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17 marzo 2009
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Silvio va forte? Non certo nel mondo

Silvio domina, Silvio tranquillizza, Silvio impazza. Tra meriti propri e demeriti altrui la forza politica di Berlusconi non è mai stata tanto imponente. Ma siamo poi sicuri che fuori dai confini del nostro paese la sua stella abbia seguito lo stesso tragitto? O non sarà invece che allo zenit raggiunto dal berlusconismo in patria si sta associando un suo indebolimento nella comunità internazionale? Qualche indizio in questo senso viene da uno sguardo anche superficiale a quelli che sono stati i suoi tradizionali punti di forza nel mondo. Russia e Stati Uniti, innanzitutto. Le aree nelle quali Berlusconi ha impiantato negli anni una miscela peculiare di personalismo e influenza nazionale, giocando alternativamente le tre carte dell’affidabilità ideologica, del legame personale e del ruolo di intermediazione economica. E tuttavia scommettendo le proprie fortune su scenari geopolitici in via di rapida e ineluttabile trasformazione.

Si trasforma innanzitutto il teatro statunitense, sul quale Berlusconi aveva investito negli anni di Bush volendo presentarsi come l’alleato più affidabile tra gli alleati europei. Lo aveva fatto senza assumere fino in fondo l’onere delle armi che era stato di Blair o Aznar, ma pescando dal bagaglio delle tradizioni di politica estera italiana la formula dell’esclusivismo bilaterale. Quella secondo la quale l’Italia può avvantaggiarsi non tanto per le responsabilità concrete che è in grado di assumersi nelle istituzioni multilaterali di cui è parte, quanto per la riconoscibilità e la legittimazione che riceve direttamente dal capogruppo. È la formula che ha spinto Berlusconi a provare a saltare la fila per accreditarsi come il miglior amico europeo di Washington, sul piano strettamente ideologico piuttosto che su quello della disponibilità a contribuire agli sforzi dei propri partner. Un tentativo che si era già rivelato non del tutto efficace negli anni di Bush, la cui presidenza ideologica non ha mai dismesso il tradizionale pragmatismo internazionale degli USA, ma che con Barack Obama perde qualsiasi utilità residua. Non già perché il nuovo presidente sia animato da una spinta ideologica uguale e contraria a quella del predecessore, ma perché il suo tratto post-ideologico sta già moltiplicando l’attenzione statunitense ai risultati concretamente raggiunti dalle diverse alleanze e dai diversi partner piuttosto che alle professioni di fedeltà recitate da questo o quell’alleato.

Altrettanto radicale è la trasformazione in corso sul teatro russo, per quanto poco si parli o si scriva di quanto sta avvenendo alle fondamenta del regime post-sovietico. Per la prima volta da molti anni si è incrinato il blocco che ha sostenuto l’ascesa e la stabilizzazione del putinismo. Alti prezzi del petrolio e delle materie prime, centralizzazione amministrativa, politiche sociali costose ma ad alto rendimento consensuale, intimidazione della stampa e dell’opposizione. È stato un blocco che si è giovato dell’assenza di una qualsiasi alternativa politica credibile a Putin e al suo regime di semi-democrazia paternalistica, presso il quale Berlusconi si è legittimato come il più entusiasta ambasciatore europeo. Con ogni probabilità le ragioni del suo entusiasmo sono tanto economiche (necessariamente personali e non necessariamente trasparenti) quanto politiche (la convinzione che l’Italia possa trarre vantaggio da una relazione privilegiata con Mosca). In ogni caso la partita russa è sempre stata giocata da Berlusconi in primissima persona, investendo solo ed esclusivamente su Putin e sulla solidità del putinismo. Ma le cose cambiano anche qui. Il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime sta indebolendo le politiche di pacificazione sociale del regime mentre il consolidamento di Medvedev annuncia una conflittualità crescente all’interno dell’ormai ex blocco di potere presidenziale, dove è destinata a prodursi quell’alternativa al putinismo che non assumerà le forme liberali che attendono gli occhi occidentali.

