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14 maggio 2010
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Walter chi?
Come molti, insisto a leggere le cronache che raccontano la vita interna alle varie componenti del Partito democratico. Ma non riesco a cancellare una sensazione: non ce ne frega più niente.

continua >>

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17 febbraio 2010
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La destra che fa anche la sinistra, il PD che ha perso la voce

Se il ministro degli interni sconfessa le pulsioni emergenziali che sono venute dalla sua stessa parte politica dopo i fatti di Via Padova, se il ministro dell’agricoltura Zaia apre un conflitto con il Consiglio di Stato in nome della lotta al mais transgenico, se ben sei tra governatori e candidati governatori del centrodestra si battono “senza se e senza ma” contro il ritorno al nucleare, tutto questo non ha a che fare soltanto con la vigilia delle elezioni regionali. È la destra che veste anche i panni della sinistra, giocando due parti in commedia e riassumendo al proprio interno gran parte della dialettica politica nazionale.


D’altra parte può capitare che un partito o una coalizione siano talmente forti da ospitare dentro i propri confini un ventaglio molto ampio di posizioni politiche, grazie anche alla debolezza degli avversari. È quanto accadeva, tra l’altro, alla Democrazia Cristiana nei suoi tempi migliori. Quando tra la destra e la sinistra democristiana correva una distanza risolta solo in parte dal carisma della leadership o dalla negoziazione interna di partite governative. Eppure quello che sta accadendo in queste settimane alla coalizione di governo non sembra avere molto in comune con l’esempio della DC. Perché sui temi degli OGM, dell’immigrazione e soprattutto del nucleare – per citare solo tre punti dell’agenda politica degli ultimi giorni – le diverse anime del centrodestra hanno rivelato una divaricazione che si fatica ad interpretare come un punto di forza.


È pur vero che la debolezza del Partito democratico ha raggiunto livelli tali da lasciare un vuoto che non può che essere colmato anche per questa via. Risolta con grande fatica e molte cicatrici la vicenda delle candidature regionali, il PD di Bersani sembra avere smarrito la voce dinanzi ai fatti di questi giorni. Il caso Bertolaso è stato naturalmente accompagnato dalla richiesta di dimissioni del capo della protezione civile. Gli scontri di Via Padova sono stati naturalmente l’occasione per denunciare il fallimento delle politiche di integrazione dell’amministrazione milanese. Ma la gran parte delle energie propriamente politiche del PD continua ad essere dilapidata in una partita giocata interamente nella propria metà campo. Che è poi la stessa partita che si prolunga da tempo senza alcuna novità e senza più appassionare nessuno tra coloro che per ragioni di militanza o sopravvivenza non siano particolarmente affezionati alle vicende interne di quel partito.


Si prendano ad esempio le ultime dichiarazioni di Walter Veltroni, raccolte sabato scorso nell’intervista ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera. Ancora una volta l’annuncio di non nutrire “alcuna ambizione personale”, ancora una volta la rivendicazione di una “atipicità personale” animata da “un rapporto febbrile con la politica ma non di febbre per il potere”, ancora una volta “la politica come vocazione e non come mestiere”. Eppure questo saggio tardivo di mimetica veltroniana, nel quale sono tornati ad affacciarsi persino Bob Kennedy ed Enrico Berlinguer come se ancora ci trovassimo nei primi anni Novanta, non ha prodotto alcuna reazione di peso. Bersani ha liquidato l’ex segretario come “una risorsa” e per il resto silenzio, da sponde sia amiche che nemiche. Il silenzio che ha accompagnato l’uscita di Paola Binetti e la progressiva diserzione degli esponenti cattolici dal PD. Lo stesso silenzio con cui la principale forza di opposizione si prepara a ricevere il verdetto del voto regionale con molti timori per la propria tenuta strutturale


