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30 maggio 2009
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Il nuovo Berlusconi percepito
Ho l’impressione che le ultime vicende stiano cambiando qualcosa di sostanziale nella percezione del berlusconismo diffusa nel paese. Mi riferisco al paese reale, non a quello immaginario al quale in troppi e da troppo tempo hanno attribuito un grado di ripulsa fisiologica del berlusconismo che non è mai diventato maggioritario. In quel paese reale il berlusconismo è prosperato anche in virtù della diffusione di un sentimento di emulazione per la vita del Cavaliere come narrazione e promessa, analogamente a quanto già fatto da altri leader.

È accaduto da ultimo per Barack Obama, che del proprio percorso biografico ha fatto un irresistibile messaggio politico, e prima di lui era accaduto ad altri esponenti minori o maggiori della politica occidentale. Poco importa se la narrazione biografica di Silvio fosse più o meno artefatta. Quel che ha contato è che in quell’artificio si sono riconosciuti milioni di italiani, che vi hanno individuato una leva di potenziale gratificazione personale. “Se ce l’ha fatta lui, prima o poi ce la posso fare anch’io”. È sempre stato questo il cuore del messaggio populista del berlusconismo, il nucleo duro di quella sua energia popolare e popolana alimentata dalla sincera voglia di riscatto che ognuno di noi cova dentro di sé.

Ma anche il fascino dell’emulazione ha un suo limite. E oggi, di fronte a quella che Francesco Bonami ha definito ieri una vicenda pecoreccia che trasforma “l’Italia in una barzelletta già sentita e che non fa più ridere”, la narrazione biografica berlusconiana entra di forza in una zona delle nostre vite che normalmente tuteliamo sopra ogni altra cosa. Lo fa con la ruvidezza di sempre, con lo stesso gusto della guasconata che già altre volte ha giovato al fascino del Cavaliere presso il suo stesso elettorato. Con la differenza che stavolta non solo la guasconata è stantia e la ruvidezza scomposta, ma soprattutto che il tutto si svolge molto rumorosamente in uno spazio sul quale siamo poco propensi a scherzare. Lo spazio privato e familiare dove normalmente non accettiamo lezioni, quello dove pensiamo di essere comunque nel giusto pur con i sensi di colpa o di inadeguatezza ci portiamo dietro.

Per questo la gaffe di Franceschini sui figli di Berlusconi è apparsa tanto stonata, perché è sembrata seguire Berlusconi nel suo stesso percorso di intrusione molesta in un campo privato e sorvegliatissimo. Ma è soprattutto per questo che il Cavaliere per primo rischia in questo passaggio di perdere l’aura di oggetto di emulazione per una parte considerevole di italiani. I quali forse continueranno persino a votarlo in massa, ma cominciando a far crescere dentro di sé la sensazione che un segno sia stato passato una volta per tutte. E che quel signore una volta carismatico e simpaticamente sguaiato oggi sia soltanto un signore sguaiato e inopportuno.

“Komu nuzhno?”, si dice in russo di qualcosa di molestamente esagerato. “Chi ha davvero bisogno di questo?”, dando per scontata la risposta: “Nessuno”. Il rischio che incombe sul Cavaliere è appunto quello di risultare fastidiosamente superfluo, innanzitutto per il blocco di consenso che egli stesso è riuscito a creare nel paese. Da sempre il suo stile è stato parte fondamentale della sua sostanza, ma in questo frangente l’uscita da ogni argine stilistico e l’invasione del nostro sovrano campo privato lo spingono ai limiti della tollerabilità. Non tanto presso quelle minoranze autocompiacimenti da sempre incapaci di riconoscere la forza del berlusconismo, ma esattamente per quel pezzo d’Italia che finora ha accolto il Cavaliere come fonte di gratificazione dell’immaginario.

È davvero possibile un’espulsione di Berlusconi dal berlusconismo? Certo, sarebbe utile poter contare sulla spinta di un’opposizione capace di mettere in campo un progetto alternativo e accattivante. Certo, ci vorrebbe una leadership in grado di competere su quel suo stesso terreno popolare e populista con un’altra idea di Italia. Per ora non ci siamo. Eppure il nervosismo del Cavaliere cresce. E il ritorno al suo armamentario più violento e ripetitivo segnala che il suo istinto di interprete dei sentimenti nazionali ha colto nel paese qualcosa di molto preoccupante.


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29 maggio 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Occhetto PCI PDS 1989 Telese Serra
La Bolognina e la frenesia di fondare nuovi partiti
“Povero Achille, che notte dura. Ci sono le stelle, tante da far paura. Ah Tortorella! Raccontami ancora la favola bella. Ah, Ingrao! Raccontami ancora dello Zio Mao”. È nei versi di un anonimo pasquino, distribuiti di notte sulle sedie dei delegati al XIX e ultimo congresso del PCI, che ritroviamo la cifra del libro bello e alluvionale che Luca Telese ha dedicato alla svolta del 1989-1991. Da oggi in libreria con un titolo preso a prestito da Gaber (“Qualcuno era comunista”, Sperling & Kupfer, 22€) il giovane notista del Giornale e conduttore di Tetris dedica quasi ottocento pagine a raccontare la commedia umana, prima che politica, che travolse il comunismo italiano sotto la frana del muro di Berlino. Lo psicodramma che definì i binari comportamentali lungo i quali si sarebbe mossa la sinistra italiana nei vent’anni successivi. Sì, fino ad oggi. Perché anche se molti dei protagonisti di queste pagine sono ormai scomparsi o da tempo in silenzio, è impossibile non riconoscere in quel passaggio la fucina di molti dei modelli antropologici con i quali siamo alle prese ancora ai nostri giorni.