L’indebolimento delle stampelle personali che Berlusconi si era costruito a Mosca e Washington non è ancora traumatico, ma produce sintomi già visibili. Come l’offerta venuta da Berlusconi, nel corso del suo incontro con Hillary Clinton agli inizi del mese, per svolgere un ruolo diretto di mediazione nei confronti del Cremlino. Offerta ampiamente rilanciata da Palazzo Chigi ma sostanzialmente caduta nel vuoto a Washington, dove la nuova stagione del pragmatismo post-ideologico non richiede per il momento la delega di funzioni particolari a chi ha costruito strumenti di dialogo di carattere più personalistico che politico. È ampiamente probabile che l’agenda internazionale dei prossimi mesi, tra G20 londinese e G8 della Maddalena, veda Berlusconi alzare il volume del suo protagonismo globale. Non gli mancherà certo la capacità di valorizzare in patria quello che saprà dire o farsi dire in quelle occasioni. Ma qualcosa è definitivamente cambiato nelle sue quotazioni diplomatiche internazionali, lasciandoci l’onere di gestire in piena autonomia il suo successo domestico.


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1 marzo 2009
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Festa a Bari per il piccolo dittatore russo

La grande festa per il primo anniversario presidenziale di Dmitrij Medvedev comincia oggi a Bari. È qui che il leader del Cremlino parteciperà con Giorgio Napolitano alla cerimonia di riconsegna alla Russia della locale chiesa ortodossa, dove riposano le spoglie di San Nicola. Domani sarà passato un anno dal 2 marzo 2008, quando Medvedev raccolse ben altro omaggio dagli elettori russi: una maggioranza di circa il 70% dei voti nel plebiscito che lo insediò sulla poltrona di Putin.

Da quel giorno è trascorso uno di quegli anni che valgono almeno il triplo, per i cambiamenti avvenuti all’interno e all’esterno della Russia. Un solo dato tra i tanti. Se nel marzo 2008 il prezzo di un barile di greggio oscillava intorno ai 110 dollari, sulla strada dei quasi 150 che sarebbero stati raggiunti in giugno, oggi siamo scesi ai 40 dollari per barile. E nella distanza tra i due valori è contenuta buona parte del senso di questo primo anno di presidenza: l’erosione di potenza di un paese che con Putin aveva ritrovato il senso di sé nella comunità internazionale e che con Medvedev si è dovuto acconciare ad un nuovo equilibrio tra risorse economiche assai più limitate, una presidenza statunitense più insidiosa della precedente per la disponibilità al dialogo piuttosto che al confronto, l’incrinarsi del blocco di consenso interno che aveva sorretto il lungo ciclo putiniano.

Medvedev era arrivato al potere accompagnato dalla tutela di Putin ma con la promessa di un radicale allargamento delle libertà civili e degli spazi di legalità. Nel suo primo messaggio alla nazione, nel giorno dell’insediamento, aveva dichiarato di “credere che gli obiettivi fondamentali della presidenza saranno la protezione delle libertà civili ed economiche” così come “il rispetto della legge e il superamento del nichilismo legale, che rappresenta l’ostacolo principale sulla strada della modernizzazione”. Quanto sia rimasto di quell’annuncio è ben rappresentato, da ultimo, dall’assoluzione di tutti i quattro sospettati per l’assassinio di Anna Politkovskaja. Così come dalla durezza con cui il portavoce del ministero degli esteri russo Nesterenko ha bollato come “sbilanciati e provocatori” i commenti venuti dall’Osce, organismo tradizionalmente comprensivo delle ragioni russe ma che aveva comunque definito quelle assoluzioni “l’ultima prova di una crisi nei diritti umani”.

