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9 giugno 2009
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Alla socialdemocrazia serve una terza giovinezza
Non è la prima volta che la sinistra europea viene data per defunta. Accadde già alla metà degli anni Ottanta, quando Ralf Dahrendorf annunciò la “fine del secolo socialdemocratico” guardando al tramonto del tradizionale modello welfarista. Oggi, come ha spiegato Giuliano Amato intervistato su queste pagine da Franco Locatelli, i progressisti europei verrebbero puniti perché troppo cauti nel rassicurare un elettorato spaventato dalla crisi e bisognoso di più garanzie e maggiore intervento dello Stato. Può darsi che le cose stiano effettivamente così. Ma uno sguardo alla storia recente della sinistra europea può indurre una riflessione di segno diverso, tale da spiegare quest’ultimo tracollo con la fine della seconda giovinezza del progressismo continentale. Un esito dopo il quale sarà comunque impossibile tornare alle vecchie sicurezze ideologiche, ormai definitivamente prive di riferimenti sociali e culturali.

Non aveva infatti tutti i torti Dahrendorf con quel suo necrologio di ormai un quarto di secolo fa. Alla fine degli anni Settanta la missione socialdemocratica che era riuscita a scolpire i sistemi di welfare europei con gli strumenti dello stato nazionale, della stabilità dei flussi demografici e dell’espansione della spesa pubblica poteva ormai dirsi felicemente conclusa. Un traguardo raggiunto, ma dopo il quale la sinistra europea si trovò priva di una vera ragion d’essere mentre i suoi tradizionali insediamenti collettivi cambiavano definitivamente profilo e lo stato nazionale perdeva il pieno controllo delle politiche economiche e sociali.

Da quel declino da successo la socialdemocrazia uscì solo quando seppe reinventare negli anni Novanta la propria natura, provando a conciliare coesione sociale e innovazione economica. Fu quella la stagione di nuovi e baldanzosi riformismi, variamente intesi di qua e di là dall’Atlantico tra clintonismo, blairismo, Neue Mitte tedesco e persino qualche brandello di ulivismo italiano, ma tutti impegnati a spingere insieme crescita e redistribuzione sui ritmi del tempo nuovo della globalizzazione. Un’epoca pervasa dallo spirito di un ottimismo che ai nostri occhi più cupi può apparire ingenuo, ma tuttavia un’epoca che vide buoni tassi di sviluppo andare di pari passo con la trasformazione dei tradizionali sistemi di garanzia sociale mentre risorgeva una cultura politica che solo pochi anni prima aveva esaurito le cose da dire.

In un libro di grande acume (“Eclisse della socialdemocrazia”, appena pubblicato dal Mulino) Giuseppe Berta muove al socialismo di quella stagione l’accusa di aver aderito “quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli”. Ma il punto è che proprio “aderendo plasticamente” al capitalismo, e interpretandone gli impulsi vitali all’insegna dell’innovazione, la socialdemocrazia europea ha vissuto la sua seconda e più recente giovinezza. Una rinascita che oggi può essere definitivamente archiviata con il risultato del voto europeo, dopo essersi incrinata da anni per i colpi della crisi della globalizzazione e del tramonto dell’ottimismo degli anni Novanta.

L’interrogativo che ne deriva è dunque questo: davvero la socialdemocrazia europea potrebbe risorgere tornando alla sua prima gioventù in nome dell’esigenza di rassicurare con più Stato e meno libertà economica gli elettorati continentali, e dunque mettendosi in cerca di riferimenti sociali scomparsi da decenni e di strumenti nazionali ormai dimezzati? Lo pensano in molti, soprattutto in una sinistra come quella italiana che non ha mai davvero completato la propria trasformazione in senso liberale. Eppure non è difficile accorgersi, come ha scritto John Lloyd sul Sole 24 Ore qualche settimana prima del voto europeo, che non è certo la sinistra ad avvantaggiarsi dell’atmosfera di crisi. Ci riesce molto meglio una destra che qua e là riscopre il proprio fondo protezionista, mentre le varie e piccole entità neo-massimaliste presidiano ormai la retorica anticapitalista. Alla socialdemocrazia non rimane dunque che prepararsi ad un tragitto lungo e difficile: quello che dovrà condurla a reinventarsi ancora una volta, all’insegna di quello spirito di libertà e innovazione che ne ha segnato la sua più recente e migliore stagione.