Tra gli elementi minori ma sempreverdi c’è ad esempio il protagonismo del “partito della satira che fa da pesce pilota al partito della politica”, come scrive Telese, con Michele Serra che assume dalla tribuna di Cuore il ruolo di guardiano ondivago della purezza morale insieme comunista e postcomunista. E quindi di colui che sfoggia disprezzo rituale per il riformismo migliorista a pochi mesi dalla svolta (“Se questa epoca storica pretende la scomparsa del comunismo, benissimo. Ci sono tante cose che possiamo fare, possiamo andare a pescare. Non possiamo però diventare quello che vuole Giorgio Napolitano, una sorta di partito repubblicano camuffato”, dirà nel marzo 1989 intervistato da Beppe Severgnini) ma che si precipita subito dopo a rassicurare il suo mondo  sull’opportunità della mossa di Occhetto (“Credetemi, compagni, è meglio così”, il titolo di un suo celebre editoriale dell’Unità). Ci sono poi i prodromi di quello che avremmo chiamato girotondismo, in quei mesi incarnati dall’ala più intollerante della Sinistra dei Club che con Paolo Flores d’Arcais vede nella svolta l’occasione per liberarsi sulla sinistra di ogni partito quale che fosse. Lo stesso Flores che già in quei mesi diffonde liste di proscrizione abbondanti ancorché ecumeniche: “Vorrei un partito in cui non ci fossero Chiarante, Borghini, Corbani, Michelangelo Russo, Lama e Ranieri, Ingrao, Tortorella e Magri”, avrebbe detto al Corriere della Sera nel luglio 1990 pensando forse di accelerare il rinnovamento ma finendo per calcificare la contrapposizione tra Sinistra dei Club e il nuovo partito che andava nascendo.

Ma tra i comportamenti di allora che suonano ancora familiari c’è naturalmente molto di più classicamente politico. Quel politico che Telese fotografa con la lente del collezionista dei piccoli gesti che parlano più dei migliori discorsi, e dunque con un metodo giornalistico che nel suo caso è figlio tanto del leggendario cannocchiale di Giampaolo Pansa quanto della spietata microveggenza di Francesco Merlo. Per centinaia di pagine seguiamo quindi le orme di coloro che Luciano Lama chiamava nel 1990 “i dorotei comunisti, quelli che danno poca importanza ai contenuti e pensano soltanto al potere”, capitanati da un D’Alema già in pista per il comando e impegnato a ricucire sempre e comunque tra le varie anime di un PCI in via di inevitabile frantumazione. O anche la fissità della pregiudiziale antisocialdemocratica che accompagnò tutto il corso della trasformazione dal PCI in PDS, la stessa che impedì al nuovo partito di scegliere la strada allora ancora vitale del socialismo europeo e che oggi Livia Turco ricorda con disarmante franchezza: “Io non avrei mai accettato una Svolta che fosse semplicemente socialdemocratica. Non avrei potuto accettare di abbandonare il comunismo per… così poco”. Così come nasce in quel frangente la frenesia con cui si scelse e si sceglierà di fondare nuovi partiti invece di dedicarsi al ben più difficile mestiere di elaborare nuove proposte politiche, mentre ritroviamo in queste pagine il ritornello “Questo non è un nuovo partito, ma un partito nuovo” che ha accompagnato fino alla noia la nascita del PD.

L’apocalisse comunista, raccontata da Telese con la stessa capacità ossessiva che ha fatto del suo precedente “Cuori Neri” un libro di culto per un pezzo negletto d’Italia, è dunque una galleria di grandi velleità e piccoli fallimenti. Sullo sfondo di uno psicodramma che avrebbe rappresentato l’ultimo grande spartiacque della storia della sinistra italiana, dopo il quale niente sarebbe più stato uguale a prima ma che ci avrebbe consegnato un dopo destinato a rimanere sempre uguale a se stesso. Un libro costruito sulla premessa sentimentale di una superiorità berlingueriana che non fa i conti con le tare precisamente berlingueriane di cui questa classe dirigente non si è mai liberata. Ma anche per questo un libro-miniera che non si può evitare di leggere, come la migliore introduzione al ventennale del 1989.


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24 maggio 2009
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Fine della socialdemocrazia?
Sono ormai molti anni che nel centrosinistra ci si rompe la testa su quale dovrebbe essere l’approdo europeo della transizione politica italiana, attribuendo ora al “socialismo europeo” ora a più vaghe “terre di mezzo” una funzione quasi sacrale di legittimazione ad uso interno. Ma di rado qualcuno si è interrogato a fondo su cosa fossero diventate quelle famiglie politiche a cui nella nostra confusione si è guardato con aspettative tanto salvifiche. Lo fa Giuseppe Berta in un libro piccolo e bello appena pubblicato dal Mulino (“Eclisse della socialdemocrazia”, pp.135, €10), lettura preziosa in questi giorni di vigilia elettorale in cui si discute di tutto tranne che di politica europea.

Storico dell’economia e commentatore per Sole 24 Ore e Stampa, Berta scrive di Europa guardando ad una delle sue grandi culture politiche. E raccontando ancora una volta la trasformazione di un’ideologia che fin dalla fine degli anni Settanta si dibatte in una crisi di strategia e identità, legata alla scomparsa dei suoi tradizionali insediamenti sociali e al completamento del progetto welfarista a cui sin dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale aveva dedicato la sua seconda e più felice stagione storica. Berta muove da qui per guardare in particolare al caso britannico e a quello tedesco, e dunque all’esperienza dei due partiti europei che più di altri hanno assunto durevoli responsabilità di governo nell’ultimo ventennio. Un accostamento ardito, quello tra Labour e SPD, che non troverebbe molti sostenitori in due partiti le cui ispirazioni e tradizioni culturali sono state nel tempo anche molto distanti le une dalle altre. Ma la domanda che si pone Berta supera la filologia storica e va direttamente al nodo politico di questi anni: “esiste oggi un profilo politico specificamente ascrivibile alla socialdemocrazia europea?”. È dunque naturale che, per rispondere, egli guardi alle due principali esperienze di governo del centrosinistra europeo di quest’ultimo ventennio.

