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17 febbraio 2009
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Modello Renzi per il PD
Da una parte il modello Renzi, dall’altra il modello Bersani. Sono due strade del tutto opposte quelle che il Partito democratico può percorrere dopo il fallimento di Veltroni. Prima ancora che due proposte politiche, per il PD sono due metodi di selezione di una leadership e dunque di definizione di sé davanti all’opinione pubblica.

Quello di Bersani è il metodo di chi dovrebbe ricevere il bastone del comando da chi l’ha già perso nelle urne. Ha un dante causa (Massimo D’Alema) che prima gli toglie la patente di concorrente perché “il partito non capirebbe”, poi gliela restituisce perché “avvicina molta gente al partito”. E la cosa più sorprendente di questo mesto tira e molla è che Bersani, che pure è uomo di una certa fierezza, non avverta alcun imbarazzo per essere fatto scendere e poi risalire su un piedistallo che potrebbe essergli sfilato in qualsiasi momento.

L’altro modello lo abbiamo visto all’opera con Matteo Renzi nel fine settimana e racconta di un dirigente politico che solo in Italia possiamo confondere con un ragazzo alle prime armi. È il metodo di un amministratore pubblico di trentaquattro anni che guida la provincia di Firenze non da ieri ma dal 2004, e che prima di allora si era già dedicato per molti anni alla vita di partito. Due percorsi di vita all’apparenza simili, quello di Bersani e quello di Renzi, che divergono tuttavia per un punto decisivo. Renzi non ha atteso l’autorizzazione di comandanti senza truppe per giocare la propria partita, non ha preteso che gli fosse garantito l’appoggio di qualche capobastone né ha negoziato un salvacondotto personale nel caso in cui le cose non si fossero messe bene. Al contrario, ha creduto di interpretare nel senso più radicale sia il mandato ricevuto qualche anno prima dagli elettori sia il senso politico del Partito democratico. E ha dunque cercato e trovato l’investitura diretta contro il parere di dirigenti locali e nazionali che ne avevano certamente riconosciuto tutto il potenziale, salvo viverlo come una minaccia per la propria sopravvivenza tribale piuttosto che come una risorsa per la propria comune parte politica.

Non so se Matteo Renzi sia particolarmente coraggioso, né credo che la retorica del coraggio debba essere il metro della leadership politica. Anche perché la storia più recente della nostra sinistra è ricca di storie personali dove quella retorica è servita solo a camuffare meglio l’arte della fuga. Mi interessa di più riconoscere in questo suo percorso senza rete un metodo in grado di restituire speranza e vitalità al PD, se solo fosse seguito da un numero cospicuo di dirigenti politici molto simili per profilo biografico al nuovo candidato sindaco di Firenze. Dirigenti che ormai da anni si misurano con la responsabilità del consenso e dell’amministrazione della cosa pubblica, tirando la carretta in condizioni spesso disagevoli e costruendo con i propri elettori un rapporto intessuto non di mistica plebiscitaria ma di classica affidabilità democratica. Non sono più i sindaci-cacicchi degli anni Novanta, ma un più vasto personale politico sconosciuto al grande pubblico che dovrebbe essere la sostanza di un partito nato sulla carta per superare famiglie politiche sconfitte dal Novecento italiano. Se non fosse che gli ultimi eredi di quelle dinastie, avendo concepito il PD innanzitutto come strumento di salvaguardia personale e ormai privi della capacità di guardare al futuro del partito che si trovano a dirigere con lo sguardo della responsabilità, frappongono alla piena emersione di questa risorsa una selva di ostacoli comprensibile solo in chiave familistica.

Ma la politica, come al solito, ha una forza che difficilmente può essere imbrigliata. E il meccanismo avviato con il PD produce risultati che non riescono ad essere controllati da padrini a cui sta rapidamente sfuggendo di mano il controllo della situazione. Per questo la vicenda di Matteo Renzi rivela le vere potenzialità di un Partito democratico dove il valore della leadership è pari se non superiore a quello delle proposte politiche. Perché non è vero, come ha sostenuto di recente proprio Bersani, che “non esiste la leadership a prescindere visto che senza berlusconismo non esisterebbe Berlusconi”. In realtà proprio la storia politica di Berlusconi è quella di chi ha dato consistenza ad un blocco di opinione che attendeva di essere riconosciuto come tale.

Allo stesso modo, sappiamo tutti e da tempo cosa dovrebbe fare un Partito democratico che volesse competere ad armi pari con il centrodestra. Ma sappiamo anche che un gruppo dirigente ormai collettivamente inadeguato, impegnato com’è a tutelarsi vicendevolmente, non può riuscire a dare autonomamente un volto convincente a quel programma politico finché non vi sarà costretto da altri e più responsabili dirigenti. Il metodo per arrivarci è quello che Matteo Renzi ha sperimentato con successo a Firenze, dove da oggi il centrosinistra ha molte più possibilità di vittoria e dove il PD ha assunto un profilo più comprensibile.



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