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19 giugno 2009
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Dahrendorf, il liberale corteggiato da sinistra
La prima immagine che viene in mente alla notizia della scomparsa di Ralf Dahrendorf appartiene ad un film. “Mario, Maria e Mario”, il racconto che Ettore Scola dedicò nel 1993 alle tribolazioni di una coppia di militanti del PCI investita e divisa anche nei sentimenti privati dal crollo del Muro. In particolare il momento nel quale “l’altro” Mario, per sedurre la già tormentata Maria, le regala con occhio malandrino una copia del “Conflitto sociale nella modernità”. Lui, ingraiano e contrario alla svolta, che ricorre al libro di un maestro liberale per rubare la moglie ad un sostenitore di Occhetto. È una scena che fotografa meglio di molti saggi il ruolo che Dahrendorf ha svolto per un lungo tratto della transizione della sinistra italiana. Non tanto quello di bussola intellettuale nelle sue molte giravolte ideologiche, quanto quello di oggetto del desiderio per identità politiche che negli ultimi vent’anni sono state diverse, conflittuali e in continua trasformazione. Ma tutte accomunate dalla ricerca di un paradigma che fosse almeno in parte consolatorio, un filo che servisse a trovare all’esterno quella legittimazione teorica che non poteva essere più recuperata in un pantheon nazionale già ampiamente logorato.

Chiamato in causa più volte e da più direzioni, Dahrendorf si è prestato solo in parte a quella funzione di garanzia intellettuale che la politica italiana gli ha chiesto nel corso di due decenni. Preferendo svicolare e puntualizzare, piuttosto che cedere alla vanità del titolo di profeta. D’altra parte era stato lui stesso a definire il “muoversi ai confini” come una sua qualità fondamentale, e non solo per l’essere stato socialdemocratico in gioventù e liberale nell’età adulta. La trasversalità della funzione di padrinaggio intellettuale che la nostra politica ha cercato di fargli svolgere nasceva dalla radicalità con cui aveva innestato nel liberalismo l’attenzione alle regole distributive e alla cittadinanza sociale del lavoro, svolgendo in parallelo un’impietosa opera di demolizione delle antiche verità socialdemocratiche. O meglio, guardando alla socialdemocrazia come ad un grandioso progetto di ricostruzione della cittadinanza che si era esaurito per aver sviluppato il welfare state fino al suo naturale declino e avere dunque svolto fino in fondo il proprio compito. Un progetto, quello socialdemocratico, che poteva e doveva essere archiviato per permettere alla sinistra di andare finalmente alla ricerca di nuovi insediamenti simbolici e sociali.

Dopo le molte ibridazioni autoctone di socialismo e liberalismo che la sinistra italiana aveva conosciuto, quella di Dahrendorf apparve libera dal tratto vocazionalmente minoritario che aveva segnato la fortuna di Gobetti, dei fratelli Rosselli o della piccola socialdemocrazia di Saragat, provenendo invece da tradizioni europee più grandi e influenti che egli non cessava di sezionare criticamente ma dalle quali traeva forza e legittimazione. Anche per questo l’apice della notorietà italiana di Dahrendorf coincise con il momento nel quale la ponderosa tradizione del PCI arrivò al termine, abbandonando gli eredi in un deserto simbolico nel quale era urgente trovare punti di riferimento che non fossero più quelli della socialdemocrazia (demonizzati fino al giorno prima e in ogni caso ancora saldamente controllati dal PSI) ma che non potevano ancora essere quelli del liberalismo tradizionale.


Il 1989 italiano trovò allora in Dahrendorf il suo vero nume tutelare: invitato a Montecitorio da Nilde Iotti alla vigilia del crollo del Muro per spiegare ai parlamentari italiani il sistema politico britannico; studiato dall’Istituto Gramsci e dalla rivista Critica Marxista come caso originale di contaminazione tra socialismo e liberalismo; ma soprattutto esaltato da Achille Occhetto come colui che avrebbe forse fornito al suo fumoso “oltrismo” le chiavi teoriche per saltare il vecchio socialismo e approdare finalmente da qualche parte, anche con l’incoraggiamento di una candidatura al parlamento europeo nelle elezioni di quello stesso anno. Ma Dahrendorf non era di facile presa. E così come rifiutò la candidatura nel PCI, non cessò mai di dialogare con un PSI che pure egli aveva rappresentato nella sua stagione craxiana come una delle declinazioni mediterranee del thatcherismo: ovvero di quella che considerava come una versione riduttiva del liberalismo, incapace di andare oltre la semplice riduzione dei vincoli. E lo stesso Craxi, per quanto recentemente maltrattato, lo volle nominare interprete autentico dello spirito libertario delle rivoluzioni anticomuniste nella sua relazione alla conferenza programmatica del PSI del 1990, naturalmente in funzione antiocchettiana.