Eppure per il centrodestra non sono tutte belle notizie, perché il mutismo del Partito democratico lascia libero il PdL di rivelare la fragilità della sua aspirazione ad essere un partito autenticamente nazionale. Un partito che sia quindi capace di tenere insieme posizioni anche molto distanti e di riassumere sotto un unico tetto quelle che appaiono come le prime manifestazioni di una possibile frantumazione post-berlusconiana. E al di là dell’assunzione di temi di sinistra nell’armamentario politico di settori del PDL, l’opposizione dei governatori di centrodestra al ritorno al nucleare è qualcosa di più grave di un’ordinaria manifestazione della celebre sindrome Nimby. C’è anche l’incapacità di quel partito (e di una leadership dall’apparenza tanto carismatica) a far valere il peso di una legittima scelta di politica energetica presso i terminali più forti della rappresentanza popolare, quali sono oggi le presidenze di regione. Perché se per i cittadini di una nazione il cortile di casa è il Paese intero, per una forza politica che voglia essere partito nazionale le opzioni strategiche come quelle energetiche sono un campo di prova che non può essere fallito. A meno di non volersi preparare, prima o poi, alla moltiplicazione dei cortili politici come metodo di sopravvivenza di un’intera classe dirigente.

 


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31 marzo 2009
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Com'è difficile spiegare il PD all'estero

Il bello dei summit progressisti internazionali, come quello che mi è capitato di seguire in Cile la scorsa settimana, è che per qualche giorno ti si rianima il cuore. Succede infatti di ascoltare leader politici convincenti, che godono in patria di ampie riserve di consenso e che ti spiegano il buono e il bello dei loro magnifici governi di centrosinistra. Naturalmente l’occasione è retorica, ma di questi tempi anche una dose di buona retorica politica fa bene all’anima del povero progressista italiano.

Il brutto è che in questi stessi giorni ti tocca raccontare lo stato di salute della sinistra italiana ad un’abbondante schiera di stranieri. Talvolta sono persone che hai incontrato spesso negli anni in occasioni simili, funzionari politici o osservatori a vario titolo del mondo progressista. Tutti comunque curiosi di sapere cosa accade dalle nostre parti. E qui cominciano i problemi.

Come nel caso del socialista francese a cui cerchi di spiegare la dinamica delle dimissioni di Walter Veltroni dalla guida del PD. “Sai – dico io con una punta davvero minima di ironia – Veltroni si è dimesso ma dice di averlo fatto per un atto d’amore verso il partito”. E lui, molto più seriamente: “Nel senso che dopo aver fatto vincere Berlusconi per la terza volta è andato definitivamente in pensione, aprendo la strada ad una nuova leadership?” “Non proprio”, provo a rispondere, “in realtà ha spiegato di essere molto più adatto a fare l’uomo delle istituzioni che l’uomo di partito. Si può quindi pensare che tra qualche anno proverà a farsi nominare candidato primo ministro dalla coalizione di centrosinistra”. Ma ora è il francese che diventa ironico: “Ho capito, allora è vero amore”.

Altrettanto difficile spiegare il miracoloso rimbalzo di D’Alema all’intellettuale statunitense di tendenza clintoniana. “Sai – dico io con nessuna ironia – le dimissioni di Veltroni hanno ridato forza a D’Alema, che rassicura i vecchi militanti con il suo solido mestiere politico”. L’americano è curioso di saperne di più: “Ma è lo stesso D’Alema che è stato primo ministro dieci anni fa? Non si era dimesso nel 2000? Non c’è davvero nessun altro dopo Veltroni?” Non ho saputo cosa rispondergli.

Ma il massimo della difficoltà si raggiunge cercando di spiegare il crescente successo di Berlusconi. “Sai – dico con concentrazione assoluta alla deputata del Labour Party – Berlusconi si rafforza perché riesce a cavalcare la crisi con un messaggio di rassicurazione sociale. E con un ministro dell’economia che da qualche mese descrive la fine del capitalismo finanziario e il fallimento della globalizzazione”. Ma la laburista è tenace e non si accontenta: “Perché Berlusconi si è scelto un ministro della sinistra radicale?”. Ho provato a spiegarle che non era così, ma dopo poco sono passato a chiederle come stava Tony Blair.

Dismessi i panni faticosi dell’ermeneuta della nostra politica, questi vertici sono comunque uno spasso. Se in Italia mi sarei entusiasmato anch’io per l’intervento di Debora Serracchiani all’assemblea dei circoli del PD, in Cile è stato facile farlo ascoltando James Purnell. Ha la stessa età della Serracchiani ma di mestiere fa il ministro del lavoro nel governo britannico. E dieci anni fa era nella policy unit di Tony Blair, insieme a quel David Miliband che nel frattempo è diventato ministro degli esteri. Lo so che questi confronti non si dovrebbero fare, ma mentre parlava Purnell la tentazione è stata troppo forte.

