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21 aprile 2009
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Ho visto il futuro leader del PD
La parola chiave è contendibilità. Suona male fuori dalle Borse, ma è perfettamente applicabile al Partito democratico. Nel mondo aziendale significa che un’impresa è sul mercato e può essere controllata da chi ha risorse finanziarie e progetti di sviluppo, soprattutto quando si trova in condizioni di debolezza. È più o meno lo stesso in politica, dove un partito in crisi è scalabile da chi ha buone idee e forti risorse di leadership.

La contendibilità del PD è stata l’immagine che mi ha convinto del successo del seminario di Piombino, promosso da un gruppo di parlamentari e dirigenti del partito che evitano con cura di definirsi “giovani”. Non perché non lo siano, ma piuttosto perché sanno meglio di altri che giovanilismo fa rima con gattopardismo. Così come sanno che spesso la cooptazione del “giovane irrequieto ma sincero” è la migliore garanzia che niente cambi per chi controlla il timone, anche se si dirige convintamente verso il naufragio.

Sabato e domenica ho ascoltato a Piombino gli interventi e le riflessioni di quasi cinquanta  tra parlamentari e dirigenti, locali e nazionali, che non intendono bussare alla porta per chiedere di contare ma si preparano a porre domande serie e pesanti a coloro che guidano il PD più per caso che per virtù. Chiedono ad esempio un’indagine su cos’è concretamente accaduto dall’ottobre 2007 ad oggi, per sapere cosa ne è stato del diffuso capitale di passione e intelligenza che si era raccolto intorno al progetto iniziale del Partito democratico. Ma anche quale consistenza reale ha avuto l’articolo 28 dello Statuto del PD, che impegnava a consultare regolarmente i propri iscritti “su qualsiasi tematica relativa alla politica e all’organizzazione interna del PD”. E dove sia il numero di telefono o l’indirizzo email al quale i coordinatori dei circoli potrebbero rivolgersi per avere chiarimenti sui temi in discussione.

Sono domande che rimandano ad una fortissima voglia di partito. Quel partito che finora non c’è stato, un partito che funzioni e che finalmente si apra all’autonomia di pensiero e di iniziativa politica di una nuova classe dirigente che si misura già con la costruzione del consenso sul territorio. E che è pronta a fare la sua parte dopo il voto europeo. A patto che il congresso ci sia, s’intende. Un congresso vero da tenersi – come chiedono – nell’ottobre di quest’anno e non quando sia stata già preconfezionata un’altra soluzione “alla Franceschini”. Un congresso che sia occasione per la prima discussione politica e strategica per un partito che fino ad oggi, dopo una nascita rocambolesca e per necessità di cose, non si è mai guardato allo specchio per decidere cosa dire e da che parte andare.

È questa la via alla contendibilità democratica del PD, la suggestione più feconda che ho visto formulare a Piombino e anche quella che contiene la più solida promessa per il futuro. Perché mentre ascoltavo queste e altre riflessioni mi dicevo che con ogni probabilità tra quei cinquanta era seduto il prossimo leader del Partito democratico. Non è tanto interessante fare oggi qualche nome (se non quello degli assenti, perché nessuno tra i presenti faceva parte dell’attuale segreteria di Franceschini), quanto piuttosto sapere che da qualche parte in questo disastrato Partito democratico c’è qualcuno che ha cominciato a porre la questione di un cambio di timone che nasca dalle idee della politica e non dagli accordi preconfezionati di una famiglia in disarmo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 21/4/2009 alle 10:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa

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