“Nell’epoca della globalizzazione – scrive Berta – la socialdemocrazia al governo ha scoperto di dover aderire quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli”. È la principale imputazione che il libro muove al socialismo europeo nella sua forma contemporanea, la ragione che l’avrebbe condotto ad abbandonare la ricerca dell’eguaglianza. E dunque il tema con il quale è inevitabile fare i conti in piena franchezza. Innanzitutto perché si tratta di un’imputazione che poggia su basi di verità. È infatti vero oltre ogni dubbio che la sinistra europea più efficace, la sinistra che è riuscita a guadagnare consenso e progettualità dopo quella che Ralf Dahrendorf definì già nei primi anni Ottanta la “fine del secolo socialdemocratico”, ha saputo ritrovare nella rivitalizzazione del capitalismo la sua nuova ragion d’essere. Ma è altrettanto vero che altre strade non ce n’erano né potevano esserci, all’interno di partiti di nobile lignaggio che si erano trovati completamente spiazzati dal completamento del loro stesso disegno welfarista.

Si prenda ad esempio la vicenda del Labour britannico prima della rinascita di fine anni Ottanta, tenacemente voluta da quel leader coraggioso e misconosciuto che è stato Neil Kinnock. Prima del recupero di lucidità e metodo voluto da Kinnock, quasi un decennio prima che Blair e Brown s’inventassero il New Labour, il partito che nel 1945 aveva condiviso con la socialdemocrazia scandinava la costruzione del welfare europeo era sprofondato in una sorta di gorgo isolazionista, anticapitalista e cupamente antieuropeo. Ed era arrivato fin laggiù non certo per l’attivismo di frange estremistiche interne o tantomeno per una contaminazione comunista da cui il laburismo britannico era ben vaccinato, quanto per l’esaurirsi della spinta progettuale che l’aveva sorretto per decenni sulla base dell’originale intuizione welfarista. Un esaurirsi fisiologico, dovuto al raggiungimento già alla fine degli anni Cinquanta di molti degli obiettivi che il Labour si era dato nel 1945 e al quale la stagione del revisionismo ispirato più di altri da Anthony Crosland aveva poi tentato di fornire nuova linfa.

Ma comunque un esaurirsi inevitabile, che aveva lasciato campo libero al progetto thatcheriano e dopo il quale il Labour non aveva saputo per molti anni ritrovare la strada della rinascita politica. Quella strada doveva infine coincidere con la riscoperta della capacità di valorizzare gli aspetti creativi del capitalismo (il suo tratto ottimisticamente schumpeteriano, verrebbe da dire con Berta che dedica l’incipit del libro a Schumpeter e alla sua profezia sul declino del capitalismo nell’era della regolamentazione post-bellica) insieme allo sforzo di adattare l’originaria ispirazione egualitaria e universalistica all’obiettivo di generalizzare gli strumenti educativi per la realizzazione del potenziale di ognuno. I semi di tutto questo erano già in Kinnock e nella sua idea di trasformare il welfare tradizionale in “springboard”, “trampolino di lancio” per accorciare le distanze sociali per mezzo della riuscita individuale e di gruppo. E solo dopo quei semi sarebbero completamente fioriti nell’esaltazione della globalizzazione venuta con il New Labour.

Quel che è vero è che quella stagione si è associata, non solo in Gran Bretagna, ad un’era dell’ottimismo che oggi non può che apparirci arcaica e ingenua. Ma come ricorderemo di qui a dieci anni, se non come un’altra manifestazione di ingenuità per giunta aggravata dalla subalternità ad altre culture politiche, il revival di antimercatismo di cui dà prova dinanzi alla crisi una parte ormai maggioritaria del centrosinistra italiano prendendolo integralmente a prestito dal centrodestra protezionista? Perché proprio questo è un punto al quale conduce, forse senza neanche volerlo, la serrata riflessione di Berta. Nel suo tentativo di rinascere dalla crisi del welfarismo la socialdemocrazia ha creduto nel valore di liberazione umana del capitalismo più di quanto non abbia fatto la destra europea, che dopo il Kulturkampf thatcheriano l’ha letto essenzialmente in chiave di potenza nazionale e nazionalistica.

La socialdemocrazia in versione neoliberale ha investito sul capitalismo con un sovrappiù dell’entusiasmo tipico dei neofiti?  È quanto è accaduto solo in alcuni casi. Perché, come ben ricorda l’ultimo capitolo di Berta dedicato a Keynes, alla stessa radice del progetto welfarista era l’aspirazione ad “una sostanziale riduzione della diseguaglianza all’interno della cornice delle istituzioni plasmate dalla tradizione liberale”. E dunque quell’intreccio tra liberalismo sociale e socialdemocrazia, che pure fu più esplicito nel caso britannico perché innervato nelle stesse origini storiche del Labour, non attendeva che di essere riscoperto e valorizzato dalla parte più lucida della sinistra europea dopo lo smarrimento politico di fine anni Settanta.

In questi tempi di crisi ogni parola di ottimismo rischia di stonare. Ma è difficile immaginare che una volta fuori dall’emergenza la sinistra europea trovi una strada diversa da quella della valorizzazione della dignità del lavoro e dell’eguaglianza delle opportunità, e dunque delle battaglie di libertà anche economica che ha saputo condurre nei suoi più recenti anni migliori, piuttosto che mettersi alla ricerca di fantomatici “insediamenti sociali” scomparsi una volta per sempre.


23 maggio 2009
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Nicodemismo democratico, l'ultima tentazione
La novità di queste settimane è il nicodemismo democratico. Ovvero la tendenza di alcuni a non votare PD pur continuando a fare campagna elettorale per il PD. È cosa diversa dall’astensionismo dell’elettore democratico, dalla sua fuga verso Di Pietro o anche dal ritorno a casa di coloro che avevano optato per il PD nei giorni ormai lontani del “voto utile” e che ora si preparano a sostenere nuovamente i socialisti o i vari neocomunisti.

