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24 aprile 2010
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La debole Albione
Nonostante le apparenze, la Gran Bretagna è una nazione tutt’altro che sicura del proprio ruolo nel mondo. In una celebre battuta di Tony Blair: “La Germania ha perso la guerra ma è riuscita è superare il trauma; la Francia ha quasi perso la guerra ma è riuscita a superare il trauma; noi invece abbiamo vinto la guerra, ma non siamo ancora riusciti a superare il trauma”. È stato vero per gran parte della seconda metà del Novecento, se ricordiamo il prezzo che Londra ha dovuto pagare all’incertezza mostrata fin dall’inizio verso il progetto dell’Europa comunitaria. Ma continua ad esser vero anche nel 2010, quando la Gran Bretagna fatica a trovare la strada per recuperare quello status di cui ha goduto dalla metà degli anni Novanta  soprattutto all’interno della comunità euroatlantica. Oggi non è più il partner privilegiato dell’amministrazione statunitense, che avendo ridotto l’importanza del perimetro europeo non richiede più l’uso esclusivo del perno britannico per proiettarsi sul continente, mentre continua a rimanere ai margini dell’Unione e ha subìto dall’impatto della crisi economica un forte ridimensionamento del ruolo di motore esterno della crescita.

Sullo sfondo di questa incertezza di status, chi volesse trovare una prospettiva convincente nelle parole dei tre candidati alla guida di Downing Street sarebbe destinato a delusione. Se n’è avuta conferma giovedì sera, quando sugli schermi di Sky è andato in onda il secondo confronto diretto e questa volta dedicato ai temi di politica internazionale. Nessuno dei tre leader ha offerto indicazioni decisive su quello che dovrebbe essere il nuovo ruolo internazionale del paese, limitandosi a ribadire il canone di retoriche tanto ideologiche quanto ricche di complicazioni per il futuro. David Cameron ha confermato la ritrovata forza dell’antieuropeismo conservatore, avendo scelto di concedere proprio su questo tema ampio spazio al nostalgismo thatcheriano in cambio del sostegno ricevuto sull’innovazione nel campo dei diritti civili e dei servizi pubblici. Il risultato è la possibilità che un futuro primo ministro Tory si riveli del tutto disconnesso dai suoi colleghi conservatori continentali proprio sui nodi futuri dell’Unione europea.

Dall’altra parte Gordon Brown ha difeso le formule classiche del lungo ciclo di governo neolaburista: l’europeismo pragmatico di chi non è riuscito a far compiere fino in fondo alla Gran Bretagna quel salto in avanti verso l’Unione promesso nel 1997, ma che nondimeno ha definitivamente archiviato l’antieuropeismo con il quale il suo partito aveva convissuto a fasi alterne fino alla fine degli anni Ottanta; la determinazione a combattere attivamente il terrorismo fondamentalista in patria e all’estero, con una retorica degna dell’interventismo democratico di marca blairiana; la tradizionale fiducia in una solida alleanza con gli Stati Uniti. Eppure persino le rassicuranti formule del (troppo) rassicurante Gordon Brown avevano un che di inadeguato rispetto alla nuova debolezza internazionale della Gran Bretagna, che certo non potrà trovare conforto nel ritorno alle glorie del passato recente.


Tra i tre, tuttavia, il più lontano dall’apparire convincente sul merito dei problemi è stato Nick Clegg. Il quale ha interpretato fino in fondo il nuovo ruolo di “rockstar della politica britannica”, come lo ha ribattezzato Philip Stephens, scegliendo l’eccesso come bussola di navigazione tra i temi internazionali. Ha dunque rivendicato un filoeuropeismo largamente sovrabbondante per un’opinione pubblica che deve ancora accettare i vincoli dell’integrazione comunitaria, così come ha flirtato con un antiamericanismo a sfondo pacifista che forse lo renderà popolare con i settori più radicali dell’elettorato laburista ma che non ha alcuna possibilità di essere tradotto in una vera agenda di governo.


A meno di due settimane dal voto, dunque, la Gran Bretagna si prepara a dotarsi di un governo che difficilmente sarà in grado di infondere nuova energia ai rapporti tra Londra e la comunità internazionale. Un ciclo storico si è definitivamente concluso, quello di un partito laburista che anche in caso di alleanza forzata con i liberaldemocratici non sarà in grado di dare il proprio segno ai prossimi anni, mentre si fatica a comprendere la direzione che dal 6 maggio sarà impressa alla nuova stagione. E allora è forse il caso di rassegnarsi, a malincuore, ad una Gran Bretagna politicamente più debole costretta ad assistere dalla tribuna a quel gioco internazionale di cui talvolta è riuscita ad essere protagonista.