E così come un anno dopo la Russia di Medvedev rimane ben lontana da standard accettabili di stato di diritto, essa continua ad essere prigioniera dell’insicurezza aggressiva con la quale Putin aveva fatto uscire la nazione dal trauma post-sovietico. Lo si è visto non solo nel conflitto militare d’agosto contro la Georgia, ma soprattutto nelle prime risposte venute da Mosca alla nuova disponibilità al dialogo dell’amministrazione Obama. Prima l’annuncio di Joe Biden, alla conferenza di Monaco sulla sicurezza internazionale, secondo cui “è arrivato il momento di premere il pulsante giusto per far ripartire le relazioni tra Mosca e Washington”. Poi il viaggio di Hillary Clinton in Cina con lo slogan delle tre D nelle quali concentrare le nuove priorità della politica estera americana: difesa, diplomazia e sviluppo (development). L’assenza della D di democrazia ha rappresentato un messaggio tanto a Pechino quanto a Mosca, con l’intenzione di rassicurare la leadership russa sull’assenza di una pressione statunitense sui diritti civili.

La risposta del Cremlino? Spingere il Kyrgyzstan a chiudere la base statunitense di Bishkek, fondamentale per il rilancio dell’iniziativa militare in Afghanistan. D’altra parte è la stessa profondissima crisi economica a privare Medvedev della forza necessaria a mettere in discussione gli equilibri identitari ereditati da Putin. Il quale, dalla testa del governo, sta navigando con tranquillità tra le onde dell’emergenza finanziaria e occupazionale. Rinnovando il clima da fortezza assediata nel quale anni fa è cresciuta la sua stella e preparandosi a riprendere in mano quote crescenti del potere reale.


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30 settembre 2008
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Putin Veltroni Travaglio
Più rispetto per le vittime del putinismo
Dopo la scoperta dell’alba e l’invenzione del kennedismo berlingueriano, passando per un buon numero di altri prodotti dell’ingegno, Veltroni ha tirato fuori dal cappello la novità del putinismo italiano. Ed è subito sera, verrebbe da aggiungere attendendo la prossima. Se non fosse che nei paesi normali le parole del leader dell’opposizione hanno un peso, si riflettono non solo nei comportamenti dell’avversario e nel morale delle proprie truppe ma soprattutto nella percezione che tutto il paese ha di sé. E l’accostamento tra Putin e Berlusconi potrà anche entusiasmare quella vecchia coppia di inguaribili amiconi, ma contiene in sé un giudizio devastante sulla qualità della democrazia italiana ben oltre il berlusconismo. Lo stesso giudizio, d’altra parte, che Veltroni ha pronunciato qualche giorno fa nel celebre ancorché incompreso discorso di Cortona per la chiusura della summer school del PD.

In quest’ultimo caso si tratta, nell’intervista resa ad Aldo Cazzullo, del “modello Putin” come “una democrazia sostanzialmente svuotata, una struttura di organizzazione del potere autoritaria, il dissenso visto come un fastidio, l’autonomia dei poteri come un ostacolo”. E si sa che dinanzi all’autoritarismo al potere non resta nessuna speranza all’orizzonte se non la ritirata verso le praterie dell’identità, nessuna prospettiva di riscatto se non l’ineluttabile sconfitta che almeno salva l’onore.


Resta tuttavia da vedere se davvero la democrazia italiana della transizione infinita, con tutte le sua magagne, può essere accomunata alla Russia post-sovietica. Così come dobbiamo capire se il berlusconismo trionfante, con la voglia di conformismo che ha scatenato dovunque, può essere davvero identificato con il putinismo.