No, il nicodemista democratico è qualcosa di più che un semplice elettore. È un militante di lunga data o persino un dirigente, che questa volta non ce la fa proprio a votare PD. Ma lo confida solo ai familiari e agli amici più fidati, mentre in pubblico continua a far professione di fede per il Partito democratico. E quindi si impegna in campagna elettorale, ove necessario. E quindi recita con buon mestiere la parte di colui che convince altri a votare un partito che lui per primo non voterà. E quindi aggiorna al nostro tempo il modello che fu di Nicodemo, il fariseo che riconobbe in Gesù Cristo il Messia continuando a negare in pubblico la propria fede, e poi dei molti protestanti che finsero di osservare i precetti della Chiesa di Roma per sopravvivere alle persecuzioni o ancora dei moltissimi che in ogni tempo hanno dovuto conciliare convinzioni personali eterodosse con contesti storici che non permettevano alcuna deviazione.

Personalmente ne conosco almeno tre, che è già un buon numero considerando la mia scarsa frequentazione con la dirigenza del PD. Immagino dunque che ve ne siano molti di più. Tutte persone per bene, mai colpite dal vizio della pavidità. Al contrario, uomini e donne intelligenti e combattive. Che in anni meno paciosi di questi non hanno mai temuto di affrontare il dissenso interno in partiti dove non sempre il dissenso era ben tollerato. Persone che oggi, dinanzi ad un PD che avrà molti difetti ma certamente non può incutere alcun timore di rappresaglie, non riescono tuttavia ad esprimere pubblicamente il rifiuto di un partito nel quale non si riconoscono più.

La spiegazione più semplice sarebbe la mancanza di coraggio personale. Ma di questo non può trattarsi, almeno per quei casi che mi è capitato di osservare da vicino. È quindi possibile che la ragione sia più tortuosa ma non priva di senso politico. Ed è quella secondo la quale il nicodemista democratico è convinto che solo un risultato elettorale inequivocabilmente disastroso per questo PD e per questa leadership permetterebbe di salvare il progetto del Partito democratico, nel quale egli continua a credere con forte convinzione e a dispetto di ogni più recente delusione. È una spiegazione troppo nobile? Forse, ma merita di essere presa sul serio. Perché esiste effettivamente il rischio che un risultato mediano, se non mediocre, congeli il PD nella situazione in cui si trova in queste settimane. Privo di strategia politica diversa da quella del recupero di una parte dell’elettorato antiberlusconiano maggiormente tentato dal dipietrismo, privo di una leadership diversa da quella onestamente transeunte incarnata da Franceschini, privo di una prospettiva di investimento sul futuro diversa dal pieno ritorno in carica di quei capibastone che per ora si accontentano di governare da lontano il PD.

Il nicodemista democratico auspica dunque una botta che sia indiscutibile e risolutiva, dopo la quale nessuno potrebbe continuare a far finta di niente. In questo senso il suo comportamento fa il paio con quanto sta accadendo in molte competizioni amministrative del Lombardoveneto dove i candidati democratici hanno scelto il metodo “meno ti fai vedere in giro abbinato al logo PD e meglio è”, come ha raccontato ieri Marco Alfieri sul "Sole 24 Ore". Entrambi perseguono l’obiettivo del salasso a fin di bene, che costringa dirigenti e militanti a guardarsi bene in faccia per decidere da che parte andare senza poter star fermi dove si sono ritrovati impantanati.

È un’intenzione benevola, ma non è detto che si risolva nel risultato auspicato. Perché la capacità di questa leadership collettiva di far buon viso a cattiva sorte è stata ormai provata in cento occasioni, e niente impedirebbe anche questa volta di recitare la parte della “tenuta del partito dinanzi alle affrettate previsioni di tracollo”. Che sarebbe poi la premessa per una discussione preconfezionata sul dopo-elezioni, con un congresso da tenersi solo quando fosse già stata concordata una soluzione capace di rassicurare tutti coloro che hanno qualcosa da perdere da una vera ripartenza del progetto PD. Ma forse ci sarebbe un’altra strada per arrivare allo stesso obiettivo, lontana dal modello di Nicodemo ma più consona ai nostri tempi. Quella di dire la verità già ora, spiegando perché questo PD rischia di non meritare il voto persino di molti dei suoi dirigenti. Per quanto la campagna elettorale non aiuti la franchezza, soprattutto dinanzi ad un Berlusconi tornato ai massimi della boria, sarebbe un metodo ben più efficace di quella “dissimulazione onesta” che può essere ormai compresa solo da pochi e stanchi nostalgici del tempo che fu.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 23/5/2009 alle 10:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

16 maggio 2009
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Se Murdoch si comprasse un quotidiano italiano
Qualche giorno fa ho avuto una visione: Rupert Murdoch si comprava a suon di milioni un importante quotidiano italiano. Quale fosse non ricordo, ma era certamente un grande giornale nazionale. E ampiamente positive erano le conseguenze del suo arrivo sulla qualità del nostro dibattito pubblico. Non certo per lo spostamento a sinistra dell’asse del giornalismo italiano, ché tutti sanno quale fior di conservatore sia in cuor suo il magnate dell’informazione globale. No, nella mia visione onirica l’effetto dello sbarco di News Corp sul pianeta della nostra carta stampata non era direttamente politico. Al contrario, si innescava una dinamica di depoliticizzazione e rimescolamento all’interno di un settore che risente ormai in modo sclerotico dell’eccesso di aspettativa politica con cui guardiamo ad ogni atto di rilievo che agiti il mondo dei giornali.

Cambiano i direttori, i vicedirettori, i capiservizio di alcuni tra i principali quotidiani italiani? Non può che essere per l’intervento diretto del capo del governo o di qualche suo accolito su questa o quella proprietà editoriale, o viceversa per esaudire una richiesta di tutela venuta dall’opposizione. Un quotidiano insiste con particolare tenacia su una qualsiasi vicenda che incroci la discussione politica? È certo per l’intenzione di colpire pregiudizialmente questa o quella componente di partito.