23 dicembre 2008
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Frattini Farnesina politica estera
Le occasioni perdute di Frattini
Nutro un profondo senso di solidarietà nei confronti di Franco Frattini. Non dev’essere affatto semplice fare il ministro degli esteri quando il capo del governo si chiama Silvio Berlusconi. E dunque quando sopra la tua testa c’è un signore che è convinto, come ha dichiarato nel corso della conferenza stampa di fine anno, di essere il miglior mediatore disponibile sul mercato mondiale per il primo incontro tra Barack Obama e Dmitrij Medvedev o Vladimir Putin (per lui evidentemente non c’è differenza tra i due leader russi; e forse nemmeno per i due russi). O che crede, sostiene e ribadisce (come ha fatto nuovamente la scorsa settimana) di aver avuto un “ruolo fondamentale” nel conflitto tra Russia e Georgia grazie alla sua “fraterna amicizia” con Vladimir Putin.

Per Frattini non è semplice neanche per un’altra ragione, legata alla particolare congiuntura nella quale si trova oggi la discussione pubblica italiana. Molti ricorderanno che nel 1992, con Mani Pulite e quanto ne seguì, il dibattito di politica estera scomparve improvvisamente e per molto tempo dai giornali e dalle preoccupazioni della politica. Non siamo certo nella stessa situazione di allora, ma come allora la nostra attenzione pubblica tende a concentrarsi nuovamente sui fatti di casa nostra spostando sullo sfondo i grandi dilemmi internazionali. Il mondo non si è fatto più semplice, semmai il contrario, ma per quanto attiene alla nostra politica l’urgenza è tornata ad essere domestica.

Insomma, per Frattini non è semplice. Ma bisogna ammettere che ci mette anche del suo nell’appannare lo stile e i contenuti del mandato alla Farnesina, bucando le occasioni nelle quali un qualunque ministro degli esteri potrebbe facilmente comunicare al paese la sua visione del mondo e degli interessi nazionali. L’ultima occasione è venuta pochi giorni fa, nel corso della sesta conferenza degli ambasciatori italiani organizzata a Roma il 17 e 18 dicembre. Un’ottima idea quella di convocare nuovamente l’intero corpo diplomatico in un’occasione di discussione plenaria, come viene normalmente fatto dai grandi paesi occidentali, dopo una pausa di quattro anni durante i quali la tradizione della conferenza era stata inspiegabilmente sospesa. Un’ottima idea che ha tuttavia prodotto risultati opachi, almeno a leggere quanto è circolato fuori da quelle stanze.

Il documento preparatorio, sopra ogni altra cosa, quello che avrebbe dovuto annunciare al paese le ragioni e gli obiettivi della conferenza, appare vuoto e fumoso anche ad una terza rilettura. Tra molte virgolette e molti anglismi vi si parla di una “una fase fluida, ‘trasformativa’ delle relazioni internazionali, dove il potere è diffuso e i processi centrifughi,  e nella quale si stanno ridisegnando le gerarchie internazionali”. Ma anche di “mondo complesso, fluido e a ‘gerarchie variabili’ dove l’azione collettiva e multilaterale esalta, oggi più di ieri, la competizione tra Stati”. Fin qui, nulla questio. Come tutti, anche noi attendiamo con ansia l’insediamento di Barack Obama e le conseguenze che la sua presidenza potrà avere sugli equilibri internazionali. Ma da un ministero degli esteri vorremmo anche sapere con quali strumenti e quali visioni politiche ci apprestiamo ad incrociare la nuova stagione internazionale.

E quando arriviamo all’Italia le cose non si fanno certo più chiare. Perché la miscela è arcinota e per di più presentata nella stessa composizione retorica che l’ha resa ormai innocua e trasparente nel dibattito pubblico. Una spruzzata di europeismo (“è per noi cruciale che l’Europa si affermi e consolidi come  attore globale sul piano politico-diplomatico ed economico”), qualche auspicio di rilevanza (“a livello di stati nazionali l’Italia ha interesse a restare tra i ‘players’ europei e globali che contano e decidono”), un vago sentore dell’immagine di patria di poeti e navigatori che amiamo tanto raccontarci (“l’Italia è dotata di un forte ‘potere di attrazione’, un ‘soft power’ frutto della sua tradizione storica... pochi paesi posseggono la nostra capacità di dialogo con culture diverse, capacità che è nel nostro DNA”).


A parte questo, poco o niente. E su questo sfondo, non è davvero un mistero che l’unica vera notizia emersa dalla conferenza sia stata quella dell’incidente della “caraffa tossica” capitato ad Emma Marcegaglia. Al termine di una riunione plenaria della nostra diplomazia, e alla vigilia di un anno che vedrà l’Italia alla presidenza del G9, avremmo francamente voluto sapere qualcosa di più dal titolare della Farnesina. Sarà per un’altra volta, forse.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 23/12/2008 alle 13:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

4 settembre 2008
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Finito Bush, l'Italia torna ad Andreotti
Prima i ringraziamenti del Cremlino per “la ragionevolezza” mostrata dall’Italia nella crisi georgiana, poi la riconoscenza del Colonnello Gheddafi per l’impegno a non usare mai contro la Libia le basi Nato presenti sul nostro territorio. Nello stesso giorno la politica estera del nuovo governo Berlusconi incassa una generosa dose di gratitudine dalla parte sbagliata del mondo. Ma soprattutto, si presenta alla comunità internazionale nel solco di una delle più guaste e longeve tradizioni italiche. Quella di una politica estera insieme velleitaria e autolesionista, da piccola potenza insicura ma convinta di ricavare vantaggi marginali dal gioco di sponda tra i grandi. Un paese in equilibrio sul crinale stretto dell’inaffidabilità e costretto proprio per questo a ribadire di continuo il proprio senso di responsabilità verso agli alleati.