24 maggio 2009
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Fine della socialdemocrazia?
Sono ormai molti anni che nel centrosinistra ci si rompe la testa su quale dovrebbe essere l’approdo europeo della transizione politica italiana, attribuendo ora al “socialismo europeo” ora a più vaghe “terre di mezzo” una funzione quasi sacrale di legittimazione ad uso interno. Ma di rado qualcuno si è interrogato a fondo su cosa fossero diventate quelle famiglie politiche a cui nella nostra confusione si è guardato con aspettative tanto salvifiche. Lo fa Giuseppe Berta in un libro piccolo e bello appena pubblicato dal Mulino (“Eclisse della socialdemocrazia”, pp.135, €10), lettura preziosa in questi giorni di vigilia elettorale in cui si discute di tutto tranne che di politica europea.

Storico dell’economia e commentatore per Sole 24 Ore e Stampa, Berta scrive di Europa guardando ad una delle sue grandi culture politiche. E raccontando ancora una volta la trasformazione di un’ideologia che fin dalla fine degli anni Settanta si dibatte in una crisi di strategia e identità, legata alla scomparsa dei suoi tradizionali insediamenti sociali e al completamento del progetto welfarista a cui sin dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale aveva dedicato la sua seconda e più felice stagione storica. Berta muove da qui per guardare in particolare al caso britannico e a quello tedesco, e dunque all’esperienza dei due partiti europei che più di altri hanno assunto durevoli responsabilità di governo nell’ultimo ventennio. Un accostamento ardito, quello tra Labour e SPD, che non troverebbe molti sostenitori in due partiti le cui ispirazioni e tradizioni culturali sono state nel tempo anche molto distanti le une dalle altre. Ma la domanda che si pone Berta supera la filologia storica e va direttamente al nodo politico di questi anni: “esiste oggi un profilo politico specificamente ascrivibile alla socialdemocrazia europea?”. È dunque naturale che, per rispondere, egli guardi alle due principali esperienze di governo del centrosinistra europeo di quest’ultimo ventennio.

“Nell’epoca della globalizzazione – scrive Berta – la socialdemocrazia al governo ha scoperto di dover aderire quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli”. È la principale imputazione che il libro muove al socialismo europeo nella sua forma contemporanea, la ragione che l’avrebbe condotto ad abbandonare la ricerca dell’eguaglianza. E dunque il tema con il quale è inevitabile fare i conti in piena franchezza. Innanzitutto perché si tratta di un’imputazione che poggia su basi di verità. È infatti vero oltre ogni dubbio che la sinistra europea più efficace, la sinistra che è riuscita a guadagnare consenso e progettualità dopo quella che Ralf Dahrendorf definì già nei primi anni Ottanta la “fine del secolo socialdemocratico”, ha saputo ritrovare nella rivitalizzazione del capitalismo la sua nuova ragion d’essere. Ma è altrettanto vero che altre strade non ce n’erano né potevano esserci, all’interno di partiti di nobile lignaggio che si erano trovati completamente spiazzati dal completamento del loro stesso disegno welfarista.

Si prenda ad esempio la vicenda del Labour britannico prima della rinascita di fine anni Ottanta, tenacemente voluta da quel leader coraggioso e misconosciuto che è stato Neil Kinnock. Prima del recupero di lucidità e metodo voluto da Kinnock, quasi un decennio prima che Blair e Brown s’inventassero il New Labour, il partito che nel 1945 aveva condiviso con la socialdemocrazia scandinava la costruzione del welfare europeo era sprofondato in una sorta di gorgo isolazionista, anticapitalista e cupamente antieuropeo. Ed era arrivato fin laggiù non certo per l’attivismo di frange estremistiche interne o tantomeno per una contaminazione comunista da cui il laburismo britannico era ben vaccinato, quanto per l’esaurirsi della spinta progettuale che l’aveva sorretto per decenni sulla base dell’originale intuizione welfarista. Un esaurirsi fisiologico, dovuto al raggiungimento già alla fine degli anni Cinquanta di molti degli obiettivi che il Labour si era dato nel 1945 e al quale la stagione del revisionismo ispirato più di altri da Anthony Crosland aveva poi tentato di fornire nuova linfa.

