda l’assoluta rilevanza che in Italia assume ogni decisione politica che abbia come oggetto il settore radiotelevisivo. Si può davvero pensare, ad esempio, che la riduzione per via amministrativa del tetto pubblicitario ai canali Sky non abbia un lampante senso politico, tale da falsare i meccanismi della concorrenza in una stagione segnata dalla concentrazione delle leve di comando dell’informazione televisiva? Anche guardando a quest’ultimo provvedimento, è evidente lo squilibrio ulteriore che nel corso dell’ultimo anno si è prodotto all’interno del mercato radiotelevisivo.

Su questo sfondo, lo scambio sarebbe possibile e a portata di mano. Da una parte la concessione di una sospensione del giudizio per le più alte cariche, nel quadro della ricerca di una più serena coesistenza tra i poteri dello Stato. Ma dall’altra il riconoscimento di una sorta di “status speciale” per ogni iniziativa politica che incroci l’ambito radiotelevisivo. Nel concreto si tratterebbe innanzitutto di procedere urgentemente alla privatizzazione di almeno due canali Rai, allo scopo di aprire il mercato ad un altro attore imprenditoriale nazionale o internazionale. E in parallelo di elevare i provvedimenti che riguardano il mercato radiotelevisivo ad un rango di carattere istituzionale, tali dunque da richiedere ogni volta la ricerca del più ampio consenso tra maggioranza e opposizione.

Si tratterebbe forse di uno scambio di natura mercantile, privo della nobiltà che colleghiamo all’aspirazione di un più ampio disegno di riforma istituzionale? È probabile. Ma se da una parte guardiamo a dove è precipitato il confronto parlamentare sulle grandi riforme, e se dall’altra ricordiamo il raccolto ben scarso che negli ultimi anni è stato ottenuto dai maestosi e fallimentari tentativi per riscrivere insieme le regole, è legittimo immaginare uno scambio politico di modesta vocazione ma di grande efficacia potenziale. Perché un accordo di questa natura punterebbe a sciogliere i due nodi sui quali si è impantanata ogni prospettiva di riforma condivisa: da una parte la sensazione di vulnerabilità giudiziaria che ha militarizzato il campo berlusconiano e dall’altra il potenziale di squilibrio democratico che si è ormai accumulato tra conflitto di interessi e duopolio radiotelevisivo. È davvero troppo poco per un disegno di “grande riforma”?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi RAI Partito democratico

permalink | inviato da Andrea Romano il 24/12/2009 alle 11:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

sfoglia gennaio