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11 ottobre 2009
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Nostalgia di un mondo peggiore
La nostalgia, si sa, è una perfida canaglia. Che ti prende proprio quando non vuoi, secondo la celebre lezione di Albano e Romina. O che può servire a leggere il mondo dopo la fine della Guerra Fredda all’insegna dell’apocalisse dell’Occidente e del dominio incontrollato della guerra e del mercato, secondo la lezione che Angelo d’Orsi intende consegnare al suo ultimo libro. In realtà è capitato a molti di pensare che dopo l’Ottantanove lo stato del pianeta non sia affatto migliorato, che l’equilibrio bipolare fosse ben più stabile e prevedibile, che la forza solitaria dell’iperpotenza statunitense non eserciti alcuna reale egemonia sulla frantumazione della comunità internazionale. Ma la nostalgia che ha preso d’Orsi per il tempo andato della guerra fredda è di segno ancora diverso, perché il nodo di questo suo lavoro non è la comunità internazionale né lo stato del pianeta ma l’espansione ormai senza freni di un modello unitario di dominio del globo: “La guerra come quinta dietro la quale il mondo unipolare realizza la sua ‘grande trasformazione’, sotto il segno di un Mercato Globale che pretende di estendersi con le sue (non) regole urbi et orbi”.

Dunque il capitalismo come trionfatore politico dell’Ottantanove e la guerra come suo esito permanente. Fin qui d’Orsi potrebbe anche essere preso sul serio, trattandosi della tesi che ha avuto la maggiore diffusione nel pensiero critico antiglobalista. Eppure non si riesce a farlo, pur con la massima concentrazione su queste pagine e con la massima benevolenza verso una tesi da cui chi scrive non potrebbe essere più lontano, perché le modalità della sua argomentazione sono tali da rimanere ben al di sotto di altre e più solide letture che negli ultimi due decenni hanno insistito sugli stessi punti. D’Orsi si distanzia da quelli che sono di fatto i maestri del suo pensiero antiglobalista, tra cui Negri e Stiglitz, per l’abbandono di qualsiasi tentativo di comprendere e spiegare quanto è accaduto e per la scelta di una fenomenologia della catastrofe che si legge (e faticosamente) come un’invettiva carica dei più triti luoghi comuni.

A cominciare dalla sua cifra retorica, con la quale al lettore viene inflitta una galleria di questo tenore: le  Twin Towers “che nel volgere di pochi minuti si squagliavano come gelati sotto il sole d’agosto”; le “bandiere (statunitensi) che garrivano al vento della libertà”; “gli american soldiers” afflitti da “ignoranza culturale” e dunque “più brutali ed energici … per il loro disprezzo verso usi, tradizioni, costumi, patrimoni artistici, archeologici, paesaggistici”; i “fiumi di sangue che scorrono copiosi”; Edward Luttwak come “uomo del capitale”, George W. Bush come “sceriffo dell’Old West che cammina tra noi, con la sua stella di latta, tronfio e sicuro di sé” e Noam Chomsky che ovviamente produce “osservazioni pungenti”.

Non è solo una retorica particolarmente infelice a privare di consistenza questo lavoro. Vi è anche un metodo di ragionamento lungo il quale vengono giustapposti fenomeni lontani con una malizia che sa di pregiudizio. Accantonando la rappresentazione inevitabilmente lugubre del profilo della superpotenza statunitense, che d’Orsi racconta come una “macchina poderosa, inarrestabile, invincibile ma paradossalmente fragile” guidata da una “auto-percezione del popolo degli Stati Uniti come ‘popolo eletto’, sinonimo nei fatti dell’Herrenfolk nazista”, colpisce l’insistenza dell’autore su Israele: “avamposto dell’Occidente imperiale e imperialistico”, promotore di “guerre coloniali” e “politiche genocidarie”, ma soprattutto responsabile primario della strategia di attentati kamikaze da cui è stato colpito. Perché, si domanda e si risponde lo stesso d’Orsi, “ci si può forse stupire che preferiscano, quegli uomini, una morte rapida, e magari ‘gloriosa’, facendosi saltare in aria, a quella morte lenta?”. 

Anche qui niente di nuovo, per carità. Non sarà d’Orsi il primo né l’ultimo a sostenere che Israele sia causa della sua tentata distruzione. Eppure stupisce il tono ardimentoso con qui queste tesi vengono accostate alla denuncia della cappa di omertà che, secondo l’autore, avrebbe catturato “l’intero ceto intellettuale e giornalistico occidentale”. Una falange di “intellettuali di regime”, con “i suoi silenzi complici e le sue connivenze”, protagonista di una “mobilitazione ideologica senza precedenti” a cui si sono sottratti i pochi eroici resistenti che “osano aprir bocca per dire pane al pane”. Tra cui naturalmente il d’Orsi insieme a Noam Chomsky ed Edward Said.