Dal rischio depressione mi ha comunque salvato Gordon Brown. Il quale è entrato nella sala dove lo attendevano trecento persone in piedi, accompagnato dalla Bachelet, e si è diretto verso di me che stavo in una delle ultime file. Mi ha stretto la mano, mi ha chiesto come stavo ed è montato sul podio. Non l’avevo mai incontrato prima e sicuramente mi ha confuso con qualcun altro, o forse voleva solo fare un gesto di cortesia verso un anonimo della platea. Ma per un paio d’ore mi sono sentito molto meglio.


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17 febbraio 2009
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Modello Renzi per il PD
Da una parte il modello Renzi, dall’altra il modello Bersani. Sono due strade del tutto opposte quelle che il Partito democratico può percorrere dopo il fallimento di Veltroni. Prima ancora che due proposte politiche, per il PD sono due metodi di selezione di una leadership e dunque di definizione di sé davanti all’opinione pubblica.

Quello di Bersani è il metodo di chi dovrebbe ricevere il bastone del comando da chi l’ha già perso nelle urne. Ha un dante causa (Massimo D’Alema) che prima gli toglie la patente di concorrente perché “il partito non capirebbe”, poi gliela restituisce perché “avvicina molta gente al partito”. E la cosa più sorprendente di questo mesto tira e molla è che Bersani, che pure è uomo di una certa fierezza, non avverta alcun imbarazzo per essere fatto scendere e poi risalire su un piedistallo che potrebbe essergli sfilato in qualsiasi momento.

L’altro modello lo abbiamo visto all’opera con Matteo Renzi nel fine settimana e racconta di un dirigente politico che solo in Italia possiamo confondere con un ragazzo alle prime armi. È il metodo di un amministratore pubblico di trentaquattro anni che guida la provincia di Firenze non da ieri ma dal 2004, e che prima di allora si era già dedicato per molti anni alla vita di partito. Due percorsi di vita all’apparenza simili, quello di Bersani e quello di Renzi, che divergono tuttavia per un punto decisivo. Renzi non ha atteso l’autorizzazione di comandanti senza truppe per giocare la propria partita, non ha preteso che gli fosse garantito l’appoggio di qualche capobastone né ha negoziato un salvacondotto personale nel caso in cui le cose non si fossero messe bene. Al contrario, ha creduto di interpretare nel senso più radicale sia il mandato ricevuto qualche anno prima dagli elettori sia il senso politico del Partito democratico. E ha dunque cercato e trovato l’investitura diretta contro il parere di dirigenti locali e nazionali che ne avevano certamente riconosciuto tutto il potenziale, salvo viverlo come una minaccia per la propria sopravvivenza tribale piuttosto che come una risorsa per la propria comune parte politica.

Non so se Matteo Renzi sia particolarmente coraggioso, né credo che la retorica del coraggio debba essere il metro della leadership politica. Anche perché la storia più recente della nostra sinistra è ricca di storie personali dove quella retorica è servita solo a camuffare meglio l’arte della fuga. Mi interessa di più riconoscere in questo suo percorso senza rete un metodo in grado di restituire speranza e vitalità al PD, se solo fosse seguito da un numero cospicuo di dirigenti politici molto simili per profilo biografico al nuovo candidato sindaco di Firenze. Dirigenti che ormai da anni si misurano con la responsabilità del consenso e dell’amministrazione della cosa pubblica, tirando la carretta in condizioni spesso disagevoli e costruendo con i propri elettori un rapporto intessuto non di mistica plebiscitaria ma di classica affidabilità democratica. Non sono più i sindaci-cacicchi degli anni Novanta, ma un più vasto personale politico sconosciuto al grande pubblico che dovrebbe essere la sostanza di un partito nato sulla carta per superare famiglie politiche sconfitte dal Novecento italiano. Se non fosse che gli ultimi eredi di quelle dinastie, avendo concepito il PD innanzitutto come strumento di salvaguardia personale e ormai privi della capacità di guardare al futuro del partito che si trovano a dirigere con lo sguardo della responsabilità, frappongono alla piena emersione di questa risorsa una selva di ostacoli comprensibile solo in chiave familistica.