La seconda stagione della notorietà politica italiana di Dahrendorf coincise con quella del nostro fragile blairismo, che per un breve tratto della seconda metà degli anni Novanta sembrò offrire al centrosinistra una nuova via d’uscita identitaria. Erano i mesi degli entusiasmi per “l’Ulivo mondiale” (nella sua declinazione prodiana) o per la “progressive governance” (in declinazione dalemiana). Entrambi miravano a importare la retorica della “terza via” in Italia e da entrambi i campi si guardò a Dahrendorf come a colui che, già avvezzo al linguaggio della nostra politica, avrebbe potuto farsi inteprete per l’Italia di quelle categorie. Ma Dahrendorf rivelò scarsissima disponibilità ad accettare quel ruolo, nutrendo una profonda diffidenza non tanto per il blairismo nel suo tratto peculiarmente britannico quanto per l’ambizione organicistica dell’ideologia globale della Terza Via. Un’ideologia che – scrisse allora – “non persegue la società aperta né la libertà” ma “presenta un tratto curiosamente autoritario”. Da “popperiano inveterato” non poteva dunque che mostrare diffidenza verso un progetto che intendeva unificare ideologicamente realtà nazionali tanto diverse, tanto più se nel caso di Romano Prodi egli vedeva “un ex democristiano, difficilmente un uomo del Neolaburismo e nemmeno un Neodemocratico”.


Ma fu infine l’Europa il campo nel quale si produsse la distanza più marcata con una delle retoriche più radicate della sinistra italiana. La rappresentazione da “europeista scettico” che egli formulò del processo comunitario, dalla fine degli anni Novanta in poi, guardava infatti allo “Stato nazionale eterogeneo” come alla miglior difesa delle libertà civili dalla minaccia dell’omologazione sovranazionale. Così come fu nettissima, alla vigilia del conflitto iracheno del 2003, la sua condanna del “linguaggio che vuole definire l’Europa attraverso la distinzione o meglio in contrasto con gli USA”. Insieme alla convinzione che “alimentare la costruzione europea con sentimenti antiamericani sarebbe intellettualmente disonesto, moralmente sospetto e politicamente pericoloso per tutti gli europei amanti della libertà”. Era passato molto tempo dal 1989. E moltissima era la distanza che ormai separava questo Dahrendorf da quel nume immaginario che avrebbe dovuto legittimare il nostro tormentato postcomunismo.



9 giugno 2009
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Alla socialdemocrazia serve una terza giovinezza
Non è la prima volta che la sinistra europea viene data per defunta. Accadde già alla metà degli anni Ottanta, quando Ralf Dahrendorf annunciò la “fine del secolo socialdemocratico” guardando al tramonto del tradizionale modello welfarista. Oggi, come ha spiegato Giuliano Amato intervistato su queste pagine da Franco Locatelli, i progressisti europei verrebbero puniti perché troppo cauti nel rassicurare un elettorato spaventato dalla crisi e bisognoso di più garanzie e maggiore intervento dello Stato. Può darsi che le cose stiano effettivamente così. Ma uno sguardo alla storia recente della sinistra europea può indurre una riflessione di segno diverso, tale da spiegare quest’ultimo tracollo con la fine della seconda giovinezza del progressismo continentale. Un esito dopo il quale sarà comunque impossibile tornare alle vecchie sicurezze ideologiche, ormai definitivamente prive di riferimenti sociali e culturali.

Non aveva infatti tutti i torti Dahrendorf con quel suo necrologio di ormai un quarto di secolo fa. Alla fine degli anni Settanta la missione socialdemocratica che era riuscita a scolpire i sistemi di welfare europei con gli strumenti dello stato nazionale, della stabilità dei flussi demografici e dell’espansione della spesa pubblica poteva ormai dirsi felicemente conclusa. Un traguardo raggiunto, ma dopo il quale la sinistra europea si trovò priva di una vera ragion d’essere mentre i suoi tradizionali insediamenti collettivi cambiavano definitivamente profilo e lo stato nazionale perdeva il pieno controllo delle politiche economiche e sociali.

Da quel declino da successo la socialdemocrazia uscì solo quando seppe reinventare negli anni Novanta la propria natura, provando a conciliare coesione sociale e innovazione economica. Fu quella la stagione di nuovi e baldanzosi riformismi, variamente intesi di qua e di là dall’Atlantico tra clintonismo, blairismo, Neue Mitte tedesco e persino qualche brandello di ulivismo italiano, ma tutti impegnati a spingere insieme crescita e redistribuzione sui ritmi del tempo nuovo della globalizzazione. Un’epoca pervasa dallo spirito di un ottimismo che ai nostri occhi più cupi può apparire ingenuo, ma tuttavia un’epoca che vide buoni tassi di sviluppo andare di pari passo con la trasformazione dei tradizionali sistemi di garanzia sociale mentre risorgeva una cultura politica che solo pochi anni prima aveva esaurito le cose da dire.