Ma comunque un esaurirsi inevitabile, che aveva lasciato campo libero al progetto thatcheriano e dopo il quale il Labour non aveva saputo per molti anni ritrovare la strada della rinascita politica. Quella strada doveva infine coincidere con la riscoperta della capacità di valorizzare gli aspetti creativi del capitalismo (il suo tratto ottimisticamente schumpeteriano, verrebbe da dire con Berta che dedica l’incipit del libro a Schumpeter e alla sua profezia sul declino del capitalismo nell’era della regolamentazione post-bellica) insieme allo sforzo di adattare l’originaria ispirazione egualitaria e universalistica all’obiettivo di generalizzare gli strumenti educativi per la realizzazione del potenziale di ognuno. I semi di tutto questo erano già in Kinnock e nella sua idea di trasformare il welfare tradizionale in “springboard”, “trampolino di lancio” per accorciare le distanze sociali per mezzo della riuscita individuale e di gruppo. E solo dopo quei semi sarebbero completamente fioriti nell’esaltazione della globalizzazione venuta con il New Labour.

Quel che è vero è che quella stagione si è associata, non solo in Gran Bretagna, ad un’era dell’ottimismo che oggi non può che apparirci arcaica e ingenua. Ma come ricorderemo di qui a dieci anni, se non come un’altra manifestazione di ingenuità per giunta aggravata dalla subalternità ad altre culture politiche, il revival di antimercatismo di cui dà prova dinanzi alla crisi una parte ormai maggioritaria del centrosinistra italiano prendendolo integralmente a prestito dal centrodestra protezionista? Perché proprio questo è un punto al quale conduce, forse senza neanche volerlo, la serrata riflessione di Berta. Nel suo tentativo di rinascere dalla crisi del welfarismo la socialdemocrazia ha creduto nel valore di liberazione umana del capitalismo più di quanto non abbia fatto la destra europea, che dopo il Kulturkampf thatcheriano l’ha letto essenzialmente in chiave di potenza nazionale e nazionalistica.

La socialdemocrazia in versione neoliberale ha investito sul capitalismo con un sovrappiù dell’entusiasmo tipico dei neofiti?  È quanto è accaduto solo in alcuni casi. Perché, come ben ricorda l’ultimo capitolo di Berta dedicato a Keynes, alla stessa radice del progetto welfarista era l’aspirazione ad “una sostanziale riduzione della diseguaglianza all’interno della cornice delle istituzioni plasmate dalla tradizione liberale”. E dunque quell’intreccio tra liberalismo sociale e socialdemocrazia, che pure fu più esplicito nel caso britannico perché innervato nelle stesse origini storiche del Labour, non attendeva che di essere riscoperto e valorizzato dalla parte più lucida della sinistra europea dopo lo smarrimento politico di fine anni Settanta.

In questi tempi di crisi ogni parola di ottimismo rischia di stonare. Ma è difficile immaginare che una volta fuori dall’emergenza la sinistra europea trovi una strada diversa da quella della valorizzazione della dignità del lavoro e dell’eguaglianza delle opportunità, e dunque delle battaglie di libertà anche economica che ha saputo condurre nei suoi più recenti anni migliori, piuttosto che mettersi alla ricerca di fantomatici “insediamenti sociali” scomparsi una volta per sempre.


2 dicembre 2008
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PD e PDL, l'ossessione dell'identità europea
Il socialismo europeo non esiste. O meglio, non esiste quel socialismo europeo su cui da anni si accapiglia il centrosinistra italiano. Il socialismo perfetto e rifinito in tutti i suoi precetti, per intendersi, al quale si dovrebbe aderire come si sceglie una fede religiosa. Un’entità mistica che provoca conflitti per l’appunto religiosi come quelli che da anni (ben prima della nascita del PD) contrappongono in Italia popolari e postcomunisti.