Nel frattempo, terminata con molta buona volontà la lettura del volume, è inevitabile domandarsi dove sia finita la tesi di partenza. E dunque chiedersi perché, almeno secondo d’Orsi, il mondo prima del 1989 fosse tanto migliore del nostro. Forse perché la sterminata malvagia mercatista e bellicista dell’iperpotenza statunitense era contenuta nella gabbia dell’equilibrio bipolare? Può anche darsi, ma da queste pagine non è dato comprenderlo. E a questo punto anche il lettore più cinico sarà stato preso da un attacco di nostalgia: non per l’epoca della guerra fredda, ma per il rigore di un pensiero critico che talvolta è capace di argomentare meno banalmente le proprie convinzioni.

Angelo d'Orsi “1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio”, Ponte alle Grazie 2009, pp.318, euro 16,00.


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14 ottobre 2008
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Cerchiamo Bretton Woods? Si trova in America

“Scusi, da che parte si va per Bretton Woods?” È la domanda che in questi giorni rimbalza da un vertice internazionale all’altro. Perché tutti noi, grandi e piccini, sembriamo in attesa che una qualche nuova forma di “governo mondiale” si materializzi per salvarci dalla catastrofe. È la speranza che evidentemente accomuna l’uomo della strada a Silvio Berlusconi, il quale venerdì scorso ha condito la sua colossale gaffe sulla chiusura dei mercati con “l’esigenza di una nuova Bretton Woods per scrivere nuove regole”. E viene da pensare che se persino il Cavaliere confida in nuove regole, vuol dire che se ne sente davvero bisogno.

Ma facciamo qualche passo indietro e domandiamoci se i mitici accordi di Bretton Woods fossero davvero quella rete normativa di sicurezza mondiale di cui oggi sentiamo tanta urgenza. Chiediamoci soprattutto se nascessero come una germinazione regolativa e impersonale, espressione di benevolenza condivisa da tutti e da nessuno. E non invece – quali furono in realtà – come atto fortemente politico di fondazione della nuova alleanza euro-americana che avrebbe segnato la seconda metà del Novecento. Perché ad uno sguardo storico, fuori dall’ambito stretto dell’economia, quegli accordi commerciali e finanziari furono certamente siglati dai rappresentanti di ben quarantaquattro nazioni, ma rappresentarono in buona sostanza un compromesso strategico tra le ragioni della nuova superpotenza globale statunitense e quelle della malconcia potenza europea incarnata per il momento dal declinante impero britannico.

Si trattò in realtà di un “miracolo politico”, nell’efficace sintesi di Richard Gardner, per molti versi sorprendente considerando il potenziale conflitto tra i divergenti interessi nazionali che stavano emergendo a Occidente verso la fine del secondo conflitto mondiale. Un miracolo al quale contribuì tanto la determinazione britannica a conservare all’interno dell’ambito nazionale (e imperiale) il controllo di alcune fondamentali leve di intervento economico, quanto la forza del disegno rooseveltiano volto a garantire un sistema aperto nel quale gli Stati Uniti potessero giocarsi in piena libertà la carta dell’egemonia conquistata sui fronti di guerra. Come ha scritto John G. Ikenberry, “l’intesa conteneva un’originale miscela di laissez-faire e interventismo economico. Permetteva il funzionamento di un sistema commerciale relativamente aperto con accordi volti a sostenere all’interno delle singole nazioni la piena occupazione e l’adozione di meccanismi di protezione sociale. Fu una sintesi tra obiettivi di liberalismo economico e obiettivi di welfare sociale”.

Dunque un patto tra le potenze reali d’America e d’Europa (più reale quella statunitense e molto meno quella britannica, anche se sembrava di non saperlo) che concordarono pragmaticamente un percorso di funzionamento del nuovo sistema aperto, approfittando del sostanziale vuoto istituzionale nel quale si trovava la comunità internazionale alla fine del conflitto. E anche un patto rivolto alla riconversione delle economie di guerra in direzione di una nuova stagione di crescita, piuttosto che una rete di salvataggio per regimi economici in crisi.

Il pragmatismo di potenza e assai poco normativo di quell’accordo lo si vide confermato nel momento della sua archiviazione, agli inizi degli anni Settanta, quando gli Stati Uniti si trovarono a pagare il conto della propria superiorità e degli sforzi spesi nella riattivazione dell’economia mondiale. La crescita economica dei paesi europei e del Giappone, il protagonismo dei nuovi paesi indipendenti con la conseguente crescita nel prezzo delle materie prime, gli effetti di lungo periodo della competizione bipolare con l’Unione sovietica costrinsero gli USA a riformulare le regole del proprio impegno nella comunità economica mondiale.