Ma la politica, come al solito, ha una forza che difficilmente può essere imbrigliata. E il meccanismo avviato con il PD produce risultati che non riescono ad essere controllati da padrini a cui sta rapidamente sfuggendo di mano il controllo della situazione. Per questo la vicenda di Matteo Renzi rivela le vere potenzialità di un Partito democratico dove il valore della leadership è pari se non superiore a quello delle proposte politiche. Perché non è vero, come ha sostenuto di recente proprio Bersani, che “non esiste la leadership a prescindere visto che senza berlusconismo non esisterebbe Berlusconi”. In realtà proprio la storia politica di Berlusconi è quella di chi ha dato consistenza ad un blocco di opinione che attendeva di essere riconosciuto come tale.

Allo stesso modo, sappiamo tutti e da tempo cosa dovrebbe fare un Partito democratico che volesse competere ad armi pari con il centrodestra. Ma sappiamo anche che un gruppo dirigente ormai collettivamente inadeguato, impegnato com’è a tutelarsi vicendevolmente, non può riuscire a dare autonomamente un volto convincente a quel programma politico finché non vi sarà costretto da altri e più responsabili dirigenti. Il metodo per arrivarci è quello che Matteo Renzi ha sperimentato con successo a Firenze, dove da oggi il centrosinistra ha molte più possibilità di vittoria e dove il PD ha assunto un profilo più comprensibile.



10 febbraio 2009
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Bersani, il modello Prodi e il metodo Togliatti
Pierluigi Bersani è una persona per bene, è stato un buon amministratore di regione e un ottimo ministro di governo. Ma non sarà il prossimo presidente del consiglio, non avendo né il profilo né il carisma che sono richiesti a chiunque intenda rappresentare la maggioranza degli italiani. Essendo un uomo di solida lucidità, è probabile che lo stesso Bersani sia consapevole di questo suo limite. E come lui, ne sono certamente consapevoli quei segmenti di ceto politico che lo hanno incoraggiato a presentare con tanto anticipo la propria candidatura alla guida del PD e che si preparano a sostenerla nei prossimi mesi.

Qual è, allora, il senso di questa candidatura? Prima di tutto la consapevolezza che il PD si prepara ad archiviare qualsiasi pretesa di essere una forza potenzialmente maggioritaria nel paese, per diventare invece solo uno tra i molti partiti che comporranno la prossima coalizione alternativa al centrodestra. Un partito che con qualche ottimismo possiamo immaginare al 20-25 per cento dell’elettorato (quale potrebbe essere il PD guidato da Bersani) e che solo insieme ad altri soggetti politici potrà aspirare a raggiungere la maggioranza relativa dei consensi. L’altro sottotitolo della candidatura Bersani è che il PD si prepara a cercare fuori dai propri confini una personalità che abbia qualche possibilità di competere con il futuro candidato del centrodestra, replicando quel “modello Prodi” che fino ad oggi si è mostrato come l’unica strada a disposizione del centrosinistra per la conquista del paese.

Può darsi che in questi due significati vi sia la presa d’atto di uno stato di cose reale e non più modificabile, almeno nel medio periodo. Ma allora varrebbe la pena che Bersani e i suoi sostenitori lo spiegassero chiaramente all’opinione pubblica, senza nascondersi dietro il paravento di una critica dell’operato di Veltroni che è talmente scontata e condivisa da risultare priva di implicazioni politiche. Perché è ormai senso comune che Veltroni abbia fallito nella sua aspirazione di leadership, dopo aver fallito alla prova elettorale come candidato per la guida del paese. Ma dirlo non può bastare a spiegare cosa si voglia fare dopo di lui, a meno di non voler replicare il meccanismo della dissimulazione che tanto ha danneggiato il progetto veltroniano. A Bersani basterebbe poco per uscirne: spiegare perché fin qui le cose sono andate male, chiarire con quali forze intende coalizzarsi il suo PD, indicare una direzione nella quale cercare il personaggio esterno a cui affidare la leadership della coalizione. E su queste basi preparare il Partito Democratico ad una navigazione più modesta e realistica ancorché poco entusiasmante.

D’altra parte la strada per fare del PD una forza potenzialmente maggioritaria va in tutt’altra direzione rispetto a quella percorsa dai maggiorenti che puntano sulla candidatura Bersani. Perché nella scelta del suo nome c’è la convinzione che le chiavi per il futuro dell’Italia siano ancora nelle mani dell’ultima generazione che ha guidato il PCI: un ceppo che con Veltroni ha ormai raschiato il fondo della propria vitalità e dal quale non uscirà più niente di spendibile per la guida di un qualsiasi futuro governo. Che si perseveri su questa strada, per quanto con una personalità di indiscutibili qualità personali, non è solo il sintomo di una mancanza di fantasia. È il segno che lo stesso progetto del Partito democratico è considerato dalla sua leadership come uno strumento di sopravvivenza personale piuttosto che come una risorsa strategica per il futuro dell’Italia.