Nell’attesa che si pronuncino i politologi, ricordiamoci almeno di cos’è stato Putin con il suo regime. Per sommi capi, giusto per ricordare cosa siamo noi e soprattutto cosa sono loro. Guardiamo ad esempio agli inizi del lungo regno putiniano. L’impeccabile gestione del terrore interno che il leader russo mostrò nelle settimane decisive del suo arrivo al potere. Quei primi giorni del settembre 1999 quando una serie di attentati terroristici colpì decine di appartamenti civili a Mosca, Volgodonsk e Bujnaksk uccidendo quasi trecento persone e scatenando nel paese un’ondata di panico anti-ceceno che Putin (appena nominato capo del governo dall’ormai senescente Eltsin) seppe utilizzare con abilità a proprio vantaggio. Di quegli attentati furono genericamente accusati gli indipendenti ceceni, senza che alcuna rivendicazione fosse stata fatta circolare dalla guerriglia, mentre centinaia di caucasici venivano arrestati nella capitale russa e si ponevano le basi per la seconda guerra cecena che di lì a pochi giorni avrebbe sostanzialmente consegnato i pieni poteri al nuovo capo del governo.

Il putinismo nasce quindi dalla guerra e dal terrore. O meglio dall’uso pubblico di un’ondata di terrore xenofobo e nazionalista in cui l’impronta dei servizi di sicurezza russi non è mai stata solidamente smentita. Crede seriamente Veltroni che il berlusconismo possa essere accumunato al putinismo anche per questo aspetto genetico? Intendiamoci: non ci sarebbe niente di male, tanto più che c’è già qualcuno che lo sostiene. Si chiama Marco Travaglio e solo pochi giorni fa, intervistato dalla Stampa, ha ribadito la sua tesi secondo cui le stragi del 1993 “servivano a destabilizzare per stabilizzare, a sollecitare la nascita di nuove forze politiche gradite alla mafia” mentre “in quei mesi Dell’Utri stava inventando Forza Italia, in stretto contatto con Mangano”. Se fossero queste le convinzioni di Veltroni, non avrebbe che da dirlo. Innanzitutto a Travaglio, che forse ne sarebbe contento. Ma mentre il ben più furbo Vishinskij de’ noantri ricava abbondanti denari dalla sua fabbrichetta dell’inquisizione, Veltroni ha il problema di guidare un partito che si presenta alle elezioni e che deve prima o poi puntare alla maggioranza dei consensi. Almeno quella relativa.

Ma torniamo a Putin e ad un altro aspetto infame del suo regime, quello dei rapporti con la stampa. E ricordiamo i ventuno giornalisti russi che sono stati assassinati dal 2000 in avanti, secondo le denunce di Reporters sans Frontieres. Non solo Anna Politkovskaja ma i tanti come Sergej Novikov (ucciso nel luglio del 2000 per le sue indagini sul governo della regione di Smolensk), Edvard Markevich (direttore di Novyj Reft, quotidiano locale di opposizione della regione di Sverdlovsk, ucciso nel 2001), Dmitrij Shvez (vicedirettore della televisione TV-21 di Murmansk, ucciso nel 2003 per le sue indagini sull’amministrazione locale) e molti altri ancora.

Una buona misura di rispetto per queste ed altre vittime reali di un autoritarismo più che reale dovrebbe spingere Veltroni a fare miglior uso dei paragoni politici. Se non per amore di verità, almeno perché una volta esaurita la cassetta delle munizioni chiamate come “putinismo”, “autoritarismo” e “fascismo” non resterà molto altro con cui colpire il nemico.


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9 settembre 2008
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La stampa russa dopo l'Ossezia vuole anche la Crimea
Ora che la crisi georgiana è forse superata, almeno nei suoi aspetti militari, si può tornare a riflettere pacatamente sul nazionalismo russo. Non tanto su come lo vediamo noi (inevitabile e giustificato, prodotto dagli errori dell’Occidente, etc.) ma su come se lo spiegano gli stessi russi. Perché se ci siamo detti e ripetuti che dobbiamo “metterci nei panni della Russia” e comprenderne le ragioni, non c’è stato un solo corrispondente italiano da Mosca (ammesso che ce ne siano ancora, dopo la grande fuga del nostro giornalismo dall’ex impero sovietico) che durante la crisi abbia raccontato dall’interno di quel mondo la nuova rappresentazione di potenza che andava emergendo.