Anche allora, attorno alla fine degli accordi di Bretton Woods, si parlò di “fine dell’egemonia americana”. E anche allora si scrisse di una sempre più ampia faglia transatlantica destinata a separare l’Europa dagli Stati Uniti, mentre la potenza sovietica conosceva l’ultima stagione di rafforzamento economico-militare e il progetto comunitario europeo sembrava ormai preda della paralisi. Ma da quell’imbuto apparentemente senza speranza gli Stati Uniti e l’Europa sono usciti come dovremmo ricordare. Washington attraverso un profondo ripensamento innanzitutto politico delle basi della propria egemonia, con un ciclo reaganiano capace di riattivare le fondamenta culturali prima ancora che tecnologiche del capitalismo e di contaminare per questa via l’intera economia occidentale. L’Europa, dall’altra parte, agganciando il progetto comunitario a nuovi scenari di crescita e liberalizzazione economica che furono la chiave per spingere in avanti i meccanismi di integrazione. Un’uscita concordata pur in mancanza di meccanismi di concertazione istituzionale, che fu resa possibile dalla convergenza delle due sponde atlantiche intorno ad un orizzonte politico condiviso.

Possiamo dunque elevare l’epopea di Bretton Woods al rango di modello di riferimento per il “governo economico globale” che andiamo cercando in questi giorni? Sì, a patto di guardare alla sostanza pragmatica e politica che fu alla base di quegli accordi. Quella stessa sostanza che Europa e Stati Uniti stanno forse e faticosamente cominciando a trovare in questi giorni, come ci dicono le prime buone notizie di ieri, mentre la retorica sulla “fine del secolo americano” sembra provocare un bisogno bulimico di regole e normative che da sole non basteranno mai a farci uscire dalla crisi.


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1 ottobre 2008
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Onore alla democrazia americana
Visto dall’Italia, c’è qualcosa di vertiginoso nel modo in cui la democrazia americana ha confermato il proprio primato con il voto congressuale di lunedì. Vertiginoso, spericolato ma comunque irresistibile. Perché anche di fronte all’abisso del “meltdown” finanziario, un’assemblea di rappresentanti democratici ha ritenuto di non dover comprare il pacchetto di emergenza venduto da una leadership priva ormai di carisma e autorevolezza. La stessa leadership presidenziale che ieri è stata costretta da quel voto a chiedere la diretta televisiva, per spiegare alla nazione americana che il pacchetto era indispensabile ma soprattutto per implorare il Congresso a tornare sui propri passi.

Quella che abbiamo visto in questi due giorni è la differenza che passa tra un parlamento di eletti dal popolo e un parlamento di nominati dai vertici politici. I primi devono andare e tornare nei propri collegi, spiegare ai propri elettori cosa si è fatto e perché, conquistarsi a fatica ogni centimetro di consenso e spenderlo poi con molta attenzione nel gioco politico nazionale. I secondi possono cavarsela contrattando con la segreteria di partito la propria sopravvivenza politica, esibendo dosi ponderate di fedeltà verso l’alto e facendo affidamento sull’impossibilità per gli elettori di scegliere una faccia piuttosto che un’altra (come nel caso delle nostre preferenze già cancellate o in via di cancellazione). E infine comportandosi di conseguenza in Parlamento, dove il problema della democrazia italiana non è certo nel fantasioso “putinismo berlusconiano” ma nella stanchezza di partiti che non riescono più a trovare un legame di autentica responsabilità con i propri elettori.

L’indipendenza mostrata lunedì dal Congresso statunitense ci inquieta per le conseguenze che ha provocato sui mercati ma allo stesso tempo ci rassicura. Perché ci racconta una storia democratica che non finisce di mostrarsi vitale, anche nei passaggi di maggiore pressione e difficoltà. Sarà anche vero che l’avvicinarsi dell’Election Day del 4 novembre avrà spinto molti congressisti a diffidare degli appelli di un presidente ormai devastato, così come avrà pure contato una buona dose di populismo anti-Wall Street. Ma la maggioranza parlamentare che ha rifiutato l’approvazione del pacchetto era ampiamente trasversale, fatta sì di Repubblicani radicali che hanno gridato al bolscevismo di stato ma anche di molti Democratici che non se la sono sentita di vendere ai propri elettori la storia del salvataggio in corner di una finanza irresponsabile.

Quella variegata maggioranza andrebbe guardata con attenzione. E persino con una punta di invidia. Perché il Congresso ha rivelato un’idea di interesse nazionale più sofisticata di quello che ci suggerirebbero le nostre chiacchiere sul modello americano di bipartisanship. Il consenso tra le parti parlamentari quando serve, ma prima ancora la difesa di quel legame tra eletto ed elettore che rappresenta ancora la vera sostanza della democrazia.

Al contrario di Vittorio Zucconi – che ieri su Repubblica declinava il suo solito antiamericanismo nel racconto di una “dimostrazione di mediocrità provinciale e di ammutinamento egoistico offerta dalla Camera degli Stati Uniti” – in quel voto riconosciamo i segni di un autentico primato democratico. E siamo tentati di scommettere che il pacchetto salva-Wall Street alla fine ci sarà, approvato da una maggioranza di parlamentari per niente spaventati dalle proprie azioni ma sicuri a quel punto di poter spiegare con maggiore serenità il senso di quella scelta ai propri elettori.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 1/10/2008 alle 14:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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