Ma la candidatura Bersani è anche la prova della ben scarsa consapevolezza che quella stessa leadership ha maturato sul cambiamento italiano di quest’ultimo ventennio. Si continua infatti ad immaginare che il PD debba essere affidato a chi si è formato politicamente prima di Berlusconi, nella convinzione che il berlusconismo sia una malattia nazionale di cui presto o tardi il paese arriverà a liberarsi per tornare ad uno stato di mitica verginità. Ci si potrebbe invece aspettare qualcosa di diverso dagli eredi storici di Palmiro Togliatti. Un signore che, tornato in patria dopo il ventennio di Mussolini, scelse con grande realismo di puntare sulla generazione cresciuta nel fascismo per costruire una forza politica capace di rappresentare una nazione del tutto diversa da quella che aveva lasciato per l’esilio. E come Togliatti, un gruppo dirigente che fosse davvero responsabile verso il futuro del PD dovrebbe cercare il suo prossimo leader tra coloro che hanno iniziato a fare politica negli anni di Berlusconi. Un giovane solo per caso, ma soprattutto un politico che non abbia niente a che fare con l’universo simbolico della prima repubblica e che sappia leggere e interpretare il paese che è diventata l’Italia dopo il 1994. Oggi quel politico, dovunque si trovi, ha circa quarant’anni. Potrebbe persino aspettare un turno, ma al prossimo giro avrebbe qualche possibilità in più di conquistare il consenso degli italiani.



30 gennaio 2009
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Sbarramento, una legge ad (duas) personas

È una vocazione irresponsabile quella che spinge Veltroni e Berlusconi a blindare il voto europeo con una soglia di sbarramento tagliata su misura di reciproca convenienza, appena pochi mesi prima delle urne. Perché questa leggina ad personam (ma più esattamente “ad duas tantum personas”) confermerà nell’elettorato la convinzione che le regole del voto siano determinate solo e unicamente dalle mutevoli convenienze del momento. Oggi quelle convenienze impongono la soglia del quattro per cento, prima delle elezioni del 2006 l’orrido Porcellum fu varato per altre esigenze ma con lo stesso metodo frettoloso e opportunistico, domani saranno forse altri i bisogni da soddisfare per portare un altro colpo alla dignità del voto popolare.

A fare le spese di questa disinvolta gestione delle regole del gioco non saranno solo i piccoli partiti, spinti definitivamente fuori dalla rappresentanza parlamentare anche a Strasburgo dove pure non esiste alcun imperativo di governabilità, ma la stessa possibilità di una qualsiasi innovazione dell’offerta politica. Che da domani dovrà percorrere una via non elettorale per provare ad imporsi all’attenzione del pubblico, diversamente da quanto è stato concesso ormai molti anni fa persino alla Lega dell’allora senatore unico e rivoluzionario Umberto Bossi.

È un’irresponsabilità condivisa dai due poli, con Berlusconi che fa un altro passo verso il traguardo del partito unitario del centrodestra, ma che appare particolarmente utile al Partito Democratico. O meglio, utile all’equilibrio di potere che mantiene in vita il Partito Democratico così come esso è concretamente percepito dagli italiani. E dunque alla leadership traballante di Veltroni, con la sua corte di colonnelli e generali tutti mugugnanti ma tutti privi di autentiche alternative. Perché possiamo anche apprezzare il gesto retorico di Dario Franceschini (che intervistato da Stefano Cappellini ha sostenuto che “la riforma serve al paese e ai nostri figli”) ma è evidente anche ai suoi più tenaci sostenitori che la toppa dello sbarramento europeo non porterà alcun giovamento né al paese né tantomeno ai nostri figli.