Allora proviamoci, qualche giorno dopo gli scontri militari, a far parlare il nazionalismo russo con le sue stesse parole. Senza pescare un qualche foglio radicale e revanscista ma sfogliando le Izvestija: il principale quotidiano russo di establishment, il giornale più vicino al Cremlino ma anche quello tenuto per pubblico e tradizione a mantenere in ogni occasione un profilo equilibrato.

C’è ad esempio Vitalij Tret’jakov, tra i decani del giornalismo indipendente e fondatore a suo tempo della liberale Nezavizimaja Gazeta, che in un editoriale del 28 agosto scrive che “la guerra di Saakashvili e della Georgia contro di noi ha scolpito nella pietra la lista dei nemici più autentici della Russia. È la lista di quei regimi e di quei leader che hanno armato la Georgia, che si sono affollati ai piedi del nuovo Fuhrer Saakashvili nelle sue piazze. Oggi i popoli della Russia hanno un conto aperto con quei politici. E spero che il Cremlino farà arrivare anche a loro una piccola dose di quella giusta punizione che è stata comminata al capo georgiano. Sono i politici che governano gli USA, Israele, l’Ucraina, la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia”.

Ma Tret’jakov guarda soprattutto al futuro, alla prospettiva di unificare il popolo russo al di là dei confini esistenti. E sostiene con sicurezza che “la storia procede non solo per divisioni ma anche per unificazioni. E se negli ultimi decenni si è unificato il popolo tedesco, e se la stessa Unione europea ha favorito l’unificazione del popolo albanese, cosa impedisce che in prospettiva storica il popolo russo si possa unire a quello osetino? O forse gli osetini sono inferiori ai tedeschi?”.

Etnie che si uniscono per confini che cambiano, oggi ma soprattutto domani. Sulle Izvestija il riferimento che sempre meno velatamente ha accompagnato la crisi georgiana è stato alla Crimea, la penisola ucraina oggetto di un contenzioso permanente tra Mosca e Kiev per l’alta percentuale di popolazione di lingua russa non meno che per la presenza a Sebastopoli della flotta russa del Mar Nero. Il 29 agosto un’intera pagina delle Izvestija a firma di Ksenija Fokina è dedicata a discutere un interrogativo che di qui a pochi mesi  si porrà dinanzi all’intera comunità internazionale: “È pronta la Russia a riprendersi la penisola di Crimea?”. Se non è chiaro cosa significhi nel concreto quel “riprendersi”, per le Izvestija è vicino il momento della verità. “Nell’aprile del 2009 decadrà l’accordo di cooperazione tra Ucraina e Russia, che fino ad oggi ha garantito l’integrità territoriale ucraina. La Russia ha sempre rispettato quel patto, ma non c’è un solo punto sul quale la politica di Jushenko si sia rivelata amichevole nei nostri confronti: le rivendicazioni della popolazione di lingua russa, gli onori concessi agli ex combattenti fascisti e antisovietici, l’intenzione di entrare nella Nato. Oggi la posizione di Kiev nei confronti degli avvenimenti georgiani ha definitivamente sepolto ogni speranza di rapporto amichevole”.

E dunque? L’inevitabile che attende l’Ucraina è né più né meno la decurtazione di ampie porzioni di territorio. Perché “in settembre sarà il parlamento russo ad affrontare la questione. Non è escluso che si decida di uscire dal patto di collaborazione. In quel caso l’integrità territoriale ucraina sarà definitivamente messa in discussione (assai più di quanto non lo sia già in conseguenza della politica di Jushenko). E lo stato pseudo-unitario di Ucraina potrà tranquillamente andare in pezzi, come una torta mal riuscita”. Ad ulteriore chiarimento del messaggio politico, le Izvestija pubblicano lo stesso giorno i risultati di un sondaggio realizzato tra i propri lettori. Alla domanda “La Crimea è necessaria alla Russia?” il 45% ha risposto “Sì, abbiamo combattuto secoli per averla” e il 16% “Sì, è una base strategica della nostra flotta”. Solo il 10% degli interpellati ritiene invece che “Ora è territorio di un altro stato”.

