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4 novembre 2008
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Una notte a Kingman in Arizona, ascoltando la globalizzazione

Nel giorno del voto americano, un ricordo che è anche un auspicio. Quest’estate ho approfittato anch’io del vantaggioso tasso di cambio tra euro e dollaro, come il segretario del Partito democratico e come molti altri italiani. Ma non potendo comprarmi neanche una stanzetta a Manhattan, ho più modestamente girato in macchina per un paio di settimane tra Nevada e California. Più o meno a metà del viaggio, sono finito in una piccola cittadina dell’Arizona. Kingman: trentamila abitanti, un paio di diner, qualche migliaio di pick up, molta polvere e poco altro. Insomma, il più classico degli scenari americani di paese. Perché allora andare fino a lì? Perché Kingman occupa una posizione centrale nel bel mezzo del tratto più caratteristico della Route 66, la “strada madre” dell’America pre-autostradale che da buon provinciale avevo sempre voluto visitare.

Nel corso della mia unica notte a Kingman avrei scoperto che non è la mitica Route 66 la sua qualità migliore. Mi sono sistemato in un alberghetto abbastanza squallido – legno e topi – che fino agli inizi del Novecento serviva ancora da ricovero per i mandriani. E dopo qualche ora ho capito che non avrei chiuso occhio. A poche decine di metri dalle finestre del Brunswick Hotel, sul doppio binario di una linea ferroviaria di cui non mi ero accorto in tempo, passava un flusso praticamente ininterrotto di lunghissimi treni merci. No, quei convogli non erano solo lunghissimi. Erano lenti e sterminati. Carovane vagamente mostruose – almeno in quel buio – che fischiavano appena prima e appena dopo la mia finestra, muovendosi ad una velocità di quaranta-cinquanta chilometri l’ora con una coda di vagoni che sembrava non finire mai.

Verso le tre di notte mi sono arreso. Sono uscito sul balcone, a guardare in faccia quei maledetti. E a contare i vagoni, tanto per passare il tempo. Intorno alle cinque del mattino avevo raggiunto una ragionevole stima del carico medio. Ogni coppia di locomotive (ce ne volevano almeno due per tirare tutta quella roba) trainava tra i cento e i centotrenta vagoni. Su ogni vagone almeno due container, più spesso tre (con un container doppio) o persino quattro. Insomma, ognuno di quei convogli portava almeno trecento container. Con una precisa razionalità direzionale. I treni che andavano da ovest a est trasportavano merci cinesi, giapponesi o coreane all’interno di container che portavano tutti le stesse intestazioni: China Shipping, Yang Ming, Hiunday. Quelli che andavano da est verso est erano più variegati: tra i molti container con nomi asiatici che tornavano indietro – forse vuoti? – ce n’erano altri con insegne europee.

Verso le sei ho avuto un’illuminazione. Sarà stata l’insonnia che mi stordiva o il sollievo per la notte che finalmente stava finendo, ma di colpo ho cambiato umore. Ho capito di essere finito nel bel mezzo di uno dei più giganteschi flussi commerciali del pianeta. A togliermi il sonno era il rumore della globalizzazione. Quella vera, non quella teorica che mi era stata tante volte predicata e che anch’io avevo rivenduto qua e là. La globalizzazione delle merci che viaggiano avanti e indietro sulla linea est-ovest-est, nei container imbarcati in Cina, Corea e Giappone e scaricati nei porti americani del Pacifico; trasportati su rotaia verso i porti americani dell’Atlantico; e da lì nuovamente imbarcati verso di noi. E viceversa, dall’Asia in Europa e ritorno. Altro che Jovanotti: ero io che mi trovavo nell’ombelico del mondo, in mezzo all’Arizona ma all’incrocio tra le rotte commerciali d’Oriente e d’Occidente.

Intendiamoci, non so assolutamente niente di trasporti o flussi economici. Ma quella era la visione di una straordinaria apertura al mondo, piena di un fascino pari ai monti del Nevada o alla Route 66. Era la rappresentazione concreta dell’America impegnata nel suo mestiere migliore: motore dello scambio di merci su scala planetaria e campo da gioco della contaminazione economica e culturale. Nel giorno in cui gli americani scelgono il loro nuovo presidente, è quella la visione che vorrei continuare ad avere nei prossimi anni. Magari più da lontano. Perché certamente a Kingman non tornerò più. La Route 66 ormai l’ho vista e il sonno non mi basta mai. Ma quello spettacolo molesto e magnifico, fatto di merci che vanno e vengono da ogni parte del pianeta, vorrei davvero che segnasse in profondità la prossima presidenza. Alla faccia di qualsiasi tentazione protezionistica di una nazione che oggi, di fronte alla crisi, vorrebbe forse chiudersi al mondo.


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