Ove mai fosse esistita, è almeno dalla fine degli anni Cinquanta che in Europa la “socialdemocrazia ideale” ha lasciato il posto ad un ampio ventaglio di declinazioni politiche nazionali. Ognuna con la sua specifica torsione più o meno welfarista, più o meno atlantista, più o meno sindacalistica e via di questo passo per ognuno dei nodi che definiscono il profilo politico di una forza di sinistra.

Esiste certamente un Partito del socialismo europeo, con i suoi uffici di Bruxelles e il suo gruppo al Parlamento europeo. Ma non è un mistero per nessuno, ad esempio, che tra il Labour britannico e il PS francese vi sia nei fatti e da tempo (prima di Blair e della Terza Via) una divaricazione di sensibilità e prospettive che non ha mai impedito che entrambi quei partiti appartenessero alla famiglia socialista. Perché nella sua realtà concreta e nazionale quella famiglia è assai meno ortodossa di come è stata dipinta in Italia dal gruppo dei suoi avversari e da quello dei suoi fedeli, ognuno dei quali ne ha dato in questi anni una rappresentazione sovrannaturale.

Se questo è accaduto, non lo si deve alla tenacia del nostro idealismo ma alla funzione che la rappresentazione dogmatica del socialismo europeo ha avuto nelle molte transizioni che hanno attraversato il nostro centrosinistra. Negli anni Novanta essa ha svolto una preziosa funzione di ancoraggio per la navigazione dei post-comunisti, che hanno trovato nell’orizzonte del socialismo europeo un approdo assai più solido delle fumisterie su cui era nato il PDS. Più di recente, per gli eredi della famiglia popolare quell’immagine ha svolto lo stesso identico ruolo di orientamento in mare aperto. Ma stavolta tutta in negativo, come un faro da cui tenersi lontani per continuare a dirsi diversi da coloro con i quali si sceglieva di andare a convivere.

Il conflitto tra queste due letture identitarie ha cristallizzato nella nostra discussione un’immagine del socialismo europeo che non ha più alcun rapporto con la concreta realtà della politica europea, così come si compone di singole realtà nazionali. Ed è proprio la sclerosi italiana di quell’immagine a rappresentare l’ostacolo dinanzi al quale si trova oggi il PD, che sconta anche su questo il patto oligarchico dal quale ha preso origine. Mentre sul terreno religioso e bioetico la facoltà di scelta individuale permette un ampio spazio di movimento, nel campo delle affiliazioni identitarie europee l’accordo tra l’oligarchia postcomunista e quella popolare non riesce a trovare alcuna quadra. Producendo lo spettacolo che abbiamo visto ieri a Madrid: con il segretario del PD Veltroni che interviene ma senza firmare il manifesto, l’ex segretario dei DS Fassino che firma ma a nome di un partito estinto e tutt’intorno gli ex popolari che ribadiscono la propria estraneità presente e futura. Non ha davvero tutti i torti Riccardo Nencini, segretario dei socialisti italiani, quando afferma che ieri per la sinistra italiana si è chiuso (male) “il capitolo aperto nel 1992, quando Occhetto chiese a Craxi di farsi garante negli organismi internazionali socialisti degli eredi del PCI”.

Sarebbe potuta andare diversamente? Forse no, considerando il peso che la navigazione identitaria ha avuto nei vent’anni della nostra transizione a sinistra. Perché è a quella navigazione che è stata sacrificata la più concreta spendibilità politica del socialismo europeo in Italia, soprattutto mentre continua a mancare nel PD un autentico confronto di merito sulla direzione e la strategia. Il risultato del compromesso di Madrid permetterà forse a Veltroni di superare uno scoglio in più, ma è difficile che in futuro il peso del centrosinistra italiano in Europa ne ricavi qualche giovamento.

Anche perché dall’altro lato il centrodestra italiano si appresta a veder crescere enormemente la propria rilevanza continentale. Il nuovo partito unico berlusconiano diventerà con ogni probabilità il più grande raggruppamento nazionale del PPE, riuscendo al contempo a traghettare senza troppi traumi gli eredi del Movimento sociale nella famiglia popolare. Naturalmente non è tutto merito dell’agilità berlusconiana, quanto piuttosto degli effetti di lungo periodo della svolta aperturista che Helmut Kohl volle imprimere al PPE nei primi anni Novanta: non più il partito doc dei democristiani europei, ma il raggruppamento dei diversi soggetti nazionali di centrodestra. Ognuno con la sua storia e ognuno con la sua identità, ma tutti dalla stessa parte della barricata nei diversi parlamenti nazionali. È la formula che avrebbe potuto fare del PSE il collante del centrosinistra italiano, se il peso delle transizioni identitarie non avesse ingessato tutto ormai senza rimedio.