Rimane da vedere se il Veltronellum sarà utile almeno a Veltroni, che accantona una volta per tutte l’ambizione di qualificare politicamente la propria leadership per abbracciare la strategia degli espedienti come metodo di sopravvivenza. In questo caso l’espediente è una nuova scommessa sul voto utile, che lo scorso aprile non bastò a garantirgli la vittoria e che il prossimo giugno confida di vedere resuscitato in condizioni generali assai meno favorevoli. Perché nel frattempo la sinistra radicale non ha smesso di frantumarsi ma l’effetto novità del PD ha fatto la fine che conosciamo, con il rischio che alle europee una parte decisiva dell’elettorato faccia scattare una sorta di operazione “salviamo il panda”. Con tanti saluti alla soglia del trenta per cento, che pure rappresenterebbe una ben misera linea di galleggiamento per questo PD.

È dunque una scommessa avventurosa quella di Veltroni. Avventurosa e senza neanche la nobiltà residua della “vocazione maggioritaria”, che tale non è mai stata perché fin dall’inizio sostenuta dall’alleanza con Di Pietro. Oggi questo sbarramento artificioso non sarà compreso dal paese e verrà letto come un tentativo di uccidere nella culla qualsiasi tentativo di discutere alla luce del sole la missione del PD. Ma il surreale spirito bipartisan da cui è animato produrrà qualche ricompensa per entrambi i contraenti. Certamente non saranno quelle riforme condivise che l’incedere della crisi rende sempre più urgenti, ma forse qualcosa di più vicino alle sensibilità di Veltroni. Ad esempio la Rai, dove c’è da scommettere che il pantano nel quale il suo PD si è cacciato con i propri piedi sarà magicamente dissolto nel giro di pochi giorni.


20 gennaio 2009
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E' fatta, se lo sono detti
VELTRONI: NULLA SARA' COME PRIMA
Il leader a Napoli: è finita una stagione, con Bassolino ce lo siamo detti
(titolo del Corriere della Sera, pag 15)

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20 gennaio 2009
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Le lezioni della guerra di Israele e lo stigma di Erode
La tregua è fragile e il costo in vite umane terribile, ma dei venti giorni dell’operazione Piombo Fuso è possibile fare un bilancio che guardi anche al modo in cui la politica italiana ha reagito a quest’ultima guerra. Il primo insegnamento non è affatto una novità e riguarda la determinazione di Israele a fare da sola per tutelare la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini, qualunque sia l’opinione prevalente nella comunità politica e mediatica internazionale.

È un insegnamento antico, iscritto nelle fondamenta dello stato ebraico, ma che in questo caso ha sostenuto la sua sfida più grande: quella contro l’accusa di aver deliberatamente condotto un “massacro di bambini”, secondo la formula usata dai molti che alludono (senza saperlo?) alla persistenza dello stigma di Erode come tratto del più classico antisemitismo. Se ogni guerra strazia bambini e genitori, comprese quelle che abbiamo democraticamente voluto negli anni della finzione retorica degli “interventi chirurgici”, è solo la guerra di Israele che merita il titolo di “massacro di bambini”.

Israele sapeva che sarebbe accaduto, così come tutti noi dovremmo conoscere gli strumenti utilizzati nella contesa mediatica globale dai compagni di strada di ogni latitudine del fondamentalismo islamista. E pur sapendolo, Israele ha intrapreso l’unica strada lasciata aperta dalla latitanza della comunità internazionale su Gaza e sugli obiettivi politici di Hamas.

Questo è il secondo e più autentico insegnamento che la guerra ci lascia in eredità: l’ammonimento innanzitutto a noi stessi a non permettere più che Israele sia costretta a fare affidamento solo sulle proprie forze per tutelare la propria sicurezza. E dunque, per quanto riguarda Gaza, l’assunzione di una responsabilità multilaterale diretta nella prevenzione e nella repressione del contrabbando di armi e nella radicale trasformazione della missione di Hamas come viatico per la rinascita umana e civile della Striscia. Ma è un ammonimento che si estende ben al di là della Palestina, investendo la nuova presidenza Obama e la probabile accelerazione che subirà già nei prossimi mesi il dossier nucleare iraniano. Perché anche in questo caso conosciamo già le modalità con cui la democrazia israeliana si prepara a tutelarsi in solitudine dal possibile salto di qualità di quel dossier, dalla sua eventuale trasformazione in minaccia reale contro Gerusalemme.

Alle nostre democrazie, e non solo a quella statunitense, spetta dunque l’onere di impedire che la questione iraniana diventi un problema esclusivamente israeliano. Rivitalizzando un’azione multilaterale di pressione su Teheran che in questi ultimi mesi è sembrata appannarsi, anche per gli effetti del cambio di amministrazione statunitense.