In un libro di grande acume (“Eclisse della socialdemocrazia”, appena pubblicato dal Mulino) Giuseppe Berta muove al socialismo di quella stagione l’accusa di aver aderito “quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli”. Ma il punto è che proprio “aderendo plasticamente” al capitalismo, e interpretandone gli impulsi vitali all’insegna dell’innovazione, la socialdemocrazia europea ha vissuto la sua seconda e più recente giovinezza. Una rinascita che oggi può essere definitivamente archiviata con il risultato del voto europeo, dopo essersi incrinata da anni per i colpi della crisi della globalizzazione e del tramonto dell’ottimismo degli anni Novanta.

L’interrogativo che ne deriva è dunque questo: davvero la socialdemocrazia europea potrebbe risorgere tornando alla sua prima gioventù in nome dell’esigenza di rassicurare con più Stato e meno libertà economica gli elettorati continentali, e dunque mettendosi in cerca di riferimenti sociali scomparsi da decenni e di strumenti nazionali ormai dimezzati? Lo pensano in molti, soprattutto in una sinistra come quella italiana che non ha mai davvero completato la propria trasformazione in senso liberale. Eppure non è difficile accorgersi, come ha scritto John Lloyd sul Sole 24 Ore qualche settimana prima del voto europeo, che non è certo la sinistra ad avvantaggiarsi dell’atmosfera di crisi. Ci riesce molto meglio una destra che qua e là riscopre il proprio fondo protezionista, mentre le varie e piccole entità neo-massimaliste presidiano ormai la retorica anticapitalista. Alla socialdemocrazia non rimane dunque che prepararsi ad un tragitto lungo e difficile: quello che dovrà condurla a reinventarsi ancora una volta, all’insegna di quello spirito di libertà e innovazione che ne ha segnato la sua più recente e migliore stagione.


24 maggio 2009
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Fine della socialdemocrazia?
Sono ormai molti anni che nel centrosinistra ci si rompe la testa su quale dovrebbe essere l’approdo europeo della transizione politica italiana, attribuendo ora al “socialismo europeo” ora a più vaghe “terre di mezzo” una funzione quasi sacrale di legittimazione ad uso interno. Ma di rado qualcuno si è interrogato a fondo su cosa fossero diventate quelle famiglie politiche a cui nella nostra confusione si è guardato con aspettative tanto salvifiche. Lo fa Giuseppe Berta in un libro piccolo e bello appena pubblicato dal Mulino (“Eclisse della socialdemocrazia”, pp.135, €10), lettura preziosa in questi giorni di vigilia elettorale in cui si discute di tutto tranne che di politica europea.

Storico dell’economia e commentatore per Sole 24 Ore e Stampa, Berta scrive di Europa guardando ad una delle sue grandi culture politiche. E raccontando ancora una volta la trasformazione di un’ideologia che fin dalla fine degli anni Settanta si dibatte in una crisi di strategia e identità, legata alla scomparsa dei suoi tradizionali insediamenti sociali e al completamento del progetto welfarista a cui sin dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale aveva dedicato la sua seconda e più felice stagione storica. Berta muove da qui per guardare in particolare al caso britannico e a quello tedesco, e dunque all’esperienza dei due partiti europei che più di altri hanno assunto durevoli responsabilità di governo nell’ultimo ventennio. Un accostamento ardito, quello tra Labour e SPD, che non troverebbe molti sostenitori in due partiti le cui ispirazioni e tradizioni culturali sono state nel tempo anche molto distanti le une dalle altre. Ma la domanda che si pone Berta supera la filologia storica e va direttamente al nodo politico di questi anni: “esiste oggi un profilo politico specificamente ascrivibile alla socialdemocrazia europea?”. È dunque naturale che, per rispondere, egli guardi alle due principali esperienze di governo del centrosinistra europeo di quest’ultimo ventennio.

“Nell’epoca della globalizzazione – scrive Berta – la socialdemocrazia al governo ha scoperto di dover aderire quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli”. È la principale imputazione che il libro muove al socialismo europeo nella sua forma contemporanea, la ragione che l’avrebbe condotto ad abbandonare la ricerca dell’eguaglianza. E dunque il tema con il quale è inevitabile fare i conti in piena franchezza. Innanzitutto perché si tratta di un’imputazione che poggia su basi di verità. È infatti vero oltre ogni dubbio che la sinistra europea più efficace, la sinistra che è riuscita a guadagnare consenso e progettualità dopo quella che Ralf Dahrendorf definì già nei primi anni Ottanta la “fine del secolo socialdemocratico”, ha saputo ritrovare nella rivitalizzazione del capitalismo la sua nuova ragion d’essere. Ma è altrettanto vero che altre strade non ce n’erano né potevano esserci, all’interno di partiti di nobile lignaggio che si erano trovati completamente spiazzati dal completamento del loro stesso disegno welfarista.

