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24 gennaio 2010
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Intellettuali politici fuori gioco
“Non ho più idee. Devo averle gettate via insieme alle ideologie”, recitava una memorabile vignetta del maestro Altan. In realtà di ideologie vecchie e nuove siamo ancora circondati, ma sono anni che in Italia non si vede più l’ombra di un’idea che sia stata prodotta dai professionisti della cultura per essere poi concretamente utilizzata dalla politica. È accaduto per colpa del solito Berlusconi, della fine dei partiti o di una stagione della nostra storia nazionale dominata dall’indifferenza verso gli intellettuali? Forse per tutto questo insieme e per altro ancora. Ma se anche così fosse, non dovremmo lamentarcene troppo. La funzione politica del sapiente, in quanto figura universalistica, richiedeva un paese profondamente diseguale nell’accesso al consumo culturale. Dove le immagini necessarie alla mobilitazione erano partorite dai pochi che sapevano a favore dei molti che non sapevano. Era un ruolo sacerdotale che poteva essere svolto esclusivamente ad uso di un pubblico ben lontano dal comprendere la produzione di quelle immagini, perché “i precursori di certi caratteri dell’intellettuale moderno sono gli ordini religiosi medievali” (come si legge ne “Il grande silenzio”, l’accorato lamento di Asor Rosa sul tramonto della sua specie recentemente pubblicato da Laterza).

È forse prematuro annunciare la fuoriuscita dell’Italia dal medioevo del consumo culturale, ma sta di fatto che se guardiamo ad una tra le tante porzioni di quel mercato si noterà che oggi si vendono e si leggono molti più libri rispetto a vent’anni fa. Il che significa che il nostro mercato editoriale si è decisamente democratizzato. Senza raggiungere i livelli che fanno del mondo anglosassone un paradiso dell’accesso al libro né trasformando l’Italia in una nazione di intellettuali, ma comunque segnalando un allargamento e un movimento verso l’alto della platea alla quale si rivolge la produzione intellettuale di senso politico. E allora sono gli stessi intellettuali politici ad aver mancato l’occasione per comprendere il nuovo volto del pubblico, preferendo demonizzarne la mutazione democratica come il segno di un “diffuso degrado morale” (Asor Rosa) o più spesso attribuendo alla politica l’incapacità di attingere a produzioni sacerdotali che oggi non sono più indispensabili. Almeno in quella forma. Perché se di quell’antica funzione resistono alcuni epigoni che ancora si protendono con il ditino alzato, si tratta solo dei resti di una “cronica petulanza interventista” (Giuliano Zincone) che non riesce più a fare i conti con un committente che ha cambiato bisogni o con una platea assai più vasta e gratificata.

La prova di come non siano più indispensabili gli intellettuali politici generali si ha anche guardando alla loro irrilevanza per i destini dei partiti italiani negli ultimi quindici anni. Non si tratta solo della prevedibile estinzione della tradizionale figura dell’intellettuale di sinistra, ma soprattutto dell’incapacità degli intellettuali di centrodestra di partecipare alla lunga stagione di egemonia e consenso della loro parte politica. Rapidamente dimenticata la breve stagione dei pensatori liberisti e liberali che diedero qualche condimento alla genesi del berlusconismo, in realtà senza incidervi affatto, è più recente l’eclisse di coloro che videro in Alleanza Nazionale l’aprirsi di un nuovo campo di intervento. Intervistato su queste pagine da Serena Danna e autore di un bel libro appena uscito per Rizzoli sull’estinzione degli intellettuali politici (“I conformisti”), Pierluigi Battista sostiene che “i politici del centrodestra ogni tanto devono imporre alla Rai una fiction revisionista pur di dimostrare che qualcosa esiste” nella loro area culturale. Vero. Ma ancor più vero è che anche tra gli intellettuali politici di centrodestra si fatica a smettere gli abiti sacerdotali per misurarsi con un pubblico che potremmo sbrigativamente definire in cerca di meno fumo e più arrosto. Perché il fumo della produzione di immagini ad uso del popolo viene già abbondantemente consumato senza la necessità di intermediazioni curiali, attraverso un mercato via via più ampio e democratico, mentre l’arrosto delle competenze effettivamente necessarie all’azione pubblica richiede che il nuovo sapiente sia capace di un mestiere che non è compreso nel “mansionario” dell’intellettuale politico novecentesco. È quello che nella tripartizione di Alfonso Berardinelli corrisponderebbe al mestiere dell’intellettuale Tecnico, accanto a quelli del Metafisico e del Critico. Ovvero di colui che “mira a far funzionare efficacemente i diversi aspetti della realtà (legislazione, corpo umano, produzione e finanza, istituzioni, etc.)”. Detto altrimenti, è il mestiere di chi sa di cosa parla. E che in quanto tale può contribuire alla politica.

“Gli intellettuali possono incontrarsi da soli o accompagnati ad operai e contadini. In questo secondo caso la successione di rigore è la seguente: operai, contadini, intellettuali. Gli intellettuali possono essere: illuminati, democratici, avanzati, molto vicini a noi, al servizio della classe operaia. La serie è in crescendo”. Così Luciano Bianciardi nel suo “Il lavoro culturale”, capolavoro dell’anti-intellettualismo degli anni Sessanta. Oggi nessun intellettuale politico si riconoscerebbe più in una caricatura tanto feroce e geniale, almeno volontariamente. Ma è pur vero che se si è conclusa da tempo una stagione dell’impegno civile degli intellettuali, per la trasformazione in senso democratico del mondo al quale dovrebbero contribuire, resta da capire la loro capacità e disponibilità a partecipare al nuovo gioco.



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