E la politica italiana? Come ha reagito dinanzi ad una discussione pubblica non solo estremamente polarizzata, come da tradizione nel caso di conflitti in quell’area, ma capace di travolgere misure e proporzioni: ad esempio sommando le ambiguità della formula del “massacro dei bambini” a paragoni storici pesantemente allusivi (come l’insistenza sull’”olocausto palestinese” o il confronto tra Gaza e Hiroshima che ieri campeggiava su un titolo di Repubblica di ben undici colonne)? In realtà la politica italiana ha reagito meglio del previsto sia al governo che all’opposizione, dove hanno prevalso toni equilibrati e la ricerca condivisa di un contributo fattivo alla soluzione della crisi.

Per una volta, complice la linea più defilata che Berlusconi ha impresso alla politica estera italiana prima dell’imminente accelerazione del G8, il tasso di protagonismo retorico non è stata l’unica misura della nostra iniziativa internazionale. Frattini ha commesso una gaffe clamorosa, annunciando in Parlamento che non vi sarebbe stata alcuna offensiva di terra israeliana, ma ha gestito in modo equilibrato un ruolo italiano che ha dovuto rendersi compatibile con la presidenza europea di Sarkozy. Ma ciò che più conta, l’Italia si prepara a svolgere intorno a Gaza un ruolo attivo di smilitarizzazione della Striscia partecipando alla prevenzione del contrabbando di armi.

Identico equilibrio è venuto da Piero Fassino, che in questa crisi ha finalmente mostrato a cosa potrebbe servire un buon ministro ombra del PD. L’ex segretario dei DS ha dato prova di lucidità individuando le fonti del conflitto nella vocazione irriducibile di Hamas e ha mostrato una buona dose di coraggio difendendo le ragioni di Israele alla sicurezza, senza imbarcarsi in polemiche autoreferenziali con il governo. Ma soprattutto è riuscito a compattare sulle proprie posizioni la gran parte del PD, nonostante la sostanziale assenza politica di Veltroni.

Rimarrebbe da dire di Massimo D’Alema, che in questi giorni ha mostrato come mai prima d’ora la tenacia del proprio pregiudizio anti-israeliano. Ma serve più ricordare l’isolamento politico che ne ha circondato le battute, tra cui quella memorabile secondo cui la stampa italiana sarebbe imbeccata dai servizi di sicurezza di Gerusalemme.


14 gennaio 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. partito democratico veltroni kinks
Ti ricordi, Walter?
Walter, remember when the world was young
And all the girls knew Walter's name?
Walter, isn't it a shame the way our little world has changed?
Do you remember, Walter, playing cricket in the thunder and the rain?
Do you remember, Walter, smoking cigarettes behind your garden gate?
Yes, Walter was my mate,
But Walter, my old friend, where are you now?

Walter's name.
Walter, isn't it a shame the way our little world has changed?
Do you remember, Walter, how we said we'd fight the world so we'd be free.
We'd save up all our money and we'd buy a boat and sail away to sea.
But it was not to be.
I knew you then but do I know you now?

Walter, you are just an echo of a world I knew so long ago
If you saw me now you wouldn't even know my name.
I bet you're fat and married and you're always home in bed by half-past eight.
And if I talked about the old times you'd get bored and you'll have nothing more to say.
Yes people often change, but memories of people can remain.


G
razie ai Kinks per Do You Remember, Walter?
E grazie a Irene per il suggerimento






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13 gennaio 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. partito democratico Soru Prodi Veltroni
Il caso Soru: perché il PD avrà comunque un leader fuori dal PD
Non vivo in Sardegna, non conosco la qualità dell’ultima amministrazione regionale e dunque non saprei se Renato Soru merita di essere rieletto governatore dell’isola. So però che la grande attenzione nazionale che si è subito prodotta intorno al “caso Soru”, come possibile leader del PD, racconta una storia che non ha niente a che fare con la Sardegna. Più chiaramente di qualunque analisi politica, quell’attenzione trasmette una convinzione che è ormai senso comune: il prossimo contendente di Berlusconi non sarà Veltroni né nessun altro esponente dell’attuale gruppo dirigente del PD.

