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6 febbraio 2011
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Cameron chiude l'era multiculturale e rilancia
Impantanati come siamo in un dibattito pubblico non proprio edificante, rischiamo di dimenticare che fuori dai confini italiani si continua a discutere dei temi che definiscono il profilo delle nostre comunità civili di fronte ai mutamenti globali. È quanto ci ricorda il discorso tenuto ieri a Monaco di Baviera da David Cameron. Una riflessione solo formalmente dedicata alla minaccia del terrorismo, ma in realtà un passo politico molto impegnativo sui diritti e i doveri di coloro che condividono le istituzioni di una società aperta. E insieme l’annuncio del possibile ritorno di Londra ad una fase di forte attivismo democratico in campo internazionale.
Sarebbe facile riconoscere nelle affermazioni di Cameron contro “l’ideologia dell’estremismo islamico” e a favore di “un più attivo liberalismo muscolare” l’eco delle parole usate subito dopo l’11 settembre da Tony Blair. Facile ma inevitabile, soprattutto se ricordiamo con quanto impegno Cameron ha voluto distanziarsi dal predecessore soprattutto sui temi della politica estera e del contenimento del fondamentalismo. Nel suo percorso verso Downing Street il giovane leader conservatore ha insistito a più riprese sulla necessità di adottare in campo internazionale un approccio finalmente pragmatico, e dunque libero dal peso e dai condizionamenti dell’interventismo morale che il New Labour aveva impresso (secondo i suoi critici) alla politica estera di Londra. Così come lo stesso Cameron ha spesso offerto una lettura ottimistica, quasi irenica, della capacità della società britannica di accogliere e valorizzare al proprio interno le diverse identità etniche e religiose: “Siamo così fortunati, noi britannici, a poter professare le nostre diverse fedi religiose in pace, armonia e tolleranza. Poche nazioni sono più attrezzate a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isole in una comune identità civile”. Sono parole del 2006, Cameron era ancora lontano dalle responsabilità di governo e in quell’occasione il suo interlocutore era l’induista Morari Bapu, eppure la distanza tra quelle parole e il discorso di Monaco non potrebbe essere più evidente. Ma se è vero che l’esperienza di governo indurisce anche gli animi più teneri, il mutamento di rotta impresso da Cameron non ha a che fare solo con le asprezze quotidiane di Downing Street. C’è anche la presa d’atto della persistenza di un’agenda politica che non era stata inventata né da Blair né da Bush e che dunque non è tramontata con l’uscita di scena dei protagonisti della fase più drammatica della vicenda irachena. Un’agenda di “diritti umani universali”, secondo la definizione dello stesso Cameron, che confligge con le fascinazioni perbeniste del relativismo e che il Primo Ministro britannico ha affidato ieri a quattro domande con cui verificare la compatibilità democratica di qualsiasi organizzazione a sfondo religioso che voglia operare in Gran Bretagna: “Credono nei diritti umani universali, anche per le donne e per coloro che professano religioni diverse? Credono nell’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge? Credono alla democrazia e al diritto dei popoli di eleggere i propri governanti? Incoraggiano l’integrazione o il separatismo?”.
Un test innocuo solo all’apparenza, che non sarà semplice tradurre nella griglia normativa che in Gran Bretagna disciplina l’accesso delle organizzazioni non governative al sostegno pubblico. Ma è chiaro che la partita che Cameron ha deciso di giocare va oltre quest’angolo, guardando anche al ruolo che Londra può svolgere in un quadro mediorientale che torna a muoversi. Perché se in questi mesi la svolta pragmatica impressa alla politica estera britannica aveva fatto immaginare (o temere) un suo profilo più defilato nel mondo, Cameron ha scelto di tornare all’attivismo internazionale scommettendo sulle carte della democrazia e dei diritti universali. Un messaggio inequivocabile rivolto tanto alla società britannica quanto  alle piazze e ai prossimi governanti di Tunisi e del Cairo, ma soprattutto una promessa che in queste settimane nessun altro leader europeo si era sentito di assumere con tanta chiarezza.


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