Che poi sia vero o meno, ciò che conta è che il nostro modo di assistere alle vicende del giornalismo nazionale è ormai totalmente condizionato dal senso direttamente politico che assegniamo ai principali quotidiani. Un ruolo che tutti stiamo tutti bene attenti a interpretare con gli strumenti dell’ermeneutica del potere, o meglio del contropotere in senso compiutamente politico. Perché è lo stesso giornalismo nazionale a considerarsi tale. E del tutto a ragione, viene da dire, se è vero che l’indebolimento della politica a cui abbiamo assistito nel corso degli anni Novanta ha assegnato alla carta stampata una funzione sostitutiva di entità sconosciuta alla gran parte dei paesi occidentali, ben al di là del ruolo di garanzia di trasparenza nei comportamenti pubblici e di libera circolazione delle informazioni. Se questo è avvenuto non è colpa di nessuno né tantomeno dell’oscuro disegno di qualche “potere forte”, ma non è affatto detto che sia stato un bene per la qualità del nostro giornalismo.

Basta guardare all’ultimissimo esempio dell’inchiesta di Repubblica sulla vicenda Noemi. Di per sé quella di Giuseppe D’Avanzo era una grande prova di giornalismo. Ma quello che nasceva come un pezzo severo, informato e dunque feroce su una vicenda lontanissima dall’essere chiarita è diventato un proiettile destinato a far ben poco male a Berlusconi, perché si è trasformato subito nella pretesa di un contropotere che si sente tale e che partecipa in questa veste ad una contesa che già tutti conosciamo e di cui possiamo serenamente prevedere gli sviluppi.

A rischio di peccare di ingenuità, ben venga allora l’ingresso del principale gruppo informativo globale nel nostro mercato giornalistico. Gli effetti sarebbero simili a quelli già visti sul mezzo televisivo, dove l’informazione Sky non ha il tono piatto della neutralità ma il pregio molto più raro del non dover essere sempre letta nello specchio della dinamica quotidiana tra gli schieramenti parlamentari. O peggio ancora, in quello del confronto occulto tra poteri più o meno forti ma sempre sospettati di voler nascostamente condizionare il dibattito pubblico. Un pregio che ha già sollevato il morale dei telespettatori e incoraggiato l’emulazione della fetta più vigile dell’informazione televisiva concorrente. Ma soprattutto sarebbe prevedibile un effetto a carambola sugli altri gruppi editoriali italiani, che sotto lo stimolo della competizione internazionale potrebbero dismettere almeno una parte delle ambizioni politiche più o meno consapevoli che ne condizionano l’operato e le potenzialità.

L’arrivo di Murdoch sarebbe accolto con sospetto e diffidenza? Scontato ma privo di conseguenze reali. Come ha scritto Christian Rocca sul Foglio del 29 aprile, a proposito dei risultati della recente acquisizione del Wall Street Journal,  “l’arrivo del barbaro australiano aveva indignato l’establishment culturale ed editoriale americano”. Se non che, due anni dopo quella cruenta scalata, il WSJ è l’unico grande quotidiano statunitense che in questo periodo infernale ha guadagnato copie senza perdere un solo grammo di credibilità.


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13 maggio 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Gran Bretagna Labour antipolitica
A Londra l'onorevole chiede scusa e paga
La Gran Bretagna ha molte fortune. Non è una nazione afflitta dal moralismo codino che perseguita noi italiani, né confonde l’etica pubblica con gli strumenti della contesa politica quotidiana. Eppure a leggere in questi giorni i quotidiani britannici si ha l’impressione di assistere ad una replica di Tangentopoli sul Tamigi, con grande abbondanza di commenti che  descrivono il tracollo della credibilità della democrazia sotto lo scandalo dei rimborsi ottenuti dai parlamentari di entrambi gli schieramenti. Ma forse non è un caso che Londra sia colpita da un’ondata di antipolitica così violenta nelle stesse settimane in cui l’economia britannica conosce la sua stagione peggiore da quasi trent’anni. Non tanto per un rimbalzo automatico del malcontento popolare su governo e opposizione, quanto perché il meccanismo della delegittimazione funziona in Gran Bretagna nello stesso modo in cui l’abbiamo conosciuto in Italia nell’ultimo quindicennio. Anche se le storie civili e istituzionali dei due paesi non potrebbero essere più diverse.

Quel meccanismo si alimenta dell’indebolimento della sovranità statale, e dunque del potere della politica nazionale sulle condizioni di vita dei propri cittadini, proprio mentre si allargano gli spazi di informazione continua e con quelli la vigilanza sul comportamento quotidiano degli amministratori pubblici. Quando la crisi economica colpisce duro, come avviene in Gran Bretagna in queste settimane e com’era accaduto in Italia nei primi anni Novanta, crolla l’equilibrio tra la pretesa di trasparenza dei costi e l’evidenza dei benefici che vengono ai cittadini dall’azione della politica. E con quello viene travolta anche la presunzione di immunità che qualsiasi politico conserva dentro di sé, anche quando si trova a vivere in un paese nel quale lo scrutinio popolare è da considerarsi tradizionalmente rigoroso persino in condizioni di normalità.

Ma è soprattutto il confronto tra la risposta britannica e quella italiana agli stessi sintomi di antipolitica a riservare le sorprese più grandi. Perché nel giro di quarantott’ore maggioranza e opposizione hanno fiutato l’aria e prodotto una risposta ispirata alla ricerca di efficacia nei confronti del risentimento popolare. I Conservatori impegnandosi a restituire tutte le somme ricevute per rimborsi peraltro formalmente corretti, il primo ministro Gordon Brown facendo spettacolo di pubbliche scuse e annunciando una rapida revisione della normativa. Detta altrimenti, da nessuno dei due principali partiti è venuta alcuna piccata rivendicazione di “forza della politica” contro la “minaccia distruttiva del discredito antidemocratico” o qualcosa di simile alle molte e pretenziose reazioni che abbiamo ascoltato nel corso degli anni da numerosi nostri esponenti politici.

La prontezza britannica è forse da attribuire ad una maggiore vulnerabilità di quei partiti rispetto ai nostri? È vero piuttosto il contrario. Laddove Conservatori e Laburisti condividono il massimo rispetto per l’etica pubblica come risorsa istituzionale e condivisa, guardandosi bene dall’utilizzarla come arma di lotta quotidiana. E dove entrambi quei partiti sono ben consapevoli dell’inutilità di qualsiasi tentativo di scavare una trincea nei confronti di un’ondata di malcontento forse eccessiva ma del tutto legittima in virtù del disagio che attraversa in queste settimane il paese.