È poi venuto il turno di un’ampia pattuglia di analisti di politica interna e internazionale, intervenuti in gran numero a consolidare la nuova rappresentazione nazionale che andava prendendo corpo negli scontri intorno a Tblisi. Scrive ad esempio il politologo Aleksej Pushkov che “sembra che qualcuno ci voglia spingere ai margini della comunità internazionale, ma si tratta di un irresponsabile tentativo europeo-americano. E poi cosa sarà mai questa comunità internazionale? In linea di principio non esiste alcuna comunità che sia superiore a quella russa. E la rappresentazione di una comunità internazionale è solo un’invenzione dell’Occidente”. Lo stesso giorno Vladimir Zharichin, vicedirettore dell’Istituto dei paesi della CSI, aggiunge: “Questa crisi ha dimostrato che non solo l’Europa ma nemmeno gli Stati Uniti sono minimanente pronti ad accennare alcuna prova di forza con noi. Al di là di inutili dichiarazioni verbali, al di là dei fiacchi tentativi di riconquistare diplomaticamente ciò che è stato perso in battaglia, non c’è stato e non ci sarà niente di serio. Non dobbiamo temere che qualcuno provi ad isolarci. Perché per riuscirci vi sarebbe bisogno di quella potente volontà politica che da quelle parti manca del tutto. Deve essere questo il punto di partenza di ogni nostra politica”.

E infine il bellicoso Aleksandr Dugin, che da teorico dell’eurasismo radicale si è trasformato da qualche anno in tenace sostenitore di Putin, secondo il quale “la Russia non ha vinto la guerra ma solo una battaglia, con un’operazione condotta in maniera esemplare. Oggi siamo entrati in una nuova fase, dopo aver seriamente alzato il livello di conflittualità con l’Occidente. Non possiamo pensare che sia tutto finito. Perché oggi siamo pronti a condurre la guerra, per quanto obbligata”.

Sono solo parole in libertà, si dirà. Ma sono le parole più aspre di una nuova e compiuta ideologia nazionale, che per giorni hanno riempito la stampa quotidiana più equilibrata e che raccontano assai meglio di molte nostre analisi il mutamento politico e culturale avvenuto in Russia dopo l’incertezza di status degli anni Novanta. Ed è probabilmente con quelle parole – e non con le espressioni del nostro eterno senso di colpa – che dovremo fare i conti da domani.


4 settembre 2008
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Finito Bush, l'Italia torna ad Andreotti
Prima i ringraziamenti del Cremlino per “la ragionevolezza” mostrata dall’Italia nella crisi georgiana, poi la riconoscenza del Colonnello Gheddafi per l’impegno a non usare mai contro la Libia le basi Nato presenti sul nostro territorio. Nello stesso giorno la politica estera del nuovo governo Berlusconi incassa una generosa dose di gratitudine dalla parte sbagliata del mondo. Ma soprattutto, si presenta alla comunità internazionale nel solco di una delle più guaste e longeve tradizioni italiche. Quella di una politica estera insieme velleitaria e autolesionista, da piccola potenza insicura ma convinta di ricavare vantaggi marginali dal gioco di sponda tra i grandi. Un paese in equilibrio sul crinale stretto dell’inaffidabilità e costretto proprio per questo a ribadire di continuo il proprio senso di responsabilità verso agli alleati.