19 settembre 2008
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Eurosinistra, diagnosi di un coma

Forse c’è un modo per tirarsi su di morale, un piccolo tonico per il nostro sconforto politico. Basta guardare fuori dai confini italiani, farsi un giro nelle discussioni che animano (o più spesso deprimono) la sinistra europea. E pensare che in fondo c’è anche chi sta peggio di noi. Come consolazione non è granché, ma di questi tempi non si butta via niente. In effetti lo scenario che si coglie guardando ai partiti socialisti dell’Europa occidentale è particolarmente cupo. Vecchie leadership che lottano per sopravvivere a sé stesse, debolezza di governo là dove si è al potere e fragilità verso la destra là dove si è opposizione. Soprattutto, la percezione che sia concluso un lungo ciclo politico e culturale senza che vi sia alcun indizio sulla direzione da prendere. Una percezione che proprio in questi giorni risulta particolarmente amplificata, con una crisi della finanza mondiale che chiude definitivamente i conti con la stagione della crescita economica. E mentre dà ossigeno alla nuova destra protezionista e sicuritaria che Tremonti torna a tradurre con “Dio, patria e famiglia”, seppellisce quei germi di ottimismo e fiducia che hanno comunque accompagnato ogni diversa declinazione nazionale della Terza Via.

Guardiamo innanzitutto alla sinistra francese, dove il trauma della sconfitta del 2007 è tutt’altro che superato e dove il crollo della popolarità di Ségolène Royal ha riaperto un’incredibile partita tra gli anziani maggiorenti del partito. Con un groviglio di nuove alleanze tra vecchi elefanti da far impallidire le magagne del nostro Partito democratico. Basti dire che Laurent Fabius e Dominique Strauss-Kahn sono appena tornati ad allearsi, dopo essersi divisi praticamente su tutto nel corso degli ultimi anni, per sostenere la candidatura di Martine Aubry alla guida del partito. Difficile capire come possa essere accaduto che il no-globalismo di ritorno di Fabius, potenziato da generose dosi di antieuropeismo, si sia affiancato al solido riformismo globalista di Strauss-Kahn. Se non guardando ad una scomposizione del campo jospiniano che vede, dall’altra parte, l’ex primo ministro Jospin e il segretario uscente Hollande schierati con il popolare sindaco di Parigi François Delanoe. La vittoria della Aubry sarebbe l’ultima chance di un ritorno politico per Fabius, la cui credibilità è stata quasi cancellata dalle varie giravolte conservatrici degli ultimi anni, mentre Strauss-Kahn avrebbe alla guida del partito una pupilla sulla quale esercitare facilmente il proprio potere di indirizzo (tra l’altro rimanendo a Washington a capo del Fondo Monetario Internazionale).

Intanto Delanoe può far pesare gli alti livelli di consenso conquistati sul campo a Parigi insieme ad una proposta politica sufficientemente vasta da accontentare le nostalgia della vecchia sinistra e un leggero gusto per l’innovazione. La stessa miscela usata nel maggio scorso per lanciare in gran pompa il suo ultimo libro, “De l’audace!”, nel quale auspicava l’innesto di elementi liberali sul ceppo socialista. Tutt’altro che una novità per il resto del mondo, ma evidentemente troppo per i molti esponenti di peso del partito che hanno reagito con scandalo alla contaminazione.

Tra fazioni che si scompongono e si riaggregano intorno alla coppia Aubry-Delanoe, dalla quale con ogni probabilità uscirà il vincitore del prossimo congresso in programma a Reims per metà novembre, Ségolène gioca l’ultima e disperata partita all’insegna della “lotta contro gli apparati”. Martedì sera ha platealmente annunciato di voler “mettere in congelatore” la propria candidatura alla guida del partito, con una mossa esclusivamente tattica. Perché il suo vero, ultimo appuntamento sarà il 27 settembre sulle piazze di Parigi. Con un “Rassemblement de la fraternité” a cui ha convocato i propri sostenitori insieme a cantanti, artisti e tutto quel bel mondo che le è stato accanto nella perduta campagna per le presidenziali senza garantirle poi alcun sostegno all’interno del partito. Una prova di forza dalla quale la Royal uscirà travolta o miracolosamente risanata.