È in questa consapevolezza la radice della vera forza della democrazia britannica, la stessa che lascia immaginare una sua rapida uscita da questo scandalo e che spinge un commentatore molto severo come Philip Stephens a scrivere sul Financial Times parole che vorremmo essere in grado di leggere anche in Italia: “La grande maggioranza dei parlamentari è formata da uomini e donne per bene che vogliono cambiare le cose. Sono ambiziosi? Certamente. Spietati? Spesso. Retorici? Ancora più spesso. Ma furfanti no, questo proprio non possiamo dirlo”.


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3 maggio 2009
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Fiat-Chrysler e l'immobilismo di Berlusconi
Normalmente l’orgoglio costa poco e non ingombra. Quando è a sbafo, poi, se ne può abbondare senza timore di conseguenze. Perché sarebbe bello se avesse ragione il ministro Scajola, secondo il quale “l’operazione Fiat-Chrysler farà l’Italia più forte nel mondo”. Ma anche in questo caso la realtà è meno semplice dei desideri. Ed è tutto da verificare il legame tra il prestigio che l’impresa italiana guadagna in questi giorni nel mondo e la capacità della politica di valorizzare l’interesse nazionale.

Da una parte c’è una nostra grande azienda che incrocia con tempismo l’intervento economico dell’amministrazione Obama, mentre prepara altre iniziative in Germania. Dall’altra un governo che vanta straordinari livelli di consenso e un’ordinaria mancanza di prospettive sulle cose da fare per evitare che l’Italia dopo la crisi torni a vivacchiare nella palude in cui ha galleggiato negli ultimi anni. È all’incrocio tra questi due movimenti che ci si può interrogare sulla legittimità della politica ad intestarsi il merito di una storia di successo come l’operazione Chrysler. Partendo dai modi in cui la maggioranza (per tacere dell’opposizione) sta presentando al paese il tempo della crisi. Berlusconi coltiva l’ottimismo, si è detto, perché l’emergenza è anche psicologica e occorre contrastare anche per questa via la spirale depressiva nei comportamenti economici. Benissimo, avanti con l’ottimismo. Berlusconi ripete che l’Italia se la sta cavando meglio di altri paesi europei. Alcuni sostengono che la ragione sia da cercare nel minor grado di integrazione sovranazionale della nostra economia, ma non è il caso di sottilizzare: avanti anche con il relativo privilegio italiano.

Quello che Berlusconi non dice ma lascia intendere è che prima della crisi l’Italia se la passasse benissimo. E che dunque, in attesa di tornare al paradiso che eravamo solo pochi mesi fa, non occorra muovere troppo le acque. Niente sulle pensioni, calma sul debito pubblico, zero sulle cause che hanno fatto per anni dell’Italia l’economia a minor grado di crescita tra quelle dei nostri omologhi europei. La crisi prima o poi passerà e potremo tornare alla nostra serena stagnazione, senza alcun bisogno di fare oggi quelle scelte che domani potrebbero mettere il paese in condizione di profittare strutturalmente della ripresa prossima ventura.

Perché il nuovo regno di Berlusconi è compassionevole, consensuale e soprattutto volto al grado massimo di immobilismo. E tolta la mutevole filosofia della storia del suo ministro dell’Economia (il Tremonti che solo qualche settimana fa annunciava la fine dell’economia mercantile e che oggi guarda speranzoso ai segni di quaresima) esso trova la sua ispirazione quotidiana nell’assecondare il rifiuto del cambiamento. Anche quando si tratterebbe non certo di scoprirsi giacobini ma di svolgere fino in fondo il compito di un governo che gode di amplissimo mandato e di enormi margini di iniziativa politica, tali da garantirgli tutto lo spazio necessario a iniziative di riforma anche dolorose ma indispensabili al nostro interesse nazionale.

Ma non è questa la cifra di una stagione italiana dove la politica sembra aver ripreso il bastone del comando, senza poi saper bene cosa farne. E d’altra parte quella di Berlusconi è la stessa maggioranza (per tacere ancora una volta dell’opposizione) che vive le elezioni europee come un sondaggio inevitabilmente trionfale, invece che come l’occasione per mandare a Strasburgo una pattuglia di parlamentari capaci di qualificare un mestiere difficile e utilissimo al paese. Anche per questo sarebbe auspicabile maggiore sobrietà nell’intestarsi meriti che nascono fuori dalla politica e che lì sono destinati a rimanere.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 3/5/2009 alle 9:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

25 aprile 2009
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Il 25 aprile di Berlusconi
La posta in gioco di questo 25 aprile è la piena assimilazione democratica del berlusconismo. Perché qualunque sia la motivazione che spinge il Cavaliere a partecipare formalmente alla cerimonia di Onna, quella che si presenta oggi è l’occasione per completare l’istituzionalizzazione del fenomeno politico che nel bene e nel male ha impresso il suo marchio alla lunga transizione italiana. E dunque la possibilità di saldare quel divario tra consenso e legittimità che resiste al passare del tempo e al succedersi delle vittorie elettorali, privando da ben quindici anni il berlusconismo di un pieno riconoscimento democratico.

Come sappiamo, ciò è accaduto e continua ad accadere grazie all’effetto convergente sia delle pulsioni di autoesclusione ancora diffuse in campo berlusconiano (eco sempre più debole dell’originaria spinta ribellistica del 1994) sia della rappresentazione del berlusconismo come escrescenza barbarica e quindi estranea al perimetro della presentabilità democratica. Ma quest’ultima fonte di eccezionalismo è assai più resistente del sovversivismo proto-berlusconiano, che è andato declinando soprattutto in ques’ultima fase compassionevole e consensuale dell’egemonia del centrodestra. E si alimenta anche a canali simbolici estremamente raffinati, come lascia pensare il programma di un’iniziativa di valore come la Biennale Democrazia in corso in questi giorni a Torino.