È sufficiente che faccia capolino sulla scena nazionale un outsider capace di vantare un buon grado di lontananza dal gruppo dirigente democratico, associato come nel caso di Soru ad un rispettabile curriculum professionale e amministrativo, perché gli occhi e le riflessioni di tutti vi vedano subito una possibile soluzione al pantano dell’opposizione. Non importa quali siano le sue convinzioni più autentiche né se vi sia una reale innovazione di contenuti. La centralità del programma? Non scherziamo. La soluzione che il centrosinistra sta cercando è nella capacità di leadership, perché il suo problema è nell’assenza di leadership.

Evidentemente, come dimostra il caso Soru, nessuno lo dice ma tutti lo pensano. Perché per tutti, anche al di fuori dei circoli professionali della politica, il prossimo giro elettorale vedrà la guida del centrosinistra affidata a qualcuno che sia l’incarnazione quindici anni dopo di quello che fu Romano Prodi per il primo Ulivo. Una personalità che sia in grado di federare soggetti politici incapaci, ciascuno nella sua dimensione piccola o grande, di esprimere una leadership unificante e competitiva. Nel 1996 quella personalità fu espressione (forse l’ultima) della cultura politica della sinistra democristiana e di una precisa tradizione di managerialità pubblica. Nessuno al momento può sapere da quale tradizione culturale, civile o imprenditoriale sarà prodotto il prossimo federatore del centrosinistra, nel 2010 o quando ci troveremo nuovamente a votare per il Parlamento. Quel che è certo è che non sarà uno di loro, non sarà un qualunque esponente di quel vasto gruppo dirigente post-comunista e post-popolare che ha insediato Veltroni alla guida del PD ritenendolo l’unico spendibile sul mercato politico del 2008. Non sarà evidentemente Veltroni ma nemmeno D’Alema o chi possa contare sul suo mandato come Bersani. Non sarà Rutelli, se ancora farà parte del PD, né un altro esponente di quell’area “né PCI né DC” che non è riuscita a trovare nel partito democratico le forme per la propria rigenerazione. Quel prossimo leader che cercherà di entrare a Palazzo Chigi per il centrosinistra sarà una qualche variante dell’ipotesi Soru: forse proprio lui, se riuscirà intanto a vincere le prossime elezioni sarde, o comunque qualcuno che ne riproduca il modello di outsider chiamato in soccorso dai professionisti della politica.

Sarà un bene o un male ricorrere ancora una volta alla soluzione del federatore esterno? Sicuramente sarà una nuova manifestazione dell’eccezionalismo italiano, in virtù del quale la politica è costretta a cercare al di fuori dai propri confini il leader competitivo. Ma questa volta, davvero, sarà inutile prendersela con le tare storiche del nostro paese o con la subdola malevolenza di “poteri forti” nuovamente intenzionati a condizionare dall’esterno la politica democratica. Questa volta la colpa dell’ennesima manifestazione di particolarismo non potrà che essere attribuita a coloro che in questi anni hanno disposto del pallino del centrosinistra, godendo della piena e incondizionata facoltà di fondare nuovi partiti e definire i meccanismi di selezione e promozione dei gruppi dirigenti.

Se ancora una volta si torna a guardare fuori dal confine tradizionale dei partiti alla ricerca di un “cavaliere bianco”. è perché gli effetti di un controllo così totale sui destini del centrosinistra sono quelli che abbiamo di fronte agli occhi. Niente avrebbe impedito ai vari protagonisti di questo quindicennio di storia della sinistra italiana di essere loro stessi a determinare il proprio futuro, perché mai nella storia repubblicana si era avuto una tale debolezza delle tradizioni politiche e una così vasta disponibilità di spazi da riempire. Ma quel destino tornerà ad essere determinato dall’esterno dei partiti politici così come essi sono concretamente nell’Italia del 2009.

E allora dovremmo dirci che sarà un bene. Perché esistono nel paese disponibilità civili e morali, competenze intellettuali e professionali, capacità progettuali e di militanza che non possono andare perdute solo perché non si identificano con il berlusconismo e né riescono a farsi rappresentare da un Partito democratico che oggi è soltanto la scatola nella quale si sono rifugiate oligarchie residuali. Che sia Soru o un qualunque altro esponente di una parte del paese che vuole sottrarsi al declino politico, ben venga dunque chi costringerà quelle scatole vuote a tornare a darsi una funzione e una rappresentanza vitale.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 13/1/2009 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

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