Sulla strada più tradizionale del congresso socialista, nel frattempo, si segnala un’autentica bulimia di documenti politici e programmatici. Al momento sono stati presentati ben 260 contributi tematici e 21 piattaforme politiche, con titoli che spaziano da “Bisogno di sinistra” di Pierre Moscovici (altro jospiniano schierato con Delanoe) a “Urgenza sociale” di Pierre Larrouturou, da “Socialisti, altromondisti, ecologisti” di Franck Pupunat a “La linea chiara” di Gérard Collomb. Facile a dirsi, perché in realtà la linea dei socialisti francesi è tutt’altro che definita. E al momento Delanoe appare il favorito in una corsa congressuale che non ha fatto emergere alcuna significativa innovazione politica e culturale, dominata com’è da una lotta tribale che non ha molto da dire al di fuori dei confini di un partito in crisi.

Se la Francia piange, la Gran Bretagna non ride. Almeno nel caso di Gordon Brown, che da domani affronterà una delle prove più dure della sua carriera politica. Il congresso laburista di Manchester si apre in uno dei momenti peggiori da molti anni a questa parte per l’economia britannica, scossa più di altri paesi europei dal tifone finanziario statunitense oltre che da segni recessivi sempre più evidenti. La sfida alla sua leadership è stata solo provvisoriamente silenziata, con David Miliband che continua a riflettere sull’opportunità di lanciarsi in campo già ora o se attendere il naturale logoramento del Primo Ministro.

Eppure non è detto che l’aria di tormenta non finisca per giovare a Gordon Brown, il quale ha già fiutato il bisogno di rassicurazione sociale che viene dal paese. Soprattutto dopo gli eventi delle ultime settimane, ai quali egli ha reagito da sapiente conoscitore dei tasti più solidi della tradizione laburista. Il messaggio precongressuale che ha indirizzato pochi giorni fa al governo e al partito insisteva ad esempio sulla diversità epocale rispetto al 1997, l’alba lontana e tanto piena di ottimismo del governo New Labour, descrivendo “un mondo di traumatici cambiamenti sociali e demografici dove la gente ha bisogno di una dose maggiore – e non certo minore – di servizi pubblici. Servizi che siano universali anche se non uniformi, orientati dai bisogni reali della popolazione e non da scelte calate dall’alto”. Dunque nuova forza al suo vecchio e sempreverde accento sui servizi pubblici universali, ma anche alla promessa di rassicurazione e giustizia sociale. “ll New Labour deve dare più sicurezza alla vita di tutti, costruendo un paese con giuste regole accanto a giuste opportunità. Perché quando l’imprevisto arriva troppo spesso sono i ricchi e i potenti che possono proteggersi con facilità mentre gli altri scontano i rischi maggiori e godono di opportunità molto minori”.

Non è detto che la scommessa della rassicurazione sociale basti a salvare Brown, la cui credibilità è comunque legata ad una lunga stagione di stabilità finanziaria e crescita economica che appare ormai al tramonto. Quel che è certo è che il campo dei suoi avversari conta (forse) sulla formidabile personalità di David Miliband ma non può vantare alcuna particolare vitalità ideale. Se ne è avuta prova all’ultimo seminario di Policy Network, il think tank guidato da Peter Mandelson dove sono nate alcune delle idee più efficaci del ciclo blairiano. Ma che oggi, riflettendo sabato scorso sugli orizzonti del socialismo liberale, si è ritrovato nelle parole sconfortate dell’ex ministro per l’Europa Roger Liddle: “Il Labour è in crisi in tutti i sondaggi e dobbiamo prendere atto che i problemi strutturali che hanno indebolito il centrosinistra sul continente europeo stanno ormai condizionando anche la politica britannica”. E con questo, sembrano dirci persino i blairiani, addio alla Gran Bretagna isola felice della sinistra europea.


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