Si prenda ad esempio la vicenda del Labour britannico prima della rinascita di fine anni Ottanta, tenacemente voluta da quel leader coraggioso e misconosciuto che è stato Neil Kinnock. Prima del recupero di lucidità e metodo voluto da Kinnock, quasi un decennio prima che Blair e Brown s’inventassero il New Labour, il partito che nel 1945 aveva condiviso con la socialdemocrazia scandinava la costruzione del welfare europeo era sprofondato in una sorta di gorgo isolazionista, anticapitalista e cupamente antieuropeo. Ed era arrivato fin laggiù non certo per l’attivismo di frange estremistiche interne o tantomeno per una contaminazione comunista da cui il laburismo britannico era ben vaccinato, quanto per l’esaurirsi della spinta progettuale che l’aveva sorretto per decenni sulla base dell’originale intuizione welfarista. Un esaurirsi fisiologico, dovuto al raggiungimento già alla fine degli anni Cinquanta di molti degli obiettivi che il Labour si era dato nel 1945 e al quale la stagione del revisionismo ispirato più di altri da Anthony Crosland aveva poi tentato di fornire nuova linfa.

Ma comunque un esaurirsi inevitabile, che aveva lasciato campo libero al progetto thatcheriano e dopo il quale il Labour non aveva saputo per molti anni ritrovare la strada della rinascita politica. Quella strada doveva infine coincidere con la riscoperta della capacità di valorizzare gli aspetti creativi del capitalismo (il suo tratto ottimisticamente schumpeteriano, verrebbe da dire con Berta che dedica l’incipit del libro a Schumpeter e alla sua profezia sul declino del capitalismo nell’era della regolamentazione post-bellica) insieme allo sforzo di adattare l’originaria ispirazione egualitaria e universalistica all’obiettivo di generalizzare gli strumenti educativi per la realizzazione del potenziale di ognuno. I semi di tutto questo erano già in Kinnock e nella sua idea di trasformare il welfare tradizionale in “springboard”, “trampolino di lancio” per accorciare le distanze sociali per mezzo della riuscita individuale e di gruppo. E solo dopo quei semi sarebbero completamente fioriti nell’esaltazione della globalizzazione venuta con il New Labour.

Quel che è vero è che quella stagione si è associata, non solo in Gran Bretagna, ad un’era dell’ottimismo che oggi non può che apparirci arcaica e ingenua. Ma come ricorderemo di qui a dieci anni, se non come un’altra manifestazione di ingenuità per giunta aggravata dalla subalternità ad altre culture politiche, il revival di antimercatismo di cui dà prova dinanzi alla crisi una parte ormai maggioritaria del centrosinistra italiano prendendolo integralmente a prestito dal centrodestra protezionista? Perché proprio questo è un punto al quale conduce, forse senza neanche volerlo, la serrata riflessione di Berta. Nel suo tentativo di rinascere dalla crisi del welfarismo la socialdemocrazia ha creduto nel valore di liberazione umana del capitalismo più di quanto non abbia fatto la destra europea, che dopo il Kulturkampf thatcheriano l’ha letto essenzialmente in chiave di potenza nazionale e nazionalistica.

La socialdemocrazia in versione neoliberale ha investito sul capitalismo con un sovrappiù dell’entusiasmo tipico dei neofiti?  È quanto è accaduto solo in alcuni casi. Perché, come ben ricorda l’ultimo capitolo di Berta dedicato a Keynes, alla stessa radice del progetto welfarista era l’aspirazione ad “una sostanziale riduzione della diseguaglianza all’interno della cornice delle istituzioni plasmate dalla tradizione liberale”. E dunque quell’intreccio tra liberalismo sociale e socialdemocrazia, che pure fu più esplicito nel caso britannico perché innervato nelle stesse origini storiche del Labour, non attendeva che di essere riscoperto e valorizzato dalla parte più lucida della sinistra europea dopo lo smarrimento politico di fine anni Settanta.

In questi tempi di crisi ogni parola di ottimismo rischia di stonare. Ma è difficile immaginare che una volta fuori dall’emergenza la sinistra europea trovi una strada diversa da quella della valorizzazione della dignità del lavoro e dell’eguaglianza delle opportunità, e dunque delle battaglie di libertà anche economica che ha saputo condurre nei suoi più recenti anni migliori, piuttosto che mettersi alla ricerca di fantomatici “insediamenti sociali” scomparsi una volta per sempre.


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