Il cartellone presenta dibattiti e incontri di grande qualità, con relatori di primissimo livello provenienti dai più diversi ambienti accademici e intellettuali. Eppure manca del tutto la voce della cultura politica riconducibile al berlusconismo, mentre sono presenti studiosi che originano da ambiti diversi della destra post-MSI come Marco Tarchi e Alessandro Campi o intellettuali come Franco Cardini e Domenico Fisichella certamente di area conservatrice ma da tempo in conflitto con gli orientamenti politici prevalenti nel centrodestra. Tolti gli eretici e i post-missini, nel primo festival nazionale dedicato al tema davvero imponente della democrazia non si trova una sola voce che possa dirsi culturalmente se non ideologicamente berlusconiana. Segno della tenace difficoltà a riconoscere lo status di piena presentabilità democratica al fenomeno politico che ha raccolto e continua a raccogliere il consenso di almeno la metà degli elettori italiani.

La questione non ha niente a che fare con le regole del galateo bipartisan, ma chiama in causa l’immagine del berlusconismo che sopravvive nella nostra percezione pubblica. E la domanda che occorre farsi proprio oggi, in occasione del 25 aprile, non è tanto quale sia il fondamento politico della rappresentazione barbarica del berlusconismo. Ma piuttosto se tale rappresentazione sia utile alla buona salute della nostra democrazia, nel momento in cui il berlusconismo ha probabilmente raggiunto il massimo storico dei suoi livelli di consenso e di forza politica. L’idea che una parte rilevante se non maggioritaria del paese, dei suoi elettori e della sua società civile, continui a subire i postumi dell’originario stigma di illegittimità concorre a prolungare una transizione già patologicamente dilatata e indebolisce il terreno sul quale lo stesso centrosinistra dovrà prima o poi tornare a misurarsi per riconquistare la maggioranza degli italiani. Perché dovrà farlo riconoscendo piena legittimità non tanto a Berlusconi quanto agli elettori berlusconiani anche in termini simbolici, e dunque includendovi non solo le motivazioni “basse” che ne giustificherebbero il voto (il bisogno di sicurezza, l’insofferenza verso l’eccessivo carico fiscale, etc.) ma anche le ragioni più “alte” di appartenenza. Come può appunto essere il sentirsi pienamente parte di una comunità democratica che nel 25 aprile festeggia ritualmente la libertà di tutti e di ciascuno.

Walter Barberis, sulla Stampa di giovedì, ha lucidamente ricordato la distanza che separa l’invocazione inevitabilmente ingannevole di una “memoria condivisa” (laddove “la memoria è soggettiva, individuale, risultato di sguardi particolari che non possono essere modificati”) e l’urgenza di quel “grande bisogno di verità, di una storia plausibile” che possa “dare prospettiva al paese senza patteggiamenti pelosi su come ricordare il nostro passato”. Ecco, di fronte al gesto che oggi Silvio Berlusconi compierà ad Onna si avverte lo stesso bisogno di colmare con franchezza e verità la distanza che separa gli appelli inevitabilmente retorici alla “riconciliazione nazionale” e la sopravvivenza reale che una buona parte di noi continua a garantire al marchio antidemocratico sul volto del berlusconismo. Perché il Cavaliere, di certo anche per ragioni di opportunità, realizza un altro passo nella costruzione di quel suo nuovo personaggio consensuale al quale ha affidato una futura agenda politica che punta dritta al Quirinale. Ma coloro che berlusconiani non sono difficilmente potranno limitarsi a chiedergli esami del sangue e prove di purezza, coltivando l’illusione di una superiorità genetica che la gran parte dell’elettorato non ha alcuna intenzione di riconoscere. Mentre il paese continua a covare una frattura tra mandato elettorale e legittimità democratica dagli effetti tutt’altro che salutari.  


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permalink | inviato da Andrea Romano il 25/4/2009 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

21 aprile 2009
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Ho visto il futuro leader del PD
La parola chiave è contendibilità. Suona male fuori dalle Borse, ma è perfettamente applicabile al Partito democratico. Nel mondo aziendale significa che un’impresa è sul mercato e può essere controllata da chi ha risorse finanziarie e progetti di sviluppo, soprattutto quando si trova in condizioni di debolezza. È più o meno lo stesso in politica, dove un partito in crisi è scalabile da chi ha buone idee e forti risorse di leadership.

La contendibilità del PD è stata l’immagine che mi ha convinto del successo del seminario di Piombino, promosso da un gruppo di parlamentari e dirigenti del partito che evitano con cura di definirsi “giovani”. Non perché non lo siano, ma piuttosto perché sanno meglio di altri che giovanilismo fa rima con gattopardismo. Così come sanno che spesso la cooptazione del “giovane irrequieto ma sincero” è la migliore garanzia che niente cambi per chi controlla il timone, anche se si dirige convintamente verso il naufragio.

Sabato e domenica ho ascoltato a Piombino gli interventi e le riflessioni di quasi cinquanta  tra parlamentari e dirigenti, locali e nazionali, che non intendono bussare alla porta per chiedere di contare ma si preparano a porre domande serie e pesanti a coloro che guidano il PD più per caso che per virtù. Chiedono ad esempio un’indagine su cos’è concretamente accaduto dall’ottobre 2007 ad oggi, per sapere cosa ne è stato del diffuso capitale di passione e intelligenza che si era raccolto intorno al progetto iniziale del Partito democratico. Ma anche quale consistenza reale ha avuto l’articolo 28 dello Statuto del PD, che impegnava a consultare regolarmente i propri iscritti “su qualsiasi tematica relativa alla politica e all’organizzazione interna del PD”. E dove sia il numero di telefono o l’indirizzo email al quale i coordinatori dei circoli potrebbero rivolgersi per avere chiarimenti sui temi in discussione.

