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16 gennaio 2011
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Il voto degli italiani e il liderismo occidentale: due libri

Credere che l’Italia sia un paese normale è particolarmente difficile, anche armandosi della volontà più tenace. Eppure il pessimismo della ragione viene talvolta sconfitto non già dall’ottimismo della volontà, come avrebbe voluto Gramsci, ma più semplicemente dalle scienze sociali. Le quali descrivono un’Italia attraversata da fenomeni molto simili a quelli che in questi stessi anni hanno cambiato volto all’Occidente. Persino nel caso della politica, dove la nostra distanza dalla soglia della “normalità” appare più invalicabile per tutto il corredo di Cavalieri e post-comunisti che ci portiamo dietro, il nostro paese è meno insolito di quanto farebbe immaginare l’esperienza quotidiana. È la tesi convergente di due libri appena usciti, dove il meglio della scienza politologica italiana fotografa alcune tendenze di medio periodo che hanno coinvolto l’Italia alla pari di altri paesi occidentali. La tendenza al liderismo, innanzitutto. O meglio la presenza di singole personalità politiche che dominano la scena più di quanto non sia mai accaduto nella storia novecentesca delle democrazie. È inevitabile che in tema di leader e liderismo il pensiero vada a Silvio Berlusconi e al suo profilo di "eccezione permanente", rivendicato dallo stesso Cavaliere come la chiave del suo successo o stigmatizzato dagli avversari come la malattia principale che affligge il nostro spazio pubblico. La tesi ben argomentata in "Addomesticare il Principe (Marsilio, pp.206, €15) da Sergio Fabbrini, per molti anni docente a Trento e a Berkeley e oggi direttore della nuova School of Government della Luiss, è che il berlusconismo sia in realtà meno eccezionale di quanto non sia dato pensare, e non certo perché l'autore sia animato da particolari simpatie verso il centrodestra. Al contrario, secondo Fabbrini "Berlusconi ha portato il processo di personalizzazione dell'esecutivo a livelli mai raggiunti in nessuna democrazia europea" anche per il suo "non essere vincolato da una significativa legge sul conflitto di interessi". Eppure la personalizzazione berlusconiana della politica è "l'esito di un processo storico che ha attraversato anche altri paesi" sulla spinta di trasformazioni strutturali dello spazio politico, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. In primo luogo l'indebolimento dei partiti, modellati nel Novecento lungo linee di rappresentanza sostanzialmente stabili (su temi di classe, fede o etnia) e oggi in difficoltà nell’interpretare nuove appartenenze collettive estremamente frammentate. Poi il ruolo della televisione, che se pure "non ha abolito la politica" ne ha modificato la logica, promuovendo figure nelle quali il pubblico si identifica con sempre minore intermediazione pedagogica: "la teledemocrazia tende a premiare il leader che asseconda, non quello che educa. Il leader che assomiglia a 'Noi', non quello che è diverso da 'Noi'." E infine il contesto internazionale, che sia nel caso americano che in quello europeo hanno chiesto al potere politico di accentuare la funzione decisionale a scapito di quella legislativa o di opposizione. Tutto questo, secondo Fabbrini, ha fatto emergere nella politica occidentale il dominio di leader che condividono alcune caratteristiche di fondo, tra cui l'avere percorso strade da outsider fuori dai partiti o contro l'opinione prevalente al loro interno. Non è un fenomeno transitorio né pregiudizialmente negativo, a condizione che la democrazia si doti di strumenti in grado di equilibrare e controllare il valore della decisione politica. Strumenti capaci di "addomesticare il principe", per l'appunto, equilibrando forza e controllo. Ma soprattutto lavorando sulla formazione di quelle classi dirigenti da cui continueranno a uscire leader sempre più forti. Perché "quando in un paese si affermano leader che non dispongono delle qualità del comando", è l'ammonimento conclusivo di Fabbrini, "la prima responsabilità è delle élites che li hanno fatti emergere e non dei cittadini che li hanno votati".

Se i cittadini non possono essere colpevolizzati, è altrettanto vero che gli elettori italiani "non sono animali con tre gambe e otto braccia" secondo l'efficace immagine con cui Paolo Segatti e Paolo Bellucci introducono "Votare in Italia 1968-2008. Dall'appartenenza alla scelta" (il Mulino, pp.440, €33). Ovvero "non rappresentano un caso speciale nel panorama degli elettori europei" mentre "le teorie che spiegano i comportamenti elettorali in altre democrazie spiegano anche il comportamento di voto degli italiani". Il volume curato da Segatti e Bellucci è prezioso non solo perché testimonia la qualità del lungo lavoro di osservazione dei nostri comportamenti elettorali svolto negli anni da Itanes (Italian National Election Studies, associazione promossa dall’Istituto Cattaneo di Bologna) ma anche perché concorre in molti suoi saggi a consolidare l'idea di una compatibilità della politica italiana (pur con le sue anomalie) con alcuni processi europei. Ad esempio nella comparsa anche dalle nostre parti degli "astenuti intermittenti", come li definisce Dario Tuorto: cittadini non marginali, liberi dai vincoli dei partiti e mobili nelle scelte, che esprimono una protesta politica decidendo di votare solo se convinti dall'offerta. Ma soprattutto nel modo in cui gli italiani scelgono di votare Berlusconi. Che non è determinato, secondo Segatti e Bellucci, solo "dalle emozioni che suscita in loro la ricomparsa di qualcosa di simile al Mago Cipolla di Thomas Mann (l’Uomo di Arcore)" ma dall'effetto di "predisposizioni politiche molto strutturate" a cui il Cavaliere ha dato una rappresentazione finora convincente. Detta altrimenti: non è una maledizione quella che spinge la maggioranza degli italiani a votare per Berlusconi, ma l'assenza fino ad oggi di un'offerta politica più competitiva. E dunque una causa da paese normale, nonostante tutto.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 16/1/2011 alle 16:39 | Versione per la stampa

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