Se ieri è apparsa velleitaria la rivendicazione di Berlusconi di aver svolto un ruolo decisivo nel contenere l’intervento russo in Georgia, oggi suona come un esercizio di puro autolesionismo la precisazione del ministro Frattini secondo cui l’accordo con la Libia “non rimette in discussione i trattati internazionali firmati negli ultimi vent’anni”. Ci mancherebbe altro! È possibile immaginare una precisazione del genere venire dai ministri degli esteri di Francia, Germania o Gran Bretagna? Francamente no. E non certo perché in quei paesi manchi un confronto anche molto serrato sulle grandi scelte internazionali. Solo che una volta che un indirizzo di politica estera viene discusso nel paese e definito in parlamento, con la conseguente assunzione di impegni e responsabilità, si procede lungo quella via senza camuffamenti.

Tradizionalmente l’Italia ha mostrato più di una debolezza su questo fronte. Senza tornare ai capovolgimenti di alleanze che hanno segnato i momenti fondamentali della politica estera italiana del Novecento, l’ultima e più solida incarnazione di questo nostro atteggiamento si è avuta con l’andreottismo. Pilastro obbligato della Nato ma alla ricerca di un dialogo privilegiato con l’Urss, atlantista ma convinti di essere un ponte verso il mondo arabo, di qua ma anche un po’ di là. Oggi il nostro slang politico definirebbe la politica estera andreottiana come un trionfo del “ma anche”. Allora fu un modo per grattare qualche piccolo vantaggio nel grande e drammatico gioco della Guerra Fredda, al prezzo di un supplemento di vigilanza da parte degli alleati e di una periodica perdita di credibilità.

La tradizione dell’andreottismo è stata recentemente rinverdita da Massimo D’Alema, che nel corso del suo mandato alla Farnesina si è fatto più volte vanto della capacità di dialogare con i nemici dei propri alleati. Salvo tradire, come nel caso di Hamas o Hezbollah, un pregiudizio antisraeliano tanto tenace da annullare qualsiasi vantaggio per la nostra politica estera su quello scenario. Oggi con Franco Frattini abbiamo un ministro degli esteri politicamente meno ingombrante ma saldamente rivolto alle stesse fonti di ispirazione. La sua ultima intervista al “Corriere della Sera” avrebbe potuto essere rilasciata dall’Andreotti migliore. Il riconoscimento russo dell’indipendenza di Abchazia e Ossezia del Sud? “Un’interessante questione di diritto internazionale”. Il tenore della rappresaglia militare russa e l’impegno di Mosca a ritirare le truppe dalla Georgia? “Va bene chiedere il rispetto delle regole, ma deve esser chiaro che (la Russia) è un partner strategico e non un paese ostile”.

Se si capisce quale sincera gratitudine debbano aver suscitato al Cremlino le sue dichiarazioni, resta invece da chiarire quali vantaggi possa ricavare l’Italia da tanta gratuita cedevolezza. Da nemici giurati di ogni dietrologia non vogliamo pensare che l’unico a guadagnarci sia Silvio Berlusconi e la sua privata “special relationship” con Vladimir Putin. Immaginiamo invece che Frattini sia convinto di tutelare al meglio gli investimenti italiani in Russia, in particolare nel settore energetico. Ma se anche così fosse, si tratterebbe di una rappresentazione di cortissimo respiro dei nostri interessi nazionali. Che in cambio di una garanzia a breve raggio su qualche partita di approvvigionamento ricevono un bel pacco di crepe nella loro relazione con gli Stati Uniti. Niente di drammatico, per carità, ma è esattamente la stessa scommessa fatta a suo tempo dall’andreottismo. Che in tempi di guerra fredda e di immobilismo geopolitico riteneva che all’Italia non fosse concesso altro spazio che quello della furbizia, anche al prezzo di una perdita di credibilità.

Può anche darsi che dopo Bush e i sussulti dell’11 settembre il mondo si avvii ad un’altra stagione di equilibrio immobile, quella nuova guerra fredda di cui molti sentono il bisogno dopo aver forse sofferto eccessi di furore. Ma oggi come allora l’Italia avrà la necessità, molto più di altri paesi, di mostrarsi affidabile e coerente. E in questo senso i primi passi della nuova Farnesina berlusconiana non promettono nulla di buono.


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