Sono domande che rimandano ad una fortissima voglia di partito. Quel partito che finora non c’è stato, un partito che funzioni e che finalmente si apra all’autonomia di pensiero e di iniziativa politica di una nuova classe dirigente che si misura già con la costruzione del consenso sul territorio. E che è pronta a fare la sua parte dopo il voto europeo. A patto che il congresso ci sia, s’intende. Un congresso vero da tenersi – come chiedono – nell’ottobre di quest’anno e non quando sia stata già preconfezionata un’altra soluzione “alla Franceschini”. Un congresso che sia occasione per la prima discussione politica e strategica per un partito che fino ad oggi, dopo una nascita rocambolesca e per necessità di cose, non si è mai guardato allo specchio per decidere cosa dire e da che parte andare.

È questa la via alla contendibilità democratica del PD, la suggestione più feconda che ho visto formulare a Piombino e anche quella che contiene la più solida promessa per il futuro. Perché mentre ascoltavo queste e altre riflessioni mi dicevo che con ogni probabilità tra quei cinquanta era seduto il prossimo leader del Partito democratico. Non è tanto interessante fare oggi qualche nome (se non quello degli assenti, perché nessuno tra i presenti faceva parte dell’attuale segreteria di Franceschini), quanto piuttosto sapere che da qualche parte in questo disastrato Partito democratico c’è qualcuno che ha cominciato a porre la questione di un cambio di timone che nasca dalle idee della politica e non dagli accordi preconfezionati di una famiglia in disarmo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 21/4/2009 alle 10:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa

18 aprile 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Che Guevara Soderbergh Cuba
La noia secondo Che Guevara
Forse sto finalmente invecchiando, perché mai avrei pensato che la figura di Che Guevara arrivasse ad annoiarmi tanto. Che potesse emozionarmi l’ho pensato per qualche settimana nell’adolescenza politicamente primordiale, prima che l’incontro con il bordighismo (durato lo spazio decisivo di un’estate del ginnasio) facesse piazza pulita delle “mitologie piccolo-borghesi del terzomondismo”. Che potesse irritarmi l’ho pensato un po’ più a lungo, ma sempre guardando divertito ai percorsi di un’icona del marketing globale ormai svuotata di senso politico come una qualunque Paris Hilton. Ma solo pochi giorni fa ho capito quanto potesse essere coperta di noia la storia del Comandante dotato talvolta di “querida presencia” e talaltra di “clara, entrañable transparencia”.

È accaduto verso la fine della seconda e più terribile ora del film di Steven Soderbergh (“Che l’Argentino”), quando l’ennesimo flash forward torna a New York nel 1964 dopo averci mostrato l’ennesima schioppettata guerrigliera tra le frasche della Sierra Madre. È lì, in una pausa dei lavori dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, che Guevara parla di amore e rivoluzione. Perché alla giornalista statunitense che gli chiede quale sia “la qualità più importante di un rivoluzionario” il Che risponde prima con uno sguardo che promette sfracelli. Poi prendendosi per intero la pausa più lunga prevista dal canone cinematografico. E infine scandendo bene: “L’amore”.

È in quel preciso momento che ci si sente autorizzati ad andarsene dal cinema prima della fine. Non certo per spirito di rivolta politica o per insofferenza verso il sentimentalismo, ma proprio perché è l’ultima dose di tedio che viene inflitta da un film pallosissimo. Dove lo schema narrativo prevede un ciclo composto da un perfetto disegno in fasi. La prima: il Che marcia alla testa della sua colonna aprendosi un varco nella fitta vegetazione della Sierra, incurante dei violenti colpi di tosse provocatigli dall’asma. La seconda: il Che addestra le sue truppe all’uso del moschetto, in alternativa insegna a leggere ad un contadino analfabeta o spiega il senso di un vocabolo particolarmente ostico ad un guerrigliero poco avvezzo alla lingua letteraria. La terza: il Che organizza un’imboscata contro le truppe di Batista o talvolta subisce un attacco dalle suddette truppe, ben riconoscibili per l’elmetto metallico di contro ai più confusi bardamenti dei rivoluzionari. La quarta: il Che incontra segretamente Fidel Castro che gli ordina di far questo o quello, sempre gesticolando più del necessario, mentre tra i due si insinuano dubbi e incomprensioni vieppiù crescenti. Di questo passo, e ripetendo questa scansione per più volte, Soderbergh infligge allo spettatore un film che vorrebbe evitare sia il tono epico che l’intento dissacratorio finendo solo per accomodarsi su un registro di piattezza senza scampo.

L’unico sollievo viene dalla recitazione dei protagonisti, che distraggono lo spettatore permettendogli talvolta di pensare ad altro. Camilo Cienfuegos, l’altra figura cristica della rivoluzione, lo stratega militare disperso in mare pochi mesi dopo la conquista del potere, è fatto somigliare ad un rasta a torso nudo che ci si immagina abilissimo nel rollaggio di spinelli oltre che nell’uso delle armi. Fidel Castro, forse per la già ricordata gesticolazione in eccesso, appare macchiettistico e sempre intento a rivolgersi all’interlocutore anche più ordinario con tono tribunizio. Il grande Benicio Del Toro è per l’appunto eccezionale nei panni umanizzati del Che e ci si potrebbe accontentare di lui. Se non fosse per quanto ho sentito dire a voce troppo alta da una spettatrice, giovane ed evidentemente guevarista, qualche fila più avanti: “E’ la prima volta che hanno scelto un attore più brutto del suo personaggio”. Lamento militante e solidamente fondato. Nel senso che Del Toro ha una pancia davvero esagerata per la dura vita del rivoluzionario caraibico ed è bello quanto basta solo per un breve momento. Quando il Che incontra per la prima volta Fidel a casa di amici, in Messico nel 1955 e davanti ad un piatto di spaghetti, per porre le basi del percorso rivoluzionario. Già in quella prima scena dovevo insospettirmi. Non solo per gli spaghetti messicani, ma soprattutto per il tono con cui il giovane Fidel istruisce il giovane Guevara sui più minuti dettagli dell’interscambio commerciale tra Cuba e Stati Uniti. Una noia piccola ma profetica a cui non ho saputo ribellarmi per tempo, finendo per sorbirmi due ore e passa di noia guevarista.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 18/4/2009 alle 11:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

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