Se ieri è apparsa velleitaria la rivendicazione di Berlusconi di aver svolto un ruolo decisivo nel contenere l’intervento russo in Georgia, oggi suona come un esercizio di puro autolesionismo la precisazione del ministro Frattini secondo cui l’accordo con la Libia “non rimette in discussione i trattati internazionali firmati negli ultimi vent’anni”. Ci mancherebbe altro! È possibile immaginare una precisazione del genere venire dai ministri degli esteri di Francia, Germania o Gran Bretagna? Francamente no. E non certo perché in quei paesi manchi un confronto anche molto serrato sulle grandi scelte internazionali. Solo che una volta che un indirizzo di politica estera viene discusso nel paese e definito in parlamento, con la conseguente assunzione di impegni e responsabilità, si procede lungo quella via senza camuffamenti.

Tradizionalmente l’Italia ha mostrato più di una debolezza su questo fronte. Senza tornare ai capovolgimenti di alleanze che hanno segnato i momenti fondamentali della politica estera italiana del Novecento, l’ultima e più solida incarnazione di questo nostro atteggiamento si è avuta con l’andreottismo. Pilastro obbligato della Nato ma alla ricerca di un dialogo privilegiato con l’Urss, atlantista ma convinti di essere un ponte verso il mondo arabo, di qua ma anche un po’ di là. Oggi il nostro slang politico definirebbe la politica estera andreottiana come un trionfo del “ma anche”. Allora fu un modo per grattare qualche piccolo vantaggio nel grande e drammatico gioco della Guerra Fredda, al prezzo di un supplemento di vigilanza da parte degli alleati e di una periodica perdita di credibilità.

La tradizione dell’andreottismo è stata recentemente rinverdita da Massimo D’Alema, che nel corso del suo mandato alla Farnesina si è fatto più volte vanto della capacità di dialogare con i nemici dei propri alleati. Salvo tradire, come nel caso di Hamas o Hezbollah, un pregiudizio antisraeliano tanto tenace da annullare qualsiasi vantaggio per la nostra politica estera su quello scenario. Oggi con Franco Frattini abbiamo un ministro degli esteri politicamente meno ingombrante ma saldamente rivolto alle stesse fonti di ispirazione. La sua ultima intervista al “Corriere della Sera” avrebbe potuto essere rilasciata dall’Andreotti migliore. Il riconoscimento russo dell’indipendenza di Abchazia e Ossezia del Sud? “Un’interessante questione di diritto internazionale”. Il tenore della rappresaglia militare russa e l’impegno di Mosca a ritirare le truppe dalla Georgia? “Va bene chiedere il rispetto delle regole, ma deve esser chiaro che (la Russia) è un partner strategico e non un paese ostile”.

Se si capisce quale sincera gratitudine debbano aver suscitato al Cremlino le sue dichiarazioni, resta invece da chiarire quali vantaggi possa ricavare l’Italia da tanta gratuita cedevolezza. Da nemici giurati di ogni dietrologia non vogliamo pensare che l’unico a guadagnarci sia Silvio Berlusconi e la sua privata “special relationship” con Vladimir Putin. Immaginiamo invece che Frattini sia convinto di tutelare al meglio gli investimenti italiani in Russia, in particolare nel settore energetico. Ma se anche così fosse, si tratterebbe di una rappresentazione di cortissimo respiro dei nostri interessi nazionali. Che in cambio di una garanzia a breve raggio su qualche partita di approvvigionamento ricevono un bel pacco di crepe nella loro relazione con gli Stati Uniti. Niente di drammatico, per carità, ma è esattamente la stessa scommessa fatta a suo tempo dall’andreottismo. Che in tempi di guerra fredda e di immobilismo geopolitico riteneva che all’Italia non fosse concesso altro spazio che quello della furbizia, anche al prezzo di una perdita di credibilità.

Può anche darsi che dopo Bush e i sussulti dell’11 settembre il mondo si avvii ad un’altra stagione di equilibrio immobile, quella nuova guerra fredda di cui molti sentono il bisogno dopo aver forse sofferto eccessi di furore. Ma oggi come allora l’Italia avrà la necessità, molto più di altri paesi, di mostrarsi affidabile e coerente. E in questo senso i primi passi della nuova Farnesina berlusconiana non promettono nulla di buono.


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